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Elogio dell’edicola

 

“La mia città che in ogni parte é viva,
ha il cantuccio a me fatto”.
Cosi ha scritto Umberto Saba in una poema su Trieste, la sua città. 

Anche Ferrara per me è diventata sempre di più ‘la mia città‘. Lì, anche se non ci vivo sempre, come Saba a Trieste, ho un “cantuccio a me fatto“.
Non è il Palazzo Schifanoia, e neanche la piazza Trento Trieste, il Giardino Massari o la piazza Municipale. Quando sono a Ferrara ogni mattina, più o meno presto, vado da casa mia verso piazza Travaglio dove c’è un cantuccio un po’ nascosto.

Niente di spettacolare o straordinario. Una edicola ben gestita, viva, con un’atmosfera piacevole e seducente, per comprare un giornale, una rivista, talvolta anche un libro.

Ma perché un’edicola ha un valore così particolare, non solo per me, ma anche per una cultura urbana in genere?  

Da più di vent’anni sono spesso a Ferrara e, in quest’ultimo periodo, sono già state chiuse parecchie edicole. In Via Romano, in via Carlo Mayr, in via Piangipane, in via Garibaldi, in via San Maurelio e in tanti altri posti della città.
Nessuno ha detto quasi niente di questa cosa.
È successo e basta.
Ma la chiusura di un’edicola è sempre anche una perdita per la vita di una città.  

Una volta le edicole erano non solo posti per comprare i giornali ma anche per incontrare altre persone. Magari solo i vicini di strada, per fare due chiacchiere, per scambiarsi informazioni, per fare qualche battuta sui politici, per commentare l’ultima partita di calcio.
Per la vita quotidiana di una città, quei luoghi, dove si poteva, attraverso i giornali e le riviste, conoscere le vicende mondiali e locali, erano una fonte continua di nuove notizie, private e pubbliche. 

Oggi basta un clic sullo smartphone e subito si possono leggere tutti i giornali del mondo, ci si può mettere subito in contatto con amici o follower in ogni angolo della Terra, non solo con quelli che vivono nel nostro quartiere. Ma è davvero un progresso di civiltà, della modernità, della comunicazione democratica in una città? 

Credo di non essere un uomo d’altri tempi, quando si scrivevano lettere con la penna stilografica o si inviavano con dei piccioni viaggiatori.  Giorno per giorno sono in contatto con tantissime associazioni e ong  in tutto il mondo. Attraverso internet mi informo su quanto accade a Kabul, Mogadiscio, Teheran, Washington, Comacchio…
Ma essere in un contatto diretto, vis-à-vis con un giornalaio. parlare con lui e con gli altri clienti dell’edicola, è tutta un’altra una cosa: più umana, più piacevole, completamente diversa di una comunicazione tecnica, lontana, astratta.

Dove si trova ancora un edicola c’e “il cantuccio a me fatto“.
Evviva le vecchie edicole!
Lunga vita all’edicola di Laura e Andrea in piazza Travaglio!

Le storie di Costanza /
Giada di Cominella

 

Io mi chiamo Giada e abito a Cominella, la più piccola delle due frazioni di Pontalba, sopra la pizzeria di Giacinto, in un vicolo silenzioso che diparte dall’unica strada che attraversa da nord a sud il paesino.

Arrivando da nord, a circa metà strada tra l’inizio e la fine del centro abitato, bisogna girare a destra, continuare per qualche caseggiato e poi si arriva a una palazzina rosa a tre piani.  Al pian terreno si trova la pizzeria, al secondo paino la casa di Giacinto e al terzo la mia. Un appartamento di quattro ampie stanze e un balcone grande quanto una quinta stanza con tanto di tetto. Dal mio balcone si vedono i campi della pianura padana e, d’estate, il sole rosso fuoco che tramonta.

Sono una psicologa e mi occupo di minori senza famiglia. Ho i capelli biondi e gli occhi azzurri. Sono un po’ sproporzionata, perché a forza di fare sport i miei muscoli sono particolarmente sviluppati, soprattutto quelli di braccia e spalle. Tengo sempre i capelli legati dietro la nuca con un grosso elastico blu. Porto quasi sempre pantaloni e felpa, scarpe da ginnastica. Qualche rara volta mi vesto come piace agli uomini. Vestiti corti e scarpe tacco dodici. Raramente però, molto raramente.

D’estate, quando posso, vado in giro in bicicletta. Di solito dalle 19.00 alle 20.00, prima di rincasare, fare la doccia e cenare velocemente. Mi piace molto mangiare, anche se non si direbbe, visto che ho quarantacinque anni e sto perfettamente nella taglia 42. Eppure io mangio sempre e non salto nemmeno un pasto. Mi piace così.

Oltre a mangiare, mi piace Guido, il professore di Storia che abita di fronte a Villa Cenaroli e che ha quattro nipoti, gemelli a due a due. Forse anche a lui piaccio io, visto che ci frequentiamo da vent’anni e riusciamo ancora a sopportarci.

A volte Guido dorme a casa mia e di mattina, prima che ognuno inizi il suo lavoro, facciamo colazione insieme. Io prendo il thè nero con due fette biscottate: una con burro e marmellata e una senza nulla, da sgranocchiare così com’è. Lui dice che non mangia niente e poi si beve un thè alla cannella e mangia qualche biscotto.

Di solito quando facciamo colazione lui è già vestito, mentre io ho ancora il pigiama. Abbiamo ritmi di lavoro e di vita molto diversi. Mentre lui, se ha del lavoro particolarmente impegnativo da fare, si alza all’alba (comincia a lavorare alle 6.00 di mattina), io faccio l’esatto contrario. Se ho tanto lavoro vado avanti fino a mezzanotte e poi dormo la mattina seguente fino alle 8.00.

Così ci troviamo a fare colazione alle 8.30 e la nostra giornata è in una fase di risveglio completamente diversa. Lui è già completamente immerso nelle sue ricerche storiche e io sto appena riemergendo dal sonno, non so ancora esattamente cosa sia vero e cosa mi sono semplicemente sognata.

Di solito ci ricordiamo entrambi cosa abbiamo fatto durante la notte, il nostro ricordo si colloca in qualche orario imprecisato, che per me è l’inizio della notte e per lui è già notte fonda. Di quello che facciamo durante la notte parliamo sempre poco e di solito in maniera lapidaria. La mattina siamo già di nuovo tutti e due schivi e non ci piacciono le allusioni piccanti che molte persone riprendono a fare quando c’è luce. Ciò che viene consumato basta a sé stesso, senza bisogno di rinforzi diurni che normalizzano troppo l’amore. In questo siamo uguali, ci piacciono i sogni e cerchiamo di non inquinarli.

Comunque la notte ci appartiene, è un rapporto che prevede un contatto fisico frequente, non siamo due intellettuali che si nutrono di spirito. Facciamo ‘gli intellettuali’ di giorno, quando serve per lavoro. Si fa per dire, visto che l’uso che di solito si fa di questo termine e gli attributi che vengono riconosciuti come esplicativi di questo modo di essere (leggere molto, essere molto colti, avere sempre qualcosa da spiegare agli altri, essere snob, vestire solo alcune marche, essere vegetariani, votare a sinistra) ci lasciano assolutamente indifferenti.

In alcune di queste caratteristiche ci potremmo anche riconoscere, ma sicuramente non in tutte e non in tutti i momenti. Certo è che siamo tutti e due laureati in materie umanistiche e questo ci permette di parlare all’infinto di ciò che abbiamo studiato, di ciò che abbiamo letto, di ciò che vorremmo fare e di quello che pensiamo della vita.

A volte portiamo a spasso Reblanco, il cane bianco di Guido. Passeggiamo sul sentiero dei castagni, quello che da Villa Cenaroli sale verso il cimitero di Pontalba. Un sentiero sterrato, che per un tratto costeggia il parco della Villa e per un tratto l’argine del Lungone. Poi risale verso Nord.  Un percorso ombreggiato, circondato da una folta vegetazione, garantita dalla vicinanza del fiume. Il Lungone scorre lì vicino e accompagna lento e regolare la vita della gente di questa zona.

Spesso sul sentiero incontriamo Costanza, la prima fidanzata di Guido. Quella bella donna, dagli occhi color delle foglie d’autunno, è sposata da molti anni e non sembra interessata a Guido, se non come un amico o forse qualcosa in più, come un fratello. Un legame forte che ormai si è cristallizzato e non credo cambierà.

Però, come diceva sempre mia nonna Argene: – Mai mettere la mano sul fuoco, quando si tratta di belle donne. Nessuno sa quel che può succedere. – Aldilà della nonna Argene, la possibilità di un cambiamento nei rapporti tra Costanza e Guido mi sembra davvero remota. Quello che Guido dice di Costanza è per me confortante. Dice sempre: – Costanza è una donna molto intelligente, molto bella, ma non la si può proprio sopportare a lungo.- Non so per quale motivo non la si possa sopportare a lungo, ma va bene così, benissimo.

Guido è un bell’uomo, ha un gran fisico, gli occhi neri e ama molto il suo lavoro, i suoi nipoti, il suo cane, la sua casa e l’eros. Appena vestito, con la camicia che profuma di pulito e l’ultimo bottone slacciato, mi piace da matti. Veder affiorare un pezzo del suo collo morbido e rosa mi affascina. Me ne starei là molto tempo semplicemente a guardarlo.

Anche questo è un pezzo del nostro rapporto, della nostra storia. Forse Guido direbbe che non è vero, che questo ‘incantamento’ per i colli delle camicie è una delle tante stranezze che appartengono solo al mondo femminile e che ai maschi non interessa. Può essere.
Guido è molto schietto. Dice sempre quello che pensa, senza mezzi termini e a chiunque.

Mi piace anche quando mi racconta del suo lavoro, di quello che sta facendo, delle sue riflessioni sugli eventi storici che sta approfondendo e sulle personalità di personaggi, ormai secolarmente morti, che studia con accanimento. Quest’ultimo argomento è uno dei nostri punti d’incontro, ci racchiude in un’invisibile bolla.

Grazie a questo nostro discorrere continuo, il tempo diventa molle e si adagia su sé stesso, come un soufflè. Ovviamente i nostri rispettivi lavori, io la psicologa e lui lo storico, ci garantiscono sufficienti conoscenze per alimentare la bolla, per sostenerla con riflessioni, parole e sguardi.

A volte ci mettiamo anche a discutere di argomenti apparentemente scontati: come poteva essere l’amante preferita di Giulio Cesare, come prendeva decisioni Nerone, cosa amava delle donne Kennedy. Tendiamo a interrogarci sui tratti della personalità di questi grandi personaggi che hanno condizionato, con alcune loro scelte, il futuro del mondo.

Questo strano argomentare ci assorbe come una spugna, ci permette di continuare a trovare nuovi stimoli per parlare, per continuare a ritenere questi confronti costruttivi. Facciamo anche delle vere discussioni, ogni tanto. Ieri mattina prima di uscire Guido si è girato a guardarmi:
– Quel pigiama verde ti sta bene – mi ha detto.
– Bah, a me sembra come tanti altri – gli ho risposto.
– E invece no, questo mi ispira -.
Non mi dilungo a riflettere su quali siano le cose a cui di solito Guido associa il verbo ‘ispirare’. Si sa.

E così tra pizze, baci e discorsi su eventi e personaggi storici, abbiamo passato vent’anni e ci piacciamo ancora.
– Sei una testa di cavolo, che capisce solo quel che vuole lei – mi dice a volte Guido, sapendo perfettamente che io non ho nulla a che fare coi cavoli.
– Anche tu sei una vera testa di cavolo, anzi sei una capra – gli rispondo e lui sa che con le capre non c’entra niente.

Questi risvegli e le conseguenti colazioni ci permettono di affrontare molte impegnative giornate. Sapere che alla sera ci ritroveremo tra capre e cavoli, rende migliore la nostra vita. Non sarebbe la mia vita senza Guido. Non sarebbe la vita di Guido senza di me.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

DIARIO D’ESAME

Oggi inizia quella che chiamiamo “la maturità” o, più correttamente, l’Esame di Stato che conclude il ciclo di studio delle scuole superiori.

Anche come docente sono sempre un po’ emozionato quando arriva questo momento.
Ricordo la mia di “maturità”.
Si finiva tardi allora, anche agli ultimi di luglio.
Caldo assurdo.
Mai studiato tanto in vita mia!
Per stare più tranquillo mi ero trasferito nella casa dei nonni.
Loro erano andati al mare, a Bellaria, e i miei mi avevano proposto di andare nel loro appartamento per preparare l’esame senza essere così disturbato da nessuno.
Ricordo come se fosse ieri la mia espressione di contrita rassegnazione, come se avessi dovuto adempiere ad un ordine superiore e necessario. Acconsentii facendo una smorfia di assenso con un viso ipocritamente triste
Appena fuori di casa diedi sfogo con canti e alte grida di gioia alla mia totale felicità per quell’occasione che mi si presentava nell’aver a disposizione una casa tutta per me, senza genitori intorno, dove potevo chiamare chi volevo io, ragazza compresa !
In verità non ebbi molto tempo da dedicare alle “relazioni sociali”.
Tra filosofia, greco, lettere e latino mi immersi ben presto in un mondo irreale popolato da personaggi che adesso vedevo con occhi diversi rispetto al racconto subito negli anni passati dai miei insegnanti.
In un qualche modo la poetica di Leopardi, il pensiero di Schopenhauer, le ragioni della crisi del ‘900…mi parlavano veramente!
In loro compagnia dalla mattina alla sera, non obbligato da nessuno, in una casa tutta a mia disposizione, piano piano cominciavo sempre più a sentire quei contenuti riferiti a me, mi interrogavano…stavano entrando nella mia storia.
Ricordo che di sera andavo a parlarne con Rita Montanari, una prof. straordinaria mia amica, e stavo là molto tempo a cercare di capire…di comprendere…
I miei amici venivano a suonare il campanello nel pomeriggio sul tardi.
Andavamo o dalla Gigina a farci un panino e una birra o a prendere un “cucciolone”(un gelato dell ‘Algida) ai giardini del Parco Massari…
Non era iniziata ancora l’era dell’aperitivo, (casomai c’erano altre esperienze attorno a noi segnate dalla droga ma questa è un’altra storia), ma anche li alla fine si arrivava a parlare dei temi degli autori da studiare.
Il sabato poi si correva tutti da chi aveva la casa al mare per un bagno liberatorio lungo fino alla domenica
Quel giorno alla fine arrivò.
Il pomeriggio precedente una drammatica telefonata mi raggiunse contribuendo a calare tutto quel periodo in una dimensione ancora più irreale.
Il nostro compagno di classe Nicola Bonetti era stato assassinato al lido di Spina da uno sconosciuto mentre si era appartato con la sua ragazza!
Ricordo che non riuscii a dire nulla all’amico chi mi aveva telefonato per darmi quella notizia tanto assurda.
Tornai in cucina a ripassare…con la mente che però lì non ci voleva più stare.
Era come se la realtà, che per più di un mese avevo lasciato fuori dalla porta, adesso, proprio nella notte prima degli esami, reclamasse drammaticamente il posto che le spettava.
Erano oramai le due.
Stanchissimo presi in mano il canto trentatreesimo del Paradiso per un ultimo ripasso.
Il mattino alle 8,30 entrai nell’aula 19 del liceo Ariosto per sostenere il colloquio finale dell’esame.
Dopo le formalità di rito il commissario di Italiano mi disse:
“Bene Paltrinieri possiamo iniziare . Cominciamo da Dante.
Prenda il Paradiso , il canto trentatre e commenti l ‘ultimo verso : l’amore che muove il sole e le altre stelle….”.

Ferrara 16 giugno 2021

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le poesie di Roberto Paltrinieri clicca [Qui]

TASSARE L’ECONOMIA DEL DISTANZIAMENTO:
un appello per un mondo d’incontri

Testo della mozione appello

La crisi economica, conseguente alla pandemia, sta favorendo lo sviluppo di aziende come Google, Amazon e Netflix, che si avvantaggiano del distanziamento sociale e ne traggono enormi profitti, su cui per legge non pagano le tasse, mentre i negozi, le aziende e i luoghi d’incontro chiudono per doverle pagare.
Tutte le situazioni reali che sceglievamo liberamente di frequentare e che avevano una grande importanza per la nostra vita sociale sono necessariamente state ridotte: incontrare gli amici, un negoziante o un conoscente durante un acquisto, uno sconosciuto al cinema o in piazza.
Così le grandi imprese economiche di intrattenimento, commercio e comunicazione a distanza (on-line), che già prima erano in enorme crescita e godevano di scandalose agevolazioni fiscali, stanno facendo i loro migliori affari di sempre grazie alla crisi che soffoca noi ed i nostri territori.

Rischia così di “fallire” un’idea di società e di territorio fatta di individualità, relazioni sociali, solidarietà, proprietà e responsabilità diffuse e locali: chiude il negozio, scompare il contatto umano, viene meno la competenza distribuita, svaniscono la gestione e le diversità, aumenta la disoccupazione.
Stiamo inoltre assistendo ad un impoverimento sempre più tangibile e ad un aumento delle distanze tra “chi non ce la fa”, “chi sopravvive nonostante tutto” e “chi trae grande vantaggio da questa situazione”.
E’ necessario intraprendere una seria politica di equità fiscale abbassando la tassazione delle aziende locali (in particolar modo quelle piccole e medie), recuperando gettito fiscale dall’industria dell’intrattenimento, della comunicazione e del commercio a distanza.

Netflix, Google, Amazon, Facebook, saranno pure comodi, ma si combinano perfettamente con l’esistenza di una società distanziata, dalla quale traggono enorme giovamento economico e nella quale non vogliamo vivere.
Queste aziende e le regole che oggi, iniquamente, gli permettono di non pagare quasi nulla, minacciano l’esistenza della nostra società dell’incontro a favore di quella dell’isolamento e del distanziamento.

Scegliamo una società di incontri reali, più solidale, gestita dalle persone che ne fanno parte. Chiediamo al Governo Italiano e al Parlamento Europeo di abbassare la tassazione delle aziende locali e di alzare, almeno al loro livello, quella sui colossi del web e sull’industria della comunicazione, intrattenimento e commercio a distanza.

Firma e condividi la petizione: LE COSE DEVONO CAMBIARE.
Ferraraitalia aderisce e diffonde il presente appello. Per firmare 
clicca [Qui] 

In copertina: vignetta di Riccardo Francaviglia

DI MERCOLEDI’
Ancora maschere (e mascherine)

Ci ho proprio azzeccato. Come lettrice, intendo. Sono arrivata a pagina 290 del romanzo di Sandro Veronesi Il colibrì ed è rispuntato fuori il personaggio carsico di Duccio Chilleri: vestito di un abito nero piuttosto malandato, col volto pieno di grinze e i denti gialli, con la schiena curva e l’aspetto complessivo di un vecchio. Nel numero scorso dicevo di questo personaggio che mi ricorda Rosario Chiarchiaro, il protagonista de La patente, novella e atto unico di Pirandello. Entrambi portatori di iella. Questo Duccio rispunta fuori, dicevo, e ammette di essere  diventato uno iettatore di mestiere, proprio come Rosario. Di averlo fatto per poter sopravvivere al disdoro generale e poter guadagnare, portando iella a pagamento. Come Rosario.

Poi nelle pagine  finali del romanzo ho trovato l’elenco delle citazioni e dei rimandi ad altri testi; di solito si chiamano Ringraziamenti ma Veronesi, che li svela con piacere (il piacere di mostrarsi in qualità di lettore), li definisce Debiti. E’ stato come consultare le soluzioni che sulla Settimana enigmistica sono stampate in fondo al giornaletto e bisogna rovesciare le ultime pagine per leggerle. Mi sono sentita confortata per averci visto giusto a mettere in coppia Duccio e Rosario. Sì, ma quanti altri rimandi non ho colto. Capisco ogni volta di più che il ruolo del lettore dà molto da fare, soprattutto quando l’autore, come in questo caso, spazia tra i libri di un universo letterario di grande spessore. Viene fuori alla fine che ha consapevolmente intrecciato alle sue alcune figure e situazioni di altre galassie narrative. Come piacerebbe a Calvino, ha incrociato i destini di personaggi provenienti da libri diversi. Non a caso il suo protagonista, ‘il colibrì’ Marco Carrera, è un abile giocatore di carte!
Quello che mi preme qui richiamare è il peso della ‘maschera’ che portano addosso i due iettatori, una ‘maschera-destino’, che essi incamerano per sopravvivere.

Mercoledì scorso al mercato del mio paese ho visto moltissimi di noi indossarne una, una ‘mascherina’ devo dire; io stessa esibivo quella chirurgica che dal lato esterno è azzurra. Inoltre sui banchi di molti venditori erano in bella mostra altri modelli di mascherine anti Covid leggere e colorate. Ho cominciato a percepire quanto rendessero diverso il paesaggio della piazza. Mascherine ovunque, in movimento sui volti delle persone, oppure ferme in esposizione, in attesa di essere acquistate. In un banco accanto al settore per adulti ho notato tutto un repertorio di mascherine per bambini, una buona prova di astuzia commerciale e fantasia. C’erano infiniti colori e disegni sui piccoli rettangoli di stoffa, ‘lavabile’ diceva una cartello; c’erano i personaggi dei cartoni animati che i bambini seguono sui cellulari, sui tablet o alla tv.

La mascherina come parte del nostro look. Mi viene in mente la foto che agli inizi dell’estate circolava sui social e mostrava ‘il trikini’: un coordinato per la spiaggia formato dal classico due  pezzi più un terzo pezzo, la mascherina. Dobbiamo riconoscere che, associata così all’idea di bellezza e di glamour, essa porta con sé un significato più leggero, allude a qualcosa che ci viene dato in termini di immagine e non a ciò che il Covid ci ha fin qui tolto: sicurezza, libertà e altri paroloni.
L’immagine che diamo di noi stessi, però, va incontro ai suoi rischi.
Diciamo che incontrando la gente del paese mercoledì ho visto tre diverse reazioni.

C’è chi ti riconosce al primo sguardo e ti apostrofa con sicurezza, come se la mascherina non costituisse un paravento, ma un biglietto da visita. Come fosse un fattore che aumenta la leggibilità della tua persona. Come farà? Saprà riconoscere i gesti o i vestiti, la corporatura, i capelli. Io credo che il portamento sia ciò che ci svela.

Il secondo modo di incontrarsi è invece indeciso. Ci si guarda e si accenna a proseguire, poi quando la distanza interpersonale (che veniva chiamata “sociale” durante il lokdown) diventa quella giusta, le battute da una parte e dall’altra sono più o meno queste: “Ah, scusa, sei tu. Mi pareva, ma poi non ero sicura”. “Anch’io ti guardavo, ma con queste mascherine non si conosce più nessuno”.

Il terzo è presto detto: vedi la persona che ti conosce evitare il tuo sguardo e, complice una leggera distanza da te, accelerare il passo. Non ti ha proprio vista. Oppure sa che per colpa della mascherina sei meno in evidenza nel suo raggio visivo e questo costituisce una scusante, è un piccolo alibi che le permette di tirare diritto.

Letteratura vieni avanti. Porta i tuoi personaggi di carta, i Chiàrchiaro e i Chilleri, con le maschere che sono state stampate sul loro volto. Ci è utile osservarli e chiederci se un analogo destino riguarda anche noi. Ma certo, mi sento di rispondere. Chiàrchiaro è uscito dalla penna del suo autore nel 1911, Chilleri dopo oltre un secolo nel 2019 e ci ha trovati ancora affezionati ai pregiudizi, alle opinioni comode, che è faticoso mettere in discussione.

Nel numero 12 del 26 settembre il quotidiano Domani  apre la prima pagina con l’articolo La legge del più forte: omofobia in presa diretta, firmato da Jonathan Bazzi, uno degli autori finalisti all’ultimo Premio Strega col romanzo Febbre. Dopo aver riportato l’ennesimo episodio di omofobia ai danni del suo compagno, Bazzi afferma di avere provato anche sulla propria pelle che “la cultura omotransfobica è rigogliosa e trasversale, gode di ottima salute”,  per cui “i corpi dei non allineati sono esposti ai sinistri di un sistema che si ritrova ovunque”, anche nelle strade di Milano nel 2020, dove il suo compagno è stato pesantemente insultato da un gruppo di adulti. L’auspicio, con cui chiude l’articolo, è che in Italia si arrivi presto a una legge contro misoginia e omotransfobia che ponga le basi per “una ristrutturazione culturale ed emotiva del paese”.

Se ora torniamo alle mascherine al mercato del mio paese, senza dimenticare gli effetti drammatici di cui parla Bazzi, è per cercare di stare al gioco e chiederci dove ci conduce l’indossarle quando siamo nel mondo. Caso numero uno: dicevo che siamo subito riconosciuti e apostrofati. La mascherina sembra non influire nel “gioco delle parti”; rimaniamo quelli di prima (con la maschera legata all’idea che gli altri si sono fatti di noi, alla ‘forma’ che ci assegnano, naturalmente!) e l’esserci coperti il volto col nero oppure con altri colori resta un fatto di look.

Caso numero due: c’è indecisione nel reciproco riconoscimento. In questo caso la combinazione di maschere e mascherine si complica, perché sotto la mascherina che ognuno di noi vede nell’altro ci possono essere due individui diversi, con la forma che è stata loro assegnata da prima. Viene almeno raddoppiato l’ ‘effetto spiedo’ (io lo chiamo così) con cui infilzo l’individuo che a prima vista non riconosco, dotato di una forma che ancora non gli ho assegnato se non in un primo veloce abbozzo, e l’individuo che dopo un attimo metto a fuoco, la cui forma viene subito fuori e si aggiunge alla sua immagine di ora.

Ultimo caso: siamo riconosciuti ma bypassati. Il gioco delle parti trionfa: se ti va puoi contare tutte le possibili combinazioni. L’altro non ti ha riconosciuto e ha tirato diritto, segno che la tua forma ti ha nascosto (merito della mascherina?), azzerandoti per lui. E tu che idea ti fai di lui sulla base di questo comportamento? L’altro ti ha riconosciuto e tuttavia ha tirato diritto, segno che in questo momento non vuole saperne di te, oppure per problemi suoi non riesce a fermarsi per un saluto. Se non vuole saperne di te, domandati in che cosa la tua forma lo ha respinto. Se invece ha problemi suoi, devi riconsiderare la forma che tu gli hai assegnato, e arricchirla o confermarla alla luce del comportamento di oggi.

Possiamo fermarci qui. Il gioco si è fatto cerebrale, come Pirandello insegna. Tuttavia è un gioco e non può che stuzzicare i nostri pensieri, affascinarli con la possibilità così ampia delle combinazioni.
Un ultimo pensiero mi attraversa: se mercoledì prossimo indossassi ‘una mascherina non allineata’, per esempio con colori sgargianti e piume svolazzanti ai lati, quale terremoto si produrrebbe nello scacchiere delle mie relazioni con le altre persone presenti al mercato?
Rispondere cercando la/e soluzione/i nelle righe precedenti o aggiungerne di proprie.

COSA C’E’ DOPO IL BUIO?
Le due strade davanti a noi

Naturalmente non lo so. Non lo so io e non lo sa nessuno. Dentro il tunnel nero della pandemia, in queste settimane e mesi di sacrificio, schiere di analisti e sociologi, economisti ed epidemiologi, filosofi e futurologi si sono esercitati a immaginare scenari futuri. Utopie e distopie assortite. Ma tutte queste (e le tante altre che si aggiungeranno) rimarranno solo ipotesi. Perché i fatti certi sono solo due.

Uno. Che ci troviamo di fronte a una tragedia di enormi proporzioni, globale, planetaria: non paragonabile e niente di già accaduto nella nostra storia, forse nemmeno alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Che coinvolge tutti, nessuno escluso. Il povero e il ricco. Il vecchio e il bambino. Il Nord e il Sud del mondo. Anche se – come sempre accade – a pagare sono e saranno prima di tutto i più deboli, i più poveri, i meno protetti.

Due. Che da questo presente, da questo ‘tempo sospeso’, usciremo (quando usciremo) molto diversi – in meglio o in peggio – da come ci siamo entrati. Sarà diverso il mondo attorno a noi – la società, la politica, l’economia – e saremo diversi noi: le relazioni umane e il nostro rapporto con la natura, con il lavoro, con il tempo libero, con il consumo.
Tornerà tutto come prima? Come dopo una qualsiasi guerra o terremoto? Pensarlo è pura illusione.

Infatti già ora stiamo cambiando. Abbiamo ceduto un bel pezzo di libertà e di diritti. Li avevamo nello zaino da più di duecento anni – dalla Rivoluzione Francese – e facevano un figurone nella nostra bella Costituzione, ma ci eravamo tanto abituati (non al diritto al lavoro, quello è rimasto sulla carta) che ci eravamo dimenticati di averli i diritti. Ce ne siamo accorti solo quando, per salvarci la pelle, ci hanno sospeso libertà e diritti e ci hanno chiuso in casa.
In casa, guardavamo tutti i giorni in Tivù il conto di morti, guariti e contagiati, dal pulpito del capo della Protezione Civile, i consigli e le ingiunzioni di qualche alto papavero dell’OMS, le conferenze stampa a reti unificate del Presidente del Consiglio. E scaricavamo da internet l’ennesimo modulo di autocertificazione. Ci arrangiavamo con lo smart working e con l’apprendimento a distanza.

Intanto sta arrivando la tanto discussa App Immuni – con questo o con altro nome – con cui saremo ‘temporaneamente sorvegliati’: osservati, ascoltati, registrati a distanza H 24. Non sarà obbligatoria (bontà loro), ma volontaria. Potremo cioè decidere se aderire o no a questo The Truman Show collettivo e ci assicurano che “tutti i nostri dati verranno cancellati entro il 31 dicembre”.
Comunque la si valuti, Immuni appare una iniziativa inquietante. Anche perché su di noi, sulla nostra libertà di scelta, verrà esercitata una pressione psicologica e mediatica formidabile. A cui sarà difficile sottrarsi. Saremo spinti ad aderire in nome della battaglia contro il terribile morbo, della difesa della nostra salute e di quella del nostro prossimo, della sacrosanta obbedienza alle prescrizioni di medici, tecnici e scienziati.
Sullo sfondo, senza dircelo apertamente, ci verrà proposto un drammatico scambio. Sicurezza al posto di libertà, Salute in cambio della rinuncia ai nostri diritti.

Una corrente di pensiero – chiamatela pure ‘estremista’ – da almeno vent’anni sostiene che già oggi – con l’avvento al potere dei colossi come Google e Amazon, cioè molto prima di Covid-19 –  siamo ‘sotto regime’. Che non siamo più cittadini, ma siamo stati (silenziosamente, subdolamente) trasformati in sudditi/consumatori. A dettare le regole, a indurre i nostri comportamenti, a governare il mondo è un nuovo potere, ‘il capitalismo della sorveglianza‘. Ne consegue che partiti, parlamenti, governi sarebbero ormai solo un paravento, un simulacro (vengono in mente Philip K. Dick e William Gibson e i romanzi della miglior science fiction), mentre dietro di loro sarebbe già all’opera una nuova classe dirigente fatta di tecnici e scienziati.
Non sono in fondo già loro, gli alti gradi dell’apparato tecnico scientifico (tutti maschi, ovviamente) a parlare a reti unificate tutti i pomeriggi alle ore 18.00?  Sono loro a informare, istruire e dare ordini al popolo in ascolto.
Non credo che questo ‘Stato di Emergenza’ incarni già ora una inedita dittatura tecnico-mediatica. Non siamo – non siamo ancora – al Grande Fratello profetizzato da George Orwell, ma il pericolo esiste. Potremo uscire dalla Grande Crisi molto meno liberi di quanto ne siamo entrati. Sarà sufficiente che, spinta dalla paura, la maggioranza sia indotta a scambiare Libertà e Democrazia per la Sicurezza e la Tranquillità. Da cittadini, imperfetti quanto si vuole, diventeremo allora servi obbedienti.

Eppure, dentro la Grande Crisi – e abituiamoci: non durerà settimane, ma mesi, forse anni – accadono anche cose nuove e buone, anticipazioni di un futuro diverso e migliore: o per meglio dire, di più futuri possibili: “futuri alternati” o “futuri paralleli” li chiama Philip K. Dick nelle sue visioni in forma di romanzo.
Non mi riferisco ai ‘medici eroi’, anzi, con tutto il rispetto e l’ammirazione che dobbiamo a coloro che hanno affrontato l’emergenza sanitaria ‘a mani nude’ e hanno perso la vita, trovo stucchevole, autoassolutorio, in una parola: insopportabile questo refrain mediatico, questo ritornello dei ringraziamenti agli eroi. Così come è insopportabile la nuvola di buonismo che sembra avvolgere tutti e tutto.
Invece sono successe cose importanti: dentro ognuno di noi. Nel nostro cervello: nella nostra coscienza, se la parola non vi sembra eccessiva. Abbiamo imparato delle cose, e le abbiamo imparate in fretta, grazie ad un ‘corso accelerato’ imposto dal distanziamento sociale, la clausura, i negozi chiusi. Una inconsapevole lezione di sobrietà. La scoperta che si può vivere con molto meno di quello di cui ci pareva di avere assolutamente bisogno e che eravamo abituati ad avere, a comprare, a consumare, a gettare nella spazzatura. O che si poteva e si doveva dare più spazio, valore, importanza alle relazioni umane e sociali: al vicinato, all’incontro, all’autoaiuto, alla solidarietà. E che farlo non era solo ‘buono e giusto’, ma che ci dava piacere, ci gratificava, ci rendeva un po’ felici.

Se non dimenticheremo questa lezione (mi viene in mente mia nonna quando irrideva quelli che, quando gli insegnavi una cosa, quella cosa “gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro”), se, appena riaperto ‘il mondo supermercato’, non faremo ressa per procurarci una (proprio e solo quella) tra le diecimila merendine rosse-gialle-verdi che ci offrirà il Pensiero Unico, se insomma ci verrà voglia di un mondo diverso e saremo capaci di tradurre questa voglia in fantasia, in dialogo, in azione, se saremo disposti – prima di tutto i giovani e giovanissimi – all’impegno personale e alla mobilitazione sociale.
Ho messo in fila una sfilza di se, che, come è noto, fanno lavorare il cervello ma non fanno la storia. Se però qualcuno di questi se diventerà realtà, allora l’esito della Grande Crisi potrebbe riservarci una bella sorpresa. Invece di incamminarci verso un Grande Fratello (modello cinese o sudamericano, poco importa) potremo imboccare una strada diversa e un futuro migliore per le nuove generazioni.

Due mesi fa, su questo stesso giornale, scrivevo cronaca e impressioni della prima terribile settimana di clausura. Chi volesse leggerle prima di finire questo scritto di oggi le trova [Qui]

Abbiamo appena ‘festeggiato’ il Primo Maggio, una festa dei lavoratori surreale (ma quasi tutto quello che da qualche mese succede attorno a noi merita questo aggettivo): le piazze sono vuote, i ragazzi senza scuola, i lavoratori a spasso. A spasso, cioè senza lavoro: in realtà chiusi in casa. A tutti hanno dato un po’ di cassa integrazione, oppure un pugnetto di soldi, ma per molti la possibilità di tornare al proprio posto di lavoro appare solo una vaga ipotesi. Le cifre sono impressionanti. Nel giro di qualche settimana: 30 milioni di disoccupati in America (che a gennaio vantava la piena occupazione), 10 milioni di posti persi in Germania. Non fatemi scrivere il numero dell’Italia.

Oggi è lunedì, il ‘fatidico 4 maggio’ (forse passerà alla storia come il 5 maggio, quando se ne andò Napoleone), oggi e finita la quarantena collettiva . Finalmente si può mettere il naso fuori di casa, si incomincia a uscire, si possono fare due passi, incontrare qualche ‘congiunto’ (linguaggio del Presidente del Consiglio, il giurista di piccolissima taglia che ci è capitato in sorte). Sempre e comunque armati di mascherina e di moltissima cautela.
Poi, ma solo forse, a tappe successive, riavremo indietro qualche altro pezzo di libertà. Poi l’estate, e anche quella sarà un’estate diversa da tutte le estati che l’hanno preceduta.
Alla fine – non so quando e non lo sa nessuno – potremo “riveder le stelle”. Guardo in alto, il cielo, comincia a fare buio, come sarà il Firmamento? Neppure questo riesco a immaginarlo, quello che so è che “nuovi cieli e la Terra nuova” dipenderanno da ognuno di noi.

BUONGIORNO RAGAZZI, SIETE CONNESSI?

[Cover: particolare di un opera di Maurizio Camerani]

Per la prima volta da quando è venuta al mondo – era l’autunno del 2013 – Ferraraitalia presenta ai lettori (speriamo tanti) un articolo scritto (e firmato) a quattro mani, o per meglio dire “a due voci”. Se ci pensate, è un altro modo di dire che le cose “fatte insieme” sono più belle, portano più frutto, delle cose “fatte da soli”. Una piccola novità, ma già altre ne avete viste su questo giornale nelle ultime settimane. E molte altre, e di più grandi, le vedrete e leggerete nei prossimi mesi. Ferraraitalia, senza rinunciare alla sua ispirazione, si rinnova, tenta nuove strade, sentieri diversi. Raggiunge, così ci dicono i dati, molti nuovi lettori. a Ferrara e sparsi per l’Italia e per l’Europa.
In questo articolo, quasi un racconto, un verbale a voce alta di due monologhi interiori, una studentessa risponde a una prof. A noi è sembrato non solo un esperimento riuscito, ma un percorso inedito, quasi l’anticipo di un nuovo linguaggio, di una nuova scrittura.
(Effe Emme)

di Roberta Barbieri e Alice Miraglia

Roberta
E’ ora. Ho alcune cose da fare prima di cominciare la lezione con i ragazzi. Preparare i fogli degli appunti dove è meglio che mi segni tutto quello che accade durante la connessione: se qualcuno resta disconnesso a lungo, se ci sono interventi.
Aprire il sito della scuola ed entrare nel registro elettronico.
Devo fare in fretta, ah meno male. Ora risultano tutti come presenti fuori aula. Era una lagna cambiare ogni volta lo stato di tutti gli studenti.
Firmare la lezione.
No, meglio se prima controllo in agenda; devo avere scritto esattamente quali testi di Pascoli siamo arrivati a considerare la volta scorsa, con lettura e analisi intendo. Oggi bisogna andare avanti  a conoscere altri testi dell’autore, e anche lavorare in orizzontale. E’ ora che i ragazzi rielaborino il confronto tra testi e autori, penso a D’Annunzio e al padre di tutti i simbolisti, Baudelaire. Mi serve però che sia stata fatta “La mia sera” di Pascoli, altrimenti non viene bene il passaggio a  “La sera fiesolana” del Vate.
Troppo tempo rileggerla tutta, li faccio andare alla terza strofa dove c’è quella analogia straordinaria tra il profilo delle colline e le labbra di donna. L’analogia ha un valore paradigmatico: D’Annunzio vede le colline e le fa corrispondere ad altro, immaginosamente. Devo insistere sul tema del doppio, l’analogia prima che una figura retorica è un modo di vedere le cose. Può andare bene a questo punto rileggere “Corrispondenze” di Baudelaire.
Dunque servono i segnalibri per avere sott’occhio le tre poesie utili a questo punto.
In classe con la Lim è più facile tenere davanti i testi da confrontare. Qui a casa ognuno fa avanti e indietro sul manuale.
Pazienza, la cosa importante è che riusciamo a far dialogare i testi tra loro e con noi lettori.
In realtà la cosa che importa di più è tenerci legati facendo lezione, con tutte le formalità del caso, e sono tante.
Restare connessi ci tiene più vicini alla vita di prima, anche se non possiamo vederci, né occupare lo stesso spazio dell’aula. E’ indispensabile per noi adulti, figuriamoci per i ragazzi. Quanti mi hanno salutata con trasporto, alle prime connessioni. E a quanti, direi tutti, sta mancando la scuola. Vista alla distanza, scuola vuole dire un sacco di cose: abitudine, abito mentale, bussola da seguire e anche contro cui lottare. Comprendiamo meglio ora che non c’è quanto ne siamo determinati, ognuno per la fase della vita che sta attraversando.
Cominciamo.
“Buongiorno ragazzi! Siete connessi? Tutto bene?

Alice
Mi sveglio, ho lezione alle otto e vado in cucina.
I miei jeans mi aspettano nell’armadio da febbraio e la mia nuova tenuta scolastica è diventata il pigiama. Faccio colazione e accendo la telecamera, sveglia complessivamente da dieci minuti.
D’Annunzio? Ah, no oggi Pascoli, peccato mi piaceva più D’Annunzio ma anche Pascoli va bene. È una fortuna che mi piaccia così tanto letteratura, non oso immaginare a che punto sarei con il programma se non mi piacesse.
Apro il manuale.
Confronto tra la “La mia Sera” e “La Sera fiesolana”.
Ancora D’Annunzio bene. Mentre sfoglio le pagine guardo lo schermo del mio computer e penso a quanto sarebbe stato più efficace seguire la lezione grazie alla Lim.
“La scuola non vi ha abbandonato”, sento ripetere dalla ministra.
Ebbene, ecco le parole di una studentessa: la scuola non ci avrebbe voluto abbandonare, ma per cause di forza maggiore lo ha dovuto fare.
Non possiamo fare finta di niente. La didattica a distanza è una toppa per un sistema che si è trovato in difficoltà, presumibilmente l’unica opzione possibile, ma non possiamo continuare a definirla una soluzione finale.
Un cane abbaia, qualcuno mi chiama, suonano al campanello, mi arriva un messaggio.
Se non capisco non posso girarmi verso un compagno, con i professori non è possibile avere un rapporto come prima, non mi guardano negli occhi, non vedono quello che sto facendo.
Continuo a sentire frasi del tipo “eh, ma così avrete più tempo per studiare per l’esame”. A queste persone vorrei dire, a cuore aperto, sincero e senza secondi fini, che è più difficile di quello che sembra. La concentrazione manca, parlare ad uno schermo sembra irreale, i programmi sono stati ridotti. È quindi inutile che si continui a ripetere questa tiritera: che lo vogliamo o no, non abbiamo la stessa preparazione degli alunni degli anni scorsi e quindi non possiamo essere trattati come tali, fine discussione.
La scuola non ci ha abbandonato, ma io non ci entro dal 22 febbraio.
“Buongiorno prof, eccomi! Diciamo di sì”

Se si ammalano le relazioni umane

“La Venezia del 17° secolo è una città con grande esperienza di carestie e calamità, vanta inoltre uno dei governi più “moderni” ed illuminati d’Europa, all’avanguardia anche nelle norme igienico- sanitarie. La Repubblica nomina tempestivamente delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimentari pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. Viene imposto il coprifuoco, solo i militari e i medici sono autorizzati a circolare. Questi ultimi, insieme al personale sanitario indossano segni distintivi tra cui maschere… I pazienti chiaramente contagiati vengono portati nel lazzareto Vecchio, mentre chi è stato solo a contatto con gli appestati viene trattenuto 20 giorni a scopo cautelativo in una struttura appositamente allestita“.
[tratto da: www.baroque.it, La peste a Venezia nel ‘600, 2012]

Nella cronaca citata, fatte le debite proporzioni (la pericolosità del Coronavirus non è grazie a Dio neppure lontanamente paragonabile con quel flagello che fu allora la peste), possiamo riconoscere gran parte dello scenario di questi giorni venutosi a creare dopo l’applicazione dei diversi decreti del Governo per cercare di fronteggiare l’emergenza dell’epidemia da Covid-19. Si potrebbe quindi pensare di stare vivendo una condizione che in fondo conosciamo già, che cioè, come è stato scritto ripetutamente in queste settimane anche da fonti autorevoli,”le pestilenze e le epidemie ci sono sempre state e sempre ci saranno.”.
C’è invece un elemento di originalità che caratterizza la situazione odierna e che va oltre l’aspetto sanitario, oltre l’approccio politico e che interessa e investe in modo altrettanto virulento, in verità già da un po’ di tempo, l’aspetto relazionale tra le persone .
Procediamo con ordine, cominciando a delineare quali sono e che interessi hanno i soggetti coinvolti in tale scenario. A questo proposito risulta molto chiara l’analisi fatta dal filosofo e psicologo Umberto Galimberti nel corso di una video-intervista, registrata il 28 febbraio e diffusa su You Tube [La paura e l’angoscia. E i soggetti in campo]. I soggetti interagenti nella situazione che si è venuta a creare a causa della diffusione del coronavirus, dice Galimberti, sono sostanzialmente tre. La popolazione, la quale si regola sul mondo della vita, vita che è stata come ‘sospesa’ per decreto governativo per moltissimi cittadini. La politica, che ha messo in atto delle precauzioni per contrastare la diffusione del virus. Infine il terzo soggetto, la sanità, la quale non guarda al mondo della vita delle persone, ma guarda prima alla malattia.

Questi tre soggetti hanno tre interessi diversi. La sanità deve contrastare la malattia con tutti i presidi medici possibili. La politica deve tenere conto del mondo della vita delle persone e soprattutto delle conseguenze economiche determinate dalla sospensione delle attività lavorative. Infine le persone, che stanche della reclusione forzata, invocano il ritorno alla loro vita ordinaria. Tre interessi completamente diversi a cui bisogna trovare una mediazione.
Mediazione che operativamente può essere solo ispirata, non tanto alla ricerca del bene assoluto per tutti, a una soluzione ideale (impossibile accontentare contemporaneamente tutti e tre i soggetti sopra citati), ma che può essere guidata solo dalla ricerca del minor male. Questo è quello che realmente è possibile fare.
Chiarito questo primo punto, il passo successivo deve prendere in considerazione che nell’ affrontare il problema della gestione dell’epidemia, ci si scontra nell’uomo con due aspetti di natura emozionale quali la paura e l’angoscia, a cui è necessario offrire risposte rassicuranti, senza cedere un passo alla tentazione di sfruttarle a fini di potere, interessi particolaristici o per altri obiettivi meno nobili.

Bisogna però distinguere tra paura e angoscia.
La paura è un ottimo meccanismo di difesa che si presenta quando abbiamo a che fare con un fatto determinato, una situazione pericolosa, a cui, proprio perché stimolati dalla paura, si risponde in modo appropriato.
Nel caso del coronavirus non possiamo parlare di paura, perché non è un oggetto determinato, non sappiamo da dove viene, chi ce lo può attaccare. E quando abbiamo a che fare con la dimensione indeterminata allora la paura non funziona più e resta l’angoscia. L’angoscia subentra quando non si capisce da dove origina il pericolo, quando c’è un nemico che non si vede, ed è simile a quella che prova un bambino piccolo quando viene spenta la luce nella sua camera e non riesce ad affrontare il buio.
Chi gestisce il potere per fini di interesse personale e non per il Bene Comune, gioca in modo opportunistico con questi due aspetti, direzionando la paura della gente e sfruttando l’angoscia delle persone.

Ecco qualche esemplificazione.
Le immotivate iniziali critiche radicali ai provvedimenti del governo per contenere l’espansione dell’epidemia da parte di alcuni esponenti dell’opposizione finalizzate a provocare le dimissioni del governo, hanno ricalcato tale intenzionalità. Una operazione simile è stata poi fatta da molti Stati europei ed extra europei, i quali, per evitare l’angoscia della loro popolazione, hanno imputato il pericolo del coronavirus all’Italia. In tal modo, avendo determinato che il coronavirus viene da lì (il grafico diffuso dalla CNN ne è una rappresentazione emblematica),hanno sollevato dall’ANGOSCIA i loro cittadini, i quali ora hanno PAURA di prendere a casa loro gli italiani.
E’ la stessa strategia che è stata seguita nella ‘costruzione’ della paura verso i migrantes; e poi, all’inizio dell’epidemia da coronavirus, della paura (degli italiani) verso i cinesi,e ancora, sempre in termini di diffusione del virus, della posizione delle regioni del Sud Italia verso quelle del Nord.

Terzo punto, il problema dello stato di salute delle relazioni tra le persone.
A livello politico-economico gli uomini di buona volontà riescono sempre, se davvero lo vogliono, a concordare su strategie comuni vincenti; a livello sanitario, l’intervento nei paesi occidentali è sicuramente adeguato. Ma a livello relazionale? Come usciremo da questo virus dal punto di vista dei rapporti umani? Per dirla con le parole di Paolo Crepet, “nessuno sa cosa accadrà dopo, perché gli effetti del panico durano molto di più del virus” (Il Fatto Quotidiano, 4 marzo). E sempre Galimberti, questa volta in una intervista rilasciata ad un quotidiano locale, afferma: “Già siamo diffidenti nei confronti degli altri, anzi, molto spesso razzisti […] finiremo per accentuare questa situazione […] un altro colpo alle relazioni sociali,” (L’Adige,24 febbraio)
I provvedimenti di sospensione della vita sociale e degli incontri collettivi, la chiusura di cinema, teatri, chiese, scuole e di ogni altro spazio di possibile contaminazione sono state scelte politiche sacrosante e dettate da motivazioni scientifiche serie. Dobbiamo al grande senso di responsabilità di chi ha preso queste decisioni se il conto da pagare alla fine risulterà sopportabile.
D’altra parte, la situazione di isolamento dall’altro, che molti stanno in questi giorni sperimentando in modo forzato, è una condizione che potrebbe essere vissuta come l’ultima, estrema conseguenza di ciò che a livello sociale abbiamo già visto nascere e crescere insieme a noi: la possibilità, cioè, di ‘fare a meno dell’altro’, dell’autosufficienza, fino ad arrivare a considerare l’altro da noi come pericolo e minaccia per la nostra incolumità.

Sembrano passati secoli dalla comparsa del primo walkman della Sony, a metà degli anni Ottanta, con cui ci si poteva isolare all’interno di uno spazio musicale personale ed escludente. Sul finire degli anni Novanta sulla TV italiana si poteva vedere il velista Giovanni Soldini in mezzo al Pacifico, in uno spot della Tim, che, a metà del suo giro del mondo con la sua barca in solitario, riusciva a tenere i contatti con la famiglia attraverso il telefono satellitare.
Fino ad arrivare ad oggi, dove la comunicazione digitale, i social, gli audio, whatsapp e tutti gli artifici del mondo virtuale possono portare a una ricostruzione di un mondo reificato dal soggetto stesso, antidoto e fuga dalle fobie e dall’angoscia provocata dalla difficoltà dell’assunzione responsabile di un mondo complesso e ricco di incognite sul futuro. In tutto questo percorso la preoccupazione principale sembra essere quella di aver sempre il controllo su tutto, dalle modalità di comunicazione alla gestione del tempo. Una vita insomma, dove la relazione con l’altro possa essere gestita e non subita, e se è di ostacolo, addirittura cancellata.

La situazione emergenziale in cui tutti oggi siamo immersi, ci può invece aiutare a ricordare che paure ed angosce si possono contenere davvero, solo se non rinunciamo al concetto di limite, di confine, che, al contrario, l’era della globalizzazione tenta continuamente di spostare se non di negare.
Nella battaglia contro ogni sofferenza e contro ogni virus, è fondamentale coinvolgere in questa lotta titanica ogni competenza e ogni risorsa scientifica, dove la fiducia nella ricerca deve essere totale e sostenuta da tutti senza nessun cedimento ad interessi d’altro tipo.
Ma tutto ciò non deve farci dimenticare cosa siamo in realtà: esseri umani che riconoscono la loro umanità, in particolare all’interno di una duplice dimensione. Nel riconoscimento, in primo luogo, sempre del valore della vita, vita in cui si incontrano anche precarietà, malattia e morte. E in secondo luogo nel concepire una vita piena solo se è in relazione, anche se il percorso fatto dalla nostra società post moderna sembra aver preso un’altra direzione.
Ed ecco che, se la situazione odierna può essere percepita sottilmente a livello individuale nella sicurezza della propria casa come prova generale di autosufficienza, ottenuta dall’eliminazione di ogni contatto, e ripagata dalla soddisfazione del raggiungimento della salvezza personale, tutto ciò può essere trasformato in un reale fattore di crescita sociale, se letto e vissuto al contrario, cioè come necessaria indilazionabile riscoperta della nostra identità comunitaria.

Ed ecco cosa possiamo ancora imparare.
Imparare certamente dal lavoro, perché di lavoro si tratta, di infermieri e medici a stretto contatto quotidiano con le persone contagiate. Ma soprattutto dai loro racconti, dalla loro narrazione di sguardi, di corpi intubati a cui danno un’ultima possibilità di congedo dai propri famigliari attraverso il saluto ripreso con smartphone o Ipad, permettendo così di poter superare l’ ulteriore pena dell’isolamento a cui condanna questo virus, nel non poter neppure partire accompagnati dalla mano dei propri cari.
E imparare un fatto di una evidenza eclatante, ma sopito dall’ andamento routinario della vita quotidiana, e cioè che non possiamo fare, dire, bere, muoverci sempre come desideriamo, perché questo, oltre a mettere in pericolo noi stessi, può mettere in pericolo l’altro.
E infine, anche se una situazione emergenziale richiede di evitare assolutamente i contatti personali, questo non può significare consegnare l’altro alla solitudine, all’abbandono e all’indifferenza, ma utilizzando fantasia e creatività, possiamo esercitare altri tipi di vicinanza… e qui si che la tecnologia può venirci in aiuto.
Abbiamo, insomma, la possibilità di realizzare quel principio di responsabilità che come ha scritto in modo insuperato Hans Jonas nel suo Das Prinzip Verantwortung (1979) –  arriva a consegnare il più piccolo al più grande, e a portare chi ha di meno verso chi ha di più.
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Sardine sì, ma anche delfini e salmoni

 

Sardine… E chi se lo sarebbe mai immaginato? L’irrompere sulla scena politica di questo originale, inatteso e ancora magmatico soggetto aggregativo, che raccoglie il sentimento di una sinistra diffusa ma dispersa e orfana di rappresentanza, potrebbe ricreare uno spazio di espressione plurale per chi, oggi, voce non ha (e, solitario, al vento sino a ieri ha affidato il proprio lamento).

La novità, come tale, genera speranze e grandi attese (proporzionali alle tante frustrazioni patite negli ultimi anni); e insieme pure dubbi e ragionevoli timori, in considerazione dei rischi e delle incognite di cui la sfera pubblica è zeppa, nonché dell’imbarbarimento e della degenerazione delle relazioni sociali.

Ecco, allora, alcuni basilari avvisi ai naviganti, utili forse per sventare qualche ostacolo e magari favorire un positivo approdo per le prossime imprese alle quali le sardine s’apprestano.

L’avvertenza preliminare e procedurale, ad uso di coloro che, idealmente, si porranno ‘in testa ai cortei’, quali registi delle mobilitazioni, riguarda i rischi del settarismo, malattia infantile della sinistra, mai debellata: le pratiche inclusive, che sempre e giustamente si invocano quando si tratta di condannare le discriminazioni sociali, andranno coerentemente praticate anche in casa propria. Sarà, quindi, indispensabile essere rispettosi e tolleranti pure con il compagno di lotta (la sardina dell’onda accanto), al quale invece – come la più ‘sinistra’ storia della sinistra tragicamente insegna – spesso non si perdona neppure una divergenza sulle virgole… Serve, dunque, una ragionevole flessibilità: se la direzione di marcia è condivisa, sulle variabili di percorso ci si deve rispettosamente saper confrontare, accettando anche il dissenso (sissignori: pure quello interno, così indigesto a taluni), purché non si perda di vista la meta. La prima condizione di successo di questa inedita sfida che le sardine intraprendono sta quindi nel forzare alcune paratie, proprie degli apparati, che hanno perniciosamente condizionato anche la forma mentis di molti militanti e conseguentemente le loro modalità di azione e di relazione.

Innovativo sarebbe il reale pieno riconoscimento della dignità di espressione a tutte le diverse anime che compongono il diffuso e variegato arcipelago della sinistra: egualitaria, libertaria, solidale, pacifista, nonviolenta, ambientalista, ecologista, animalista, antiproibizionista, inclusiva e non omofoba…
È, questa, una condizione imprescindibile, poiché troppo spesso il battito della sinistra è stato -paradossalmente – soffocato proprio dall’intolleranza e dal settarismo.

Per quanto specificamente attiene alla nuova impresa, le sardine che hanno cominciato a invadere le piazze sono imprescindibili: per istinto naturale garantiscono la compattezza. Ma – stando alla metafora ittica – la loro massa d’urto deve essere potenziata da ‘delfini sapiens’, capaci di navigare nei mari aperti e in acque agitate; e pure da salmoni caparbi, in grado anche di nuotar controcorrente – non per posa, ma quando è giusto e necessario – sfidando il pensiero dominante, i luoghi comuni e le facili illusioni. C’è dunque da augurarsi che fra le sardine via siano anche esemplari di queste differenti specie.

Sardine sì, dunque: per il loro entusiasmo, lo slancio gioioso e giocoso, la capacità di trascinamento e di fare compattamente squadra. Consapevoli però – va ribadito – che la vivace forza del branco va sostenuta dall’intelligenza dinamica e dalla sagacia tattica che si attribuisce al delfino; nonché dall’attitudine a sfuggire i luoghi comuni e le soluzioni scontate, propria del salmone di razza (diffidando dalle tristi e perniciose imitazioni che sovente si infiltrano).

Infine – ma non per ultimo – programmaticamente sarà onesto, doveroso e aggregante dichiarare, oltre a “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”, anche quale idea di convivenza sta a fondamento dell’impresa. E’ necessario, quindi, al più presto, quantomeno tratteggiare pure la ‘pars costruens’, per delineare i tratti del mondo nuovo: i valori che lo sorreggono e il modello di sviluppo auspicato. Schierarsi ‘contro’ è utile ma non basta. È indispensabile chiarire anche ‘per’ cosa ci impegniamo.

E intanto vediamo se, anche a Ferrara, arriva l’onda…

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