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A BOLOGNA IL GRANDE CORTEO DEI MOVIMENTI: “I beni comuni vanno affrancati dal dominio del mercato”

 

Sabato 22 ottobre un corteo molto partecipato – i numeri, al solito, si sprecano, ma non si sbaglia di molto a dire almeno 20.000 persone – ha attraversato le strade e la tangenziale di Bologna per dire che occorre, in generale e anche nella nostra regione, cambiare radicalmente le politiche ambientali e quelle del lavoro.

La manifestazione, indetta inizialmente dal collettivo di fabbrica GKN, dal Comitato Nopassante di Bologna, dai Fridays for Future e dalla Rete sovranità alimentare, ha visto coagularsi attorno ad essa un insieme di comitati, movimenti e associazioni sociali – dal comitato contro il rigassificatore a Ravenna alla Rete per l’emergenza climatica e ambientale, dai collettivi studenteschi ai sindacati di base, solo per citarne alcuni tra i tanti. Non mi pare, però, si possa semplicemente derubricare quell’appuntamento sostenendo, come ha avuto modo di dire il sindaco di Bologna Lepore, che “quella di sabato era la prima grande manifestazione nazionale dove si ritrovavano tutte le aree radicali e antagoniste dopo la nascita del governo Meloni….persone da tutta Italia si sono ritrovate a Bologna per motivi politici nazionali”.

Capisco che il sindaco di Bologna faccia di tutto per non sentirsi chiamato in causa, ma, così facendo, non coglie uno dei punti di novità che sono emersi con forza dalla manifestazione del 22 ottobre: la consapevolezza diffusa che il modello di sviluppo, anche della nostra regione, è giunto ad un punto di crisi molto seria, che si manifesta, prima di tutto, nell’insostenibilità delle politiche ambientali praticate e nella regressione dei diritti del lavoro e che, dunque, occorre misurarsi con il fatto di pensare ad un altro e alternativo modello sociale e produttivo.

La buona riuscita della manifestazione fa sorgere almeno altri due elementi di riflessione: il primo è che si è prodotta una convergenza di soggetti e movimenti sociali diversi tra loro che, dopo anni di frammentazione e, per certi versi, di autoreferenzialità, hanno iniziato a ritrovarsi e connettersi. Il secondo è che probabilmente siamo di fronte ad una ripresa della conflittualità e della mobilitazione sociale, dopo un silenzio dovuto anche alla sospensione spazio- temporale e sociale della pandemia.

Lo conferma la buona risposta della settimana precedente alla manifestazione promossa ad Ancona ad un mese dall’alluvione, oppure la partecipazione alle iniziative per la pace, che culmineranno il 5 novembre in una giornata che si preannuncia importante e partecipata.


Certo, questi sono ancora processi tutt’altro che compiuti: c’è, anzi, la necessità di lavorare perché essi si consolidino, ma non c’è dubbio che segnalano una potenzialità presente e da cogliere. Anche per quanto riguarda l’iniziativa in regione, dove occorre rafforzare i contenuti e le mobilitazioni dei movimenti, e fare in modo che il processo di convergenza iniziato prosegua con uno sguardo ampio e inclusivo.

Per non scadere nell’astrattezza, provo ad esemplificare ragionando sul rapporto tra mercato e beni comuni, e come questi devono essere affrancati dal suo dominio e dalle sue logiche. Prendo spunto da un articolo apparso su queste pagine a firma di Andrea Gandini (leggi qui) decisamente interessante nell’analisi, meno condivisibile (a mio avviso) nelle conclusioni.
Interessante nell’analisi, perché viene bene evidenziato come lasciare la gestione dei servizi pubblici che garantiscono beni comuni fondamentali, dal gas all’energia elettrica, dall’acqua al ciclo dei rifiuti, ad aziende di natura privatistica, che si muovono cioè con un orientamento alla massimizzazione dei profitti, come Hera, multiutlity quotata in Borsa, significa promuovere gli interessi degli azionisti (privati e pubblici) e del management, non certo dei cittadini.

A cui però si può ovviare non con il fatto di fare entrare nei Consigli di Amministrazione rappresentanze dei lavoratori e dei cittadini, cosa “incompatibile” con la natura privatistica della proprietà, a meno che ciò non si riduca ad un elemento marginale e subalterno. Occorre, invece, aggredire la questione alle radici, affrontando il nodo della proprietà e quindi facendo la scelta della ripubblicizzazione di queste aziende, non riducendola solo ad un cambio di natura giuridica, ma, anzi, prevedendo appositamente un ruolo fondamentale per l’assunzione delle decisioni di fondo ai lavoratori e ai cittadini e alle loro rappresentanze.

Il tema è di attualità anche in Regione e a Ferrara. Per quanto riguarda il livello regionale, sono state depositate da RECA (Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale) e da Legambiente 4 proposte di legge di iniziativa popolare regionale su rilevanti temi ambientali con più di 7000 firme, tra cui una che riguarda l’incentivazione alla pubblicizzazione delle aziende che gestiscono il servizio idrico e quello dei rifiuti, che dovrebbero prossimamente iniziare l’iter di discussione nell’Assemblea regionale.

A Ferrara è aperta da tempo, sin dalla scadenza della concessione a Hera avvenuta alla fine del 2017, la discussione sul soggetto cui dovrà essere assegnata la gestione del servizio dei rifiuti per il Comune.

Poi, in tempi non biblici, la stessa questione riguarderà la gestione del servizio idrico. Per quanto riguarda il servizio di gestione dei rifiuti, dopo una battaglia che è partita già nel 2018, l’Università di Ferrara è impegnata, su indicazione dell’Amministrazione Comunale, a studiare un piano di fattibilità per la gestione pubblica del servizio stesso.

Discuteremo i suoi esiti, ma sin d’ora è possibile avere un’opinione su quali sono gli interessi perseguiti nel caso della gestione di tipo privatistico o di tipo pubblico-partecipato: basti pensare che a Hera, nella gestione in proroga dei rifiuti a Ferrara, viene erogato un profitto garantito, la cosiddetta remunerazione del capitale “investito”, pari inizialmente al 3% del capitale ed ora innalzato al 6%, che è passata da circa 400.000 € nel 2020 a circa 700.000 € nel 2021 e nel 2022. Inoltre, viene riconosciuto al soggetto gestore (e non agli utenti) una quota relativa al raggiungimento di risultati positivi relativi alla raccolta differenziata.

Ecco, quest’esempio può ben rappresentare il percorso che si tratta di compiere per dare continuità e forza alla mobilitazione che si è espressa con la manifestazione del 22 ottobre.

Si tratta, cioè, contemporaneamente, di sviluppare vertenze nei territori e a livello regionale, che possano essere riconosciute dai vari soggetti e movimenti sociali interessati al processo di convergenza, e di unificarle progressivamente in un orizzonte comune, capace di proporre un’alternativa di fondo alle scelte in materia ambientale e del lavoro.
Sapendo che, con quest’approccio, parliamo di un intero modello sociale e produttivo che va messo in discussione: operazione certamente difficile, ma, in realtà, l’unica possibile e realistica se vogliamo guardare e progettare il futuro.

Effetti del nuovo liberalismo del governo Draghi:
più poveri e più privatizzati

E’ stato denominato nei giorni scorsi dal Commissario dell’UE Paolo Gentiloni “ritiro selettivo degli interventi di sostegno”, un modo pudico per dire che si uscirà dalle politiche di parziale attenuazione della crisi scaturita dalla pandemia, sulla base del fatto che, sempre lo stesso, in modo decisamente azzardato, legge la prevista crescita attorno del 5% del PIL per il 2021 con una sorta di nuovo boom economico, invece che un’inversione di tendenza rispetto alla pesante caduta di quasi il 9% nel 2020.

Da qui, ad esempio, il ritiro del blocco dei licenziamenti, certamente non surrogato dal pannicello caldo dell’avviso comune tra sindacati, Confindustria e governo, ma, probabilmente anche una misura, di cui si sta parlando troppo poco, che prevede l’innalzamento delle tariffe del gas e della luce a partire dal 1° luglio, rispettivamente del 15,5% e del 9,9%. Un aggravio considerevole, che è stato stimato di più di 200 € su base annua per una famiglia media, e che sarebbe stato ancor più forte senza uno stanziamento in proposito di più di 1 miliardo da parte del governo.
Il punto è, però, che scelte di questa natura aggravano la situazione che ci sta consegnando la pandemia, e cioè quella di un Paese ancora più povero e diseguale. Altro che “ne usciremo tutti meglio” e “nessuno rimarrà indietro”, di cui favoleggia la retorica sparsa a piene mani da governo e media mainstream.
Che, ahimè, non sia così, ce lo dicono ormai tutti gli studi che sono già usciti sugli effetti nella distribuzione del reddito durante la pandemia: dall’Istat che certifica che nel 2020 il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è arrivato a ben il 9,4% rispetto al 7,7% del 2019, raggiungendo il livello più elevato dal 2005, ad un recente approfondimento uscito nelle pubblicazioni di Bankitalia che mette in luce come “la pandemia ha colpito più duramente le famiglie a basso reddito da lavoro, dove si concentrano gli occupati che hanno minori possibilità di lavorare da casa, che svolgono lavori più instabili e in settori maggiormente esposti alla crisi”.

Né si può semplicemente sostenere che questa è la situazione del punto di massima crisi e che adesso essa evolverà positivamente, se, appunto, si prendono provvedimenti che, anziché ridurre le disuguaglianze, sono invece destinate ad acuirle.
Gli incrementi tariffari, infatti, colpiscono maggiormente, in termini relativi, le famiglie a reddito medio-basso e, peraltro, non si fermano alla ‘stangata’ su luce e gas. Per quanto riguarda la tariffa sui rifiuti, il nuovo regolamento per il 2021 introdotto da ARERA, l’Autorità nazionale di regolazione per energia, reti e ambiente, stabilisce che la cosiddetta “remunerazione del capitale”, cioè il profitto garantito ai soggetti gestori, raddoppia dal 3% al 6% e, inoltre, sempre ai gestori, viene riconosciuto un ulteriore ricavo legato all’incremento della raccolta differenziata (della serie: i cittadini sono invitati ad avere comportamenti virtuosi e le imprese private guadagnano sul loro impegno).
Non parliamo poi delle vicende relative alla tariffe dell’acqua, aumentate, secondo la CGIA di Mestre, del 90% tra il 2007 e il 2017, anche grazie alla scandalosa decisione, sempre di ARERA, di contraddire l’esito del referendum del 2011 che aveva cancellato la remunerazione del capitale, ripristinandola semplicemente con un’altra dizione (riconoscimento degli oneri finanziari). 

A quest’impennata delle tariffe, poi, si associano tutta una serie di recenti decisioni che spingono verso un’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici locali: l’art. 177 del Codice degli appalti penalizza fortemente le aziende che sono concessionarie dei servizi di distribuzione del gas, dell’energia elettrica e dei rifiuti senza essere passate attraverso una gara, obbligandole, entro la fine del 2021, ad esternalizzare l’80% dei propri lavori; per il servizio di raccolta dei rifiuti,  viene introdotta la possibilità per le utenze non domestiche di sganciarsi dal servizio pubblico, rivolgendosi al mercato libero purché i rifiuti siano avviati al recupero, determinando un ulteriore diminuzione del gettito del servizio pubblico; per quanto riguarda il servizio idrico, nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza c’è un’indicazione esplicita di completare i processi di privatizzazione, consegnando, nella sostanza, anche il Mezzogiorno alle grandi multiutilities quotate in Borsa.

Il tutto in attesa della ‘riforma’ della concorrenza, annunciata dal governo Draghi entro la fine di questo mese, che ha proprio il compito di rendere residuale il ruolo delle aziende pubbliche anche nel settore dei servizi pubblici locali.
Del resto, non c’è da stupirsi più di tanto, visto che tutta l’azione del governo e il PNRR sono esattamente ispirate da una logica di ‘modernizzazione’, che si pensa possa essere guidata esclusivamente dal mercato. Anzi, l’idea lì dominante, per certi versi ancora più regressiva dei canoni ‘classici’ del neoliberismo, è che sia proprio l’intervento pubblico a diventare servente del mercato: un rovesciamento del ruolo dello Stato, piuttosto che la sua limitazione e, men che meno, la sua sparizione.
Le risorse significative del PNRR  vengono finalizzate proprio alloscopo di creare e costruire nuovi mercati, da quello delle piattaforme digitali a quello di una presunta ‘economia green’, in realtà viziata sin dall’origine dall’obiettivo di garantire buoni profitti ai grandi soggetti protagonisti del ricorso alle fonti fossili, in primo luogo ENI e ENEL.

Per evitare, però, di cadere semplicemente nell’elencare le decisioni sbagliate, che, alla fine, diventa una pratica autolesionista, provo ad indicare 3 questioni su cui si dovrebbe intervenire e sulle quali va costruita la mobilitazione necessaria per farlo.

La prima è l’abrogazione di ARERA
, non solo perché, a partire dalla materia tariffaria, assume i parametri del mercato e della redditività aziendale come punti di riferimento fondamentale nella propria azione. Ancor prima, però, viene il fatto di aver demandato ad un’agenzia ‘tecnica’ il ruolo di determinare scelte importanti di politica tariffaria, sottraendole alla sfera della decisione politica.
Non a caso, tale orientamento è stato consolidato dal governo Monti, fulgido esempio del primato della tecnocrazia sulla politica, di una supposta ‘neutralità’ della tecnica, in questo buon predecessore dell’attuale governo Draghi, che ha fatto di ciò una delle cifre deteriori della sua impostazione.

Poi, andrebbe completamente riscritto il PNRR: qui il ragionamento sarebbe lungo e meriterebbe un approfondimento specifico. Mi limito a dire che occorre rivederne a fondo le priorità e assumere, al posto del rilancio della crescita quantitativa e del mercato, gli indicatori della creazione di buona e piena occupazione, di un nuovo welfare della cura e dei beni comuni e della fuoriuscita rapida dal modello di sviluppo basato sull’energia fossile come quelli su cui misurare le scelte da effettuare.

Infine, bisogna rilanciare la battaglia per la ripubblicizzazione dei beni comuni e dei servizi che li erogano.
Per stare vicino a noi, ad esempio, a fine anno scade la concessione del servizio idrico a Bologna affidato a Hera. A Ferrara, la concessione del servizio di raccolta dei rifiuti urbani, sempre affidata a Hera, è scaduta alla fine del 2017 e da allora Hera continua a gestirlo in proroga.
Bene, la scadenza della concessione è il momento più favorevole, in assenza di una legge nazionale, per procedere alla ripubblicizzazione del servizio, dando vita ad aziende pubbliche partecipate dai lavoratori e dai cittadini, visto che non ci si può trincerare dietro l’alibi dei costi eccessivi per andare in tale direzione. E allora, quali ostacoli si frappongono a farlo, da parte delle Amministrazioni Locali di riferimento, se non una pregiudiziale e ideologica volontà di affermare il primato del mercato e delle grandi multiutilities, come Hera, anch’esse votate alla sua logica?
Per fortuna, movimenti e cittadini hanno già sollevato con forza, a Bologna e Ferrara, tale tema. Vale la pena che questa voce salga ancora più forte e che si allarghino le forze e i soggetti in campo. In modo tale che chi ha la responsabilità politica delle scelte non volti la testa da un’altra parte, esca dall’ormai abituale silenzio, abbia il coraggio di dire da che parte vuole stare.

Cover: Mario Draghi al World Economic Forum Annual Meeting, 2012 (Wikimedia Commons)

O LA BORSA O LA VITA
Acqua Bene Comune VS Privatizzazione e Speculazione Finanziaria

 

Le ricorrenze rischiano sempre di diventare momenti celebrativi oppure di portare a ragionamenti scontati. Non fa certo eccezione la Giornata Mondiale dell’ Acqua ta  , che, da lungo tempo, è proposta per oggi 22 marzo: è facile aspettarsi proclami più o meno dotti sull’importanza dell’acqua come risorsa essenziale per la vita, sulle minacce cui essa è esposta dal cambiamento climatico e anche appelli perché se ne faccia un uso responsabile e sostenibile.
Per fortuna, però, c’è anche chi non si incammina su questa strada, come il Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che ha scelto di “dedicare” questa scadenza ad una brutta vicenda, ma che rende bene l’idea del punto al quale siamo arrivati.
Mi riferisco al fatto che, per la prima volta nella storia – il 7 dicembre 2020 – è stato costruito un contratto “future” sull’acqua alla Borsa Merci di Chicago, una delle piazze finanziarie più importanti al mondo. Con tale scelta, si arriva ad un vero e proprio salto di qualità: non solo l’acqua è completamente mercificata, ma ora si può tranquillamente trattarla come base per la speculazione finanziaria.

Questa, infatti, è oggi la natura dei contratti futures scambiati in Borsa. Ma cosa sono essi esattamente? I futures, in realtà, non sono nient’altro che contratti derivati che impegnano due parti (un acquirente e un venditore) a effettuare una compravendita di una merce o di un titolo ( il cosiddetto sottostante) ad una certa data e ad un determinato prezzo.
L’esempio più classico è quello dell’agricoltore che vende una certa quantità di grano al mugnaio a un prezzo definito oggi per una consegna spostata nel tempo ( 1 quintale di grano al prezzo di 100 $ scambiati tra sei mesi). Inizialmente, dunque, quando nascono, a metà dell’ ‘800, i futures svolgono una funzione assicurativa: al di là di come andrà il raccolto del grano, il compratore e il venditore sanno che si scambieranno il grano a quell’epoca e a quel prezzo, ovviamente mettendo in conto le possibili perdite o guadagni, ma avendo entrambi quella certezza.
Nel corso del tempo, però, da quando è diventato abituale collocare e scambiare i futures in Borsa, essi possono essere venduti o comprati in qualunque momento, senza aspettare la scadenza prefissata, e al prezzo esistente in quel momento.
Non si negoziano più i futures per avere quella merce a quel prezzo alla data prefissata, ma diventano uno strumento speculativo: compro un contratto futures con il prezzo del grano a 100 $ a sei mesi, ma se dopo 2 giorni il prezzo del grano sale a 105 $ , rivendo il mio future, lucrando sulla differenza del prezzo.
Di fatto, si compiono vere e proprie scommesse sull’andamento del prezzo della merce, tant’è che meno del 2% dei contratti futures negoziati arrivano alla scadenza definita. Siamo alla finanza-casinò, quella che ha contraddistinto l’attività finanziaria negli ultimi decenni, guidata dall’imperativo di fare i soldi con i soldi ( e molto spesso, con quelli degli altri), che peraltro ha fortemente contribuito alla crisi del 2008 e degli anni successivi.

Ora, al di là del fatto che il future sull’acqua originato alla Borsa di Chicago è ancora più complesso di come l’ho descritto, rimane il dato di fondo che l’acqua è entrata nel vortice della finanza speculativa. E, purtroppo, non appare come un fatto episodico, ma una realtà costruita da un elemento strutturale, come hanno ricordato i dirigenti di CME Group che hanno dato vita al future sull’acqua, e cioè che, a causa del cambiamento climatico, dell’aumento della popolazione, del peggioramento qualitativo dell’acqua, essa è destinata a diventare bene sempre più scarso e soggetto all’accapparamento, per cui inevitabilmente essa non può che essere governata dalla logica del mercato, della domanda e dell’offerta per fissarne il prezzo e, infine, come tutte le merci, anche ai processi speculativi.

Non solo è sacrosanta l’indignazione per questa deriva, che va in direzione opposta all’idea che l’acqua sia un bene comune e il suo accesso deve essere garantito a tutti, come diritto umano universale, sancito dalle stesse prese di posizione dell’ONU, ma occorre anche costruire un’iniziativa adeguata per contrastarla.
Lo si sta facendo a livello internazionale. E in Italia 
lo si è fatto nei giorni passati, con la petizione promossa dal Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che in poco tempo ha raccolto oltre 43.000 firme [firma anche tu Qui]  e che abbiamo chiesto di presentarla oggi al Presidente del Consiglio e ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato. Nella stessa direzione andrebbe anche l’approvazione della legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico, elaborata a suo tempo sempre dal Forum dei Movimenti per l’Acqua, ferma dall’inizio della legislatura alla Commissione Ambiente della Camera e che l’attuale maggioranza di governo non sembra lontanamente aver l’intenzione di discutere, così come la riscrittura della parte del Recovery Plan in tema di tutela del territorio e dell’ acqua, dotato, nell’ultima versione conosciuta, di risorse insufficienti, mal indirizzate e, ancor più, ispirato da una logica di ulteriore privatizzazione del servizio idrico, in particolare nel Mezzogiorno.
E ancora: occorre bloccare l’improvvida  intenzione avanzata da alcuni Comuni (Firenze, Assisi e Ferrara), con il sostegno del Ministero degli Esteri, di candidare il nostro Paese a ospitare nel 2024 il Forum Mondiale dell’Acqua, scadenza espressione del pensiero mercatista delle grandi aziende multinazionali che gestiscono il servizio idrico.

Realizzare ora gli obiettivi sopra indicati assume grande valore, a maggior ragione ora che stiamo avvicinandoci al decennale dei referendum sull’acqua e sul nucleare svoltisi il 12 e 13 giugno 2011.
Si tratta di una una scadenza importante, non per farne l’ennesimo appuntamento celebrativo, ma per rimarcare che la maggioranza assoluta dei cittadini italiani si sono espressi in modo chiaro e preciso e che quell’esito è stato largamente disatteso e contraddetto.
Intendiamoci: non che quel risultato non sia servito, visto che senza quel pronunciamento il servizio idrico sarebbe stato totalmente privatizzato entro la fine del 2011, Nello stesso tempo, però, abbiamo presente che, non solo non è stata attuata la ripubblicizzazione del servizio idrico, ma, sia pure in modo più strisciante, la privatizzazione è andata avanti comunque e, con la complicità dell’Agenzia regolatoria nazionale che ha compiuto un’operazione degna delle ‘tre carte’, è rimasto il profitto garantito nelle tariffe.
Di fatto, siamo di fronte ad un attacco deliberato alla democrazia, con l’intento – purtroppo in gran parte riuscito – di diffondere sfiducia e rassegnazione nei confronti della mobilitazione collettiva. In ogni caso, il movimento per l’acqua pubblica continuerà la propria iniziativa. Sappiamo che stiamo parlando del futuro, che i processi in corso, a partire dal cambiamento climatico e dalla stessa pandemia, ci consegnano l’alternativa tra la Borsa e la vita, tra i Beni Comuni e la mercificazione e finanziarizzazione degli stessi, tra la cura e il profitto. Non penso ci siano dubbi da che parte stare.

Partecipa al webinar su zoom “il futuro dell’acqua in borsa”, oggi, lunedì 22 marzo, alle ore 18,30 [clicca Qui] 

Il TAVOLO FINALMENTE !
Riparte il confronto per ripubblicizzare il servizio rifiuti

Martedì 3 marzo riprende finalmente il confronto che si tiene al Tavolo partecipativo per lo studio della ripubblicizzazione del servizio di gestione dei rifiuti. Era stato attivato con una delibera del Consiglio Comunale del 22 ottobre 2018, dopo che nei mesi precedenti erano state raccolte quasi 1000 firme di cittadini su una proposta di delibera di iniziativa popolare, promossa da vari soggetti, tra cui l’Associazione Ferraraincomune (ora Il Battito della Città. Il Tavolo partecipativo si era riunito due volte nei primi mesi del 2019, per poi fermarsi con l’approssimarsi della scorsa tornata elettorale amministrativa, e ora, dopo un’inerzia poco giustificabile da parte della nuova Amministrazione Comunale, anche grazie alle richieste reiterate, è stato finalmente fissato  l’appuntamento per riprendere quella discussione.

Lo si farà a partire da un documento predisposto da Atersir, l’Agenzia regionale relativa alla gestione del servizio idrico e di quello dei rifiuti. Tale approfondimento, pur di carattere preliminare, ci consegna una serie di elementi che portano a dire che il percorso di ripubblicizzazione del servizio dei rifiuti nel Comune di Ferrara, sottraendolo ad Hera per affidarlo ad un’azienda pubblica di nuova costituzione, è più che fattibile. Infatti, servono circa 6 milioni di Euro per dar vita a una nuova Azienda Pubblica Comunale, risorse che si possono tranquillamente recuperare tramite l’intervento di Holding Ferrara Servizi Srl, che ha un capitale sociale di circa 81 milioni di Euro e riserve per oltre 7 milioni di Euro.

Sarebbe un’operazione del tutto analoga a quella realizzata a Forlì e in altri 12 Comuni limitrofi, che nel 2017 hanno dato vita alla Spa a totale capitale pubblico Alea Ambiente, con un capitale sociale iniziale di 2 milioni di Euro (che si sta portando appunto a 6 milioni) fornito da Livia Tellius Romagna Holding Spa, la partecipata del Comune di Forlì e altri Comuni della provincia, omologa a Holding Ferrara servizi Srl. E’ ovvio, questa è una valutazione importante, ma non consente ancora una decisione definitiva, che può e deve poggiare saldamente sulla messa a punto di un vero e proprio piano industriale, economico e finanziario della nuova azienda pubblica. E’ questo il passaggio che dovrà compiere l’ Amministrazione Comunale di Ferrara e al quale non penso si possa sottrarre, a meno che non ci sia una volontà pregiudiziale di proseguire in una logica di privatizzazione dei servizi pubblici e di subalternità nei confronti di Hera Spa. il colosso Hera che – sarà bene ricordarlo – continua a gestire a Ferrara il servizio dei rifiuti in un regime di proroga, visto che l’affidamento è scaduto alla fine del 2017.

Ma ancor prima che fattibile, la scelta della ripubblicizzazione della gestione del servizio dei rifiuti – come di tutti i servizi che erogano i Beni Comuni, a partire dal servizio idrico – è quella più utile per rispondere ai bisogni dei cittadini e all’interesse generale. Infatti, operare tale scelta significa almeno affermare 3 questioni di fondo che attengono all’organizzazione sociale e alla convivenza nella città.

La prima questione riguarda scegliere con decisione la strada di un’economia circolare e sostenibile dal punto di vista ambientale, fondata anche sul risparmio, il riciclo e il riuso dei prodotti. Per il ciclo dei rifiuti, significa passare attraverso una forte raccolta differenziata per ridurre il rifiuto non riciclabile e, soprattutto, per la riduzione della quantità dei rifiuti prodotti, obiettivi che si possono realizzare se assunti come priorità e finalità proprie, come può fare una gestione pubblica e non una di carattere privatistico, orientata invece alla massimizzazione dei profitti e dei dividendi. E’ appunto quest’ultimo il caso di Hera, una società mista pubblico-privata quotata in borsa: basti pensare che nel periodo 2010-2018 essa ha, in termini cumulativi, realizzato utili pari a 1 miliardo e 714 milioni di Euro e distribuito dividendi ai suoi azionisti per 1 miliardo e 180 milioni di Euro, pari a circa il 70% degli utili. L’ultimo piano industriale 2020-2023 di Hera mette forte enfasi sul fatto che i dividendi aumenteranno costantemente, raggiungendo nel 2023 un incremento del 20% rispetto al 2018. Di contro, si possono citare i risultati raggiunti dall’azienda pubblica forlivese Alea Ambiente Spa che, ad un solo anno dalla sua nascita, è arrivata all’80% di raccolta differenziata e ridotto del 35% il rifiuto totale prodotto. Intanto, nel 2019, Alea ha avviato all’incenerimento oltre 48.000 tonnellate in meno di rifiuto secco non riciclabile rispetto al 2017.

Il secondo punto rilevante è quello di considerare i Beni Comuni, e quindi i servizi che li erogano, come servizi pubblici a tutti gli effetti, da gestire in una logica di pareggio tra costi e ricavi, senza che su di essi gravi un profitto garantito (cioè una rendita) ai soggetti sche ne sono proprietari. Non a caso, invece, l’impostazione privatistica, che esiste anche nel servizio di gestione dei rifiuti, fa sì che venga riconosciuta la cosiddetta ‘remunerazione del capitale investito’ che, nel caso specifico, riconosce ad Hera, per il servizio svolto nel comune di Ferrara, ben 1 milione e 371mila Euro all’anno, a partire dal 2020. Risorse che non avrebbe senso, se non eventualmente in una fase iniziale, riversare sulla nuova azienda pubblica e che invece potrebbero ritornare ai cittadini sotto forma di riduzione tariffaria.

Infine, terzo ma non ultimo per importanza, una nuova gestione pubblica del servizio dei rifiuti potrebbe rappresentare un’occasione per costruire, anche in quest’ambito, forme di democrazia partecipativa, che vedano il protagonismo dei cittadini e dei lavoratori. Da sempre, infatti, quando si parla di Beni Comuni, l’idea della gestione pubblica va di pari passo con il fatto che essa sia anche partecipata. Si potrebbe, ad esempio, pensare di dar vita (almeno in via sperimentale) ad una sorta di Consiglio di Gestione, con la presenza di rappresentanti dei lavoratori e dei cittadini, che affianchi gli organi di direzione dell’azienda nella definizione delle scelte di fondo su cui strutturare il servizio stesso come nella promozione di comportamenti “virtuosi” per la preservazione del patrimonio ambientale.
Insomma, la ripubblicizzazione della gestione del servizio rifiuti può diventare un tassello importante di un progetto di città innovativa, capace di ricostruire legami sociali e identità collettiva: un progetto – e al fondo di esso, una visione, una direzione politica – del tutto alternativo rispetto all’impostazione dell’attuale Amministrazione Comunale che si poggia, invece, su un’idea di città chiusa in sé stessa e incapace di guardare al futuro.

Nota di redazione: chi volesse ricostruire la storia tutta ferrarese della battaglia civile per i Beni Comuni, e quindi per togliere ad Hera Spa il Servizio Raccolta Rifiuti in favore di una Azienda Pubblica Comunale, può rileggere gli articoli dedicati all’argomento usciti su Ferraitalia: Turismo dell’indifferenziata? Autodifesa di un (buon) cittadino ferrarese contro le fatidiche calotte (settembre 2017) ;  Ferrara città verde non smeraldo (dicembre 2017) ; L’era glaciale. Quale gestione dei rifiuti oltre le calotte? (dicembre 2017)Democrazia e rifiuti. La partecipazione fa paura. (ottobre 2018) ;  Ferrara: rifiuti e democrazia Approda in Consiglio la delibera di iniziativa popolare (ottobre 2018) la battaglia sui rifiuti è appena cominciata E per lo studio di fattibilità serve un ente senza ombre (novembre 2018)

 

VERSO LE ELEZIONI
Il Battito della Città chiama Alex Zanotelli: Beni Comuni da riconquistare

Il Battito della Città organizza per giovedì sera 2 maggio alle ore 20,30 (alla Sala Macchine del Grisù di via Poledrelli) una iniziativa pubblica per discutere sul futuro dei Beni Comuni e dei servizi che li erogano, in particolare quello idrico e della gestione dei rifiuti e per sostenere la loro ripubblicizzazione.
Lo facciamo con una sguardo rivolto prima di tutto alla nostra città, ma dando conto anche di un quadro nazionale e regionale, dove si stanno svolgendo discussioni importanti su questi temi. Infatti, oltre alla riflessione e alla proposta specifica che avanziamo per il futuro di Ferrara – l’incontro si aprirà con un intervento di Marcella Ravaglia –  abbiamo chiesto a protagonisti significativi di queste battaglie di portare il loro contributo: a partire da padre Alex Zanotelli – da decenni impegnato in Africa e in Italia per la causa dei diseredati e tra le voci più forti nell’affermare la centralità dei Beni Comuni, assieme a Paolo Carsetti, del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e a Natale Belosi, della Rete regionale Rifiuti Zero.
E’ questo infatti il modo con cui Il Battito della Città ha deciso di stare nella campagna elettorale per le amministrative di Ferrara. Fallita l’opzione di costruire una Grande Lista Civica Unitaria di Sinistra, autonoma dai partiti, che chiedesse discontinuità nelle scelte del governo locale e una nuova prospettiva di democrazia partecipativa, Il Battito non ha voluto costruire una sua lista di parte, ma continuare invece a mettere al centro idee, contenuti e proposte innovative. E chiama tutto lo schieramento progressista a misurarsi su questi temi che interessano direttamente i cittadini, invece di rincorrere gli slogan sulla sicurezza imposti dalla Destra.
Il Battito della Città si colloca nel campo di tutti coloro che si battono contro le disuguaglianze sociali, per il contrasto alle politiche neoliberiste, per la giustizia ambientale, per l’allargamento della democrazia e la difesa dei principi costituzionali, in un campo dunque di sinistra. L’obiettivo prioritario, quindi, è che la nostra città non sia governata in futuro da una Destra, che accentua sempre più i suoi caratteri autoritari, xenofobi e razzisti, lungo una deriva regressiva che sta già facendo molto male al Paese e altrettanto lo farebbe a Ferrara.
Non a caso, abbiamo invitato a discutere con noi i candidati sindaci del Centrosinistra ( e anche del M5S, da cui ci sentiamo distanti, a partire dalla scelta di stare al governo con la Lega, ma che a livello nazionale e regionale hanno espresso posizioni di apertura verso i Beni Comuni). A margine dell’iniziativa, si è innescata nei giorni scorsi una piccola polemica sulla stampa locale da parte di alcuni esponenti e candidati della Destra ferrarese che avrebbero voluto che Il Battito invitasse “ufficialmente” anche i candidati sindaco del Centrodestra. La risposta è facile: Il Battito della Città non è un Centro Studi o un Organo Istituzionale che organizza dibattiti e approfondimenti scientifici o accademici su questo o quell’argomento. Il Battito è un soggetto sociale e politico di sinistra che vuole porre temi nuovi, proporre obbiettivi, aprire il confronto, e soprattutto chiedere risposte coraggiose e coerenti ai propri interlocutori, cioè a tutto lo schieramento progressista.
Se non ci interessano gli slogan e i personalismi, se crediamo produttivo discutere sui contenuti, sulle scelte progettuali che occorre compiere, sull’idea stessa di una Ferrara futura che allarga e potenzia i servizi alla persona, difende e garantisce i diritti e rigenera una nuova democrazia partecipata, il tema dei Beni Comuni appare assolutamente centrale. Proprio perché lavorare per i Beni Comuni significa da una parte favorire l’allargamento degli spazi di democrazia, di partecipazione e di controllo sui servizi da parte dei cittadini, mentre rafforza e qualifica l’intervento e la gestione pubblica dei servizi, come elemento decisivo per sottrarli alle logiche del mercato e del profitto.
Qui sta anche la necessità di costruire una forte discontinuità con le politiche praticate, a livello nazionale e anche locale, anche dal Centrosinistra, che ha continuato a portare avanti le privatizzazioni del servizio idrico e della gestione del servizio dei rifiuti, consegnandoli a grandi soggetti di natura privatistica quotati in Borsa, come Hera, interessati a produrre profitti da distribuire come dividendi più che a erogare servizi efficienti e a buon bercato..
Tutto questo riguarda anche Ferrara. Alla fine del 2017 è scaduta la concessione ad Hera della gestione del servizio dei rifiuti, mentre nel 2024 scadrà quella relativa al servizio idrico. Il momento della scadenza della concessione – in assenza di un quadro legislativo nazionale che proceda verso la ripubblicizzazione di questi servizi – è proprio quello più favorevole per produrre il passaggio da una gestione privatistica ad una pubblica, potendo avvenire con costi decisamente limitati, ben ripagati dai benefici futuri.
E’ stata questa la condizione in cui, per il servizio dei rifiuti, si è trovata ultimamente la città di Forlì, la cui Amministrazione ha deciso giustamente di togliere ad Hera la gestione del servizio e di affidarla ad un’azienda pubblica di nuova costituzione. La stessa identica situazione nella quale si trova oggi Ferrara, che può prendere la medesima decisione. A maggior ragione, in quanto nei mesi passati – a seguito dell’iniziativa della raccolta firme su una proposta di delibera popolare sottoscritta da circa un migliaio di ferraresi – è stato costituito un Tavolo partecipativo per studiare la ripubblicizzazione del servizio rifiuti.
Un analogo percorso può riguardare anche il futuro della gestione del servizio idrico. Il 2024, quando scadrà la concessione ad Hera, può apparire una data lontana. In realtà, è proprio il tempo che ci può consentire di preparare per bene quella scadenza, visto che si tratta di costruire un vero e proprio piano industriale e finanziario per rendere possibile la ripubblicizzazione. Anche in questo caso sarà fondamentale costituire un Tavolo partecipativo, promosso dall’Amministrazione e con la presenza di associazioni e soggetti sociali interessati.
Ecco quindi uno scenario che non ha nulla di utopistico, che può invece diventare una vera e propria agenda di lavoro: un programma da assumere come impegno per il prossimo quinquennio del governo locale. Anche di questo si parlerà la sera del 2 maggio. Sarà interessante conoscere le risposte dei candidati sindaci.
Queste proposte si possono poi utilmente incrociare con le discussioni in corso a livello nazionale e regionale. A livello nazionale, in Parlamento, si è aperto il dibattito sulla legge nazionale per la ripubblicizzazione del servizio idrico, presentata dal M5S, che riprende la proposta di legge di iniziativa popolare già avanzata anni fa dal Forum Nazionale per l’Acqua Pubblica. Peraltro, oggi il dibattito sembra essersi fermato, causa l’opposizione della Lega, ma anche per la scarsa determinazione del M5S. A livello regionale, invece, i gruppi consiliari di Sinistra Italiana, Altraemiliaromagna, M5S e la consigliera Silvia Prodi del Gruppo misto – in accordo con i coordinamenti regionali del Movimento per l’Acqua Pubblica e per i Rifiuti Zero .- stanno depositando una proposta di legge per incentivare la ripubblicizzazione di questi servizi e abrogare Atersir (l’Agenzia regionale per il servizio idrico e quello dei rifiuti) e per ridare potere decisionale alle comunità territoriali nelle decisioni sull’assetto di questi servizi. Anche di questo ragioneremo giovedì sera, con l’idea che è possibile lavorare per l’affermazione dei Beni Comuni, sottrarli al dominio del profitto e costruire un futuro socialmente più giusto e solidale per la nostra città.

 

Ferrara: rifiuti e democrazia
Approda in Consiglio la delibera di iniziativa popolare

Raccontare “una prima volta” non capita tutti i giorni, specialmente a Ferrara. Dopo una lunga marcia durata quasi otto mesi e 955 firme raccolte tra i cittadini ferraresi, oggi 22 ottobre (segnatevi la data) approda in Consiglio Comunale qualcosa di importante, ma soprattutto di nuovo. Ne parlo con Marcella Ravaglia che, a nome dei promotori (l’Associazione Ferraraincomune e  il Comitato Mi rifiuto) presenterà ai consiglieri la proposta di delibera di iniziativa popolare. La richiesta: finanziare e dare il via a uno studio di fattibilità finalizzato alla ripubblicizzazione del Servizio di Raccolta dei rifiuti.

Partiamo da te Marcella, fai parte delle Associazione Politico-Culturale Ferraraincomune nata circa un’anno fa per approfondire temi e fare nuove proposte per la città di Ferrara, ma puoi dirci qualcosa di te e del tuo percorso?
Sono nata 42 anni fa ad Alfonsine, sono sposata con Nicola e abbiamo una meravigliosa figlia di 4 anni. Se invece mi chiedi “chi sono” politicamente… ecco, sono nata politicamente a Ferrara, nel meet up dei grilli estensi. Da assegnista di ricerca Unife, ho fatto parte della Rete Nazionale Ricercatori Precari e del Coordinamento Istruzione Pubblica di Ferrara, all’epoca della “Riforma” Gelmini. In quello stesso periodo mi sono avvicinata al Comitato Acqua Pubblica di Ferrara e da allora sono attivista del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e membro di Attac Italia. Da quando la mia piccola pranza a scuola, faccio parte di un gruppo informale di genitori chiamato Mensana. Più di recente ho partecipato alla costituzione di Ferraraincomune.

Comitato Acqua Pubblica, Gestione in house del ciclo dei rifiuti, il focus è sempre lo stesso, quello dei Beni Comuni. Vorrei chiederti una tua definizione di Beni Comuni: perché è così importante  rivendicarli? E’ questa la frontiera per una nuova politica?
La crisi della democrazia rappresentativa da tempo ci sta portando verso tecnocrazie più o meno esplicite ma comunque disumane: la crisi ambientale ne è il segno tangibile. I beni comuni sono la via per una rinnovata democrazia, alla cui base stanno la partecipazione e l’accesso alla conoscenza. I beni comuni, materiali e immateriali, per la loro titolarità diffusa ed il loro essere essenziale alla vita dei singoli come della comunità, sono il terreno attorno al quale costruire civiltà, oltre che civismo. Il movimento per l’acqua in questo senso è (per me) uno spazio della politica e della democrazia indispensabile per avere una prospettiva desiderabile del futuro fatto di solidarietà e razionalità, giustizia e libertà.

L’anno scorso, senza consultare direttamente i cittadini, Hera ha introdotto il sistema Calotte, provocando molte proteste e molte polemiche. A dicembre la concessione a Hera è scaduta, siamo oggi in regime di proroga, mentre problemi e disfunzioni nel servizio di raccolta rifiuti permangono. Voi però non vi siete limitati a criticare la gestione in appalto al privato, avete avanzato una proposta alternativa. Qual è il vostro pensiero?
L’attuale gestione, essendo affidata a un’impresa privata quotata in borsa, ha come naturali obbiettivi fare profitti e distribuire dividendi agli azionisti. Le priorità devono invece essere altre: lo smaltimento dei rifiuti (oggi sparsi in giro per città), la riduzione generalizzata della produzione di rifiuti verso l’obbiettivo “rifiuti zero” (il solo aumento della differenziata non è sufficiente) e il governo trasparente e slegato dagli andamenti di borsa dell’azienda. Tutto questo per ottenere tariffe giuste, l’impiego virtuoso delle risorse ambientali, nonché il coinvolgimento attivo di tutti gli soggetti coinvolti: i lavoratori impegnati nel servizio e i cittadini utenti.

Come e quando è nata l’idea della raccolta firme? E perché ci sono voluti quasi 8 mesi per approdare in consiglio comunale? E come giudichi questa esperienza?
E’ la prima volta che, nonostante sia previsto dal regolamento del Comune di Ferrara, si percorre la strada della proposta popolare di delibera. E al di là dei contenuti, c’è un valore in sé, è la rivendicazione di una nuova forma di democrazia partecipativa.
Ferraraincomune fin dalla sua nascita approfondisce i temi dei beni comuni e dell’ecologismo, delle forme di democrazia partecipativa. La campagna sulla ripubblicizzazione del servizio di gestione dei rifiuti intreccia tutti questi temi. Perciò abbiamo pensato di impiegare uno strumento esistente nei regolamenti comunali -la delibera di iniziativa popolare- per praticare la partecipazione, oltre che invocarla. L’esperienza di raccolta firme è stata interessante e proficua, le persone si fermavano ai banchetti e non si limitavano a firmare: è stato un momento di ascolto e di dialogo. Invece il percorso con il Comune e i suoi uffici è stato veramente macchinoso, un po’ perché siamo stati pionieri (i primi ad usare questo strumento), un po’ perché i cittadini che cercano il confronto con l’Amministrazione con strumenti diversi da quelli canonici e istituzionali sono visti un po’ come degli intrusi, come degli usurpatori del diritto-dovere di amministrare. Penso tuttavia che la nostra esperienza porrà le basi per migliorare gli strumenti partecipativi del Comune di Ferrara.

I promotori hanno incontrato in questi giorni i gruppi consigliari per esporre il testo della proposta. Ora è il momento della verità: la delibera di iniziativa popolare viene discussa e votata dal Consiglio Comunale. Se verrà approvata – e i promotori ostentano un cauto ottimismo – si dovrà avviare lo studio di fattibilità per la Gestione in House (cioè totalmente pubblica)  del servizio di raccolta rifiuti. Ne risulteranno dati e cifre, vantaggi e svantaggi, da confrontare con quelli della attuale gestione affidata ad una azienda privata.
Sarebbe un modo di scegliere la forma migliore solo dopo aver studiato e valutato le due alternative, invece di decidere le cose dall’alto dello scalone del Comune.  Conclude Marcella Ravaglia: “Sarebbe un bel giorno per Ferrara e per la democrazia”.

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