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I GIOVANI DI FERRARA
e la “fauna inselvatichita” del Resto del Carlino

Succede a Ferrara. Una signora scrive al Carlino per lamentare che la quarantena ha reso i giovani  più selvaggi e più maleducati e per salutare la ripresa delle scuole che porrà fine alle orde di giovani ammassati in alcuni punti particolari della città.

Il Carlino, non so se per la penna del suo direttore o di un altro redattore, risponde rincarando la dose, etichettando gli ‘under 18’ della nostra città come “fauna inselvatichita” e commiserando quei poveri insegnanti che con la ripresa delle scuole dovranno prendersi cura di loro. Studenti sfaticati, finora graziati dalla didattica a distanza e dai registri elettronici, esperti nell’arte dell’imbosco, dediti alla sciopero e alle autogestioni per questioni futili come le aule fredde, figurarsi cosa succederà ora che hanno pure una base scientifica a cui appigliarsi: il Covid-19.

Ci mancavano solo bullismo, sesso, alcol e droga per completare il quadro della fiera dei luoghi comuni.

Che dire? Non ci resta che fare i complimenti, anzi le congratulazioni al direttore e al suo giornale per l’alta considerazione che nutrono nei confronti dei giovani della nostra città. Non è dato di sapere se i destinatari degli ‘apprezzamenti’ siano solo le ragazze e i ragazzi ferraresi o se il giudizio del Carlino si debba considerare esteso a tutti i loro coetanei a prescindere dalla residenza.

Stiamo, dunque, allevando “una fauna inselvatichita”, non so se al Carlino abbiano figli e se pure loro siano compresi nella fauna inselvatichita.

Evito di fare l’elenco dei tanti giovani cresciuti e formati nella nostra città che in questo momento stanno facendo onore a se stessi e a noi tutti in tante parti dell’Europa e del mondo, nonostante la distrazione di una città che non ha saputo investire su di loro come risorse da non disperdere.

Ma per dire come le generalizzazioni rivelino uno sguardo miope, basta ricordare i giovani a cui il nostro presidente della Repubblica, la scorsa primavera, ha conferito gli attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica” perché si sono distinti come costruttori di comunità, attraverso la loro testimonianza, il loro impegno, le loro azioni coraggiose e solidali. Sono giovani che rappresentano modelli positivi di cittadinanza e che sono esempi dei molti ragazzi meritevoli presenti nel nostro Paese.

Può darsi che al Carlino venga un attacco di orticaria a rammentargli che quella ‘fauna inselvatichita’ è la stessa che ha sfilato nei “friday for future” per scuotere una ‘fauna adulta’ sprofondata nell’indifferenza del proprio torpore.

I giovani ferraresi non sono da meno e non hanno certo bisogno della mia difesa d’ufficio. Sarebbe ora che anziché disprezzare pensassimo alla responsabilità che ognuno di noi porta verso quelle preziose risorse che cresciamo nelle nostre scuole e che lì investono il tempo migliore della loro vita.

Il buon senso dovrebbe suggerire di non dimenticare mai, specie se si fanno generalizzazioni, che quei giovani dal Carlino considerati irrecuperabili altro non sono che il riflesso di noi adulti. Ne sono testimonianza, in queste ore, i familiari dei killer di Willy con il loro osceno: “Era solo un immigrato”.

Se l’esito è una ‘fauna inselvatichita’, sarà bene che impariamo a guardarci allo specchio, innanzitutto noi che dovremmo essere già cresciuti, secondo l’etimologia della parola ‘adulto’ e che, dunque, dovremmo evitare di discolparci con troppo facili luoghi comuni.

Ci sarebbe da interrogare la città su cosa ha fatto e su cosa sta facendo per le sue bambine e i suoi bambini, le sue ragazze e i suoi ragazzi, che non appartengono solo alle loro famiglie, ma sono anche figlie e figli nostri di cui prendersi cura con amore, perché costituiscono le vite su cui contare per il futuro nostro e della città, tenendo ben presente che  di ogni distrazione nei loro confronti siamo tutti responsabili.

Quali spazi, quale ruolo ci si è mai preoccupati di assegnare ai nostri giovani, se non quello di cittadini di serie B sotto perenne tutela.

È difficile pretendere da loro di nutrire un sentimento di appartenenza alla città che abitano, se da parte della città non c’è innanzitutto il loro riconoscimento e la loro responsabilizzazione sociale. La formazione alla responsabilità muove a partire  da chi ha la responsabilità di coltivare un terreno fertile per il suo sviluppo. La prima condizione è che bambine e bambini, ragazze e ragazzi si sentano considerati dalla comunità a cui appartengono, che vedano negli adulti dei testimoni attendibili. Occorre che sentano di abitare una città che si stringe intorno a loro, perché interessata alla realizzazione del loro progetto di vita. Non percepirsi come un disturbo, come un affanno per gli adulti, ma come  forze vitali sulla cui crescita la città investe le sue risorse ed energie migliori.

Sono ormai anni che da queste pagine propongo alla città di coinvolgere i giovani, piccoli e grandi, per far sentire che la città crede in loro, che ha bisogno della loro intelligenza, del loro successo formativo, del loro progetto di vita, perché è dalla loro intelligenza e dalle loro competenze che dipende la possibilità, per loro e per noi, di coltivare il sogno di orizzonti nuovi. Credo che questo sia il modo più autentico di valorizzarli, di coinvolgerli e di responsabilizzarli.

L’idea è quella di celebrare ogni anno il Festival dell’Apprendimento per dimostrare l’attenzione e l’amore della città per le sue scuole, su quello che avviene al loro interno, sulla loro qualificazione. Soprattutto per rendere pubblico l’apprezzamento e la riconoscenza dell’intera città nei confronti del sacrificio e dell’impegno delle nostre bambine e bambini, ragazzi e ragazze per imparare, formarsi e crescere anno dopo anno.

Mettere a disposizione degli studenti una tribuna in cui essere loro i protagonisti, tenere loro le lezioni, esporre i prodotti del loro lavoro scolastico, mettere in pratica quanto appreso nei tanti giorni di scuola, illustrare le loro esperienze, sentirli motivare per quali ragioni imparano e raccontare come l’hanno appreso.

Un modo attraverso il quale la città celebra il loro ruolo, li aiuta a riconsiderare lo studio, a guardarlo con motivazioni e occhi nuovi.

Credo che la precedente amministrazione cittadina abbia compiuto un errore a sottovalutare l’importanza di questa iniziativa, con la quale ormai diverse città nel mondo fanno sentire la loro attenzione e vicinanza non solo alle nuove generazioni, ma anche agli adulti che sono impegnati nel campo dell’apprendimento, da chi studia a chi insegna.

Una città che non sa rendere protagonisti e non offre spazi di espressione e di riconoscimento ai suoi giovani, finisce per rinchiuderli nel ghetto degli stereotipi sociali,   offrendo il fianco ad amplificatori qualunquisti come le pagine del Carlino, abdicando alla propria intelligenza e sprecando quella delle sue figlie e dei suoi figli.

LA NOTA
La Sinistra e il metodo Tafazzi

​È una sindrome dalla quale la Sinistra non riesce proprio a guarire. Chiamiamola miopia o autolesionismo. Ultima brillante prova: le primarie pd per il sindaco di Milano. Il candidato moderato Giuseppe Sala, forte dell’investitura di Renzi, ha ottenuto ieri il 42% dei consensi e la ‘nomination’, peraltro accompagnata da molte polemiche per il voto sospetto di una folta rappresentanza della comunità cinese, che a qualcuno ha rinnovato la memoria delle famigerate ‘truppe cammellate’.
Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino, i due principali antagonisti, hanno raccolto rispettivamente il 34 e il 23% dei voti. Fra loro sono emersi riferimenti ideali e politici affini, dai quali deriva una visione della città, dei rapporti fra le parti sociali, delle alleanze, delle priorità di intervento certamente alternativi a quelli di Sala. Eppure non hanno trovato – o non hanno cercato – il modo di coalizzarsi. Peccato. Perché insieme avrebbero potenzialmente conseguito un bel 57%, un risultato tale da lasciar presagire il successo, anche al netto di qualche defezione: poiché in politica si sa bene che il malpancismo è diffuso e uno più uno quasi mai fa due.

Balzani e Majorino potevano essere artefici di un progetto condiviso e delineare uno schieramento solido, capace di proporsi autorevolmente a sostegno del potenziale futuro sindaco della città. Potevano. Perché invece, naturalmente, ognuno è andato per conto suo.
Naturalmente, perché questa inclinazione a dividersi in mille rivoli pare ormai una connaturata peculiarità della Sinistra. E’ ormai congenita l’incapacità di stare insieme e unire le forze. E questo in palese e tragicomico contrasto con i rituali proclami di coesione che ogni volta vengono espressi, gli appelli all’unità sempre evocata ma mai seriamente perseguita con la necessaria tenacia. E’ un tratto – più propriamente ‘una deformazione’ – che caratterizza la Sinistra, italiana in particolare. Una mostruosità che partorisce sconfitte in serie.
Ci si divide un po’ su tutto, ma soprattutto si compie un errore strategico mortale: non si attribuisce ai temi il giusto indice di priorità, stabilendo con chiarezza e buon senso le questioni e i principi basilari, come tali intangibili perché connessi all’identità politica, e gli elementi di complemento sui quali si può anche dissentire senza per forza dover ogni volta prendere cappello. Si finisce perciò per accapigliarsi un po’ su tutto. Non è chiaro se ciò avvenga per un eccesso di puntiglio, peraltro ben corroborato dalla completa incapacità di mediare, arte invece necessaria a definire quei nobili compromessi che, non solo la politica ma anche la vita, impongono. Oppure se questa litigiosità sia frutto avvelenato di altre peggiori debolezze e sotto il fuoco covi la brace dell’ambizione, sicché il continuo beccarsi sarebbe conseguenza di impronunciabili smanie di affermazione personale, incontenibili e talvolta malcelate dalle affermazioni di principio. Forse c’entrano entrambe le cose. E, comunque sia, la Sinistra riesce sempre a perdere. E quasi sempre facendosi male da sola.

Milano è solo il più recente esempio, ciò che capita lì vale in tutto il Paese. C’è da temere che il medesimo destino attenda impietoso anche i tentativi attuali di aggregazione che in ordine sparso stanno portando avanti i vari Sergio Cofferati da una parte (con la sua ‘Cosmopolitica’), Pippo Civati da quell’altra (e il suo spagnoleggiante ‘Possibile’), e poi reduci di Sel, di Rifondazione e ancora altri insofferenti del Pd, parte dei quali hanno generato una pomposa ‘Sinistra italiana’ che s’è mezza sfasciata due giorni dopo la genesi. Insomma, il rischio è grande. E a dir di molti il destino è annunciato.
Questa drammatica ‘cupio dissolvi’ si manifesta sistematicamente da ormai trent’anni, rendendo la Sinistra tragicamente simile all’emblema dell’autolesionismo, quel Tafazzi, icona creata da Giacomo Poretti, che si prende irresistibilmente a bottigliate nelle zone sensibili per insopprimibile impulso.
Eppure l’Italia avrebbe davvero bisogno di una seria alternativa al Partito democratico di Renzi, di qualcuno che tenesse salde le bandiere dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Per quest’alternativa c’è lo spazio, proprio perché si è creato un vuoto di rappresentanza, ben testimoniato fra l’altro dal sempre crescente numero di cittadini che disertano le urne.
Ma oggi come oggi bisogna riconoscere che l’unica alternativa non moderata al Pd (sempre più simile al Partito ‘marmellata’ della nazione), pur con tutte le sue contraddizioni è il Movimento cinque stelle. La sua natura è ibrida, i riferimenti ideali talora incerti. Ma esprime quantomeno una evidente volontà di cambiamento della politica e dei suoi rituali. Delinea spesso condivisibili obiettivi di progresso. Compie scelte talora apprezzabili e indica candidati autorevoli per le cariche istituzionali. Recentemente è accaduto per la Rai e altri enti. Ma clamorosa fu la proposta (bocciata paradossalmente proprio dal Pd) di uno stimatissimo costituzionalista come Stefano Rodotà (già presidente del Pds, il papà del Pd) a Capo dello Stato. Ecco, quello fu e resta un passaggio particolarmente significativo ed emblematico.
Così, mentre nelle orecchie del popolo di Sinistra risuona ancora lo sgomento grido di Nanni Moretti (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra”) tuttora inascoltato dagli attuali ‘dalemoni’, succede che qualcosa di sinistra ogni tanto lo dicano proprio i Cinquestelle, pure così invisi a un’ampia fetta di simpatizzanti della Sinistra per i quali, appunto per questo, restano – spregiativamente – null’altro che grillini. Il cui frinir però si ode.

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