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Il crocifisso tradito

E’ passato un bel po’ di tempo e non riesco a ricordare se nella mia aula della scuola elementare Biagio Rossetti fosse esposto il crocifisso d’ordinanza. Nessuno ci faceva caso. Allora i bambini erano tutti bianchi, non ci si poteva esentare dall’ora di religione, l’Italia non era diventata quella che è ora: una società multietnica e multiculturale.

Ricordo invece che la questione dei crocifissi nelle aule della repubblica è stata sollevata, con le polemiche del caso, più e più volte negli ultimi vent’anni. Ora, dopo la decisione dell’assessore alla Pubblica istruzione Dorota Kusiak di acquistare 385 crocifissi da distribuire nelle scuole cittadine di ogni ordine e grado, il problema cessa di essere un argomento astratto di discussione, ma coinvolge in prima persona i bambini, i ragazzi, gli insegnanti, le famiglie ferraresi.

Il primo cittadino Alan Fabbri, in linea con la decisione prese in passato da altri sindaci leghisti e con le più recenti esibizioni di madonnine e rosari da parte di Matteo Salvini, ha dichiarato il fine ultimo della campagna per il crocifisso: “E’ un simbolo d’amore, tutelo la nostra identità”. Difficile ovviamente sostenere che, per un cristiano più o meno osservante, il crocifisso non sia il segno più alto dell’amore di Cristo, un Dio fatto uomo che muore per salvare l’umanità. Il problema riguarda però l’uso, o l’abuso che si fa di questo simbolo. Ancora più ambiguo è il richiamo all’identità. Quale identità dovrebbe tutelare l’esposizione del crocifisso? L’identità della maggioranza (ammesso che nell’Italia secolarizzata ancora lo sia) sopra e contro quella delle minoranze?

L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche trova ragione in alcune disposizioni del Ventennio fascista, così infatti, trattando di arredi scolastici, prevedono due articoli del Regio Decreto 965 del 30 aprile 1924 e dal Regio Decreto 26 aprile 1928. Sono leggi e circolari ancora virtualmente in vigore, visto che in un’Italia che ha cambiato completamente faccia e colore, nessuno in 90 anni si è preso la briga di cancellarle. Contro la legittimità , o comunque l’opportunità di una loro applicazione c’è però il principio fondamentale della laicità dello Stato affermato con forza dalla Costituzione – la prima legge dello Stato – che all’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali”.

Fin qui i termini della questione in punta di diritto. Quello che più interessa è però la situazione reale e concreta di chi oggi frequenta le scuole della nostra città. Sono davvero in tanti – in alcune classi delle primarie arrivano a sfiorare il 50% – gli alunni frequentanti di religione diversa da quella cattolica. E tantissime sono le famiglie che, anche se di cosiddetta ‘educazione cattolica’, hanno chiesto l’esenzione dall’ora di religione per i loro figli.  Scrive giustamente il maestro elementare Mauro Presini in una lettera aperta all’assessore alla Pubblica Istruzione: “Non esporrò il crocifisso perché la dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica non è più «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica» nel nostro Paese. Non lo esporrò, nonostante sia uno fra i simboli di identità storico-culturale, perché nella mia classe, come nella maggioranza delle classi italiane, ci sono bambini e bambine i cui genitori hanno scelto di avvalersi dell’insegnamento delle attività alternative alla religione cattolica.”.
Ma la decisione di affiggere il crocifisso in tutte le aule delle scuole ferraresi non suona solo come una negazione della laicità della scuola pubblica, un’offesa ai diritti fondamentali con l’imposizione di un credo sopra tutti gli altri credo, rappresenta anche un insulto al supremo valore dell’amore che sta alla base della religione cristiana.

Salvini impugna il rosario, i suoi seguaci impongono l’obbligo del crocifisso in nome del messaggio evangelico e  del valore dell’amore, ma cosa diventa questo amore se si sceglie di imporlo ‘ex catedra’ (letteralmente), sopra tutto e tutti? Anche i cattolici, i credenti, dovrebbero avversare le forzatura propagandistica dell’Amministrazione Comunale di Ferrara. Povero Cristo! Il crocifisso obbligatorio è un crocifisso tradito: cessa di essere simbolo di unione fraterna e di amore e diventa strumento di divisione e di conflitto.

L’uguaglianza discrimina!

di Federica Mammina

C’è una parola di cui oggi mi pare si faccia abuso. È la parola discriminazione. Con i politici in testa, una delle accuse più gettonate quando non vi è accordo su un tema è quella di discriminazione. Così se non concordi con il pensiero dominante, o quello che si cerca di far diventare dominante, discrimini. Ma non si può pensare che ogni scelta tra una posizione a favore ed una contraria significhi necessariamente discriminare qualcuno. Altrimenti dovremmo essere sempre tutti d’accordo su tutto. L’uguaglianza ha un significato ben preciso: trattare in modo uguale situazioni uguali, ed in modo differente situazioni differenti. Perché è un dato di fatto che non siamo tutti uguali, e meno male. È considerare ciascuno come identico a tutti gli altri, è dare a tutti indistintamente le stesse cose e non ciò di cui si ha realmente bisogno, è lì che si annida la vera discriminazione.
Stiamo attenti: potremmo finire per considerare come libertà e parità di trattamento ciò che piuttosto è omologazione.

“Tutti gli uomini nascono uguali, però è l’ultima volta in cui lo sono”
Abraham Lincoln

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA STORIA
Gli scatti di vita della fotografa errante che amava Kapuściński

“È importante che tu mantenga la capacità di esperire, che ci siano cose che ti stupiscano, che ti possano scuotere. È importante che non ti colga la terribile malattia dell’indifferenza”. Nel libro di Ryszard Kapuściński “Il mondo in un taccuino”, così traboccante di sagge meditazioni, di osservazioni precise e di autocritiche annotazioni di diario, ho trovato questo imperativo di vita, che per i giornalisti dovrebbe addirittura essere qualcosa come il primo comandamento del loro mestiere.

Se si vuole presentare la fotografa e scrittrice ‘nomade’ Monika Bulaj, non può mancare il nome di questo grande reporter internazionale polacco deceduto due anni fa. Lei stessa lo cita sovente e, se si scorrono le sue immagini, si avverte in continuazione quanto lei sia stata segnata dalla visione del mondo e dall’ethos professionale del suo connazionale polacco. Ma Kapuściński non è sicuramente l’unico maestro o l’unico modello di Monika Bulaj. Altri nomi devono essere citati. Tra i fotografi, il brasiliano Sebastiano Salgado, l’italiano Luigi Ghirri e specialmente la spagnola Cristina Garcia Rodero, ma forse anche registi come Andrej Tarkovskij e Theo Angelopoulos.
Modelli per il suo stile di scrittura sono tra gli altri, lo scrittore svizzero Nicolas Bouvier con le sue leggendarie annotazioni su un viaggio in Afghanistan e Iran (“L’esperienza del mondo”), Zbigniew Herbert, uno dei più grandi scrittori di viaggio del XX secolo, e Paolo Rumiz del quotidiano italiano La Repubblica, insieme con il quale Monika Bulaj ha intrapreso anche alcuni grandi viaggi attraverso l’Europa e fino a Gerusalemme. Due libri sono qui da segnalare: “Gerusalemme perduta” e il libro sull’Italia di Rumiz, mai abbastanza lodato, “La leggenda dei monti naviganti”, ai quali Monika Bulaj ha collaborato come fotografa. Ed è un caso che leggendo i suoi libri e osservando le sue immagini mi venga sempre in mente anche il nome di Joseph Roth, il grande ebreo in cammino lungo i confini di questo “angolo d’Europa maltrattato e disdegnato”, come egli scrive nelle sue annotazioni di un viaggio attraverso la Galizia.
Kapuściński però gioca forse un ruolo del tutto particolare, semplicemente perché egli, per la prima volta durante gli anni del comunismo, con i suoi straordinari reportage dall’Africa e dal Medio Oriente, ha aperto a Monika Bulaj, come a molti altri polacchi, una finestra sul mondo.
Anche lui aveva questa indomabile curiosità verso il mondo e verso gli uomini sconosciuti e verso le loro religioni, i riti, le feste e le danze. Effettivamente contro “la terribile malattia dell’indifferenza” da lui deplorata, Monika Bulaj appare essere altrettanto invidiabilmente immune come contro la caccia allo scoop, all’effetto, allo scandalo, che è così distruttiva nella nostra cultura del percepire. Da Kapuściński ella ha preso forse anche quell’umiltà discreta e il rispetto per l’altro, senza i quali non si potrebbe mai conquistare la fiducia degli uomini di cui si scrive o ai quali, come nel suo caso, si vorrebbe talvolta arrivare molto vicino con la macchina fotografica. E’ molto importante per comprendere il suo lavoro, come una volta lei stessa ha dichiarato in una conversazione, che tanto in qualità di fotografo quanto di ‘travel writer’ si gioisca del proprio lavoro e dell’incontro con lo straniero e con l’altro. Di nuovo anche qui emerge la vicinanza a Ryszard Kapuściński, che in uno dei suoi ultimi discorsi ha definito l’incontro con l’altro come una “delle più grandi sfide del XXI secolo”.

Monika Bulaj è nata a Varsavia, andava a scuola quando ancora c’era il comunismo, ma ha concluso a Varsavia i suoi studi universitari in storia, antropologia e filosofia quando già il muro di Berlino era caduto. “Avevo alle mie spalle la grande cultura polacca”, ha detto una volta in un colloquio, “ma intorno a me c’era anche il grande vuoto del presente comunista”.

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Un pastore nomade Sheva

Il fatto che fotografie con motivi provenienti dal mondo ebraico e anche dalla cultura dei Rom e dei Sinti, completamente spinti al margine dell’Europa, giochino un ruolo così importante nel lavoro di Monika Bulaj, lo si deve anche alla sua origine polacca o, per esprimersi in maniera un po’ più generale, alla sua provenienza dall’Europa orientale. Da bambina, e poi più tardi negli anni della formazione scolastica e universitaria, ha conosciuto il forte antisemitismo polacco, quello comunista così come quello di alcune parti della Chiesa cattolica. La sua particolare curiosità per una cultura che i nazisti volevano estirpare e che negli anni comunisti della Polonia è stata rimossa, spesso anche apertamente combattuta, ha forti radici biografiche, da lei apertamente rivelate in un suo racconto sulla casa della nonna. E oggi è il razzismo contro i Rom, che va diffondendosi in quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale, ma anche occidentale, che l’ha motivata a svolgere le sue ricerche fotografiche negli accampamenti Rom della Slovenia, della Slovacchia o in Italia.

Dal 1993 vive in Italia, prima a Bergamo, ora a Trieste. I suoi primi viaggi fotografici, sempre connessi con forti interessi antropologici, risalgono alla metà degli anni Ottanta. Per il suo progetto “Genti di Dio” è stata in viaggio vent’anni e se si osservano le sue foto, si intuisce a quali disagi, ma anche a quali gioie, queste escursioni in villaggi e comunità, spesso situati ben lontano delle principali vie di comunicazione, siano legate. Nel testo d’introduzione al libro Monika Bulaj, facendo una sintesi dei suoi molti viaggi, scrive: “A piedi, in bicicletta, su slitte, trattori, barconi, ho imparato a indagare i limiti dei mondi di fede, a rallegrarmi quando arrivo tra persone nuove e, contemporaneamente, a essere impaziente di parlare con i vecchi prima che scompaiano, insieme ai loro ricordi”.
E’ così, si deve essere entrambe le cose, paziente e impaziente, se ogni volta nuovamente ci si mette in cammino, come fa Monika Bulaj, verso i confini dell’Europa o verso i luoghi dimenticati degli altri continenti, alla ricerca delle “antiche religioni che stanno per sfaldarsi”, come scrisse Benjamin, e degli uomini che in esse cercano ancora un sostegno, e forse anche lo trovano. Pazienza e impazienza, un soffermarsi meditativo e talvolta anche un ritmo rapidissimo mi sembrano essere caratteri tipici dei suoi lavori. Alcuni scatti sono ad esempio focalizzati in modo molto nitido su persone anziane, sui cui volti si possono leggere innumerevoli storie provenienti da una vita lunga, faticosa, vissuta da qualche parte ai confini dimenticati dell’Europa. Se il fotografare, come ha scritto lo scrittore inglese John Berger, è un altro modo di raccontare, allora qui siamo circondati non solo da immagini ma da innumerevoli racconti.

Nel mio primo incontro con Monika Bulaj, lei portò una lista di Paesi nei quali aveva fotografato negli ultimi anni: Bielorussia, Albania, Ucraina, Polonia, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Serbia, Macedonia, Turchia, Grecia, Siria, Etiopia, Israele, Italia, Azerbaigian, Libia, Marocco e Iran. Un panorama di Paesi che in un primo momento mi ha lasciato, come mitteleuropeo conservator-stazionario, semplicemente senza parole. E poi mi mostrò, per ciascuno dei Paesi nominati, una quantità enorme di fotografie, la cui mole è impressionante tanto quanto la qualità, la scelta dei motivi o, se si vuole, il messaggio. Ma non è importante far notare qui la quantità del lavoro di Monika Bulaj.
Molto più significativo e decisivo per la comprensione delle immagini è mettere in risalto l’irrinunciabile credo che guida il suo nomadismo fotografico. Una volta in una conversazione ha descritto così la sua comprensione del lavoro da fotografa: “A me piacciono le situazioni nuove. A tutti posso sempre consigliare il massimo dell’attenzione, il massimo rispetto, la massima umiltà e gioia. In questo modo la fotografia può diventare anche un’esperienza spirituale. Essere una brava fotografa non dipende dall’attrezzatura tecnica che uno si trascina dietro nelle proprie ricerche. Ben più importante è lo sguardo, una grande pazienza ma poi anche un agire estremamente veloce”.

L’enumerazione di Paesi e regioni che negli anni passati Monika Bulaj ha visitato e in cui ha scattato le sue foto, mostra già quanto poco stanziale sia, benché già da alcuni anni viva in Italia. Monika è un po’ polacca, un po’ italiana, europea? Forse di più, è una ‘nomade’. “I Polacchi”, ha scritto una volta Zbiegnew Herbert, sono fondamentalmente “un popolo veramente dinamico e proprio dalla loro storia esageratamente incitati al nomadismo”. In questo senso, se allora proprio si vuole, si può forse dare a Monika Bulaj l’etichetta di una “polacca nomade”, ma soprattutto una nomade che attraversa confini non solo geografici, con macchina fotografica e taccuino.

Traduzione dal tedesco di Elena Alessiato

La lingua salvata

Non sarà che ci scopriamo tutti migranti in questo mondo del globale, se non altro per via della lingua che parliamo? Disorientati tra il difendere le nostre radici e il desiderio di aprirci sempre di più alle sfide di internet e della globalizzazione, sopraffatti dall’onda crescente e colonizzante del panEnglish?
La mente torna alle pagine della biografia che Canetti fa di sé con La lingua salvata.
Lui che nasce a Rustschuk, in Bulgaria, sul basso Danubio, naturalizzato britannico, sceglie come lingua madre il tedesco, quella lingua che la mamma “con terrore pedagogico” gli impone. Studierà al liceo di Zurigo e a Zurigo morirà.
Noi, che ancora ci muoviamo nell’angustia dei ragionamenti sui vari bilinguismi e su quanto sia opportuno anticipare l’apprendimento delle lingue straniere, non è che ci possiamo rifugiare nel «ma lui è Elias Canetti!» quando dalle sue parole apprendiamo che già alle elementari parla spagnolo, bulgaro, inglese, francese e subito dopo il tedesco.
È vero, il nostro grande paese, un tempo crocevia di culture, oggi è attraversato da leghismi padani, da velleitarie repubbliche da cortile di casa, da migrazioni di lingue e culture che nella nostra pertinace ottusità fatichiamo ad accogliere e comprendere.
La Rustschuk di Canetti, agli inizi del secolo scorso, era un luogo dove vivevano persone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue, un microcosmo dove circolavano bulgari, turchi, greci, albanesi, armeni, zingari, circassi, rumeni…
Ora anche da noi, se facciamo attenzione, in giro per la città udiamo che il vecchio familiare dialetto sta cedendo il passo ad un moltiplicatore di lingue che non riconosciamo.
Elias Canetti racconta di quando da piccolo, scendendo le scale di casa, dall’appartamento di fronte usciva un uomo sorridente che gli intimava di mostrargli la lingua; e non appena il piccolo Elias la tirava fuori, quello estraeva di tasca un coltellino e diceva: «ora gliela tagliamo». Ma, all’ultimo momento, richiudeva il coltellino con un colpo secco e rimandava il taglio all’indomani.
Non è solo un episodio, lo scherzo di un adulto si trasforma nell’incubo d’un ragazzo che spiega la scelta del titolo La lingua salvata. Perché privarci della nostra lingua è come cancellare la nostra identità, la nostra capacità di pensiero, l’intimità del sentire e degli affetti.
Tove Skutnabb-Kangas, docente all’Università danese di Roskilde e all’Accademia universitaria di Vasa in Finlandia, è conosciuta nel mondo per le sue crociate a favore del riconoscimento dei diritti linguistici umani e per il diritto all’istruzione delle minoranze linguistiche e culturali.
Denuncia che le lingue stanno scomparendo dal pianeta più rapidamente delle specie viventi, in parte, sostiene, a causa della diffusione dell’Inglese. Ma è anche il risultato delle nazioni che non proteggono le minoranze linguistiche e non usano queste lingue come medium dell’istruzione nelle loro scuole.
Contro l’estinguersi delle lingue, e con esse lo scomparire di culture, di tradizioni e di identità, la Tove propone una Convenzione universale dei diritti linguistici umani. In essa afferma che ogni persona ha diritto di identificarsi con la propria madrelingua e vedere questa identificazione riconosciuta e rispettata dagli altri.
Ognuno ha il diritto di apprendere la madrelingua, orale (quando è fisiologicamente possibile) e scritta. In particolare, e questo riguarda soprattutto i figli di prima e di seconda generazione degli immigrati, anche per il nostro paese, di essere istruito prioritariamente attraverso il medium della propria madrelingua, all’interno del sistema scolastico finanziato dallo Stato. Di utilizzare la madrelingua nella maggior parte delle situazioni ufficiali (comprese le scuole). Soprattutto, ogni cambio rispetto alla propria madrelingua, poiché include conoscenze e conseguenze a lungo termine, deve essere volontario e non può essere imposto.
La Tove difende con forza il diritto di tutti i fanciulli a ricevere l’istruzione nella loro madrelingua, divenendo bilingui o trilingui con l’apprendimento della lingua dominante nel paese che li ospita.
Del resto, i dati dell’Ocse sono chiari. Dimostrano che, in generale, la prima generazione dei figli di migranti non raggiunge lo stesso grado di istruzione dei loro coetanei indigeni. Sia per la prima che per la seconda generazione, l’istruzione acquisita dipende dal livello culturale dei genitori.
Per tanto le politiche migratorie dei paesi ospitanti non sono indifferenti, ma incidono sui risultati scolastici dei figli degli immigrati. Dove la selezione di lavoratori stranieri avviene tenendo conto delle necessità del mercato del lavoro, delle qualifiche e dei livelli di istruzione, come in Australia e in Canada, il tasso di preparazione a cui giungono i figli di seconda generazione è circa lo stesso o superiore a quello dei coetanei nativi. All’opposto in Germania, in Belgio e in Italia, dove sono reclutati lavoratori stranieri con basse competenze, i livelli di istruzione raggiunti dalla seconda generazione sono significativamente al di sotto di quelli dei madrelingua.
Secondo i dati Ocse è proprio la lingua a creare lo svantaggio, il non poter studiare e pensare nella propria lingua madre: la lingua è il fattore prevalente che riguarda il rendimento scolastico.
Inoltre, poiché la madrelingua è la lingua del quotidiano, i fanciulli delle famiglie migranti spesso parlano in casa una lingua che è differente da quella del paese ospite.
Noi siamo una nazione con una scuola in teoria attenta alla lingua materna, alla lingua di scolarizzazione e alle lingue europee, ma in pratica molto lontana dall’essere un sistema scolastico plurilingue. Per cui, mentre i ministri dell’istruzione progettano fin dalle elementari lezioni in lingua Inglese, non sono in grado, non solo di procurare i mezzi, ma neppure di pensare a come garantire ai figli degli immigrati il diritto di imparare a scuola per mezzo della loro madrelingua, quella famigliare e di tutti i giorni, come è nel diritto di tutte le bambine e i bambini di questo mondo. Così gli svantaggi per questi fanciulli si moltiplicano e per loro, che hanno il medesimo diritto all’istruzione dei loro coetanei italiani, viene meno il dettato dell’art. 3 della nostra Costituzione, che dovrebbe valere ancor prima di ogni altra disquisizione intorno allo ius soli o allo ius sanguinis.
Eppure è dal 1960 che esiste la Convenzione dell’Onu contro le discriminazioni nell’istruzione. All’art. 5 fornisce una chiara protezione delle minoranze culturali e linguistiche, a partire dai fanciulli migranti. L’Unesco, nel 1999, ha istituito la Giornata internazionale della madrelingua del 21 febbraio.
Ma, evidentemente, anni di governi ignoranti e di leghismi intellettualmente asfittici hanno finito con ottundere le menti di questo nostro paese e rendere cronica la sua miopia.

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