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Diario di un agosto popolare
13. LA TORBELLA DI ADAMO

Anche se è abbastanza evidente, premetto che questi miei diari estivi non hanno l’ambizione di essere né inchieste, che andrebbero minimamente documentate, né opere letterarie che andrebbero meditate e rilette, ma semplici note “un po’ colorite” per un benevolo pubblico di amici: lo dico perché m’imbarazza sempre l’atto del pubblicare. Ogni volta è un brivido premere il tasto invio e rischiare di aver sottovalutato le conseguenze emotive di un passaggio, magari innamorandomi di una battuta di spirito o di un aggettivo che suona bene.

LA TORBELLA DI ADAMO
26 agosto 2019

Torbellamonaca a Roma è un po’ una sineddoche (la parte per il tutto) della periferia.
Una volta si diceva “è un borgataro”, oggi se vivi “allo sprofondo” ti chiedono: “ma ‘ndo stai, a Torbellamonaca?” .

Perché a Roma se il tuo quartiere comincia con Tor, vuol dire che stai fuori dal centro. Ma il mito di Torbella, che addirittura è oltre il Sacro G.R.A., riassume da solo tutto il peggio del suburbio metropolitano: i più truci spacciatori, i topi più affamati, il degrado più appariscente.

Diventa anche simbolo della crisi politica che stiamo vivendo: Torbellamonaca passa a destra mentre Parioli va a sinistra. Qui la casta non ci finisce neanche per sbaglio, tutto è popolo.

Ho cominciato a frequentare Torbella (si fa per dire, ci sarò stato una decina di volte) per andare a trovare Adamo, che ci ha lasciati il 26 agosto di due anni fa, e non riesco a separarla da lui.

Adamo l’ho incontrato una trentina di anni fa, alla stazione Termini. Radunava barboni e senzatetto per aiutarli a occupare spazi vuoti dove dormire. Mi ha colpito subito il suo sguardo (l’iride celestissimo incorniciato da sopracciglia scure), che lanciava un messaggio molto chiaro: “ti tengo d’occhio”. All’inizio, confesso di non essermi subito fidato e forse neanche lui di me. Ci scrutavamo dai nostri rispettivi mondi per capire se non ci saremmo dati qualche fregatura.

Un giorno, mentre tornavamo dal cimitero dove era sepolta Valentina, una ‘barbona’ di trent’anni morta di freddo alla stazione, Adamo mi chiese brutalmente se ero anch’io ‘della parrocchietta‘. Lui aveva fatto la galera, aveva cominciato in un carcere minorile, parlava di rapine e grandi giocate d’azzardo: “Ero un malandrino, Daniè, non mi avresti riconosciuto”. Lo rassicurai sul fatto che io le parrocchie le avevo sempre fuggite, comprese quelle dell’estrema sinistra da cui più o meno provenivo. Da lì cominciò la nostra amicizia.

A lui piacque molto un mio piccolo film che feci su di loro (“Gli amici di Valentina”), e credo che attraverso quelle immagini capì che, come lui, avevo allergia per le ingiustizie e cercavo la maniera di esprimerlo. Adamo era uomo di grande generosità e poca voglia di star zitto.

Nella sua nuova vita, si mise a organizzare senza tetto, disabili, zingari e alcolizzati. Lottando come un leone per i loro diritti. Poi un tumore gli ha portato via le corde vocali.

Andai all’ospedale dopo l’operazione e gli regalai un quadernetto e una penna che apprezzò molto. Iniziò in quel periodo a scrivere il libro della sua vita e io l’aiutavo a correggere l’italiano, perché avevo fatto più scuole di lui.

Ma Adamo era irrequieto e poco indulgente con se stesso e il libro non lo fini mai. Mi fece però conoscere la sua famiglia tutta di donne, la moglie Anna e quattro figlie in gambissima, e Tor Bella Monaca.

Entrando sotto quei ponti che uniscono i blocchi, girando per la piazzetta o nei ‘terrains vagues’,(come i francesi chiamano gli spazi residuali, con un’espressione secondo me molto efficace, o ‘i non luoghi’ di Marc Augé), ambienti che al cinema vediamo sempre collegati a scene di spaccio o di violenza, ho sempre trovato invece, grazie ad Adamo, una toccante densità di relazioni umane. Certamente c’è anche spaccio e delinquenza, rapporti difficili di vicinato e violenza domestica: sarebbe ridicolo negarlo. Chissà, un domani la cronaca ci parlerà di un africano bastonato o di un efferato delitto, a consolidare il mito oscuro di Torbella.

Eppure per me, grazie alla mia amicizia con Adamo, ha fatto tutto un altro effetto. Sin dalla prima volta, mi ha colpito un aspetto che difficilmente si trova nei quartieri della Roma bene: un tessuto di vicinato solidale, che qui in qualche maniera comunica. Un tratto accentuato da una presenza piuttosto visibile dei disabili (che hanno avuto in passato delle facilitazioni dell’assegnazione degli alloggi). E che come spesso accade alle persone con la vita più difficile, dimostrano una grinta speciale a muoversi in un quartiere per altri versi inospitale.

A casa di Adamo ho conosciuto tutto questo.

Tendiamo a conoscere le periferia attraverso figure fragili, o sbandate. Che empatizzano con i nostri lati stropicciati dalla vita. Il canaro di Dogman, Vittorio e Cesare di Non essere cattivo, i tossici di Trainspotting, la Rosetta adrenalinica dei fratelli Dardenne…

Adamo apparteneva a un’altra categoria, quella dei tosti.

Anche se so che la sua determinazione umanitaria, la sua grinta, resa ancor più evidente dopo che aveva perso le corde vocali, non sarebbe stata tale senza la presenza di un’altra tosta, sua moglie Anna: anni di lavoro durissimo da infermiera, notti di pazienza passate ad accudire gli anziani e giornate a tirar su le quattro figlie, da sola, mentre Adamo faceva l’eroe da qualche parte, incatenandosi insieme a cinquanta carrozzine in Campidoglio o innalzando crocifissi con appesi sopra i suoi amici barboni.

Ho sempre mangiato tantissimo e con gusto a casa di Anna, ho incontrato persone generose e fatto grandi risate.

Per me Tor bella monaca è questa vitale esperienza.

Eppure solo a due anni di distanza, rimane un ricordo lontano, uno ‘sprofondo’, che assieme a Adamo, ho dimenticato troppo.

È forse il destino delle periferie, essere dimenticate: perché, nella loro bruttezza, sono fin troppo umane.

“Le periferie sono il posto in cui i problemi che si dibattono sul piano nazionale sono reali: la disoccupazione, le tensioni tra le diverse comunità religiose, la lontananza dalle istituzioni (anche europee). Ma proprio perché sono posti difficili, sono posti vivi. La lotta per risolvere queste difficoltà genera anche molta energia creativa. Tanto più che moltissimi creativi decidono poi di trasferirsi in quelle zone per seguirne il battito.”.
(Marc Augé, Tra i confini, Milano, 2007)

(Fine)

Per leggere tutti insieme i capitoli del Diario di Daniele Cini:

Diario di un agosto popolare


Oppure leggili uno alla volta:

ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA

STRANI STRANIERI

CORPI DIMENTICATI

NELLA CITTA’ DESERTA

COCCIA DI MORTO

FINCHÉ C’É LA SALUTE

LA BOLLA SVEDESE

STELLE CADENTI

LA METRO, IL BUS E LO SCOOTER

FREQUENZE DISTORTE

CANNE AL VENTO

L’OTTIMISMO DURA POCO

LA TORBELLA DI ADAMO

 

LA GENTILEZZA CI SALVERÀ?
Primo, parziale, contraddittorio bilancio del dopo covid

Sono stato alquanto indeciso se scrivere le poche righe che seguono. Poi nell’apprendere i risultati di uno studio di un sociobiologo e di una epidemiologa, descritti nel libro Biologia della gentilezza, che, ribaltando la teoria di Darwin, sostengono che “a sopravvivere saranno le persone che si comporteranno con gentilezza nei confronti degli altri”, mi sono convinto.
Molti lo hanno scritto o dichiarato, durante la fase più restrittiva e drammatica del confinamento causato dall’epidemia da covid-19, che il ‘dopo’ ci avrebbe visti migliori, che il virus ci avrebbe fatto scoprire le nostre qualità in termini di solidarietà, condivisione, attenzione agli altri. Non so dire se siamo già in quel dopo.
Certo, a livello globale le grandi istituzioni, dall‘ONU alla Comunità Europea, agli Stati, a tanti governi, hanno fatto a gara nel dichiarare cambi di rotta delle politiche, sui temi dell’ambiente, nella lotta al cambiamento climatico, contro le disuguaglianze, e così via. Ma nel nostro microcosmo, nel proprio vissuto quotidiano, come è questo ‘dopo’? Ci ha cambiati, in meglio o in peggio?

Porto una recente esperienza personale. Era domenica e, percorrendo in bici Corso Porta Mare, a fianco della farmacia, un’auto parcheggiata per la quasi totalità sul marciapiede come non si vedeva da settimane, vuoi per la scarsità del traffico che per la presenza quasi costante di persone in fila che attendevano il proprio turno per entrare in farmacia, mi ha fatto pensare al ritorno a quella ‘normalità’ che tanti hanno auspicato durante le restrizioni e la lontananza dal mondo ‘reale’. Passando di fianco all’auto mentre il guidatore stava salendo, più a gesti che a parole, ho fatto presente che avrebbe potuto utilizzare il parcheggio che, a pochi metri, presentava molti spazi vuoti. Allontanandomi ho chiaramente udito gli epiteti che venivano inviati nei miei confronti.
In quel momento ho pensato che sì, eravamo tornati alla ‘normalità’, ma peggiorati! Poi, dopo qualche giorno, nel leggere in quel volume che “vive meglio e più a lungo chi evita i conflitti, è premuroso con gli altri, aiuta e condivide”, una flebile speranza ha fatto breccia in me.

PANDEMIA E CLAUSURA
La parola ai ragazzi: Maria, Klea, Giorgia, Iris

Nell’articolo che ho scritto qualche giorno fa su ferraraitalia [Qui]  mi ponevo il problema di come vivono, cosa sognano i bambini e i giovani in questo lungo e strano periodo di pandemia. Si è praticamente chiuso il loro rapporto diretto con la scuola, con lo sport, con i loro interessi e con gli amici, stravolgendo le relazioni interpersonali che facevano parte del loro quotidiano. Me lo sono chiesta anche perché, sfogliando la rassegna stampa dal mese di febbraio ad oggi, di scuola, di ragazzi e di insegnanti si è parlato ben poco. Quel che è certo è che tutte le scuole e i servizi educativi resteranno chiusi almeno fino a settembre. Nell’articolo dicevo che mi sarebbe piaciuto più di ogni altra cosa – abituata come sono a pensare al valore della educazione permanente e dell’apprendimento in qualsiasi momento della vita, basato anche e soprattutto sulla qualità delle relazioni fin dai primi anni di vita – sapere cosa pensassero di questa nuova condizione i nostri bambini, i nostri giovani, costretti loro malgrado a starsene in casa, agganciati perennemente alla comunicazione in rete. Credo sia importante sentire la voce dei giovani, dei ragazzi e delle ragazze, dei bambini e delle bambine. Ho raccolto alcune testimonianze, che vorrei condividere su questo network, alcuni spunti e riflessioni che ritengo utili a sollecitare un approfondito confronto.

MARIA – 10 anni da Milano:
“Questo articolo secondo me è molto, molto bello. Tratta argomenti veritieri e di cui si dovrebbero occupare tutti. Mi è piaciuto molto il fatto che la signora Bondi abbia cercato il parere dei bambini. Non molti adulti infatti prendono in considerazione il nostro parere. Ma sbagliano. Secondo me, la voce di un bambino, piccolo o grande che sia, è priva di favoritismi e quindi più sincera. Lo dico in tutta sincerità, non credo che questa sia la ‘semplice diffusione di un virus’, questa è una pandemia! Ed è anche grave! Quindi penso che sia doveroso fermare questo mondo. La colpa non la do a nessuno, neanche al virus. Espandersi è nella sua natura e noi non dobbiamo e non possiamo dare la colpa a lui. Anche se dobbiamo impegnarci per sconfiggerlo. Il web sicuramente aiuta molto ma, essendo una persona che riesce anche a stare in solitudine, non credo sia cosi necessario. I miei insegnanti hanno iniziato relativamente tardi a fare le video-lezioni; una settimana dopo l’inizio della quarantena hanno inviato i compiti sulle piattaforme scolastiche, ma solamente ieri hanno iniziato a fare le video-lezioni. La scuola secondo me sta facendo quello che deve fare, cioè continuare a fare lezione. Certo, se facesse qualcosa in più le sarei grata, per esempio interrogarmi, perché io adoro essere interrogata. Sento la mancanza delle relazioni dirette, anche se riesco a parlare con quattro/cinque amici, che però sono ‘veri’. Il telefono con le video-chiamate aiuta, ma ovviamente non è lo stesso rispetto al parlarsi faccia a faccia. Sarebbe importante che le scuole riaprissero –naturalmente in sicurezza- e che i ragazzi provassero insieme ai loro insegnanti a rivedere il modo di fare scuola .Bisognerebbe iniziare già da subito ad adattarsi a questa nuova situazione.
Il futuro sicuramente non sarà lo stesso, perché come ogni malattia, questo virus lascerà il segno e probabilmente, quando se ne andrà, dovremmo attenerci a precauzioni molto più rigide. Ma personalmente penso che alla fine dovremmo accettarlo. Perché non mi faccio mica delle illusioni: è naturale che non tornerà tutto come prima. Penso che il comportamento umano debba e possa cambiare, usando le misure restrittive e stando molto attenti all’igiene personale. Sicuramente stare più attenti a se stessi e agli altri.
La lettura mi aiuta molto soprattutto perché io la adoro. Inoltre penso che molte persone stanno abusando della tecnologia; insomma è utile, certo, ma pensiamo magari ai videogame: molti bambini giocano alla playstation due o tre ore nei tempi normali, ma adesso ci giocheranno molto di più, fermandosi solo per dormire, mangiare e occasionalmente fare i compiti. E questo non credo sia salubre. In queste settimane ho notato che molte persone danno molta più importanza a coloro con cui parlano, persone che prima quasi non consideravano, passandoci anche delle ore. Quindi penso che almeno una cosa positiva c’è nelle relazioni: stiamo iniziando a dare importanza a ciò che prima consideravamo superfluo e scontato.”

KLEA PEROCI – 15 anni liceale di Ferrara:
“Ritengo fermamente che il lockdown, a cui siamo stati sottoposti sia dovuto ad una tutela della salute pubblica e perciò assolutamente lecito. Sarebbe più appropriato parlare di mancata responsabilità della gente, più che di colpa effettiva. Infatti, ad oggi, dopo quasi due mesi da quando è stata dichiarata la situazione di emergenza da Covid-19, il numero dei contagiati rimane elevato. Alla luce di ciò, si deduce che i decreti non siano stati adeguatamente rispettati da una parte della popolazione. Per quanto riguarda i sistemi comunicativi, sicuramente il web rappresenta uno strumento attraverso il quale è possibile continuare ad intrattenere le relazioni personali. Tuttavia non sostituisce affatto il contatto diretto. Purtroppo sono costretta ad affermare che utilizzo maggiormente la comunicazione virtuale, a discapito della lettura. Infatti, avendo numerosi impegni scolastici, i momenti in cui mi fermo a leggere un libro sono quantomeno rari. Raramente mi ritrovo a discutere con la mia famiglia di quanto mi manchino le mie amiche ed i miei compagni di classe, ma credo che se ne rendano conto dal fatto che spendo parecchie ore della mia giornata, chiacchierando con loro in video-chiamata. Al momento svolgo le video-lezioni esclusivamente con l’insegnante di matematica e fisica e con la docente di italiano e storia. Senza dubbio, la mia realtà attuale non corrisponde a quella a cui si assisterebbe in classe. L’immagine dell’insegnante, appiattita sullo schermo del mio pc, non coincide con l’insegnante ‘in carne ed ossa’, così come chiedere la parola, attivando un microfono, non sostituisce l’alzata di mano durante la lezione. Ritengo che il comportamento umano possa cambiare, anzi sarebbe auspicabile un tale cambiamento. Spero che gli uomini imparino ad essere più rispettosi nei confronti del prossimo, meno intransigenti ed indifferenti rispetto a quello che li circonda, e che imparino a non sottovalutare l’importanza dei piccoli gesti, capaci di renderli felici.”

GIORGIA – 17 anni, studentessa liceale di Ferrara:
“In questo periodo di reclusione, non posso vedere le mie migliori amiche, i miei parenti. Tuttavia, grazie ai social media, posso sentirli ogni giorno. Ritengo però che ciò non sia assolutamente un ‘degno sostituto’ delle relazioni sociali ‘dal vivo’: preferisco mille volte abbracciare una persona a cui voglio bene, chiacchierarci per ore, uscire a prendere un gelato in centro…Ma dato che ora non posso farlo, almeno cerco di mantenere i contatti. Vivendo con i miei genitori, ho comunque un po’ di compagnia e discutiamo spesso di questa situazione così ‘paradossale’: dobbiamo solamente resistere e pensare positivo, non facendoci contagiare dal panico collettivo, che talvolta si intravvede nella gente, anche solo appena si esce di casa. Questo periodo di quarantena, può essere un periodo di intensa riflessione, che può cambiare a livello interiore, ma non solo. A livello esteriore, fisico, si può cercare di mangiare più sano, facendo attività fisica, o in ogni caso  dedicarsi alla lettura, oppure ascoltare la musica o, ancora, suonare uno strumento. Questo può aiutarci molto a capire il mondo. Nei nostri atteggiamenti, anche verso gli altri, bisognerebbe incoraggiare la solidarietà, il rispetto, l’educazione, che purtroppo sono spesso tralasciati dagli adolescenti, ma anche dagli adulti (e ciò è ancor più grave). A mio parere, questa pandemia è come se fosse un modo da parte di Mother Earth di dirci di fermarci, perché stiamo esagerando: inquinamento, surriscaldamento globale… La scienza ci dice che, riducendo gli spostamenti per via della quarantena, è possibile diminuire l’intensità dei fattori inquinanti e alcuni grafici ci dimostrano quanto sia notevole il cambiamento rispetto a prima. Questo deve servirci da incentivo a comportarci meglio anche nei confronti dell’ambiente. Eppure, persino in questo difficile periodo della nostra vita, che stiamo vivendo tutti insieme (e forse questo ci rende meno soli), io riesco a sperare in un futuro diverso: un futuro in cui possiamo tornare ad abbracciarci, ad uscire insieme, a viaggiare e visitare i posti più belli del mondo. Ma non tutti  la pensano come me: molti ragazzi della mia età sono più pessimisti e non riescono, in questo momento e in queste circostanze, ad intravvedere un loro futuro. Suggerirei, a chiunque di  prendere questo periodo come un momento di riflessione, di meditazione, un modo per conoscerci meglio e cercare di migliorarci, di essere sinceri con noi stessi ed accettarci per ciò che siamo.”

IRIS – 17 anni  studentessa liceale di Ferrara.
“…Nonostante non frequenti la scuola oramai da un mese, le attività scolastiche proseguono a distanza e tengono impegnati gli studenti di tutta Italia. Tutte le mattine frequento le lezioni, anche se comodamente da casa e non vi sono variazioni rispetto al carico di compiti assegnati. Probabilmente gli insegnanti desiderano conservare gli stessi schemi della vita quotidiana, da noi spesso sottovalutata e di cui sentiamo sempre più la mancanza. In effetti, mi chiedo perché riusciamo ad apprezzare ‘la normalità’ solo quando questa viene a mancare. Passiamo il tempo a lamentarci degli innumerevoli impegni scolastici, che sottraggono tempo prezioso alle attività che più preferiamo svolgere, senza renderci conto dell’importanza che esercitano su di noi un’amichevole chiacchierata a scuola, una battuta che scatena grasse risate, o una passeggiata in bicicletta. Attività semplici, quasi banali, ma essenziali. Tuttavia, devo anche sottolineare che è stato proprio durante queste ultime settimane che ho riscoperto il piacere di guardare un film in famiglia, di dedicarmi alla lettura di un libro, di rispolverare un gioco da tavolo e tanto altro. Talvolta mi sono fermata a riflettere e mi sono convinta che l’emergenza da coronavirus rappresenta una vera e propria lezione di vita.  È in queste situazioni che scopriamo di non essere invincibili, ma fragili e vulnerabili. Ripensiamo a quanto avremmo potuto essere più pazienti, più cortesi, più generosi nei confronti del prossimo, così come molti paesi hanno dimostrato in questo periodo (Cina, Russia, Cuba e Albania), inviando staff medici in soccorso dell’Italia. Altri ancora si sono mobilitati donando al nostro paese milioni di mascherine e preziose attrezzature sanitarie. Sempre più spesso, mi tornano in mente gli appelli di medici e scienziati di non vanificare lo sforzo sanitario restando in casa. Dunque una questione di responsabilità e altruismo: tutelare tutti coloro che curano e che tutti i giorni rischiano la propria vita. Tuttavia, devo ammettere che l’immagine che più di tutte mi ha commossa è stata quella di vedere i due paramedici del Magen David Adom, il servizio di soccorso sanitario israeliano, pregare insieme. Uno ebreo, Avraham Mintz, in piedi e rivolto verso Gerusalemme, e l’altro musulmano, Zoher Abu Jama, in ginocchio con il volto in direzione della Mecca. Riporto le parole di quest’ultimo, degne di nota: “Questa è una malattia che non fa distinzione di religione o di altro genere. Le differenze le mette da parte. Lavoriamo insieme, viviamo insieme; questa è la nostra vita. Il virus non fa distinzioni di età, sesso, razza e religione, perché noi uomini invece siamo sempre propensi a farle e spesso in senso negativo?”

BUONGIORNO RAGAZZI, SIETE CONNESSI?

[Cover: particolare di un opera di Maurizio Camerani]

Per la prima volta da quando è venuta al mondo – era l’autunno del 2013 – Ferraraitalia presenta ai lettori (speriamo tanti) un articolo scritto (e firmato) a quattro mani, o per meglio dire “a due voci”. Se ci pensate, è un altro modo di dire che le cose “fatte insieme” sono più belle, portano più frutto, delle cose “fatte da soli”. Una piccola novità, ma già altre ne avete viste su questo giornale nelle ultime settimane. E molte altre, e di più grandi, le vedrete e leggerete nei prossimi mesi. Ferraraitalia, senza rinunciare alla sua ispirazione, si rinnova, tenta nuove strade, sentieri diversi. Raggiunge, così ci dicono i dati, molti nuovi lettori. a Ferrara e sparsi per l’Italia e per l’Europa.
In questo articolo, quasi un racconto, un verbale a voce alta di due monologhi interiori, una studentessa risponde a una prof. A noi è sembrato non solo un esperimento riuscito, ma un percorso inedito, quasi l’anticipo di un nuovo linguaggio, di una nuova scrittura.
(Effe Emme)

di Roberta Barbieri e Alice Miraglia

Roberta
E’ ora. Ho alcune cose da fare prima di cominciare la lezione con i ragazzi. Preparare i fogli degli appunti dove è meglio che mi segni tutto quello che accade durante la connessione: se qualcuno resta disconnesso a lungo, se ci sono interventi.
Aprire il sito della scuola ed entrare nel registro elettronico.
Devo fare in fretta, ah meno male. Ora risultano tutti come presenti fuori aula. Era una lagna cambiare ogni volta lo stato di tutti gli studenti.
Firmare la lezione.
No, meglio se prima controllo in agenda; devo avere scritto esattamente quali testi di Pascoli siamo arrivati a considerare la volta scorsa, con lettura e analisi intendo. Oggi bisogna andare avanti  a conoscere altri testi dell’autore, e anche lavorare in orizzontale. E’ ora che i ragazzi rielaborino il confronto tra testi e autori, penso a D’Annunzio e al padre di tutti i simbolisti, Baudelaire. Mi serve però che sia stata fatta “La mia sera” di Pascoli, altrimenti non viene bene il passaggio a  “La sera fiesolana” del Vate.
Troppo tempo rileggerla tutta, li faccio andare alla terza strofa dove c’è quella analogia straordinaria tra il profilo delle colline e le labbra di donna. L’analogia ha un valore paradigmatico: D’Annunzio vede le colline e le fa corrispondere ad altro, immaginosamente. Devo insistere sul tema del doppio, l’analogia prima che una figura retorica è un modo di vedere le cose. Può andare bene a questo punto rileggere “Corrispondenze” di Baudelaire.
Dunque servono i segnalibri per avere sott’occhio le tre poesie utili a questo punto.
In classe con la Lim è più facile tenere davanti i testi da confrontare. Qui a casa ognuno fa avanti e indietro sul manuale.
Pazienza, la cosa importante è che riusciamo a far dialogare i testi tra loro e con noi lettori.
In realtà la cosa che importa di più è tenerci legati facendo lezione, con tutte le formalità del caso, e sono tante.
Restare connessi ci tiene più vicini alla vita di prima, anche se non possiamo vederci, né occupare lo stesso spazio dell’aula. E’ indispensabile per noi adulti, figuriamoci per i ragazzi. Quanti mi hanno salutata con trasporto, alle prime connessioni. E a quanti, direi tutti, sta mancando la scuola. Vista alla distanza, scuola vuole dire un sacco di cose: abitudine, abito mentale, bussola da seguire e anche contro cui lottare. Comprendiamo meglio ora che non c’è quanto ne siamo determinati, ognuno per la fase della vita che sta attraversando.
Cominciamo.
“Buongiorno ragazzi! Siete connessi? Tutto bene?

Alice
Mi sveglio, ho lezione alle otto e vado in cucina.
I miei jeans mi aspettano nell’armadio da febbraio e la mia nuova tenuta scolastica è diventata il pigiama. Faccio colazione e accendo la telecamera, sveglia complessivamente da dieci minuti.
D’Annunzio? Ah, no oggi Pascoli, peccato mi piaceva più D’Annunzio ma anche Pascoli va bene. È una fortuna che mi piaccia così tanto letteratura, non oso immaginare a che punto sarei con il programma se non mi piacesse.
Apro il manuale.
Confronto tra la “La mia Sera” e “La Sera fiesolana”.
Ancora D’Annunzio bene. Mentre sfoglio le pagine guardo lo schermo del mio computer e penso a quanto sarebbe stato più efficace seguire la lezione grazie alla Lim.
“La scuola non vi ha abbandonato”, sento ripetere dalla ministra.
Ebbene, ecco le parole di una studentessa: la scuola non ci avrebbe voluto abbandonare, ma per cause di forza maggiore lo ha dovuto fare.
Non possiamo fare finta di niente. La didattica a distanza è una toppa per un sistema che si è trovato in difficoltà, presumibilmente l’unica opzione possibile, ma non possiamo continuare a definirla una soluzione finale.
Un cane abbaia, qualcuno mi chiama, suonano al campanello, mi arriva un messaggio.
Se non capisco non posso girarmi verso un compagno, con i professori non è possibile avere un rapporto come prima, non mi guardano negli occhi, non vedono quello che sto facendo.
Continuo a sentire frasi del tipo “eh, ma così avrete più tempo per studiare per l’esame”. A queste persone vorrei dire, a cuore aperto, sincero e senza secondi fini, che è più difficile di quello che sembra. La concentrazione manca, parlare ad uno schermo sembra irreale, i programmi sono stati ridotti. È quindi inutile che si continui a ripetere questa tiritera: che lo vogliamo o no, non abbiamo la stessa preparazione degli alunni degli anni scorsi e quindi non possiamo essere trattati come tali, fine discussione.
La scuola non ci ha abbandonato, ma io non ci entro dal 22 febbraio.
“Buongiorno prof, eccomi! Diciamo di sì”

Se si ammalano le relazioni umane

“La Venezia del 17° secolo è una città con grande esperienza di carestie e calamità, vanta inoltre uno dei governi più “moderni” ed illuminati d’Europa, all’avanguardia anche nelle norme igienico- sanitarie. La Repubblica nomina tempestivamente delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimentari pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. Viene imposto il coprifuoco, solo i militari e i medici sono autorizzati a circolare. Questi ultimi, insieme al personale sanitario indossano segni distintivi tra cui maschere… I pazienti chiaramente contagiati vengono portati nel lazzareto Vecchio, mentre chi è stato solo a contatto con gli appestati viene trattenuto 20 giorni a scopo cautelativo in una struttura appositamente allestita“.
[tratto da: www.baroque.it, La peste a Venezia nel ‘600, 2012]

Nella cronaca citata, fatte le debite proporzioni (la pericolosità del Coronavirus non è grazie a Dio neppure lontanamente paragonabile con quel flagello che fu allora la peste), possiamo riconoscere gran parte dello scenario di questi giorni venutosi a creare dopo l’applicazione dei diversi decreti del Governo per cercare di fronteggiare l’emergenza dell’epidemia da Covid-19. Si potrebbe quindi pensare di stare vivendo una condizione che in fondo conosciamo già, che cioè, come è stato scritto ripetutamente in queste settimane anche da fonti autorevoli,”le pestilenze e le epidemie ci sono sempre state e sempre ci saranno.”.
C’è invece un elemento di originalità che caratterizza la situazione odierna e che va oltre l’aspetto sanitario, oltre l’approccio politico e che interessa e investe in modo altrettanto virulento, in verità già da un po’ di tempo, l’aspetto relazionale tra le persone .
Procediamo con ordine, cominciando a delineare quali sono e che interessi hanno i soggetti coinvolti in tale scenario. A questo proposito risulta molto chiara l’analisi fatta dal filosofo e psicologo Umberto Galimberti nel corso di una video-intervista, registrata il 28 febbraio e diffusa su You Tube [La paura e l’angoscia. E i soggetti in campo]. I soggetti interagenti nella situazione che si è venuta a creare a causa della diffusione del coronavirus, dice Galimberti, sono sostanzialmente tre. La popolazione, la quale si regola sul mondo della vita, vita che è stata come ‘sospesa’ per decreto governativo per moltissimi cittadini. La politica, che ha messo in atto delle precauzioni per contrastare la diffusione del virus. Infine il terzo soggetto, la sanità, la quale non guarda al mondo della vita delle persone, ma guarda prima alla malattia.

Questi tre soggetti hanno tre interessi diversi. La sanità deve contrastare la malattia con tutti i presidi medici possibili. La politica deve tenere conto del mondo della vita delle persone e soprattutto delle conseguenze economiche determinate dalla sospensione delle attività lavorative. Infine le persone, che stanche della reclusione forzata, invocano il ritorno alla loro vita ordinaria. Tre interessi completamente diversi a cui bisogna trovare una mediazione.
Mediazione che operativamente può essere solo ispirata, non tanto alla ricerca del bene assoluto per tutti, a una soluzione ideale (impossibile accontentare contemporaneamente tutti e tre i soggetti sopra citati), ma che può essere guidata solo dalla ricerca del minor male. Questo è quello che realmente è possibile fare.
Chiarito questo primo punto, il passo successivo deve prendere in considerazione che nell’ affrontare il problema della gestione dell’epidemia, ci si scontra nell’uomo con due aspetti di natura emozionale quali la paura e l’angoscia, a cui è necessario offrire risposte rassicuranti, senza cedere un passo alla tentazione di sfruttarle a fini di potere, interessi particolaristici o per altri obiettivi meno nobili.

Bisogna però distinguere tra paura e angoscia.
La paura è un ottimo meccanismo di difesa che si presenta quando abbiamo a che fare con un fatto determinato, una situazione pericolosa, a cui, proprio perché stimolati dalla paura, si risponde in modo appropriato.
Nel caso del coronavirus non possiamo parlare di paura, perché non è un oggetto determinato, non sappiamo da dove viene, chi ce lo può attaccare. E quando abbiamo a che fare con la dimensione indeterminata allora la paura non funziona più e resta l’angoscia. L’angoscia subentra quando non si capisce da dove origina il pericolo, quando c’è un nemico che non si vede, ed è simile a quella che prova un bambino piccolo quando viene spenta la luce nella sua camera e non riesce ad affrontare il buio.
Chi gestisce il potere per fini di interesse personale e non per il Bene Comune, gioca in modo opportunistico con questi due aspetti, direzionando la paura della gente e sfruttando l’angoscia delle persone.

Ecco qualche esemplificazione.
Le immotivate iniziali critiche radicali ai provvedimenti del governo per contenere l’espansione dell’epidemia da parte di alcuni esponenti dell’opposizione finalizzate a provocare le dimissioni del governo, hanno ricalcato tale intenzionalità. Una operazione simile è stata poi fatta da molti Stati europei ed extra europei, i quali, per evitare l’angoscia della loro popolazione, hanno imputato il pericolo del coronavirus all’Italia. In tal modo, avendo determinato che il coronavirus viene da lì (il grafico diffuso dalla CNN ne è una rappresentazione emblematica),hanno sollevato dall’ANGOSCIA i loro cittadini, i quali ora hanno PAURA di prendere a casa loro gli italiani.
E’ la stessa strategia che è stata seguita nella ‘costruzione’ della paura verso i migrantes; e poi, all’inizio dell’epidemia da coronavirus, della paura (degli italiani) verso i cinesi,e ancora, sempre in termini di diffusione del virus, della posizione delle regioni del Sud Italia verso quelle del Nord.

Terzo punto, il problema dello stato di salute delle relazioni tra le persone.
A livello politico-economico gli uomini di buona volontà riescono sempre, se davvero lo vogliono, a concordare su strategie comuni vincenti; a livello sanitario, l’intervento nei paesi occidentali è sicuramente adeguato. Ma a livello relazionale? Come usciremo da questo virus dal punto di vista dei rapporti umani? Per dirla con le parole di Paolo Crepet, “nessuno sa cosa accadrà dopo, perché gli effetti del panico durano molto di più del virus” (Il Fatto Quotidiano, 4 marzo). E sempre Galimberti, questa volta in una intervista rilasciata ad un quotidiano locale, afferma: “Già siamo diffidenti nei confronti degli altri, anzi, molto spesso razzisti […] finiremo per accentuare questa situazione […] un altro colpo alle relazioni sociali,” (L’Adige,24 febbraio)
I provvedimenti di sospensione della vita sociale e degli incontri collettivi, la chiusura di cinema, teatri, chiese, scuole e di ogni altro spazio di possibile contaminazione sono state scelte politiche sacrosante e dettate da motivazioni scientifiche serie. Dobbiamo al grande senso di responsabilità di chi ha preso queste decisioni se il conto da pagare alla fine risulterà sopportabile.
D’altra parte, la situazione di isolamento dall’altro, che molti stanno in questi giorni sperimentando in modo forzato, è una condizione che potrebbe essere vissuta come l’ultima, estrema conseguenza di ciò che a livello sociale abbiamo già visto nascere e crescere insieme a noi: la possibilità, cioè, di ‘fare a meno dell’altro’, dell’autosufficienza, fino ad arrivare a considerare l’altro da noi come pericolo e minaccia per la nostra incolumità.

Sembrano passati secoli dalla comparsa del primo walkman della Sony, a metà degli anni Ottanta, con cui ci si poteva isolare all’interno di uno spazio musicale personale ed escludente. Sul finire degli anni Novanta sulla TV italiana si poteva vedere il velista Giovanni Soldini in mezzo al Pacifico, in uno spot della Tim, che, a metà del suo giro del mondo con la sua barca in solitario, riusciva a tenere i contatti con la famiglia attraverso il telefono satellitare.
Fino ad arrivare ad oggi, dove la comunicazione digitale, i social, gli audio, whatsapp e tutti gli artifici del mondo virtuale possono portare a una ricostruzione di un mondo reificato dal soggetto stesso, antidoto e fuga dalle fobie e dall’angoscia provocata dalla difficoltà dell’assunzione responsabile di un mondo complesso e ricco di incognite sul futuro. In tutto questo percorso la preoccupazione principale sembra essere quella di aver sempre il controllo su tutto, dalle modalità di comunicazione alla gestione del tempo. Una vita insomma, dove la relazione con l’altro possa essere gestita e non subita, e se è di ostacolo, addirittura cancellata.

La situazione emergenziale in cui tutti oggi siamo immersi, ci può invece aiutare a ricordare che paure ed angosce si possono contenere davvero, solo se non rinunciamo al concetto di limite, di confine, che, al contrario, l’era della globalizzazione tenta continuamente di spostare se non di negare.
Nella battaglia contro ogni sofferenza e contro ogni virus, è fondamentale coinvolgere in questa lotta titanica ogni competenza e ogni risorsa scientifica, dove la fiducia nella ricerca deve essere totale e sostenuta da tutti senza nessun cedimento ad interessi d’altro tipo.
Ma tutto ciò non deve farci dimenticare cosa siamo in realtà: esseri umani che riconoscono la loro umanità, in particolare all’interno di una duplice dimensione. Nel riconoscimento, in primo luogo, sempre del valore della vita, vita in cui si incontrano anche precarietà, malattia e morte. E in secondo luogo nel concepire una vita piena solo se è in relazione, anche se il percorso fatto dalla nostra società post moderna sembra aver preso un’altra direzione.
Ed ecco che, se la situazione odierna può essere percepita sottilmente a livello individuale nella sicurezza della propria casa come prova generale di autosufficienza, ottenuta dall’eliminazione di ogni contatto, e ripagata dalla soddisfazione del raggiungimento della salvezza personale, tutto ciò può essere trasformato in un reale fattore di crescita sociale, se letto e vissuto al contrario, cioè come necessaria indilazionabile riscoperta della nostra identità comunitaria.

Ed ecco cosa possiamo ancora imparare.
Imparare certamente dal lavoro, perché di lavoro si tratta, di infermieri e medici a stretto contatto quotidiano con le persone contagiate. Ma soprattutto dai loro racconti, dalla loro narrazione di sguardi, di corpi intubati a cui danno un’ultima possibilità di congedo dai propri famigliari attraverso il saluto ripreso con smartphone o Ipad, permettendo così di poter superare l’ ulteriore pena dell’isolamento a cui condanna questo virus, nel non poter neppure partire accompagnati dalla mano dei propri cari.
E imparare un fatto di una evidenza eclatante, ma sopito dall’ andamento routinario della vita quotidiana, e cioè che non possiamo fare, dire, bere, muoverci sempre come desideriamo, perché questo, oltre a mettere in pericolo noi stessi, può mettere in pericolo l’altro.
E infine, anche se una situazione emergenziale richiede di evitare assolutamente i contatti personali, questo non può significare consegnare l’altro alla solitudine, all’abbandono e all’indifferenza, ma utilizzando fantasia e creatività, possiamo esercitare altri tipi di vicinanza… e qui si che la tecnologia può venirci in aiuto.
Abbiamo, insomma, la possibilità di realizzare quel principio di responsabilità che come ha scritto in modo insuperato Hans Jonas nel suo Das Prinzip Verantwortung (1979) –  arriva a consegnare il più piccolo al più grande, e a portare chi ha di meno verso chi ha di più.
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