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PER UNA NUOVA LEGGE CHE GARANTISCA LAVORO E DIRITTI:
firma la petizione per fermare le delocalizzazioni.
In una settimana raccolte 47.000 firme.

Leggi la petizione:

Fermiamo le delocalizzazioni e lo smantellamento del tessuto produttivo!
Per una normativa che garantisca subito lavoro e diritti!

Delocalizzare un’azienda in buona salute, trasferirne la produzione all’estero al solo scopo di aumentare il profitto degli azionisti, non costituisce libero esercizio dell’iniziativa economica privata, ma un atto in contrasto con il diritto al lavoro, tutelato dall’art. 4 della Costituzione.

Ciò è tanto meno accettabile se avviene da parte di un’impresa che abbia fruito di interventi pubblici finalizzati alla ristrutturazione o riorganizzazione dell’impresa o al mantenimento dei livelli occupazionali Lo Stato, in adempimento al suo obbligo di garantire l’uguaglianza sostanziale dei lavoratori e delle lavoratrici e proteggerne la dignità, ha il mandato costituzionale di intervenire per arginare tentativi di abuso della libertà economica privata (art. 41, Cost.).

Alla luce di questo, i licenziamenti annunciati da GKN si pongono già oggi fuori dall’ordinamento e in contrasto con l’ordine costituzionale e con la nozione di lavoro e di iniziativa economica delineati dalla Costituzione.

Tale palese violazione dei principi dell’ordinamento, impone che vengano approntati appositi strumenti normativi per rendere effettiva la tutela dei diritti in gioco.

Per questo motivo è necessaria una normativa che contrasti lo smantellamento del tessuto produttivo, assicuri la continuità occupazionale e sanzioni compiutamente i comportamenti illeciti delle imprese, in particolare di quelle che hanno fruito di agevolazioni economiche pubbliche.

Tale normativa deve essere efficace e non limitarsi ad una mera dichiarazione di intenti.
Per questo motivo riteniamo insufficienti e non condivisibili le bozze di decreto governativo che sono state rese pubbliche: esse non contrastano con efficacia i fenomeni di delocalizzazione, sono prive di apparato sanzionatorio, non garantiscono i posti di lavoro e la continuità produttiva di aziende sane, non coinvolgono i lavoratori e le lavoratrici e le loro rappresentanze sindacali.

Riteniamo che una norma che sia finalizzata a contrastare lo smantellamento del tessuto produttivo e a garantire il mantenimento dei livelli occupazionali non possa prescindere dai seguenti, irrinunciabili, principi.

1-  A fronte di condizioni oggettive e controllabili l’autorità pubblica deve essere legittimata a non autorizzare l’avvio della procedura di licenziamento collettivo da parte delle imprese.
2-  L’impresa che intenda chiudere un sito produttivo deve informare preventivamente l’autorità pubblica e le rappresentanze dei lavoratori presenti in azienda e nelle eventuali aziende dell’indotto, nonché le rispettive organizzazioni sindacali e quelle più rappresentative di settore.
3-  L’informazione deve permettere un controllo sulla reale situazione patrimoniale ed economico-finanziaria dell’azienda, al fine di valutare la possibilità di una soluzione alternativa alla chiusura.
4- La soluzione alternativa viene definita in un Piano che garantisca la continuità dell’attività produttiva e dell’occupazione di tutti i lavoratori coinvolti presso quell’azienda, compresi i lavoratori eventualmente occupati nell’indotto e nelle attività esternalizzate.
5-  Il Piano viene approvato dall’autorità pubblica, con il parere positivo vincolante della maggioranza dei lavoratori coinvolti, espressa attraverso le proprie rappresentanze. L’autorità pubblica garantisce e controlla il rispetto del Piano da parte dell’impresa.
6-  Nessuna procedura di licenziamento può essere avviata prima dell’attuazione del Piano.
7-  L’eventuale cessione dell’azienda deve prevedere un diritto di prelazione da parte dello Stato e di cooperative di lavoratori impiegati presso l’azienda anche con il supporto economico, incentivi ed agevolazioni da parte dello Stato e delle istituzioni locali. In tutte le ipotesi di cessione deve essere garantita la continuità produttiva dell’azienda, la piena occupazione di lavoratrici e lavoratori e il mantenimento dei trattamenti economico-normativi. Nelle ipotesi in cui le cessioni non siano a favore dello Stato o della cooperativa deve essere previsto un controllo pubblico sulla solvibilità dei cessionari.
8-  Il mancato rispetto da parte dell’azienda delle procedure sopra descritte comporta l’illegittimità dei licenziamenti ed integra un’ipotesi di condotta antisindacale ai sensi dell’art. 28 l. 300/1970
Riteniamo che una normativa fondata su questi otto punti e sull’individuazione di procedure oggettive costituisca l’unico modo per dare attuazione ai principi costituzionali e non contrasti con l’ordinamento europeo.

Come espressamente riconosciuto dalla Corte di Giustizia (C-201/2015 del 21.12.2016) infatti la “circostanza che uno Stato membro preveda, nella sua legislazione nazionale, che i piani di licenziamento collettivo debbano, prima di qualsiasi attuazione, essere notificati ad un’autorità nazionale, la quale è dotata di poteri di controllo che le consentono, in determinate circostanze, di opporsi ad un piano siffatto per motivi attinenti alla protezione dei lavoratori e dell’occupazione, non può essere considerata contraria alla libertà di stabilimento garantita dall’articolo 49 TFUE né alla libertà d’impresa sancita dall’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE”

Riteniamo altresì che essa costituisca un primo passo per la ricostruzione di un sistema di garanzie e di diritti che restituisca centralità al lavoro e dignità alle lavoratrici e ai lavoratori.

Per permettere una ponderata valutazione degli interessi incisi dal testo dell’atto legislativo in cantiere riteniamo necessaria ed immediata una sospensione da parte del Governo delle procedure di licenziamento ex l. 223/91 ad oggi avviate dalle imprese.

Approvato dall’assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori GKN 

Sei d’accordo? Vuoi aderire?

Al 1 ottobre 2021 hanno già aderito 47.000 persone.
Per firmare anche tu
:
https://www.change.org/p/fermiamo-le-delocalizzazioni-e-lo-smantellamento-del-tessuto-produttivo

GLI INSORTI GKN INDICANO A TUTTI UNA STRADA NUOVA:
gli obiettivi del movimento dopo la sentenza di Firenze.

 

Si può ben dire che “c’è un giudice a Berlino”, anzi a Firenze. Nella mattina di lunedì il Tribunale di Firenze ha sancito in modo forte l’antisindacalità del comportamento della GKN di Campi Bisenzio nei confronti della FIOM CGIL nella vicenda dell’avvio delle procedure di mobilità ( quella cioè che prelude al licenziamento) dei 422 lavoratori lì occupati e della cessazione della proprio attività produttiva.

E’ una decisione importante, in primo luogo per le conseguenze rispetto ai lavoratori e allo svolgimento della vertenza, visto che la GKN viene condannata a rispettare l’obbligo informativo omesso nei confronti del sindacato e, soprattutto, a revocare la procedura di mobilità, che sarebbe scaduta il 22 settembre con la relativa esecutività dei licenziamenti, mentre ora essa, quasi certamente confermata da parte dell’azienda, riparte però da capo, con almeno altri 75 giorni di tempo per la discussione e l’iniziativa sindacale.

La sentenza del Tribunale di Firenze

La sentenza, poi, è molto significativa per le sue motivazioni. Infatti, esse fanno esplicito riferimento al fatto che la proprietà non ha rispettato quanto previsto dal contratto nazionale dei metalmeccanici e dall’accordo aziendale del 2020 firmato tra le parti in materia di diritti di informazione (non da un semplice avviso comune), e cioè il fatto di dover dare gli elementi di conoscenza al sindacato rispetto alle previsione sui rischi occupazionali,  prima di effettuare le proprie scelte in merito.

Si badi bene, la giudice interviene su un dato di sostanza (non sullo ‘scandalo’ della comunicazione via mail, tanto enfatizzato dalla stampa e dalla politica, quanto, appunto, non dirimente nella vicenda), rilevando testualmente che l’azienda non ha dato corso al fatto che “il senso dell’obbligo assunto è evidentemente quello di consentire al Sindacato di esercitare al meglio le proprie funzioni, ivi compresa quella di condizionare ( con le ordinarie e legittime modalità di confronto ed eventualmente di contrasto) le future determinazioni e scelte gestionali dell’azienda”.
La sentenza – e scusate se è poco, in tempi di sfrenato neoliberismo confindustriale e governativo-  dice chiaramente che i lavoratori e la loro rappresentanza sindacale possono intervenire sulle decisioni e sulle scelte aziendali e poggia quest’affermazione sugli accordi sindacali relative ai diritti di informazione, conquista decisiva, come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, degli anni ‘70 del Novecento, quando il tema posto era esattamente quello dei poteri e dei diritti del lavoro e che, da allora, non a caso, si è provato più volte a mettere in discussione e a ridimensionare.

Sembra che ora anche i mass media e la politica  – dopo l’assordante silenzio dei giorni passati, che ha coinvolto anche la grande manifestazione di sabato 18 settembre a Firenze a sostegno appunto dei lavoratori di GKN – inizino ad occuparsi della vicenda, Mostrando, peraltro, ‘scarso senso del pudore’, visto che ora tutti si dichiarano al fianco dei lavoratori.
Se lo si vuole fare veramente – e questa sarà la cartina al tornasole del prosieguo di una vicenda ben lungi dall’essere risolta – non c’è che da intraprendere due strade.

Le strade da percorrere

La prima. Quella di costruire una soluzione che dia continuità produttiva ed occupazionale a tutta la realtà produttiva di Campi Bisenzio, attraverso un intervento pubblico (per esempio tramite Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa) o di soggetti privati, garantito in ogni caso da un Piano approvato dall’autorità pubblica e dalla maggioranza dei lavoratori.

E che si faccia questo anche in tutte le altre situazioni rilevanti di crisi aziendali, che non sono poche, dalla Whirpool alla Gianetti, solo per citarne alcune.

Un percorso che altro non sarebbe che l’anticipazione  di due punti fondamentali degli 8 contenuti nella proposta di legge di contrasto alle delocalizzazioni e alle crisi produttive ed occupazionali predisposta proprio dai lavoratori di GKN assieme a un gruppo di giuristi del lavoro [fai un click per ingrandire il documento] 

L’approvazione di questa proposta di legge, da realizzare, almeno per i suoi assi di fondo tramite, decreto legge – questa la seconda scelta da compiere – consentirebbe di affrontare in termini utili tali situazioni.
Ora invece Il governo, ispirandosi all’inefficace modello francese, pensa solamente a intervenire sulle procedure dei processi di delocalizzazione, senza impegni cogenti né da parte delle aziende che li praticano né da parte dello Stato, o al massimo a rendere più forti gli ammortizzatori sociali, con l’idea della ‘mitigazione’ (altra parola malata) dell’impatto sui lavoratori.

“Insorgiamo” non è solo una parola d’ordine

Dunque, come dicono gli stessi lavoratori di GKN, “si è vinta una battaglia, ma la guerra è tutt’altro che conclusa”. E il suo esito non è per nulla scontato. Da sottolineare come gli ingredienti fondamentali di questo primo importante risultato siano stati l’impostazione e l’approccio che i lavoratori GKN hanno voluto imprimere a questa vertenza e la forte mobilitazione che è stata messa in campo.

Infatti, per la prima volta da molti anni in qua – a partire dal collettivo di fabbrica GKN –  si è usciti da una logica puramente difensiva, di una lotta semplicemente finalizzata a salvare quei posti di lavoro, per dire che quello che è in gioco, invece, è proprio l’idea di lavoro e di società che si tratta di realizzare.

“Insorgiamo” non è stata solo una felice parola d’ordine, ma il rendere evidente che si tratta di rovesciare un intero paradigma per cui la finanza e la globalizzazione sono eventi immodificabili, quasi ‘naturali’ e che non c’è alternativa se non rassegnarsi ad essi e limitare le perdite.

E’ su questa base che si è messa in campo una vera mobilitazione di popolo, quella che ha attraversato Firenze il 18 settembre con più di 20.000 manifestanti, con la gran parte della città raccolta attorno ai lavoratori.
E’ un messaggio forte di speranza, in primo luogo per altre lavoratrici e lavoratori impegnati in difficili vertenze originate da crisi e ristrutturazioni.

Ho in mente la vicenda che origina da Alitalia, dove la nuova azienda ITA (di proprietà pubblica e le cui scelte sono quindi direttamente imputabili al Ministero dell’Economia e al governo) che sta procedendo con una ferocia non seconda a quella di GKN.
Quasi una provocazione: si apre la selezione di quelli che dovrebbero essere i 2800 occupati di ITA, senza guardare a quanti facevano parte dell’organico di Alitalia, ma esaminando i curricula degli oltre 20.000 che ne hanno fatto richiesta. Con l’intento, peraltro, di uscire dal contratto nazionale e dagli accordi aziendali, imponendo un ‘regolamento unilaterale, che prevede anche l’abbassamento del 40% dei salari previsti in Alitalia.

Siamo, insomma, di fronte ad un tema generale e che si tratta di affrontarlo con intelligenza e determinazione, sapendo che non sarà né un’impresa facile né di breve durata. Ma che, proprio per questo, chiede a tutte e tutti  di spendersi e di partecipare, non come spettatori inerti, bensì come protagonisti attivi.

FERRARA E LE SUE BIBLIOTECHE:
“I bibliotecari sanno che i libri respirano e danno respiro”

di Monica Farnetti  e Francesca Mellone

I bibliotecari sanno che i libri respirano e danno respiro, così come lo sa chi la biblioteca frequenta. E se è vero, come affermava un’immensa scrittrice del nostro Novecento, che “la libertà è un respiro”, se ne deduce allora che saremo persone tanto più libere quanto più numerosi saranno i libri che ci circondano.

Forse, le persone in sit-in davanti alla Biblioteca Luppi di Porotto, alla Rodari e alla Tebaldi di Ferrara è questo che temono: il venir meno di tale respiro, vasto come l’universo che la biblioteca, ogni biblioteca, ambisce a rappresentare.

Trattandosi di biblioteche decentrate, sarà peraltro opportuno ricordare che per definizione esse si rivolgono a un pubblico composto in gran parte di ragazze e ragazzi che frequentano la scuola dell’obbligo, fornendo loro al medesimo tempo un supporto didattico e un’occasione di incontro: che è scambio di parola, di pensiero, di esperienza e di progettualità, nonché fruizione di un luogo dove poter studiare. E non può certo definirsi edificante rendere partecipi quegli stessi adolescenti della chiusura della loro, e non soltanto di una, biblioteca.

Il decentramento bibliotecario risale alla metà degli anni Settanta, quando per suo tramite si ottemperava all’esigenza di un riequilibrio culturale nel territorio: rappresenta, pertanto, un preciso modello. Il quale di certo può essere, come ogni altro, sottoposto a riformulazione, purché un eventuale nuovo assetto renda obsoleto il precedente e sia migliorativo rispetto ad esso, maturando da un dialogo con la città e in particolare con coloro che in biblioteca svolgono, con provata competenza, il proprio lavoro di intermediazione fra custodia dei documenti e loro fruizione.

In presenza di un’accresciuta complessità sociale, tale riformulazione dovrebbe semmai mirare al rafforzamento del sistema e di ogni singola biblioteca – come è avvenuto con la progettazione della Bassani, che ha sostituito una ridotta struttura precedente, e come sarebbe stato auspicabile accadesse per la Rodari tramite il suo trasferimento alle Corti di Medoro -, non a indebolire il sistema stesso sancendo la cessazione di alcune sue componenti.

Quanti comunicano il loro disappunto per il venir meno di questo servizio chiedono, a chi governa, una garanzia di “cittadinanza” intesa nella sua interezza, vale a dire aperta a diverse e molteplici istanze. Le biblioteche sono infatti oggetto di necessità e di desiderio, e rappresentano una irrinunciabile riserva di senso, per una parte cospicua di popolazione che domanda di essere ascoltata al pari di chi apprezza le mostre mercato, le auto d’epoca, i musicisti di strada o i costumi del Palio. Tanto più che ogni manifestazione di cultura, ivi comprese le esposizioni d’arte, i concerti e la programmazione teatrale, sarebbe lettera morta senza le risorse, documentarie e formative, garantite dalle biblioteche e dai libri.

Come sappiamo, in ogni biblioteca si raccoglie tutta la storia e si riflette tutta la mappa della città che la ospita e del mondo che la attornia, cosicché frequentare le biblioteche finisce per significare l’avventura nevralgica del disorientarsi e del ritrovarsi. E in una duplice articolazione almeno: nel tempo, perché le biblioteche sono luoghi di convergenza della memoria che condensano, dell’avvenire che riservano e del presente in cui vivono. E nello spazio – spazio abitato – perché per loro statuto sono capaci di addestrare a quella I.D.I.C. (Infinita Diversità in Infinite Combinazioni) che noi esseri umani, oggi più che mai in preda all’ansia e alla solitudine, invidiamo agli eroi di Star Trek.

IMBOCCARE UN’ALTRA STRADA
Investire nei Servizi che abbiamo abbandonato
Ridurre le diseguaglianze che si sono aggravate

Ho avuto modo di scrivere nei giorni scorsi su questo giornale dell’esito deludente degli Stati Generali dell’economia, [Vedi qui] Rispetto all’impostazione che mi è sembrata prevalente in quell’assise, e cioè di una dialettica tra Confindustria e governo, con differenze sui provvedimenti da adottare ma non alternativa nella visione di fondo, bisogna invece dire che la strada da battere dovrebbe essere tutt’altra.
Occorre avere il coraggio di percorrere un disegno che guarda ad un’idea alternativa di modello produttivo e sociale, un progetto che, al di là di come lo si voglia definire, capace di sottrarre alla logica di mercato e alla realizzazione di profitto la loro centralità nel definire le priorità nelle scelte economiche e sociali.
In primo luogo, serve un massiccio investimento nella scuola, nella sanità pubblica e, in generale, nei beni comuni. Per la scuola, anche solo per la ripartenza a settembre nelle condizioni imposte dal contrasto al Coronavirus, si tratta di mobilitare tra i 3 e i 6 miliardi (più del doppio di quanto sinora stanziato) per avere più insegnanti e reperire spazi adeguati per tornare alle lezioni ‘normali’, superando la modalità non utile della didattica a distanza. Sopratutto, va cambiato il modello aziendalista e di puro assecondamento alle tendenze del mercato del lavoro, che si è affermato negli ultimi anni, e  colmato il divario nei confronti della spesa media per l’istruzione in Europa. Gli ultimi dati Eurostat disponibili, relativi all’anno 2017, mostrano, infatti, una percentuale della spesa suddetta nel nostro Paese per tutti gli istituti del sistema di istruzione (dalla primaria alla terziaria) pari al 3,8 per cento del PIL a fronte del 4,6 per cento della media europea, che attualmente ci colloca negli ultimi posti: l’Italia è quartultima tra i 28 paesi dell’Unione europea.

Per la sanità – senza dover ricorrere al MES, visto che i pochi risparmi in termini di minor tassi di interessi lì previsti, nel medio periodo costerebbero assai più cari sul piano delle condizioni da rispettare ( che rimangono non all’entrata, ma durante e alla fine del prestito) – l’ordine di grandezza dell’investimento necessario è perlomeno pari al definanziamento del sistema sanitario degli ultimi 10 anni e al raggiungimento dei livelli della spesa percentuale di Paesi come la Francia e la Germania. Non ci discostiamo di molto da circa 40 miliardi di Euro, che vanno prioritariamente utilizzati per potenziare i servizi territoriali, l’attività di prevenzione e il numero degli operatori, ridottosi fortemente in questi anni.

Oltre a questi interventi fondamentali nei campi principali del Welfare ( a cui, peraltro, ne andrebbero aggiunti altri, in particolare quelli volti a ripubblicizzare i servizi pubblici consegnati ai privati, dall’acqua al ciclo dei rifiuti), punto decisivo diventa quello di mettere in campo un Piano straordinario di investimento e intervento pubblico, in grado di produrre una nuova traiettoria di crescita sociale e occupazionale.
Qui non si tratta – come non smette di proclamare ad ogni piè sospinto il presidente di Confindustria Bonomi – di voler essere dirigisti o di imporre una sorta di visione astratta e ideologica per affermare il primato dell’intervento pubblico rispetto al mercato, ma di avere la consapevolezza che non sarà il mercato a poter dare risposte utili alla crisi aperta dinanzi a noi. Persino Cottarelli – il padre della spending review, fustigatore della spesa pubblica- riconosce che gli investimenti pubblici sono quelli che generano il ‘moltiplicatore’ ( cioè l’impatto sulla domanda e sull’occupazione) più alto rispetto ad altri tipi di interventi, come quello sull’IVA o sul fisco. A maggior ragione se si considera che le questioni da affrontare implicano un salto di paradigma rispetto agli orientamenti ‘naturali’ del mercato e che sono rappresentate dalla riconversione ecologica dell’economia, dalla cura e risistemazione del territorio e dalla creazione di lavoro, che vanno assunte come obiettivi in quanto tali. E’ su questi terreni che vanno indirizzate le risorse – e non solo quelle – che deriveranno dal Recovery fund che arriverà dall’Europa, anche se probabilmente depotenziato rispetto alle ipotesi iniziali.

A questi interventi, poi, bisognerà affiancare un’azione forte per ridurre le disuguaglianze sociali che si sono prodotte e amplificate in questi anni. Questo tema è stato finora troppo oscurato e sottovalutato, e non casualmente. Vale la pena approfondirlo.
Nel nostro Paese, secondo i dati elaborati da Eurostat nel 2018, il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito è pari a 6,09. In sostanza il 20 per cento delle famiglie più ricche in Italia ha un reddito annuale oltre sei volte superiore rispetto a quello del 20 per cento delle famiglie più povere, che è il quinto rapporto più alto nell’Europa a 28 Stati, superati in questo solo da Lettonia (6,78), Lituania (7,09), Romania (7,21) e Bulgaria (7,66), mentre quelli di Germania e Francia sono pari rispettivamente a 5,07 e 4,23. Peraltro la media Ue a 28 Stati risulta essere di 5,17.
Ancora peggio va se guardiamo alla distribuzione della ricchezza ( che misura non il reddito, ma il patrimonio posseduto): qui l’elaborazione di OXFAM ci dice che la ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero. La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 22% della ricchezza nazionale) vale 17 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana.

Sono dati impressionanti, se ci si sofferma un attimo a rifletterci sopra, che rendono necessario un intervento perlomeno per ridurre questa forbice. E, si badi bene, non solamente per una ragione di equità, ma anche perché, come ormai è sufficientemente noto, la crescita delle disuguaglianze è anche una delle radici da cui diparte la stagione delle crisi iniziata con il 2008. Non c’è dubbio – e questo vale in particolare per il nostro Paese – che la crescita della domanda interna, sostenuta in particolare dai redditi bassi e medio bassi, è componente importante per disegnare una nuova traiettoria di uscita dalle crisi. Non mi dilungo sui vari interventi che si possono mettere in campo in proposito: da una reale riforma fiscale che ripristini un tasso consono di progressività fiscale (a questo proposito sembra un’eresia ricordare che nel 1974 l’aliquota fiscale sui redditi superiori a 75.000 Euro andava dal 54 al 72%, mentre oggi essa è al 43%) all’istituzione strutturale di un reddito e di un salario minimo garantito, arrivando anche – altra eresia – alla tassazione sui grandi patrimoni.

Tutto quanto esposto rischia però di essere un’esercitazione intellettuale se, a partire dall’autunno, non si produrrà una mobilitazione sociale adeguata allo scontro che si profila. Una mobilitazione sociale che sui punti decisivi di una piattaforma di politica economica e sociale alternativa riesca a creare uno schieramento largo, partendo dalla costruzione di connessioni tra i vari movimenti sociali e, possibilmente, anche con il movimento sindacale. Vale la pena iniziare a lavorare per questa prospettiva.

Sardine sì, ma anche delfini e salmoni

 

Sardine… E chi se lo sarebbe mai immaginato? L’irrompere sulla scena politica di questo originale, inatteso e ancora magmatico soggetto aggregativo, che raccoglie il sentimento di una sinistra diffusa ma dispersa e orfana di rappresentanza, potrebbe ricreare uno spazio di espressione plurale per chi, oggi, voce non ha (e, solitario, al vento sino a ieri ha affidato il proprio lamento).

La novità, come tale, genera speranze e grandi attese (proporzionali alle tante frustrazioni patite negli ultimi anni); e insieme pure dubbi e ragionevoli timori, in considerazione dei rischi e delle incognite di cui la sfera pubblica è zeppa, nonché dell’imbarbarimento e della degenerazione delle relazioni sociali.

Ecco, allora, alcuni basilari avvisi ai naviganti, utili forse per sventare qualche ostacolo e magari favorire un positivo approdo per le prossime imprese alle quali le sardine s’apprestano.

L’avvertenza preliminare e procedurale, ad uso di coloro che, idealmente, si porranno ‘in testa ai cortei’, quali registi delle mobilitazioni, riguarda i rischi del settarismo, malattia infantile della sinistra, mai debellata: le pratiche inclusive, che sempre e giustamente si invocano quando si tratta di condannare le discriminazioni sociali, andranno coerentemente praticate anche in casa propria. Sarà, quindi, indispensabile essere rispettosi e tolleranti pure con il compagno di lotta (la sardina dell’onda accanto), al quale invece – come la più ‘sinistra’ storia della sinistra tragicamente insegna – spesso non si perdona neppure una divergenza sulle virgole… Serve, dunque, una ragionevole flessibilità: se la direzione di marcia è condivisa, sulle variabili di percorso ci si deve rispettosamente saper confrontare, accettando anche il dissenso (sissignori: pure quello interno, così indigesto a taluni), purché non si perda di vista la meta. La prima condizione di successo di questa inedita sfida che le sardine intraprendono sta quindi nel forzare alcune paratie, proprie degli apparati, che hanno perniciosamente condizionato anche la forma mentis di molti militanti e conseguentemente le loro modalità di azione e di relazione.

Innovativo sarebbe il reale pieno riconoscimento della dignità di espressione a tutte le diverse anime che compongono il diffuso e variegato arcipelago della sinistra: egualitaria, libertaria, solidale, pacifista, nonviolenta, ambientalista, ecologista, animalista, antiproibizionista, inclusiva e non omofoba…
È, questa, una condizione imprescindibile, poiché troppo spesso il battito della sinistra è stato -paradossalmente – soffocato proprio dall’intolleranza e dal settarismo.

Per quanto specificamente attiene alla nuova impresa, le sardine che hanno cominciato a invadere le piazze sono imprescindibili: per istinto naturale garantiscono la compattezza. Ma – stando alla metafora ittica – la loro massa d’urto deve essere potenziata da ‘delfini sapiens’, capaci di navigare nei mari aperti e in acque agitate; e pure da salmoni caparbi, in grado anche di nuotar controcorrente – non per posa, ma quando è giusto e necessario – sfidando il pensiero dominante, i luoghi comuni e le facili illusioni. C’è dunque da augurarsi che fra le sardine via siano anche esemplari di queste differenti specie.

Sardine sì, dunque: per il loro entusiasmo, lo slancio gioioso e giocoso, la capacità di trascinamento e di fare compattamente squadra. Consapevoli però – va ribadito – che la vivace forza del branco va sostenuta dall’intelligenza dinamica e dalla sagacia tattica che si attribuisce al delfino; nonché dall’attitudine a sfuggire i luoghi comuni e le soluzioni scontate, propria del salmone di razza (diffidando dalle tristi e perniciose imitazioni che sovente si infiltrano).

Infine – ma non per ultimo – programmaticamente sarà onesto, doveroso e aggregante dichiarare, oltre a “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”, anche quale idea di convivenza sta a fondamento dell’impresa. E’ necessario, quindi, al più presto, quantomeno tratteggiare pure la ‘pars costruens’, per delineare i tratti del mondo nuovo: i valori che lo sorreggono e il modello di sviluppo auspicato. Schierarsi ‘contro’ è utile ma non basta. È indispensabile chiarire anche ‘per’ cosa ci impegniamo.

E intanto vediamo se, anche a Ferrara, arriva l’onda…

Odissea Sea Watch e Sea Eye, mobilitazione a Ferrara per l’apertura di un porto sicuro

Oggi, 9 gennaio alle 18,30, Presidio in piazza Municipale Il Gad – Gruppo anti discriminazioni – si rivolge alla “città che non si rassegna all’odio” contro questa “disumanità programmata”.

“Aprite i porti, subito, perché lasciare in mare a morire degli esseri umani non ci rende né più sicuri né più ricchi”. L’appello del Gad per chiedere l’apertura immediata di un porto sicuro per le navi di Sea Watch e Sea Eye è già stato accolto da più di trenta organizzazioni della vita politica e civile di Ferrara, pronte a scendere ancora in piazza per “rivendicare la dignità degli uomini e delle donne che attraversano il Mediterraneo affinché possano essere libere di costruirsi un futuro in Europa”.
Un appello che si farà sentire durante il presidio #Apriteiporti, convocato dal gruppo Gad per mercoledì 9 gennaio alle 18.30 in piazza Municipale dopo due settimane e mezzo di odissea in cui vivono 49 migranti, recuperati il 22 dicembre in mare dalle navi delle Ong Sea Eye e Sea Watch.
“Queste 49 persone, tra cui 7 bambini, però non sono ancora salve, perché nessun porto sicuro è stato aperto dagli Stati europei, nessun Governo europeo ha scelto l’umanità e la solidarietà ma l’indifferenza e la barbarie – commentano i promotori del sit-in ferrarese -. Dal 22 dicembre entrambe le imbarcazioni sono costrette a vagare per il Mediterraneo in attesa di un approdo sicuro, di un porto accogliente. Gli equipaggi sono esausti, le persone salvate in mare, dopo essere scappate dall’inferno libico, sono allo stremo. La situazione di stallo è drammatica, le condizioni meteo marine e la situazione medica a bordo delle navi sempre più pericolose”.
“Il Governo Conte continua a dichiarare ‘porti chiusi’, seguendo una retorica securitaria di propaganda fondata sull’odio” denuncia il gruppo Gad che non ‘salva’ il resto dell’Europa: “Tutti i Governi europei si rivelano incapaci di risolvere questa emergenza e dimostrano ancora una volta la loro disumanità ‘programmata’, seguendo la strada di politiche discriminatorie, paradigmi escludenti, criminalizzazione della solidarietà e dei/delle migranti”.
“Sono anche questi gli effetti del Decreto Sicurezza. Lasciare in mare a morire degli esseri umani non ci rende né più sicuri né più ricchi” ribadiscono i promotori della mobilitazione che, per questi motivi, tornano a “chiedere con forza anche ai sindaci della nostra provincia, a partire dal sindaco Tiziano Tagliani, di disobbedire al Decreto Sicurezza in ottemperanza al dettato costituzionale. Uno dei modi per sollevare eccezione di costituzionalità è infatti proprio il conflitto tra poteri dello Stato. È ora il momento di difendere la nostra Costituzione”.

 

Ecco le sigle che aderiscono al presidio, ma le adesioni sono ancora aperte e rivolte alla “Ferrara che non si rassegna all’odio”:

Non Una di Meno – Ferrara
Arcigay Ferrara
Partito della Rifondazione Comunista – Ferrara
Agedo A Ferrara
Cittadini del Mondo
Occhio ai Media
Famiglie Arcobaleno
Arci Ferrara
PortAmico
Fiom
Associazione Viale K
Gruppo Locale Mons. F. Franceschi
MeetingPoint
Arcilesbica Ferrara
Cdlt Cgil Ferrara
Coro delle mondine di Porporana
Anpi Ferrara
Sinistra Italiana Ferrara
Acli Provinciali Ferrara
Azione Cattolica Ferrara-Comacchio
Orto Condiviso Ferrara
Comitato Unicef Ferrara
Gruppo Emergency Ferrara
Rinascita Cristiana
Ferrara Bene Comune
Pci-Federazione di Ferrara
Agesci Ferrara
Masci Ferrara
Amnesty International Ferrara
Comitato Acqua Pubblica – Ferrara
ferraraincomune
Libera Ferrara
Centro Donna Giustizia

L’INCHIESTA
Partiti & partecipazione,
il deserto della politica

(pubblicato il 17 settembre 2014)

Il dato campeggia in bella evidenza sulla home page del sito ufficiale. Eppure molti dei vecchi dirigenti di partito ai quali ci siamo rivolti stentano a credere che gli iscritti al Pd nella provincia di Ferrara siano solo 1.349. Il responsabile organizzativo, Luigi Vitellio, da noi interpellato, precisa però che l’indicazione, riferita al 6 giugno, non è più attuale. “Ad oggi i tesserati sono 2.007 in tutta la provincia – riferisce – dei quali 1.022 in città”.
Il vecchio senatore Rubbi, segretario e confidente di Enrico Berlinguer ai tempi del Pci, a capo della federazione di Ferrara prima dell’approdo romano, sbotta incredulo: “Sembra impossibile, sono davvero pochi, negli anni Sessanta siamo arrivati a 46mila…”. Altri tempi, onorevole, la realtà, ora è questa. Però, il fatto che il principale partito cittadino, quello che da sempre (pur attraverso varie mutazioni genetiche) ha governato il capoluogo e buona parte dei Comuni del territorio, conti un numero così esiguo di tesserati, non solo fa impressione, ma riporta la riflessione al tema della rappresentanza e della partecipazione. Questioni dietro le quali stanno tutti gli irrisolti nodi concettuali, ma anche concreti, connessi all’esercizio della democrazia e al dispiegamento di un sistema di governo che ne realizzi i principi. “Il Partito comunista – ricorda Antonio Rubbi – si è mantenuto su numeri importanti, superiori ai trentamila iscritti (37mila nel 1975, ndr), e li ha conservati fino agli anni Ottanta. E’ dagli anni Novanta che si ha un calo davvero significativo”. Ma quello che a Rubbi appare un crollo lascia comunque in dote al partito oltre 20mila militanti iscritti.
“A metà degli anni Ottanta – racconta Giorgio Bottoni, che fu responsabile organizzativo e poi amministratore – avevamo un bilancio di quattro miliardi di lire, senza un centesimo di finanziamento pubblico. Anzi, eravamo noi che portavamo soldi a Roma: 400 milioni, il dieci per cento di quanto raccoglievamo da sottoscrizioni, tesseramento e feste dell’Unità”.

Tornando invece ai ‘sorprendenti’ numeri di oggi, in termini percentuali i tesserati del Pd rappresentano circa lo 0,6% della popolazione a livello provinciale e lo 0,8% se puntiamo lo sguardo sulla città. Nulla. Significa che appena un cittadino su 130 milita nel partito di governo, che equivale a dire otto ogni mille abitanti. Il trend – conferma Vitellio – è grossomodo questo dal 2008, anno di nascita del Pd. Eppure il Partito Democratico alle ultime elezioni ha ottenuto oltre 34mila voti. Un consenso dietro al quale, però, evidentemente non matura lo slancio per un’attività militanza, per un impegno personale e diretto.
“Lo scorso anno in realtà gli iscritti sono stati 5.849”, precisa Vitellio. Una differenza così significativa, quasi il triplo di quelli attuali, non si giustifica però con il fatto che il tesseramento 2014 non è concluso e resterà aperto sino al 31 dicembre: “Lo scorso anno abbiamo avuto il congresso e le primarie – spiega il responsabile dell’organizzazione – sono i momenti in cui la gente si attiva. Anche ora andiamo verso le primarie, quindi speriamo che il dato migliori”. Anche questo fa riflettere circa presupposti e motivazioni individuali.

Il secondo partito ferrarese per livello di consenso elettorale è Forza Italia. Il “club” ferrarese non ha un sito ufficiale, ma solo una pagina Facebook che conta 94 (!) “mi piace”. Il numero degli iscritti dell’anno in corso qui non è pubblicizzato. Il coordinatore provinciale è Luca Cimarelli, già esponente di Alleanza nazionale. E’ stato nominato reggente dal coordinatore regionale, il senatore Massimo Palmizio, al momento della rinascita di Forza Italia dalle ceneri del Pdl. Resterà in carica almeno sino ai primi mesi del 2015: a gennaio è previsto il congresso comunale che nominerà i delegati al congresso provinciale e quindi i nuovi vertici. Cimarelli confessa di non sapere neppure lui quanti siano gli iscritti. “Per la privacy da Roma non ci dicono nemmeno i nomi – ammette -. Nel 2011 il Pdl ne aveva circa duemila, ora gestiscono tutto dalla capitale e noi non abbiamo gli elenchi”.
Ci rivolgiamo allora a Palmizio. Il quale, per prima cosa, segnala che il tesseramento chiude il 31 di ottobre (salvo probabile proroga) e fino ad allora le cifre non verranno divulgate. “L’obiettivo per Ferrara è confermare il dato del Pdl, duemila tesserati”. In risposta alla nostra insistenza dice: “Al rilevamento di giugno eravamo circa alla metà”. Cioè un migliaio: il che sarebbe clamoroso. Significherebbe che, nella corsa al ribasso, fra Pd e Forza Italia, il numero di aderenti alla medesima data variava appena di tre-quattrocento unità. Palmizio però mette la mani avanti. “Ora l’iscrizione costa 30 euro, non più i 10 di prima. Di questi tempi pesa… Ma – aggiunge – chi si iscrive ora, a gennaio contribuirà alla nomina del nuovo gruppo dirigente, lo stimolo quindi c’è”. Ecco il refrain già sentito. Dice anche che nei prossimi giorni ci sarà un incontro sul tesseramento “con il presidente Berlusconi”. E che mai vi dirà?, chiediamo. “Di fare più tessere!”, scherza il senatore. Però poi, seriamente, soggiunge che c’è in discussione anche una sua proposta di tessera famiglia, una sorta di prendi ‘tre paghi due’, per quel che capiamo, secondo un approccio mercantile non lontano dalla mentalità del leader supremo.
Insomma, anche in politica ormai si afferma una logica di marketing da supermercato.

1. CONTINUA

NOTA A MARGINE
Il peso della corruzione che affossa l’Italia

Corruzione: scambio illegale tra un pubblico ufficiale e un soggetto privato, nel quale quest’ultimo si fa parte attiva per dare al primo denaro, beni o favori, e in cambio riceve un vantaggio che non gli è dovuto o è costretto a pagare per un atto dovuto. (Dizionario di economia e finanza Treccani)

Ma la corruzione è davvero solo questo? Se fosse così, sarebbe tutto molto più semplice. In realtà, la corruzione è un fenomeno difficilissimo da indagare, che condiziona fortemente la sfera economica, morale e culturale del nostro Paese. Occorre una radicale trasformazione della cultura diffusa, affinché la corruzione venga considerata socialmente insostenibile e inaccettabile, in questa battaglia per la prevenzione e il contrasto della corruzione ciascun cittadino dovrebbe sentirsi chiamato in causa, perché “in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile”, come dice don Luigi Ciotti. Da questa convinzione è nata nel 2013 una delle più grandi mobilitazioni digitali organizzate in Italia: “Senza corruzione. Riparte il futuro”, promossa da Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e dal Gruppo Abele.

Tutti ormai ripetono che la corruzione costa al nostro paese 60 miliardi di euro l’anno, non solo tv e altri organi di informazione, ma lo affermano persino i documenti ufficiali dell’Ue. Tuttavia, anche se si conoscesse la cifra di tutte le tangenti pagate in un anno, quel numero non rappresenterebbe il costo della corruzione, ma solo la punta di un iceberg, perché non terrebbe conto di tutte le distorsioni che essa produce. Distorsioni come il fatto che l’Italia attiri investimenti stranieri pari alla metà della Germania e a quasi un terzo della Francia (Unctad, 2014), oppure che si trova al 49° posto nel Global competitiveness index (World economic forum, 2014) e che ha un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 43% (Eurostat, luglio 2014).

Distorsioni di cui ha parlato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, nelle sue considerazioni finali in occasione dell’assemblea annuale: “Corruzione e criminalità organizzata generano distorsioni nell’allocazione delle risorse, riducono l’efficacia dell’azione pubblica e ostacolano lo sviluppo”. E ha poi aggiunto: “In Italia la diffusione dei fenomeni corruttivi è amplificata dalla presenza delle organizzazioni criminali, ormai anche al di fuori dei territori di tradizionale insediamento”.
Il capo dello Stato Sergio Mattarella, ospite a Torino a un incontro pubblico organizzato dal Sermig (Servizio missionario giovani), rispondendo alla domanda di uno dei ragazzi sul dilagare della corruzione nel Paese, ha addirittura usato l’espressione “concezione rapinatoria della vita”. E poi ha fatto un appello: “Ognuno cominci a riflettere su se stesso”. È fondamentale guardare a se stessi e capire quali sono gli errori che si fanno nel quotidiano, perché troppo spesso si punta il dito su ciò che fanno gli altri senza accorgersi che si ha lo stesso comportamento.

Basta giocare su www.zeroscuse.it/play e www.riparteilfuturo.it/quanto-sei-corrotto per scoprire quanto la corruzione sia un sistema che permea ogni azione del nostro vivere quotidiano. Non a caso si riporta l’avvertenza “Attenzione: questo gioco potrebbe risvegliare la tua coscienza”. “Zeroscuse” mette alla prova la nostra capacità di distinguere fra fatti realmente accaduti e trame cinematografiche: il detto “la realtà spesso supera la fantasia” non potrebbe essere più calzante. Un costruttore edile, che è anche consigliere comunale, pilota un’enorme speculazione edilizia che cambierà per sempre il volto della sua città; un giovane imprenditore rampante aggredisce un poliziotto che rifiuta di accettare una tangente, lanciandogli addosso aragoste; un sindaco riceve un viaggio a Disneyland, in cambio di una gara d’appalto; durante un esame lo studente riceve vari sms da un’organizzazione clandestina che comunica tutte le risposte esatte a pagamento; oppure ancora un’associazione universitaria assiste gli studenti durante gli esami, con auricolari e sostituzioni di persona. Sapreste dire quali sono gli episodi di cronaca? Un piccolo aiuto: le citazioni cinematografiche sono “Le mani sulla città” di Risi e il recente “The wolf of Wall Street” di Scorsese. “Quanto sei corrotto”, invece, ci chiama in causa personalmente: come ci comportiamo quando troviamo un portafogli per strada o al bar non ci fanno lo scontrino?

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Logo della campagna

“Riparte il futuro” è iniziata con le elezioni politiche del 2013 quando ai candidati al Parlamento è stato chiesto di mettere in rete il proprio curriculum vitae, la propria condizione reddituale e patrimoniale, l’eventuale presenza di conflitti di interesse e la situazione giudiziaria, e l’impegno a riformare, nei primi 100 giorni della legislatura, l’articolo 416 ter del Codice penale: la norma riguardava lo scambio elettorale politico-mafioso e considerava corruzione soltanto il passaggio di denaro dal rappresentante pubblico al corruttore, trascurando altre controprestazioni essenziali, come favori, raccomandazioni, informazioni privilegiate su appalti. La modifica di quell’articolo, nell’aprile 2014, è il primo grande risultato: nel nuovo testo sono state inserite due semplici parole, “altra utilità”, che colpiscono al cuore il voto di scambio politico mafioso.

Da allora i fronti di mobilitazione si sono moltiplicati. Su quello della sanità, con la rete di “Illuminiamo la salute”, si sono fatti grandi passi avanti in materia di trasparenza: a dicembre 2013 è stato chiesto agli assessori regionali alla sanità e ai direttori generali di far rispettare da ciascuna delle circa 240 aziende sanitarie nazionali quanto prevede la legge 190/2012 sull’integrità delle Pubbliche amministrazioni, registrando nei mesi successivi un +127% di conformità agli obblighi di legge, senza contare che per la prima volta nella storia del nostro paese la società civile ne ha monitorato l’operato. Per quanto riguarda il nostro patrimonio artistico, “Riparte il futuro” ha putato i riflettori su Pompei e sulla relazione del generale Giovanni Nistri, l’alto ufficiale dei Carabinieri nominato dall’allora ministro della cultura Massimo Bray per gestire l’emergenza del sito archeologico campano. A fine 2014 il generale ha potuto illustrare la propria relazione alla commissione Beni culturali del Senato, grazie alla richiesta di oltre sessantamila cittadini che hanno firmato in poco più di una settimana l’appello sul destino di Pompei. Questo è solo il primo passo per delineare la ‘road map’ verso il salvataggio del sito campano, per questo la nuova fase della campagna “Mai più silenzio su Pompei” chiede che le gare di appalto qui diventino un modello di trasparenza e di rispetto delle regole.

È poi storica la vittoria ottenuta il 20 maggio in materia di tutela dell’ambiente e del diritto alla salute: gli ecoreati come il delitto di inquinamento e delitto di disastro ambientale entrano finalmente nel Codice penale, grazie a “In nome del popolo inquinato“, promossa da Libera e Legambiente insieme ad altre 23 sigle associative tramite “Riparte il futuro”, che ha raccolto in pochi mesi quasi 80.000 firme.

Il 21 maggio è stato approvato anche il ddl anti-corruzione: depositato dall’allora senatore Pietro Grasso all’indomani delle politiche 2013 e della prima campagna di “Riparte il Futuro”, è rimasto fermo per oltre 700 giorni ed è stato più volte emendato dal governo. Traguardi importanti sono il potenziamento dell’Autorità nazionale anticorruzione e la possibilità di scambi di informazioni con la magistratura, la restituzione del guadagno illecito per accedere al patteggiamento e alla sospensione della pena e l’aumento delle pene. Fra le perplessità maggiori ci sono quelle riguardo il falso in bilancio, che finalmente torna a essere perseguibile penalmente senza prevedere soglie e con la procedibilità d’ufficio. Accanto ai fatti materiali andrebbero perseguite anche le “valutazioni”, cioè quando si trucca il bilancio stimando in più o in meno qualcosa che si possiede, con un valore sballato rispetto a quanto previsto dalla legge e dagli standard internazionali: non averlo previsto nel testo aumenta il campo dell’interpretazione da parte del giudice. Inoltre, se nella prima versione della riforma per le aziende non quotate si prevedevano da 2 a 6 anni di carcere, nel testo approvato le pene vanno da 1 a 5 anni di carcere: quell’anno fa la differenza fra la possibilità o meno di richiedere le intercettazioni.

A oggiRiparte il futuroha superato il milione di adesioni e fra i fronti ancora aperti ci sono: un Freedom of information act per l’Italia, che permetta ai cittadini l’accesso a dati e documenti della pubblica amministrazione, perché solo la trasparenza può sconfiggere la corruzione; la richiesta ai rettori degli atenei pubblici italiani di sottoscrivere un impegno a favore del ‘whistleblowing’ (letteralmente ‘suonare il fischietto’), cioè una tutela efficace a chi denuncia gli episodi d’illegalità che avvengono al loro interno; il monitoraggio su “Garanzia giovani” per capire insieme alle regioni come si sta spendendo il miliardo e mezzo di euro di fondi europei e statali per aiutare i giovani senza lavoro.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Mobilitare i saperi. Qualcuno ci ha già pensato

L’idea è quella di fare uscire saperi, cultura, esiti delle ricerche dalle aule accademiche, dalle biblioteche e dagli archivi, farli circolare, dare loro respiro, tradurli in ossigeno per le persone, per la società intera. Farli diventare oggetti di dialogo, di connessioni effettive con i bisogni di una società della conoscenza concepita in modo dinamico e non statico, aprire i sancta sanctorum della cultura alle necessità impellenti della nostra epoca. Colmare la distanza tra ricerche, nuovi saperi e la necessità di migliorare le competenze della società civile, sia sul versante politico, sia sul versante dell’organizzazione sociale, sia riguardo a tutti i settori produttivi e non in cui si articola la vita di ogni comunità.
È ciò che dal 2012 ha compreso il Forum canadese per la mobilitazione della conoscenza, il ‘Canadian KMb’, nato per iniziativa dei dipartimenti di scienze sociali e umane delle università canadesi (Sshrc). I Forum sono a tema e tutti possono partecipare, tutti ne possono beneficiare. Poiché l’idea è mobilitare le conoscenze, ogni anno i forum si spostano da una città all’altra del Canada, il tema per il 2015 è “La creatività come pratica per mobilitare le diverse forme del pensiero”.
I Forum sono organizzati come un’opportunità per condividere ciò che si sa e per spingersi oltre i confini degli attuali saperi. Sono eventi che fanno incontrare professionisti, ricercatori, studenti, amministratori, opinion-leader e le migliori menti impegnate nella arte e nella scienza. In questo modo la mobilitazione delle conoscenze appare come la condizione indispensabile per migliorare le prassi sociali, per processi formativi avanzati, per migliorare l’occupazione, per l’innovazione, per accrescere il valore complessivo della società.
Che viviamo nella società della conoscenza è un dato ormai ampiamente acquisito, come è indiscutibile che la conoscenza è indispensabile alla crescita del capitale umano. Ciò che invece rimane oggetto di dibattito, di riflessione e di critica è la gestione della conoscenza, ciò che gli economisti hanno definito come ‘knowledge management’, l’uso della conoscenza, la sua diffusione e fruizione in funzione del mercato e della globalizzazione.
Ci sono in gioco la democrazia, i diritti, l’autodeterminazione e le libertà. È evidente quando il governo delle conoscenze è nelle mani di pochi decisori, di interessi economici e politici, di strategie volte a condizionare scelte e comportamenti di persone, popoli e Paesi. Pertanto società della conoscenza e knowledge management non sono di per sé sinonimi di progresso, di conquiste sociali, di più benessere e di più democrazia. Specie se benessere e democrazia vengono dosati con strategica determinazione.
Ci sono però alcuni elementi che, oggi più di ieri, accomunano il destino della specie umana sulla Terra. Innanzitutto la consapevolezza di appartenere ad una umanità che condivide le proprie radici biologiche con il resto della natura, almeno per quanti culturalmente assegnano all’evoluzionismo un valore scientifico. E poi la globalizzazione. La globalizzazione come prospettiva mondiale ha contribuito a renderci consapevoli di condividere il futuro del pianeta con tutte le vite che lo abitano.
Da questo punto di vista il nostro futuro non ci appare dei più brillanti. La distruzione della biosfera, i cambiamenti climatici e gli squilibri dell’ecosistema operati dall’azione umana, unitamente al loro impatto ambientale e sociale, sono divenuti questioni sostanziali. È soprattutto sul fronte sociale che non siamo preparati, che siamo lontani dal prevedere le sfide poste dalle dinamiche globali della nostra epoca.
Il tema è, dunque, quali cambiamenti, quali conoscenze sono necessarie per confrontarci con queste sfide senza precedenti. Di conseguenza la nostra comprensione del comportamento umano collettivo e la nostra capacità di gestire tutto ciò diventano i fattori chiave, pertanto conoscenza e capacità di innovare l’organizzazione sociale, sia su scala locale che globale, sono il cuore del destino dell’umanità.
Una società della conoscenza non può che fondare il suo disegno e la sua evoluzione in accordo con la dinamica del valore sociale della conoscenza, che si nutre di idee, di emozioni, di lungimiranza, che sa guardare verso tutti quei territori che ancora non sono esplorati. Detto in questi termini, la società della conoscenza è sempre il luogo delle utopie possibili, del pensiero non improbabile. Parlare di cultura e di valore sociale significa assumere come punto di vista non gli interessi dell’economia e del mercato, ma il benessere collettivo.
Allora emerge una strada da percorrere, che si muove nella direzione dell’evoluzione della gestione delle conoscenze, che non è il knowledge management finora conosciuto. La strada è quella di mobilitare le conoscenze, di farle fluire nel tessuto sociale di tutti, per favorirne la più ampia diffusione e condivisione. E qui entra in gioco la grande rilevanza dei centri di ricerca, degli enti culturali, delle università, dei governi, delle comunità, dei network come agenti primi di questo processo. L’iniziativa canadese suggerisce un’idea di società della conoscenza nella quale le dinamiche collettive non sono quelle materiali e monetarie, ma quelle di ordine umano, culturale e civile, capaci di bilanciare le politiche di un knowledge management centrate sulla crescita economica e finanziaria.
Una società della conoscenza senza mobilitazione delle conoscenze non è altro che un controsenso. Se non si intraprende per davvero una strada capace di mobilitare, diffondere, condividere saperi e culture non solo faremo fatica a difendere e tutelare l’ambiente e la vita sul nostro pianeta, ma neppure potremo avanzare sul terreno della giustizia sociale, della lotta all’ignoranza, all’intolleranza, alla superstizione, al dogmatismo, al fondamentalismo i cui rigurgiti ogni giorno imbrattano le pagine della nostra storia umana. Del resto le maggiori conquiste di civiltà possono essere descritte come straordinarie mobilitazioni della conoscenza. Forse la più grande mobilitazione della conoscenza che mai la storia abbia conosciuto è richiesta oggi in cima alla scala della globalizzazione.

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