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Lo stesso giorno
20mila profughi albanesi sbarcano a Brindisi

7 marzo 1991
circa 20mila albanesi sbarcano a Brindisi: è il primo sbarco di massa

La storia umana è fatta di continue migrazioni. L’Homo erectus raggiunse il Sudest Asiatico circa due milioni di anni fa. Il sapiens 100mila anni fa iniziò a spostarsi nel vicino Oriente. Oggi i flussi migratori sono in continuo mutamento, ma i motivi identici: scampare alla fame e fuggire da una guerra.
Anche l’Italia  è stata al centro di tanti e diversi flussi. Dopo l’Unità e almeno fino al Boom degli anni ’60  è stata un Paese di forte emigrazione. Si stima che tra il 1876 e il 1976 partirono oltre 24 milioni di persone.
Da metà degli anni ’70 in poi per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (nel 1974 si registrarono 101 ingressi ogni 100 espatri). Le immigrazioni non avvenivano come siamo abituati a vederle oggi, non si trattava di immigrazioni di massa.
Il primo grande sbarco avvenne questo stesso giorno, il 7 marzo 1991.

All’orizzonte di Brindisi apparve una cosa mai vista prima. A largo della costa due grandi navi mercantili partite dall’Albania, la Tirana e la Lirija, con a bordo 6.500 persone si dirigevano verso le coste italiane.
In breve tempo la quantità di navi di ogni genere si moltiplicò, gli sbarchi erano continui. Nel giro di 24 ore un numero imprecisato di persone, tra le 18mila e le 26mila, arrivò sul suolo italiano.

Per l’Italia fu una sorpresa. I giornali non si occupavano praticamente mai di quello che succedeva in Albania, in pochi erano a conoscenza della difficilissima situazione che vivevano gli albanesi dall’inizio degli anni ’90. Praticamente nessuno sapeva che nei due mesi precedenti lo sbarco migliaia di albanesi arrivarono nella città portuale di Durazzo sperando di trovare un passaggio su una nave che li portasse in Italia. Il quotidiano di Brindisi in quelle ore scriveva: «gente esausta, affamata, ferita, senza un soldo in tasca, disidratata, semi-assiderata, con addosso indumenti che non potevano proteggerla da un marzo ancora troppo freddo. Eppure tutti quei disperati gridavano, ancor prima di scendere dalle navi, “Italia, Italia” e alzavano le braccia per salutare, con le due dita del segno di vittoria, sorridevano felici.

I brindisini da subito iniziarono una corsa alla solidarietà distribuendo acqua cibo e vestiti caldi spontaneamente, affiancando l’intervento celere ma insufficiente dello stato. Il Quotidiano di Brindisi la definì «una tale corsa alla solidarietà, all’aiuto spontaneo da sembrare quasi concorrenziale». Le persone davanti a tanta povertà e sfortuna non voltarono le testa ma con ogni mezzo possibile aiutarono quelle persone che scappavano dalla miseria.

Gli sbarchi continuarono fino ad Agosto. Migliaia di Albanesi raggiunsero le coste italiane e nonostante molti furono rimpatriati su aerei e traghetti con l’inganno (venne detto loro che sarebbero stati portati in altre città italiane), furono tanti quelli che riuscirono a rimanere in Italia grazie a permessi temporanei poi convertiti in permessi di soggiorno. Una possibilità, quella della conversione dei permessi temporanei, poi cancellata a causa della legge Bossi-Fini approvata nel 2002 dal governo di Silvio Berlusconi. Le norme in questione, soggette a tanti cambiamenti, si sono inasprite ancora nel 2008-09 con il pacchetto sicurezza Maroni approvato dal centro-destra.

Oggi sugli schermi dei nostri televisori siamo abituati a vedere spesso queste scene e abbiamo quasi normalizzato questa dinamica. La politica, come l’opinione pubblica, si è estremamente polarizzata sulle tematiche migratorie: da una parte chi chiede politiche attive per aiutare queste persone e essere realmente solidali, dall’altra chi vorrebbe rallentare l’afflusso inasprendo l’entrata nel nostro paese.

Proprio negli ultimi giorni diversi Paesi in Europa, commentando la dura guerra in Ucraina, hanno dimostrato come persino quando si tratta di persone che scappano da povertà e miseria ci sia una selezione dei migliori, una divisione tra migranti di serie A (europei e bianchi)  e di serie B (africani e neri).

Durante un intervento in Parlamento Matteo Salvini ha richiamato l’attenzione sulla necessità di aiutare chi scappa da una “guerra vera” e non da una “guerra finta”, chiama gli ucraini “profughi veri” anteponendoli a quei “profughi finti” che per anni sono arrivati sulle nostre coste.

In Inghilterra un giornalista ha definito i cittadini ucraini “relativamente civilizzati” contrapponendoli a quelli di Iraq e Afghanistan. Un inviato della BBC definisce “molto toccante” vedere “europei con occhi azzurri e capelli biondi che vengono uccisi”.
La BFM tv di Parigi sottolinea che “non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti”, ma di “europei con auto che assomigliano alle nostre“.
Una giornalista della NBC in Polonia: “per dirla senza mezzi termini” – sottolinea durante il collegamento – “questi non sono rifugiati della Siria, questi sono rifugiati dalla vicina Ucraina, e francamente sono cristiani e bianchi, molto simili alle persone che vivono in Polonia.

La grande onda di empatia che ha investito i Brindisini e tutti gli italiani quel lontano 7 marzo sembra essere scomparsa e aver lasciato posto a molta indifferenza, e spesso a una narrazione razzista.
La memoria del primo grande sbarco dovrebbe insegnarci qualcosa.

Tutti i lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

FERRARA SI CONFRONTA SUI NUOVI PAESAGGI MIGRATORI
Un convegno che diventa piazza dell’amicizia sociale

Meno male che il numero 19 è ancora possibile associarlo  a eventi straordinariamente belli come il Convegno Franco ArgentoCulture e letteratura dei mondi. Si è tenuto venerdì 4 dicembre grazie  all’impegno costante del CIES Ferrara e della Associazione Cittadini del mondo, con la collaborazione del Comune di Ferrara e dell’IT “V.Bachelet” e con il  patrocinio del MIUR. Il titolo: Nuovi paesaggi migratori.
Si è tenuto nella forma del collegamento su piattaforma Youtube, ma dico subito che è stato possibile percepirlo non come un evento “a distanza”, al contrario. Si sono avvicendati relatori di provenienza, età e formazione culturale diversa: tutti generosi nel far sentire la loro voce e le parole, tutti capaci di coinvolgere gli uditori come attirandoli dentro uno spazio comune, dematerializzato ma palpabile. Ho provato entusiasmo.

Ora vorrei andare con ordine e dare conto della impeccabile conduzione di Paolo Trabucco e degli interventi, anzi mi verrebbe la tentazione di scrivere gli atti del Convegno. Non ho qui lo spazio per farlo e non è detto che ne darei il resoconto più efficace. Alessandro Manzoni insegna: ha evitato di scrivere un secondo libro, pienissimo di ragionamenti, obiezioni e risposte alle obiezioni sul suo I Promessi Sposi, nella convinzione “che di libri basta uno per volta”.
Mi allineo e decido di riportare i momenti che mi hanno entusiasmata. Tanto, il convegno è stato una fucina di idee, di dati rigorosi e di scenari sulla contemporaneità, una rete di pensieri liberi che mi fanno muovere dentro a una piazza ideale. In qualunque punto avvenga il mio ingresso, qualunque sia il percorso che faccio dentro la piazza posso assorbirne le voci e portarle a mia volta in giro caricandole di altre conoscenze, di aspettative e di speranza. Potrebbe essere intitolata all’orizzonte semantico del Convegno e chiamarsi Piazza dell’amicizia sociale. Ci potrei incontrare due insegnanti che hanno, il primo creato, il secondo animato le precedenti edizioni del Convegno: Franco Argento e Alberto Melandri.

Ascolto l’intervento dell’antropologo britannico Iain Chambers, autore tra gli altri del testo Paesaggi migratori, uscito in Italia una prima volta nel 2003 e di nuovo nel 2018, a cui si ispira il titolo del Convegno. La parola migrazione è utilizzata da lui  in modo ampio e libero: la migrazione non riguarda solo il nostro presente, è fenomeno antico, allo sguardo esperto del relatore risulta essere un elemento centrale nella formazione della modernità. La migrazione non segue e non ha seguito soltanto le rotte dall’Africa verso l’Europa, ma linee di movimento diverse e direzioni di marcia opposte a quelle che ci dicono gli stereotipi da cui siamo bendati. L’esempio che fa Chambers riguarda l’Algeria,  dove nel secolo scorso si erano trasferiti circa un milione di stranieri, tra cui numerosi nostri connazionali.
Algeria, così come Tunisia e Libia,  significano Mediterraneo, quel Mare Nostrum che da due millenni almeno viene mappato sulla base di categorie culturali ed economiche eurocentriche. Chi ha diritto di definire, di narrare la storia del Mediterraneo? Perché non superare l’ottica del colonialismo e attivare punti di vista differenti, restituendo simmetria al potere della narrazione, e riconoscendo per esempio alla lingua araba la legittimità di leggere l’assetto attuale di questa area del mondo? E poi, insieme alle lingue e alle letterature, quali mondi e quali integrazioni possono mettere in luce le altre arti! Quale viatico per leggere la complessità del nostro presente. Scorrono sul video immagini di danze, ascoltiamo un brano musicale intenso.  Mentre avverto che la voce e la musica della cantautrice palestinese Kamilya Jubran non mi sono familiari, penso che lo possono diventare.

Intervengono alcuni studenti del Liceo Carducci e più tardi altri del Liceo Ariosto e dell’Istituto ITI Copernico. Scopro che ‘gli Ariosti’ sono di una classe meravigliosa che ho lasciato due anni fa. Ora sono in quarta e li ritrovo sempre sensibili e preparati. Sono commossa, ma questa è un’altra storia.
Qui tutti i ragazzi che parlano sono informati, intensi e propositivi. Riportano l’attenzione al mondo che ci è più vicino, alla nostra provincia, alla nostra città, al Quartiere Giardino sul quale sono stati pubblicati due testi: la Guida turistica e Il viaggio in un quartiere multietnico. Nei loro interventi  sondano le cause della integrazione difficile tra ferraresi e immigrati, forniscono dati ma soprattutto aprono nuovi scenari in cui le differenze sono fonte di ricchezza per la comunità. Espongono le tante attività svolte negli ultimi tre anni da classi di ogni ordine di scuola, da circa mille studenti del nostro territorio. Raccontano le loro esperienze di incontro e di scambio con giovani come loro, con giovani stranieri carichi di storie. Come Kelvin, che viene da una città del Brasile e a Ferrara ha frequentato i corsi del Centro per l’istruzione degli adulti. Kevin propone di rivalutare il Quartiere Giardino anche attraverso le attività artistiche; come lui i ragazzi dell’ITI Copernico sembrano essersi messi d’accordo con Chambers e si esprimono cantano un pezzo rap di cui hanno composto il testo, un intenso testo poetico.

Si alternano ai giovani altri relatori esperti. Resto colpita dal taglio che Federico Faloppa ha dato al suo progetto Beyond the border, dove il concetto di confine viene presentato come uno spazio complesso che non coincide con la linea di frontiera comunemente intesa, ma comprende le aree in cui sostano le persone che migrano, le condizioni in cui vivono nel momento del passaggio, le azioni di controllo su di loro, le sovrapposizioni di lingue e di culture in movimento. I confini sono inoltre di vario tipo: ci sono confini visibili, quelli tracciati sulle carte geografiche, e confini che non si vedono, come quelli interni alle società, segnati per esempio dalle isoipse socioeconomiche.
Ce ne sono nella stessa città di Ferrara, come è emerso dalle parole degli studenti, e separano non solo i ferraresi rispetto agli immigrati ma anche i ferraresi tra loro.
I confini sono altresì studiati da Faloppa  come luogo di interrelazione, come spazio sociolinguistico della intermediazione. Quante lingue parlano correntemente molti migranti, che andrebbero valorizzate e condivise; quanti cartelli scritti in più lingue nei punti di passaggio tra un paese e l’altro, sulle barriere che i migranti cercano di superare mentre sono in fuga da guerre e violenze. Osservo le immagini di individui aggrappati a grappoli alle reti che li separano dalla loro meta, dal paese a cui vorrebbero accedere. Sono senza individualità e senza nome.

Sono flussi, ci ricorda Tahar Lamri: un’altra parola tutt’altro che innocente con cui sono designati. Da chi? Dalla lingua corrente con il suo appiattimento lessicale, dalle testate di alcuni giornali e da altri media. Occhio ai media, allora. Ecco i contributi del gruppo che si è costituito a Ferrara  nel 2010 per costituire un osservatorio sulle discriminazioni verso gli stranieri  che appaiono sui giornali e sugli altri mezzi di comunicazione. Ritrovo Adam e Shazeb: quanta strada hanno fatto le loro indagini sugli stereotipi, sulle fake news, sui titoli dei quotidiani che demonizzano i migranti; quanti incontri nelle scuole, quante pubblicazioni. L’ultimo loro report si occupa di etnic profiling, cioè della tendenza delle forze dell’ordine a intensificare i controlli sulle persone che appartengono a minoranze etniche. In questo periodo Covid, i giornali si sono occupati spesso dei controlli effettuati a causa della emergenza sanitaria; spesso questi controlli sono  mirati sugli stranieri e finiscono per includere i loro documenti e i permessi di soggiorno, come evocando il binomio immigrato uguale contagio.

Eppure, come anche Ibrahim Kane Annour ribadisce col suo stile accorato, sono migranti anche gli svizzeri, i canadesi o gli statunitensi che vengono in Italia. La migrazione resta il sintomo inevitabile degli squilibri tra le aree del pianeta, smettiamola con lo stereotipo del migrante che viene dall’Africa e magari porta con sé il pericolo di malattie. I migranti portano altresì nuove risorse, contribuiscono alle economie dei paesi di arrivo, hanno diritto di esserne parte come cittadini a pieno titolo.

Poi parla Nader Gazvinizadeh: è graffiante come lo ricordavo e attorno alla sua voce il silenzio sembra rapprendersi in una concentrazione totale su di lui. Ha ascoltato con attenzione tutti i precedenti interventi e dice agli studenti e ai giovani di Occhio ai media: per ognuno di voi ci sono migliaia di schiavi che lavorano nelle campagne del sud. Va guardata in faccia la realtà: il problema non è il razzismo, lo sono i crimini fatti in nome del razzismo. Dice: ammetto di essere razzista e per questo devo conoscere e combattere il mio razzismo; a questo scopo devo usare il mio coraggio, non per sbandierare il principio di uguaglianza e fuggire con ciò la diversità.
Come ha detto Chambers, le differenze possono coesistere in uno spazio senza separazione. I confini nel progetto illustrato da Faloppa sono aperti, sono porous borders.

Non posso non riportare almeno le fonti seguenti:
SITO CIES Ferrara: comune.fe.it/vocidalsilenzio/index.htm
Ultimo report di Occhio Ai Media [Vedi qui]

  • Iain Chambers, Paesaggi migratori: cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Meltemi editore, 2003 e 2018
  • AAVV, Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara, Este Edition, 2020
  • AAVV, Il Quartiere Giardino di Ferrara. Guida turistica. Edizione multilingue, Este Edition, 2019

L’abbazia dalle sette regioni

In un periodo turbolento per l’Italia, tra giochi di potere e incertezza sull’avvenire, sorgeva nell’Esarcato di Ravenna un nuovo complesso religioso, pronto a divenire nei secoli uno dei centri monastici con più dipendenze in assoluto.

L’Abbazia di Pomposa sarebbe nata sul confine settentrionale del territorio ravennate verso il VI secolo, ma si trattava ancora solamente di una cappella. Non molto dopo, comunque, sarebbe comparso un primo cenobio, ovvero una comunità di monaci, dai tratti abbastanza dissimili rispetto alle altre realtà italiane. In effetti, i primi eremiti che decisero di condividere la vita terrena presso Pomposa lo fecero in maniera spontanea, non strutturata, anche se si ispirarono certamente alla vita benedettina – “Ora et labora” – . Nella regione non mancavano perfino influenze pagane che ancora resistevano, come divinità celtico-romane di campagna. L’originalità del monachesimo pomposiano si sarebbe poi sviluppata con gli anni, prendendo caratteri provenienti anche da altre esperienze, fino a giungere a una propria regola codificata. Ma come mai fu scelta proprio Pomposa? Si vede che l’antica conformazione del territorio, abbondante di verde e decisamente salutare, evangelizzato solo da un secolo, era fonte di ispirazione e foriera di una intrinseca spiritualità, in un’epoca in cui non esistevano distrazioni tecnologiche e il rapporto con la natura era più vero e intenso. Fu con tutta probabilità la Chiesa di Roma ad assumere l’iniziativa, che toccava un territorio di sua influenza come terreno fiscale. Non si trattava ancora, tuttavia, della costruzione che in parte oggi possiamo ammirare, innalzata, si pensa, verso la metà del IX secolo, ma edificata di certo prima dell’874, anno in cui il papa Giovanni VIII rivendicò la propria giurisdizione sul monastero e su altri luoghi del territorio, meno importanti, contro la Chiesa di Ravenna. La prima chiesa, infatti, venne distrutta a fine VIII secolo durante le migrazioni ungare, provocando altresì la dispersione dei monaci e la conclusione momentanea della vita comunitaria. I primi secoli della nuova abbazia furono toccati continuamente da questioni giurisdizionali: nel 982, per esempio, l’imperatore Ottone II ne parlò come oggetto di donazione compiuta dai suoi genitori in favore del monastero di San Salvatore di Pavia; in seguito però i monaci di Pomposa ottennero da Ottone III la donazione all’arcivescovo di Ravenna, dopodiché concessioni papali e imperiali portarono infine alla piena autonomia nel 1022. Determinante fu proprio Ottone III, che alcuni anni prima aveva dichiarato il monastero “abbazia imperiale”, promulgando un documento in cui era sancita ufficialmente la sua indipendenza. Il potere di Pomposa iniziò così ad accrescersi e nessuno poteva più pensare di avanzare pretese. Nonostante fosse l’unica, tra le grandi realtà abbaziali del tempo, a non poter vantare un santo fondatore, o il possesso di reliquie uniche, fu comunque rilevante nel controllo dei vicini canali. Ma il raggio d’azione non si fermava sull’acqua. La situazione monastica locale era sì circoscritta, eppure Pomposa, agli inizi del XIV secolo, poteva vantare dipendenze distribuite nel Nord e nel Centro, toccando in tutto altre sei regioni oltre all’Emilia-Romagna, per un totale di quasi cinquanta chiese. Dalle antiche donazioni fino alla politica territoriale di espansione che caratterizzò l’abbaziato di Guido di Pomposa, l’abbazia finì per diventare una tra le più ricche di dipendenze: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Marche e Umbria. Con Guido, abate dal 1008, Pomposa si fece centro agricolo, culturale, artistico e musicale, fruttando all’importante monastero diritti esclusivi, oltre che lasciti e offerte. Fu il periodo aureo della storia dell’abbazia, da un punto di vista materiale e spirituale.

I monaci che portarono a termine parte della propria parabola umana nel monastero di Pomposa, che da semplice cenobio divenne abbazia, ebbero modo di conoscere figure notevoli e rappresentative del tempo, che li arricchirono e stimolarono. Lo stesso effetto che noi oggi possiamo provare entrando a Pomposa.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

Le vie dei migranti: facciamo chiarezza sui numeri

I percorsi delle persone che abbandonano i loro luoghi di origine e migrano verso l’Italia, per scelta, per calcolo o per necessità, seguono molte traiettorie differenti: vengono un pò da tutto il mondo e con mezzi diversi malgrado l’attenzione del pubblico, indirizzata dai media, vada subito alle navi e ai barconi che caratterizzano il flusso mediterraneo (quest’ultimo ha interessato 648.000 persone, in stragrande maggioranza provenienti da Paesi africani, negli ultimi 5 anni, di cui 23.370 nel 2018, secondo Unhcr).

A fronte di questo, l’Istat segnala che la composizione della popolazione straniera residente regolare è molto diversificata per zone di provenienza, anche se è chiaramente identificabile il contributo migratorio più consistente: dalla Romania sono arrivate e risiedono ad oggi 1.190.000 persone, 440.000 dall’Albania, 416.000 dal Marocco, 290.000 dalla Cina, 237.000 dall’Ucraina, 168.000 dalle Filippine e così via, fino ad arrivare a gruppi composti da poche migliaia di persone. Ovviamente la stragrande maggioranza ha trovato una propria collocazione sociale ed economica, lavora ed è regolarmente inserita nei circuiti amministrativi.
Non sempre tuttavia i percorsi migratori portano ad un esito così positivo: c’è chi fallisce, chi se ne ritorna in patria o migra verso altre destinazioni, chi non trova risposta alle sue domande e scaduto il tempo concesso dalla legge si ritrova straniero e senza risorse; molti sono e restano irregolari fuori da ogni controllo (un numero che potrebbe essere stimato in 600.000 persone) altri ancora – soprattutto tra gli irregolari – stazionano nel buco nero del crimine e terminano il loro percorso nelle patrie galere.

Secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, al 31 dicembre 2018, la popolazione carceraria in Italia era di 59.655 persona tra le quali 2.576 femmine (di cui 962 straniere) pari al 4,3% (vale a dire che per ogni femmina presente in carcere ci sono 23 maschi). In tale popolazione le persone straniere sono 20.255 pari al 34% dell’intera popolazione carceraria ovvero, in carcere, 1 persona su 3 è straniera.
La popolazione straniera carcerata proviene da 139 paesi (su 196 stati sovrani riconosciuti a livello mondiale); i cinque gruppi maggiormente rappresentati sono Marocco (18,35% del totale di detenuti stranieri), Albania (12,7%), Romania 12,7%), Tunisia 10,3%), Nigeria (7,1%),

La popolazione che vive in Italia è di circa 60,5 milioni e di questi circa 5,1 milioni sono stranieri (8,5% della popolazione) vale a dire che in italia 1 persona su 12 è straniera. Il confronto tra popolazione residente e popolazione carceraria mette dunque in risalto una differenza enorme tra “italiani” e “stranieri” che bisogna in qualche modo spiegare. Ci si aspetterebbe infatti un incidenza di carcerati stranieri (sul totale dei carcerati) pari a quella esistente tra la popolazione straniera residente (rispetto al totale dei residenti), mentre il dato risulta essere oltre 4 volte superiore.
Al di là dei reati e dal danno direttamente ed indirettamente causato dal crimine, tutto questo ha un costo che grava sul contribuente: secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria il costo medio giornaliero per detenuto (anno 2018) è stimabile in circa 137 euro al giorno ovvero circa 50.000 euro/anno. Il costo complessivo della popolazione carceraria è dunque di 2,98 miliardi/anno; di questi oltre 1 miliardo di euro/anno è il costo imputabile alla popolazione carceraria straniera.
A fronte di questi dati – e ferma restando l’assoluta necessità che il carcere sia luogo di recupero e re-integrazione sociale – non vi è dubbio che un serio problema esista e non possa essere in alcun modo negato.

Anche qui però la violenta contrapposizione politica che si è venuta a creare nel Belpaese fornisce spiegazioni opposte e ferocemente avverse.
Se si seguono le argomentazioni di quanti (cittadini e media pro-migranti) sostengono la migrazione indiscriminata, la causa risiede essenzialmente in due fattori: il primo riguarda la (non) qualità delle leggi che metterebbero i migranti nella condizione di delinquere e il secondo sarebbe connesso alle difficoltà dei medesimi ad accedere alle misure alternative al carcere.
Se si seguono invece le argomentazioni di quelli che sostengono la necessità di un ferreo controllo delle migrazioni, le cause vanno ricercate in fattori differenti: la mancata selezione di chi entra in Italia e la maggiore propensione dei migranti a delinquere.

Si tratta di due interpretazioni che sono riconducibili alle contrapposte narrazioni di sinistra e di destra: entrambe comprendono elementi di verità ed entrambe tacciono su ciò che, ottusamente, non vogliono vedere.
Al di la di queste narrazioni restano i numeri sulle carceri (e i costi) ad attestare una situazione critica che si mostra come una delle tante problematiche connesse alle migrazioni scatenate dall’esplosione demografica dei paesi più poveri, dai cambiamenti climatici, dai calcoli geopolitici e dall’economia predatoria globale. A lume di buon senso appare ovvia la necessità di superare questa contrapposizione, riconoscere la portata del problema e ragionare su cosa fare, senza farsi intrappolare da quella irriducibile faziosità politica che sta generando un odio sociale crescente e rende impossibile ogni confronto. Un passo – quello di mettere insieme gli elementi validi di ognuna delle due opposte prospettive – che oggi appare tanto necessario quanto difficile.

Fonti

ISTAT. https://www.istat.it/it/archivio/153369
Ristretti orizzonti – http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/carceri-ogni-detenuto-costa-137-euro-al-giorno
Antigone. Per i diritti e le garanzia nel sistema penale – http://www.antigone.it/index.php
Ministero della Giustizia – https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page?facetNode_1=0_2&facetNode_2=3_1_6&facetNode_3=0_2_10&facetNode_4=0_2_10_3&facetNodeToRemove=1_5_33
UNHCR – https://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean/location/5205

Muri e sbarramenti: monumenti alla paura

Trent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, costruito il 3 agosto 1961. Con quel muro si sgretolava, idealmente e materialmente, il confine che segnava la cortina di ferro tra est Europa e ovest, tra le zone di influenza americana e quella sovietica, finiva anche la grande illusione del comunismo. Quella di un nuovo ordine liberale sta finendo adesso. Quando quel muro veniva abbattuto, nel mondo ce n’erano altri sedici. Oggi i muri e le barriere sono settanta.
Da sempre nella storia le opere murarie delle civiltà umane costituiscono un potente codice dai contenuti politici e programmatici e diventano chiaro simbolo di progresso, accoglienza e positività oppure chiusura e respingimento. Fino al 1989 l’Occidente voleva abbattere le barriere e oggi, 2019, vuole innalzarle per allontanare chi vuole entrare. Muri che fanno capire come sia cambiata la storia dei popoli in soli tre decenni. Tra Stati Uniti e Messico, una recinzione di più di mille chilometri, munita di sensori elettronici e visori notturni, è diventata la struttura di contenimento per quei messicani che aspirano al varco del confine e non è ancora finita. A loro volta i messicani ne hanno creata una per non permettere ai guatemaltechi di entrare nel loro Paese. E quell’Ungheria che durante la Guerra Fredda aveva aperto un varco nella frontiera con l’Austria, neutralizzando il filo spinato elettrificato e permettendo a molti transfughi dell’Est di raggiungere l’Ovest, ora costruisce una barriera di 175 km, tre metri e mezzo di altezza , sul confine con la Serbia per arrestare gli immigrati. Muri, barriere, sbarramenti, blocchi, ghetti sono testimonianze fisiche di una volontà precisa: fermare, escludere, negare. E dove c’è il mare e non si possono costruire i muri, si chiudono le frontiere o i porti.

Si dice che “Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti, chi ha speranza costruisce strade” e niente di più vero e corrispondente è accaduto nella storia. Sulle strade dell’Impero romano hanno viaggiato culture e civiltà, popoli e idee, merci e soldati, pellegrini e viandanti di ogni dove. Una rete di vie lastricate che si dipanava per 100.000 km e univa tra loro territori che corrispondono a trentadue nazioni dei nostri giorni, sistema viario che ha posto le basi per l’Europa di oggi. Tra i grandi esempi di muri eretti a difesa, spiccano sempre la Grande muraglia cinese e il Vallo di Adriano. La prima, oggi patrimonio Unesco, venne costruita nel lunghissimo periodo tra il 215 a.C. e il secolo XIV; conta su una lunghezza stimata 21.196 km e la sua edificazione iniziò sotto la dinastia Quin, dopo la conquista di tutti gli Stati avversari da parte di Quin Shi Huang. Un’opera mastodontica che alla fine si rivelò inutile perché Pechino, capitale da difendere, cadde non già per mano dei tartari, ma per insurrezioni interne. Il Vallo di Adriano è il secondo significativo esempio di muro fortificato nella storia: un’imponente fortificazione in pietra che correva per 117 km sul confine tra la provincia romana della Britannia e la Caledonia, nell’Inghilterra del nord, corrispondente grossomodo all’attuale Scozia. Venne eretto dall’imperatore Adriano nella metà del II secolo e percorreva il nord dell’isola da costa a costa, baluardo contro i Pitti. Diventò nel tempo un confine doganale e linea di controllo, perdendo il suo valore militare e strategico. Vecchi muri della storia che hanno assistito agli avvicendamenti e resistono nel tempo, simbolo di imponenti icone di controllo dei territori, strategia deterrente e minaccia. Caratteristiche che riguardano sempre e ancora gli attuali sbarramenti di ora, ipertecnologici o spartani che possano essere a seconda delle zone.

Nell’Europa dell’area Schengen si contano tredici sbarramenti o muri, tra cui quello tra Grecia e Turchia, tra Belfast cattolica e Belfast protestante in Irlanda, tra l’enclave spagnola di Ceuta e il resto del Marocco, tra la popolazione greca e quella turca a Nicosia, capitale di Cipro, tra Ungheria e Croazia, Bulgaria e Turchia e addirittura attorno al porto di Calais in Francia. Perfino i Norvegesi non hanno resistito alla loro modestissima barriera di 200 m al confine con la Russia presso Storskog, costruita nel 2016. Anche tra Austria e Slovenia corrono dal 2015, 3 km di filo spinato, in Stiria, nella zona di Spielfeld – piccola frazione di 968 abitanti – nome che, ironia della sorte, significa ‘campo da gioco’. Tra i muri nel resto del mondo si contano quello tra le due Coree, tra Cisgiordania e Israele, tra India e Pakistan, Arabia e Yemen, Kuwait e Iraq, Botswana e Zimbabwe, e molti altri. Un mondo recintato da costruzioni di paura, creature di regimi dittatoriali ma anche democratici che si blindano per arginare i flussi migratori e proteggere i territori, generando spesso ulteriore xenofobia. Globalizzazione e guerre hanno messo in movimento milioni di esseri umani, cambiando i termini e le convenzioni della convivenza dei popoli. La risposta sempre più frequente è ‘il muro’, la chiusura in se stessi e l’autodifesa estrema senza appelli: la negazione del cosmopolitismo e il rischio di mettere in crisi permanente i valori dello scambio umano di culture ed esperienze, della solidarietà e della comprensione.

Chi ha fermato la migrazione?

Questa è una storia esemplare di poche verità, di cose non dette, di uso interessato dell’informazione e di varia disonestà intellettuale, una storia che forse contiene una morale e un insegnamento.
Inizia poco più di un anno fa quando le proiezioni sugli sbarchi avevano cominciato a fare paura veramente, superando nel solo mese di giugno la quota di 25.500 arrivi. In quei giorni di governo Gentiloni, il ministro Minniti, rientrato d’urgenza dai suoi impegni istituzionali all’estero, attivò un intervento sulla sponda opposta del Mediterraneo con forza tale da abbattere in brevissimo tempo i flussi migratori nel mediterraneo diretti verso l’Italia: secondo i dati UNHCR essi calarono a 11.461 a luglio, per assestarsi poi a poche migliaia mensili: 3.914 ad agosto, 6.291 a settembre, 5.979 ad ottobre, 5.645 a novembre e 2.427 a dicembre. A seguito dell’intervento gli sbarchi passarono da 83.742 nel primo semestre 2017 a 35.717 nel secondo, con una diminuzione di oltre il 60%
Non è dato sapere se l’intervento così risolutivo fosse dovuto ad una presa d’atto dell’emergenza, al mutamento di certi equilibri geopolitici o più prosaicamente ad una valutazione politica realista, che vedeva nel problema immigrazione un tema chiave da affrontare in vista delle future elezioni. Quel che conta è che a fine anno 2017 si registravano 119.459 arrivi a fronte dei 181.436 dell’anno precedente.
Non è ben chiara la ragione di un simile successo che sicuramente si fondava su accordi già firmati in precedenza dal ministro con la Libia ma che, con ogni probabilità, avrà richiesto anche altri tipi di azioni (intelligence? contratti di fornitura? aiuti economici?) per risultare efficace in una realtà caotica come quella del paese africano.
Ma tant’è. Il trend inaugurato dagli interventi di Minniti è continuato per tutto il primo semestre del 2018, confermando il consistente calo registrato in tutti i mesi per i quali sono disponibili i dati UNHCR: 4.189 a gennaio, 1.058 a febbraio, 1.049 a marzo, 3.171 ad aprile, 3.963 maggio, 3.136 a giugno. per un totale di 16.919 sbarchi (praticamente un quinto rispetto a quelli registrati nell’anno precedente). Un dato sbalorditivo se confrontato con i precedenti (non) risultati dello stesso governo e del precedente governo Renzi, periodo in cui l’accoglienza forzata ed imposta sembrava essere diventata un obbligo imprescindibile.
Tale tendenza di per se evidentissima è passata piuttosto sotto traccia fino all’insediamento del nuovo governo Conte, dopo quasi tre mesi dalle elezioni del 4 marzo, per poi riemergere con forza all’attenzione dell’opinione pubblica a partire dalle esternazioni del ministro Salvini e dal lancio dei provvedimenti di chiusura dei porti. A partire da quei recentissimi eventi si è scatenato l’inferno: da un lato manifestazioni pro-migranti, magliette rosse, interventi di intellettuali, religiosi e moralisti vari improvvisamente svegliati alla causa del più nobile umanitarismo, come se, quanto fatto dal precedente governo per fermare (con successo) gli sbarchi non fosse mai accaduto.
Dall’altro tifo pro Salvini, non di rado condito di trivialità e venato di atteggiamenti xenofobi, da parte di coloro che nella migrazione hanno sempre visto un grave problema, come se la diminuzione degli sbarchi fosse dovuta all’impegno del neoeletto ministro e non all’opera del passato governo.
Ovviamente, guerra aperta sui social con l’uso consueto delle fonti più improbabili, accuse feroci, insulti da ambo le parti, qualche considerazione meritevole quanto poco ascoltata, e, soprattutto, l’esplosione virulenta di rancori e veri odii che in non pochi casi hanno fatto ricordare il clima di violenta contrapposizione ideologica che dalla fine della seconda guerra ha attraversato per più volte il paese.
Impagabile poi l’atteggiamento della Francia (causa tra le principali di molti dei disastri che stanno martoriando i paesi Africani dai quali provengono i flussi migratori e prima responsabile della catastrofe libica), paese che del respingimento violento (sul confine italiano) ha fatto una missione e che pure, per bocca del premier Macron, non ha mancato di definire vomitevole la scelta decisa del nuovo governo.
Impagabile anche il tono di alcuni giornali mainstream nostrani che sono riusciti ad additare la Spagna come esempio di accoglienza da cui prendere lezione di umanità (caso della nave Aquarius) dimenticando che questa nazione (che pure può vantare ancora il suo bel muro spinato in terra Africana: la barriera di Ceuta e Melilla) ha accolto negli ultimi 4 anni circa 67.000 persone a fronte delle quasi 650.000 accolte dall’Italia.
Oggi non sappiamo bene come proseguirà questa storia e come andrà a finire: possiamo però essere ragionevolmente certi che, nell’immediato futuro, non cambierà il modo con cui gli eventi vengono costruiti e raccontati dai media; non cambierà il modo con cui le forze politiche proporranno le loro narrazioni né il modo con cui le persone reagiranno a questi racconti.
Ma da questa storia poco edificante possiamo trarre, forse, qualche utile insegnamento.
La strana perdita di memoria o meglio, di connessione con gli eventi passati e con la continuità se non della storia almeno della cronaca, è infatti tipica dei tempi presenti insieme a quell’atteggiamento acritico da ultras (del calcio) che sembra ormai animare e regolare quello che dovrebbe essere invece un avveduto ragionare politico; ammesso ma non concesso che uno scopo della politica sia ancora quello di guardare nel lungo periodo per garantire sicurezza (reale) e prosperità per tutti i cittadini.
Altrettanto caratteristico è l’uso politico delle informazioni (nel senso peggiore del termine), ammesso ma non concesso che i fatti nudi e crudi possano ancora in qualche modo avere diritto di cittadinanza, sia rispetto alle opinioni del momento, sia rispetto alle realtà virtuali costruite ad hoc per raggiungere obiettivi (geo) politici specifici.
Segni evidenti, di una sorta di degrado che sembra colpire le democrazie e le persone man mano che aumentano le possibilità di costruire, diffondere e reperire informazioni grazie alle onnipresenti tecnologie digitali.
Ma si sa, l’arte dell’inganno, la manipolazione delle coscienze, la dissimulazione, la rappresentazione di contesti fasulli, rappresentano da sempre strategie retoriche usate da ogni tipo di potere per influenzare, convincere, obbligare; di questo non ci si deve né stupire né scandalizzare, si deve piuttosto cercare di capire.
A queste retoriche, chi vuole, può sempre rispondere con l’apprendimento, imparando il funzionamento del grande gioco della strategia, esercitando l’arte del discernimento ed avendo l’ardire di mettere in discussione i riti e i miti che vengono dati per scontati nella nostra società.

Regresso e progresso, è tempo di agire

La parola d’ordine, oggi, è sicurezza. Il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza, all’alloggio – tutte conquiste che nel secolo scorso, grazie alle politiche di sostegno attuate dallo stato sociale, apparivano acquisite e indiscutibili – ora vacillano. Ovunque – e anche in Italia – le certezze che hanno accompagnato le nostre esistenze sono svanite. E la vita attuale, per milioni e milioni di donne e di uomini, è densa di insidie e di preoccupazioni.
Anche per questo i fenomeni migratori vengono percepiti come una minaccia. Frutto essi stessi di profondi squilibri geopolitici – eredità delle vicende coloniali – e ora generati da situazioni di miseria estrema e da pericoli incombenti (spesso aggravati da conflitti armati o persecuzioni attuate da regimi dittatoriali nei confronti della popolazione), divengono motivo di tensione e di paura per i cittadini di quegli Stati, meta dei disperati esodi, che individuano negli “invasori” un ulteriore elemento di sottrazione alle già risicate risorse di cui dispongono. E’ la guerra dei poveri che torna ad affacciarsi. Ma il paradosso è che deprivazioni e indigenza colpiscono ampie fasce della popolazione, mentre ristretti gruppi di individui possiedono ricchezze superiori a quelle di intere nazioni. Basti pensare che oggi dieci persone possiedono da sole il cinquanta per cento delle ricchezze dell’intero pianeta.

Lo scenario, dunque, è drammaticamente dissestato. Gli squilibri sono vertiginosi. Il tessuto sociale è sfilacciato, al sentimento di solidarietà si è sostituito quello, prevalente, di paura. L’altruismo cede il passo a un egoismo difensivo. L’idea di un costante progresso nel cammino sociale si scontra con ostacoli imprevisti. La prospettiva per le generazioni future è di vivere in un mondo peggiore rispetto a quello che noi abbiamo ereditato, in condizioni di maggiore incertezza e di instabilità e privi di quelle tutele che hanno garantito a tutti (o quasi), per decenni, dignitose condizioni di vita.
In questa temperie prospera la criminalità, che in parte costituisce l’estrema derelitta risposta al disagio.

Il punto di ripartenza, per un umano consorzio che intende – e deve – recuperare i caratteri di civile e solidale convivenza, può essere la città, il luogo in cui i rapporti personali in parte si alimentano ancora della fiducia che scaturisce dalla conoscenza e il legame sociale, per questo, non si è del tutto dissolto.
Occorre però un salto di qualità per recuperare, da un filantropico mutualismo di prossimità, una dimensione di relazione e di azione collettiva, fondata su un più esteso patto di cittadinanza.

Un tempo si era arrivati a dire: tutto è politica… Oggi si è alla esasperazione opposta: il rifiuto della politica come cosa sporca, cosa inutile. E al respingimento tout court dei suoi attori (tutti uguali, tutti corrotti…). Ma la politica non è altro che l’autogoverno della comunità, e in questa prospettiva nessuno può sentirsi escluso e ciascuno ha il dovere di rendersi disponibile e partecipe a un progetto di rinascita civile, solido e concreto. Per conferire respiro a tale scenario – che parte dall’oggi e guarda al domani – serve però pure una visione utopica, la definizione di un futuro desiderabile che dia senso al cammino e ai sacrifici necessari per compierlo. Utopia non è l’astratta terra promessa. E’ la stella polare che orienta i nostri passi e delinea l’orizzonte verso il quale indirizzarci. E attraverso il progetto si definiscono concretamente le tappe di approssimazione alla meta.

Bisogna ripartire da quella che i tedeschi definiscono weltanschauung, una visione del mondo che tenga insieme valori, credenze, ideali. E’ ciò che potremmo tradurre in ideologia se il termine non fosse stato corrotto dall’improprio uso propagandistico e dogmatico che ne hanno fatto nel secolo scorso regimi illiberali d’ogni fronte per piegarlo al proprio interesse di potere, bollare d’eresia ogni manifestazione di dissenso e confiscare così la libertà di pensiero e di opinione.

E bisogna necessariamente agire per superare la deresponsabilizzante dicotomia “noi-loro” quando si ragiona di politica, perché l’evidente presenza di una casta separata – quella degli eletti – deputata a governare le comunità, se ora trova riscontro nella realtà dei fatti, non ha fondamento dottrinario poiché la dimensione politica va riconsiderata nella sua classica e appropriata concezione: governo della polis, cui ogni cittadino è idealmente preposto. Serve, allora, un impegno attivo, personale, propositivo da parte di tutti coloro che a questa situazione non intendono più sottostare.

L’ancora di salvezza e la pietra al collo

Ecco qua. Da sei giorni c’è un altro bastimento carico di profughi che aspetta in mezzo al mare. Si chiama Lifeline, come la ong tedesca dell’equipaggio che continua a ostinarsi a pescare migranti invece che cefali e orate. Il governo maltese e quello italiano si accusano reciprocamente nella gara della disumanità. L’Europa discute e si accapiglia. Intanto il mare si ingrossa. I viveri scarseggiano. Nessun porto accogliente all’orizzonte. La stessa identica storia della nave Aquarius, ma questa volta la notizia “non fa più notizia”, e d’ora in poi le cose andranno sempre peggio.

Lifeline si traduce letteralmente “la linea della vita”. E’ anche la linea della vita che qualcuno vuol leggere sulla nostra mano sinistra, il nostro destino. Che in questo caso, il caso dei 218 migranti ospiti della nave Lifeline e ostaggi dell’Europa egoista, non sembra un destino molto favorevole. Salvati dalle onde… per poi essere messi in attesa, sospesi sine die, fuori dalla porta e dai porti del Continente dei vecchi. Una destinazione sempre più incerta, un destino che diventa sempre più una chimera.
E’ bello a volte, è istruttivo, scavare nelle parole. Perché “lifeline” è anche una espressione idiomatica. Sta per il nostro “ancora di salvezza”. Da qui probabilmente la scelta del nome della ong tedesca e della nave olandese che ha acquistato. A proposito, è olandese o non è olandese? Ecco il rebus assillante che si sono posti in questi giorni governanti, funzionari e giornalisti d’inchiesta.

Riassumendo. Una nave dal nome promettente, “l’ancora della salvezza”, ha tratto in salvo uomini, donne e bambini che scappavano dalla fame e dalle guerre. Mettetevi per un minuto nei panni di uno di questi migranti – va bene, chiamateli pure clandestini come li chiama Salvini, perché il ministro non ha tutti i torti: è vero, sono clandestini, nessuno di loro ha acquistato il viaggio da Costa Crociere. Dunque siete lì, stipati come sardine su un gommone pericolante, bagnati fino al midollo. Arriva una nave. Si ferma. Accosta. Dal ponte vi urlano qualcosa, vi lanciano un giubbotto salvagente (nuovo, pulito, arancione: una cosa così bella non l’avete mai vista), poi vi fanno salire sulla nave, vi avvolgono in una coperta di lana, vi danno qualcosa da bere e da mangiare.
Ma mentre vi caricano dal gommone sulla nave, avete visto quella grande scritta sulla fiancata: Lifeline, una parola in una lingua che non conoscete, che non è la vostra lingua. E adesso che vi siete un po’ ripresi, vi viene la curiosità di sapere come si chiama la nave che vi ha salvato. Cosa significa quella parola? E quando ve lo dicono, quando uno dell’equipaggio vi spiega che quella nave si chiama “l’ancora della salvezza”, quando vi assicurate che non è uno scherzo, che quella nave si chiama proprio così, vi succede una cosa inaudita. Dopo settimane, dopo mesi di travaglio, vi viene da ridere.
Perché allora può esserci un destino diverso, può esserci la fine della fame e della guerra. Può esserci una terra benigna e una nuova vita. Può, anzi, deve esserci! Non è forse un segno essere stati salvati dal mare proprio da un’ancora della salvezza? Come aver incontrato l’Arca di Noè, con al timone Noè in persona.
Come e perché la Lifeline con il suo carico dolente di migranti debba ancora rimanere ferma in mezzo al mare, in attesa di una accoglienza che non arriva, come possano l’Italia e l’Europa negare “un’ancora della salvezza” e proporre di fatto, come soluzione alternativa, “una pietra al collo”, è la tragedia morale di queste ultime settimane. Del nostro tempo. Una tragedia morale che non è minore o meno spaventosa della tragedia umanitaria dei profughi africani.

Letteratura migrante

La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande.
(Hans Georg Gadamer)

Migrant writers: un’espressione anglosassone per indicare e definire gli scrittori migranti che hanno lasciato i luoghi di origine per stabilirsi in Europa, rincorsi da guerre, impossibilità di comunicare in realtà con governi repressivi, instabilità, pericolo, miseria, sofferenza endemica. Provengono da angoli di mondo diversi, ognuno sorretto dal bagaglio della propria storia fatta di esperienze forti, drammatiche, che hanno segnato indelebilmente il loro percorso e che hanno ispirato le loro narrazioni.

Alcuni hanno deciso di vivere in Italia e di scrivere in lingua italiana le loro testimonianze, cercando e offrendo una comprensione di sé proprio attraverso lingua e contesto culturale del nostro Paese ospitante. In Inghilterra, Francia e Germania, la letteratura della migrazione si afferma molto prima che in Italia: in questi Paesi, di fatto, il multiculturalismo è già da tempo un aspetto sociale effettivo e il passato coloniale è una realtà intrinseca della loro storia. L’Italia registra un ritardo evidente nella produzione e divulgazione della letteratura della migrazione, che si fa conoscere solo alla fine degli anni Ottanta e la sua origine viene fatta coincidere con un evento drammatico: l’omicidio del giovane sudafricano Jerry Essan Masslo nel giugno del 1989 a Villa Literno (Caserta). Era fuggito dal Sudafrica dell’apartheid per ritrovarsi in Italia come raccoglitore di pomodori e per morire per mano di una banda di rapinatori, dei quali 7 su 15 minorenni. Troppo per un paese di 10.000 abitanti. Il fatto vergognoso ispirò all’epoca un racconto dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, scritto in collaborazione con il giornalista Egisto Volterrani e inserito nella raccolta ‘Dove lo Stato non c’è. Racconti italiani’.

L’esordio della produzione letteraria dell’universo migratorio prosegue e si accredita con tre libri che rappresentano convenzionalmente la nascita vera e propria di questo genere nel nostro Paese. ‘Chiamatemi Alì’ (1992) del marocchino Mohamed Bouchame: il diario di una vita da clandestino in Italia, dopo aver lasciato la facoltà di biologia nel Paese d’origine. Notti trascorse in dormitori occasionali, auto e vagoni abbandonati, sogni e illusioni col miraggio della libertà e del benessere che si infrangono nella miseria, l’emarginazione, il rifiuto. E sulla scorta di una simile drammatica situazione è anche ‘Immigrato’ (1990) del tunisino Salah Methnani che racconta la sua fuga verso un Eldorado promesso dalla tv, arrivando disilluso alla consapevolezza che lo scontro di civiltà potrebbe essere solo un’invenzione dei potenti della terra, nel Nord come nel Sud del mondo. La terza opera antesignana della letteratura migrante è ‘Io, venditore di elefanti’ (1990) del senegalese Pap Khouma, che si ritrova venditore tra mille difficoltà da clandestino, porte sbattute in faccia, fatica e avvilimento. E’ la storia di chi, alla fine, è riuscito a conquistare passo dopo passo il riconoscimento come cittadino con un regolare, preziosissimo permesso di soggiorno.

Le prime opere dei migrant writers hanno una forte connotazione autobiografica dedicata alla solitudine, allo sradicamento, al razzismo e alla difficoltà di integrazione, e presentano una doppia firma: quella dell’autore e quella di un coautore, che segue e curava la forma in lingua italiana. Nella seconda fase successiva della produzione letteraria, all’inizio del 2000, il carattere esclusivamente autobiografico viene superato e la narrativa si svincolata dalla stretta esperienza personale per spaziare in storie più ampie. Le grandi case editrici cominciano ad interessarsi a queste opere e a valorizzarle attraverso una ampia divulgazione. In ‘Il sole d’inverno’ (2001), del palestinese Muin Madih Masri, una madre è preoccupata del matrimonio combinato dalla famiglia tra la figlia quindicenne e lo sposo di 35 anni; sullo sfondo una Palestina nella guerra dei sei giorni, la diaspora, la vita e la morte che scorrono inesorabili. ‘La straniera’ di Younis Tawfik, scrittore e giornalista naturalizzato in Italia, è la storia di un giovane architetto del Medio Oriente in Italia per studiare e lavorare senza difficoltà. L’incontro con la connazionale Amina, che vive ai margini, non è integrata e per campare è costretta a prostituirsi, mette in rilievo le differenze di condizione tra migranti stessi. Una storia inqueta, toccante e amara. ‘Stigmate’ (2006), del poeta albanese Gezim Hajdari, è una raccolta poetica che contiene tutta la rabbia politica senza compromessi dell’autore, esule dall’Albania postcomunista nel nostro Paese dal 1993, in fuga dalla violenza della censura. “Farsi chiamare poeta migrante è un onore, un privilegio”, ha dichiarato Hajdari in un’intervista.
In tutta la letteratura migrante, la scrittura diventa il mezzo con il quale l’immigrato parla di sé, della propria origine e cultura identitaria, ma anche dei risultati della sua migrazione. Lo fa a modo suo, senza schemi mentali, in una simbiosi con la nuova realtà di profugo, immigrato, esule, che dovrebbe arricchire la società stessa perché la ricchezza culturale non deriva dall’isolamento, ma dalla mescolanza.

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Penne migranti di Simonetta Sandri

Tra elezioni e migrazioni. I danni del pensiero politicamente corretto

Tra lo stupore ipocrita dei perbenisti, in mezzo allo sbraitare dei politici, si sta manifestando ciò che a ogni osservatore imparziale era del tutto ovvio da tempo: le migrazioni e i migranti sarebbero (sono) diventati il vero tema focale delle prossime elezioni.
Ne ho scritto più volte e in tempi non sospetti su Ferraraitalia, in particolare qui e qui.
I recenti discorsi intorno ai fatti di Macerata rappresentano, per ora (che su queste cose il fondo non si tocca mai), il punto più basso non solo della politica ma del profilo morale di certa Italia. Nelle Marche, in verità, un fatto simile era già successo qualche anno fa (omicidio di Fermo il 5 luglio 2016) scatenando i furori ciechi e quel proliferare di insinuazioni, rancori, odii e menzogne che oggi riesplodono, amplificati, in vista delle elezioni.
Al di là dei fatti criminosi su cui farà luce la magistratura, non si può negare che la concatenazione dei fatti avvenuti sia quanto di più perfetto potesse essere immaginato per dar fuoco alle polveri e scatenare quella violenza che da tempo cova sotto la cenere. Lo confermano la sequela di accuse e contro-accuse, le manifestazioni di piazza, gli scontri, gli insulti mediatici, gli articoli, le discussioni feroci sui social. Incombe su tutto il sospetto e la paura: in un colpo solo sembra che la sequenza criminosa sia riuscita a portare alla luce, contemporaneamente, tutte le mille contraddizioni che caratterizzano la migrazione in Italia e la cosiddetta accoglienza: le narrazioni opposte innanzitutto, gli schieramenti partigiani ottusamente schierati l’uno contro l’altro e poi – spigolando tra giornali e tv – disagio giovanile, irregolari senza permesso mantenuti in hotel a 4 stelle, spacciatori africani, mafia nigeriana, innocenti colpiti a tradimento, nullafacenti, droga e abuso giovanile, violenza sessuale, oscure ritualità tribali, giustizia privata, vendetta collettiva, violenza di branco, motivazioni politiche, ideologia, rancore etnico e razziale, disagio sociale, fake news di diversa matrice, minacce di morte, razzismo, scontro politico violento, accuse di presunte responsabilità morali. Certa destra che pone l’accento sull’omicidio minimizzando la sparatoria, certa sinistra che amplificando quest’ultima fino al parossismo tace sull’omicidio.
Forse stupisce un poco l’assenza – in una città come Macerata che pochi mesi fa (novembre 2017) aveva organizzato una Giornata mondiale contro la violenza sulle donne – di quei discorsi che accompagnano sempre la violenza di genere e il (cosiddetto) femminicidio. Forse non è il momento o, forse, il timore che possibili riflessioni in tal senso vengano frettolosamente accusate di razzismo è tale da convincere chi solitamente se ne fa carico a tacere.

Proprio dalla incontenibile pluralità di queste narrazioni voglio partire per mettere a fuoco un aspetto (uno fra i tanti) che ha contribuito e contribuisce ad alimentare un clima di odio e intolleranza tra italiani ancor prima che ad aizzare l’astio di una parte di questi contro i migranti, o, meglio, contro alcuni gruppi di essi. Si tratta di quel pensiero politicamente corretto che si è impadronito del nostro linguaggio sostituendo alla franca discussione sui fatti una serie di obblighi e di divieti linguistici sempre più invadenti.
Questo tipo di approccio, attentissimo a scovare ogni remota traccia eretica rispetto al pensiero mainstream, nel caso della migrazione, per anni, ha negato l’esistenza di un problema, infamando e accusando di razzismo, xenofobia e fascismo chiunque osasse mettere in discussione l’assioma che i migranti sono sempre e comunque una risorsa, che l’accoglienza è sempre e comunque giusta e doverosa, che l’accettazione deve essere incondizionata, senza se e senza ma.
Applicazione verbale, questa, che si riallaccia a quel cambiamento genetico di tutta la sinistra occidentale che – abbandonato il concetto di lotta di classe e la relativa retorica popolare centrata sulla difesa e la valorizzazione del lavoro – si auto-qualifica oggi, prioritariamente, come entità politica che agisce in difesa dei diritti delle minoranze (a onor del vero di alcune minoranze), intese come pure astrazioni portatrici di diritti codificabili in leggi, norme e regolamenti.
Di questo sentire, hanno fatto le spese perfino soggetti francamente insospettabili come la presidente Pd del Friuli Seracchiani, ferocemente attaccata per aver osato dire che “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede ed ottiene accoglienza” (maggio 2017).

Questo atteggiamento culturale diffuso e tutto centrato sulla difesa aggressiva dei diritti delle minoranze si traduce in una fortissima pressione sociale e ha contribuito a impedire che la costellazione di problemi reali connessi alla complessità dei fenomeni migratori venisse celermente alla luce, fosse francamente discussa e venisse affrontata seriamente partendo dai dati reali, riconoscendo i giochi geopolitici e gli interessi – a volte inconfessabili – dei diversi attori in gioco.
Invece, in nome di principi astratti politicamente corretti, si sono sottovalutati i rischi per la pacifica convivenza di un fenomeno così vasto ed esteso, che è stato anzi rappresentato come un emergenza temporanea e non come un drammatico fatto strutturale. Per anni si è taciuto (anzi: si è imposto il silenzio), evitando con cura di esplorare il fenomeno leggendolo sullo sfondo dei giochi geopolitici, della disoccupazione e della precarizzazione del lavoro, dell’impoverimento delle classi medio-basse, della concentrazione della ricchezza verso l’alto, della sostituzione del lavoro umano con le nuove tecnologie e della crisi irreversibile dello stato sociale.
Quindi gli eventi più scabrosi delle migrazioni sono stati negati platealmente, lasciando campo aperto a narrazioni alternative che hanno finito con l’alimentare quel processo di costruzione della paura, che ora, come era logico, si sta rivelando una moneta elettorale particolarmente preziosa.

Così, in ottemperanza ai principi politically correct, si è finito con il separare il piano degli intendimenti generali da quello della realtà quotidiana; si è eliminato l’ascolto dal basso escludendo quel popolo sovrano che, da base che era della democrazia, è ormai visto dalle elites politicamente corrette come nemico, giudicato con infamia secondo le regole di un’ideologia che pretende di avere sia la verità che la superiorità morale per porsi al di sopra di tutti. Questo atteggiamento perdurante, ha sostituito, alla scoperta e all’analisi dei sentimenti e delle ragioni che stanno alla base dei rumors e delle critiche rivolte alla cosiddetta accoglienza, il giudizio senza appello, la condanna a priori e la pubblica diffamazione a prescindere.
Alla doverosa e spassionata analisi dei fatti ha sostituito non di rado le accuse di complottismo e la retorica delle fake news (che pure esistono entrambe) per ridimensionare non solo le patenti sciocchezze ma anche le riflessioni più ponderate.
Al dovere di interpretare e affrontare il profondo disagio sociale (acuito dalla crisi che ha spostato ricchezza dal basso verso l’alto mettendo in competizione le fasce più deboli della popolazione), ha preferito la semplificazione, cosicché, quando esso si è (malamente) espresso, è stato sanzionato pubblicamente con il marchio dell’infamia, bollato sic et simpliciter come razzista, xenofobo e fascista.
(S)Qualifica che non di rado è stata affibbiata pure a quanti cercavano (e cercano) semplicemente di capire e raccontare un fenomeno enormemente complesso con concetti, teorie e parole diversi da quelli dell’ortodossia cosiddetta “buonista”. E a nulla sono valsi i richiami di quella parte di intellettuali progressisti capaci ancora di pensare con la loro testa al di fuori della gabbia di ferro della retorica politicamente corretta (cito in questo articolo su Ferraraitalia un intervento di Luca Ricolfi).

Paradossalmente (ma non troppo), tutto questo politicamente corretto sta fortemente contribuendo a costruire un nuovo muro tra italiani che ora sembra davvero difficile da superare: un esito tanto più stupefacente considerato che lo slogan “costruire ponti ed abbattere muri”, caro a papa Francesco, sembrava (e sembra) essere un principio condiviso, se non sostenuto con forza, proprio dagli elementi più influenti del pensiero politicamente corretto italico.

A fronte di questo, ora più che mai, servirebbero invece parole nuove che non siano mere etichette cognitive, idee che sappiano unire sentimenti, emozioni e ragione; dialogo capace di connettere punti di vista diversi; servirebbero coraggio per dire, con tatto, verità molto scomode, onestà intellettuale per cogliere ciò che di giusto può esserci in (quasi) ogni argomentazione, umiltà per accettare che una cosa sono i nobili principi ed altra la bruta realtà che sta sotto il naso; servirebbe fermezza per dichiarare che le regole servono e vanno rispettate da tutti; serve un minimo di orgoglio per tornare a sentirsi italiani, eredi e protagonisti di una grande cultura che avrebbe ancora qualcosa di buono da dire. Servono con urgenza azioni anche piccole, segni di discernimento e di distensione capaci di dare speranza al futuro. Bisogna uscire dai salotti dei talk show, analizzare i dati e le fonti, andare sul campo e capire la reale consistenza del problema partendo da un’attenta analisi degli interessi in gioco.

Adesso però il popolo dei “rincoglioniti” (cito il sottotitolo della trasmissione Otto e mezzo, andata in onda su la 7, venerdì 9 febbraio) deve andare a votare e lo farà, suppongo, seguendo la pancia, in barba alla verità rivelata e all’ottuso senso di superiorità morale dei profeti e dei militanti (non sempre pacifici) del pensiero politicamente corretto. Comunque vada però, questi hanno già chiare le colpe e le responsabilità e, a priori, hanno già emesso la loro inappellabile condanna: bisogna accogliere tutti senza se e senza ma, il problema migrazione non esiste, il disagio sociale è causato dai populisti mestatori d’odio razzisti e xenofobi.
Tra poche settimane vedremo con che risultati.

La lezione di Macerata

Dai cieli fiscali promessi dai partiti alla dura realtà di uno scontro sociale tra accoglienza e rifiuto

Mi ero proprio dimenticato di una città di nome Macerata, tanto piccola quanto decentrata. Proprio questo lembo periferico della penisola ha conquistato in questi giorni gli onori della cronaca e deviato, di un poco e non so per quanto tempo, una battaglia elettorale tutta basata sulle promesse fiscali dei vari schieramenti e in particolare dei populisti di vecchio stampo o di nuovo conio.

Alle astronomiche promesse, lo dice anche un recente sondaggio, non crede davvero più nessuno; anzi, quelle decine o centinaia di miliardi che tutti, se vincitori, ci vogliono assolutamente versare nelle tasche hanno qualcosa di surreale. Segno forse che il populismo, a forza di alzare la posta, ha perso il senso della misura e molta credibilità. Era molto più concreto ed efficace Achille Lauro: consegnava una scarpa destra e, solo dopo il voto, la scarpa gemella per il piede sinistro.
Se le promesse elettorali sono surreali, le pallottole non lo sono per nulla: sono di piombo e se ti colpiscono possono mandarti all’altro mondo. Così, il raid di Macerata del (pazzo?) ex candidato di Salvini e cultore appassionato di Hitler, Mussolini e altre frattaglie fasciste, ha spostato il fuoco della battaglia tra i partiti. Dai cieli fiscali alla dura realtà delle nostre strade e delle nostre piazze.

Nei commenti e nelle reciproche polemiche tra i vari leader è rispuntato fuori il tema del fascismo. Se cioè occorra o meno una nuova legge che – oltre al netto divieto stabilito dal nostro testo costituzionale – ponga un argine efficace al fenomeno di un risorgente nazismo e fascismo. E ancora: i nuovi gruppi e gruppuscoli della destra estrema, Casa Pound in testa, sono gli eredi diretti del fascio littorio oppure costituiscono una realtà affatto nuova, figlia delle periferie degradate e impoverite e degli intrecci tra mafie ed estremismi?
Il tema è interessante, se ne potrebbe discutere per ore, ma dietro al ‘tiro all’emigrato’ di Macerata e a una miriade di altri episodi di intolleranza, il fascismo – vecchio o nuovo che sia – c’entra forse solo di striscio, sembra essere solo una maschera, un modo estremo e criminale per combattere una battaglia molto più vasta. Una battaglia in atto nel nostro Paese ormai da qualche anno, che non coinvolge solo minoranze militanti (e militari), ma che riguarda il cuore stesso del nostro vivere sociale.

Accoglienza o rifiuto, solidarietà o chiusura, dialogo o difesa dell’egoismo identitario. E’ su queste parole, su questi comportamenti che in ogni città, in ogni quartiere, in ogni piazza si sta combattendo la battaglia. Il suo esito appare ancora incerto – neppure queste elezioni potranno dare una soluzione definitiva in un senso o nell’altro – e almeno per il prossimo decennio saremo costretti bene o male a prendere posizione. E non basterà scandalizzarsi per il candidato governatore Fontana che si proclama difensore della razza bianca, o irridere al “Prima gli Italiani” ossessivamente ripetuto da Giorgia Meloni. Non basterà cioè prendere le distanze dalle parole estreme e stigmatizzare questo o quell’episodio di razzismo o squadrismo.
Forse qualcuno pensa che possiamo cavarcela come semplici spettatori. Come se fossimo appena usciti da un film e ci venisse chiesto che ne pensiamo di questa o quella scena. Potere della televisione e della rete! Invece nel film – cioè dentro la battaglia che segnerà il volto della nostra società di domani mattina– ci siamo anche noi. Tra i protagonisti. O tra gli sconfitti.

Demografia, migrazioni, accoglienza: alcune riflessioni politically (in)correct

Secondo i dati Istat (aggiornati al 31 dicembre 2016) la popolazione residente in Italia è di 60.589.445 persone, di cui 5.026.153 di cittadinanza straniera, pari all’8,3% del totale. Tra questi, i cittadini non comunitari regolarmente presenti in Italia sono 3.931.133, il 78% del totale di stranieri censiti. Mediamente pertanto, 1 cittadino su 12 è straniero, un rapporto però che è estremamente variabile in funzione dei territori che si prendono in considerazione: notoriamente la popolazione straniera si concentra nel Centro-Nord, che ospita quasi l’84% del totale, mentre il Sud ospita un assai modesto 11% e le Isole circa il 5%.
A Milano, Brescia e Prato per esempio, la percentuale sfiora il 19% mentre a Palermo è inferiore al 4%; quote appena superiori si riscontrano a Bari, Catania e Foggia (4%); a Trento la percentuale è dell’11%, mentre a Ferrara si assesta intorno al 10%; a Monfalcone arriva quasi al 21% (dati Istat 2017).

Il tasso di crescita del numero di stranieri residenti in Italia appare in tutta evidenza se si confrontano i dati dei censimenti a partire dal 1961, anno in cui ne furono registrati 62.780; nel censimento del 1971 erano 121.116 e nel 1981 ammontavano a 210.937. Nel censimento del 2001 si registravano già 1.334.889 presenze straniere mentre, nell’ultimo censimento del 2011, il numero era salito a 4.027627 (Fonte: Italia in cifre 2016, Istat). In sintesi il numero di stranieri nel nostro Paese risulta quintuplicato in meno di 20 anni: si tratta della crescita relativa più marcata registrata tra i paesi europei per i quali sono disponibili i dati.
Dal lato degli ingressi, ad alimentare il numero degli stranieri in Italia concorrono non solo le migrazioni dall’estero (il saldo migratorio annuale è positivo con oltre 200 mila stranieri), ma anche i tanti nati nel nostro Paese da genitori entrambi stranieri, le cosiddette seconde generazioni. Dal 2008 le nascite da coppie non italiane sono più di 70 mila all’anno, nonostante una lieve diminuzione tra il 2013 e il 2014. Dal lato delle uscite, oltre alla mortalità e alla cancellazione per l’estero o per altre cause, si registra un numero crescente di persone che ogni anno da straniere diventano italiane (178 mila nel 2015, più di 200.000 nel 2016 per un totale di oltre 1.150.000 persone che hanno ottenuto cittadinanza italiana).

E’ noto che la popolazione straniera residente in Italia presenta una struttura demografica molto diversa dalla popolazione di cittadinanza italiana: per quest’ultima l’indice di vecchiaia (ossia il rapporto tra popolazione ultra sessantacinquenne e popolazione con meno di 15 anni) è il più alto d’Europa con 176 anziani ogni 100 ragazzi, mentre per la popolazione straniera è di 15 anziani ogni 100 ragazzi, il valore più basso dell’Unione. La popolazione straniera è molto giovane (età media sotto i 34 anni), anche se con notevoli differenze tra i diversi gruppi. In generale, la quota di ragazzi (0-14 anni) fra gli stranieri è superiore di 5 punti percentuali a quella che si riscontra fra gli italiani nella stessa fascia d’età. La classe di età tra 15 e 39 anni pesa per il 45% sul totale della popolazione straniera, mentre in quella italiana pesa per poco più del 26%. Al contrario le persone con 65 anni e più fra gli stranieri hanno un’incidenza di poco superiore al 3%, mentre nella popolazione italiana si avvicinano al 24%.

La composizione per genere della popolazione straniera in Italia è mediamente equilibrata (51,4% femmine). Secondo il rapporto Istat sui cittadini non comunitari questo equilibrio nasconde però situazioni molto differenti fra le diverse origini: alcune nazionalità, come quella ucraina, sono sbilanciate al femminile, mentre fra gli originari del Bangladesh, per esempio, si registra una prevalenza maschile. Per diversi gruppi l’equilibrio tra i sessi è stata una condizione raggiunta nel tempo, come nel caso dei marocchini per i quali si registrava in passato un più netto squilibrio a favore dei maschi.

Tutti, italiani e stranieri regolarmente residenti, vivono in un bellissimo paese, caratterizzato però da una disoccupazione media superiore all’11%, da una disoccupazione giovanile che viaggia da tempo tra il 35 e il 40%, dal drammatico ridimensionamento dello Stato sociale, da una corruzione diffusa e dalla forte presenza di organizzazioni di stampo mafioso fortemente radicate e inserite nei circuiti istituzionali. L’Italia, inoltre, è caratterizzata da una pressione fiscale esagerata sulle imprese (68% dei profitti secondo i dati Cgia Mestre), con oltre 9 milioni di italiani a rischio povertà che non ce la fanno più (fonte: AdnKronos); un paese dal quale emigrano (fuggono) italiani con un’incidenza che, secondo l’Ocse porta l’Italia all’ottavo posto mondiale nei paesi di provenienza delle nuove migrazioni (subito dopo il Messico e davanti a Vietnam e Afghanistan) con cifre che vengono stimate mediamente superiori ai 200.000 casi (fonte: Il Sole24ore, 6 luglio 2017). Un paese dal quale moltissimi giovani spesso preparati e formati emigrano in nazioni che consentano loro di mettere a frutto i propri talenti (Regno Unito e Germania in primis) e, infine, un posto nel quale sembra non si riesca a incidere su privilegi scandalosi: pensioni d’oro, baby pensioni, buonuscite faraoniche, falsi invalidi e falsi ammalati.

E’ all’interno di questo quadro generale estremamente complesso che va collocato il flusso migratorio della rotta mediterranea: quello dei barconi e delle ong, quello più drammatico e assai verosimilmente quello più fuori controllo; quello più attenzionato dai media che qui trovano una miniera dalla quale estrarre di volta in volta notizie strappalacrime di bimbi spiaggiati o violenze perpetrate sulle donne, prevaricazioni sui migranti o violenze gratuite sui residenti italiani, torbide storie di sesso e corruzione, equamente distribuite tra stampa di destra e sinistra, ma comunque ottime per attrarre l’attenzione, aizzare gli animi, commuovere o indignare e, naturalmente, vendere. Quel flusso che è ormai diventato per molti cittadini sinonimo di ogni tipo di migrazione, che è invece cosa molto più vasta e complessa e che alimenta il gigantesco business dell’accoglienza.

Il sito Unhcr (Agenzia Onu per i rifugiati) segnala che gli arrivi via mare regolarmente registrati in Italia sono stati nel corso del 2017 (al 31 novembre) oltre 121.000, che si aggiungono ai 181.486 del 2016, ai 154.000 del 2015 e ai 170.000 dei 2014 e ai 40.000 del 2013, per un totale di oltre 650.000 persone arrivate sulle coste italiane negli ultimi cinque anni. Il dato ovviamente non tiene conto nè dei flussi che arrivano via mare senza essere intercettati (di cui nulla si può sapere) nè dei flussi che passano per altre possibili rotte indirette (di cui poco si dice e si parla). La medesima fonte, liberamente consultabile e costantemente aggiornata, mostra che i paesi di origine sono soprattutto quelli dell’Africa nera subsahariana, zona dalla quale proviene oltre il 75% degli sbarchi dell’ultimo anno. Il medesimo sito offre anche una rappresentazione sintetica per genere (novembre 2017): da qui si apprende che tra gli arrivati via mare in Italia il 74,5% sono maschi mentre solamente 11% sono femmine, essendo il rimanente 14,5% rappresentato da minori. Questi ultimi sono spesso di età compresa tra i 14 e i 18 anni e in grandissima maggioranza maschi, seppure con forti variazioni relative agli stati di provenienza. In tale situazione è ragionevole pensare che una quota almeno pari ad 85% degli sbarchi totali registrati sia rappresentata da maschi giovani e giovanissimi di età compresa tra i 14 e 30 anni.
A sostegno di tale stima nel rapporto Istat già menzionato, pubblicato il 17 ottobre di quest’anno, s legge: “la composizione di genere dei richiedenti asilo è particolarmente squilibrata, nell’88,4% dei casi si tratta di uomini. La quota di donne più elevata, poco meno del 24%, si registra per la Nigeria, scende al 12% per la costa d’Avorio e si colloca sotto il 3% per tutte le principali collettività arrivate in Italia in cerca di protezione. I minori rappresentano il 3,2% dei flussi in ingresso per queste motivazioni”.

Questa composizione di genere fortemente polarizzata è decisamente allarmante per un paese caratterizzato da una forte carenza di posti di lavoro. Ed è inquietante per una certa cultura che negli ultimi decenni ha fatto della parità di genere una bandiera, costretta oggi a confrontarsi con realtà culturali assolutamente diverse, spesso caratterizzate da un rapporto maschile-femminile assai lontano dallo stereotipo (apparentemente) dominante in occidente.
Tenuto poi conto che, secondo i dati del Ministero dell’Interno, i dinieghi alla richiesta di asilo sono stati il 58% nel 2015 e il 60% nel 2016 e che la proporzione di rifugiati riconosciuti come tali è molto bassa (mediamente 5% ai quali vanno aggiunte le richieste sussidiarie ed umanitarie accettate) ci si devono porre molte domande sul senso e la qualità di quella che viene definita ‘accoglienza’; nonché sulle motivazioni, sulle risorse, sulle aspettative che spingono e sulle modalità che muovono così tanti giovani ad assumersi il rischio e il costo (dai 1.000 ai 3.000 euro secondo alcune stime) di un viaggio così lungo e pericoloso; un viaggio semplicemente impensabile senza la presenza di informazioni, persone, organizzazioni, reti di collusione e di corruzione, capaci di costruire una solida domanda e quindi un florido mercato.

Di cosa dovrebbero dunque vivere e cosa dovrebbero fare mezzo milione di giovani maschi approdati sulle coste italiane senza compagne, senza famiglia, senza competenze e con poche risorse relazionali in loco che ne facilitino l’inserimento? In che modo dovrebbero regolare la naturale esuberanza giovanile? Che vita dovrebbero condurre una volta usciti dal circuito della prima accoglienza? In che modo dovrebbero guadagnarsi da vivere senza scivolare loro malgrado nella delinquenza o dipendere dai sussidi pubblici o dalla possibile carità dei privati?

Più in generale che l’intero sistema dell’integrazione non funzioni così bene come alcuni professano, trapela dalla composizione della popolazione carceraria: piaccia o meno, i dati mostrano che la percentuale di detenuti stranieri nelle carceri italiane è del 27% (ed è quasi esclusivamente composta da maschi) vale a dire 3,5 volte maggiore di quanto ci si aspetterebbe se i crimini che causano la detenzione fossero equamente distribuiti tra popolazione residente italiana e straniera. Inoltre, piaccia o meno, i dati confermano che le piazze dello spaccio e della prostituzione in molte città italiane sono ormai in mano a specifiche etnie arrivate negli ultimi anni e (purtroppo) non di rado attraverso i percorsi della cosiddetta ‘accoglienza’. Accoglienza che, lo dice il nome stesso, non può essere imposta con la forza senza che si trasformi in qualcos’altro.

Poiché tuttavia, grande è il timore di superare i limiti violentemente imposti dal pensiero unico politicamente corretto ed è oggettivamente molto difficile cercare di comprendere il fenomeno migratorio affrontandolo francamente e da diverse prospettive, resta più che mai vivo il pregiudizio rancoroso su cui si reggono le argomentazioni delle opposte fazioni dei contrari e dei sostenitori dell’accoglienza obbligatoria, e più in generale, dei tanti che non vogliono neppure tentare di capire la realtà. Una situazione che rende più difficile ogni tentativo di trovare (doverose) soluzioni innovative (che pure esistono) e di intervenire con successo in un sistema globale che produce sempre più emarginati (di tutte le razze e nazioni) e li mette in competizione tra di loro. Una situazione non propriamente ottimale anche in vista della campagna per le prossime elezioni dove il tema migrazione, c’è da scommetterci, sarà usato da destra e da sinistra come una clava per conquistare consensi.

Fonti

Ministero dell’Interno. Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione
Report Istat cittadini non comunitari 2015-2017
Istat Popolazione in Italia
Sito Unhcr – (flussi migratori nel Mediterraneo)
Ministero della Giustizia – Popolazione carceraria in Italia
Il Sole 24ore – (Italiani ch emigrano all’estero)
La Stampa – (Stime deI costi dei viaggi)

Padre Daniele Moschetti: Io, confratello di Alex Zanotelli, vi racconto la mia Africa

“Ci sono forse più momenti di speranza e felicità in Africa che qui, nonostante tutto”.
Padre Daniele Moschetti, comboniano dall’età di 27 anni, è un uomo che vive la fede non come una sicura certezza, ma come ricerca costante, profonda, inquieta, nel proprio io profondo o negli occhi dei più poveri nelle periferie del mondo, di tutto il mondo. Ricerca di pace, giustizia, dignità, comunità, solidarietà, umanità.
Questa ricerca lo ha portato da ultimo in Sud Sudan, l’ultimo paese del continente africano a raggiungere l’indipendenza, un paese dalle enormi potenzialità, ma nel quale la situazione è drammatica e si rischia un nuovo Ruanda. A novembre volerà negli Stati Uniti, dove insieme altri missionari di altre congregazioni religiose porterà avanti un lavoro di advocacy presso le Nazioni Unite e il Parlamento americano a favore della ‘sua’ Africa, ma non solo.
A chi abita nel Nord del mondo dice che “i muri non servono” e che l’Africa sta dando “una grande lezione di solidarietà di paesi poveri verso altri paesi poveri”: “noi ci lamentiamo, parliamo di emergenza per 160 mila migranti l’anno, quando solo dal Sud Sudan sono usciti due milioni di profughi, che si sono insediati nei paesi confinanti”. A chi afferma che gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano il nostro tenore di vita risponde che, dopo il colonialismo, a sfruttare le enormi risorse del continente sono arrivate le multinazionali e quindi “siamo noi che dobbiamo metterci in un’ottica di restituzione all’Africa”.

Alle spalle anni di lavoro in una ditta nel varesotto, con possibilità di carriera, contemporaneamente la scuola serale e una relazione stabile con una ragazza. Dai 19 anni entra in crisi e il “campo di lavoro con Mani Tese in provincia di Bari” è la “presa di coscienza” dei valori che devono guidare la sua vita: una casa, una famiglia, una posizione lavorativa non sembrano bastare. Poi l’incontro con testimoni autentici dei valori evangelici e il viaggio di un mese in Centrafrica, al seguito dei comboniani di Padova e Venegono, sono stati risolutivi per la sua crescita spirituale: è stato “un po’ un battesimo”.
Da lì l’Africa “è sempre stata un punto di riferimento, per quello che ti dà, nella sua povertà” o meglio in quello che noi consideriamo povertà, ma che per padre Moschetti è “una ricchezza”: la vita semplice, l’amicizia, l’accoglienza, il calore sono “doni impagabili, non puoi comprarli”.
In Africa, a Nairobi, ha compiuto i propri studi teologici e ha iniziato la sua pastorale: per 11 anni è tra i missionari comboniani che vivono tra le baraccopoli di Nairobi di Kiberia e Korogocho, dove prende il posto di un altro pastore delle periferie, il confratello Alex Zanotelli. “Alex per me è un amico, lo conosco già da prima di entrare nei comboniani. A Nairobi ci siamo ritrovati”. “Kiberia è la più grande baraccopoli della città: 800 mila persone in pochissimi chilometri quadrati. Qui ho scoperto la realtà delle baraccopoli, che sono ormai in tutto il mondo: la povertà, la miseria stanno diventando sempre più forti in tante parti del mondo, anche nelle nostre città, Milano, Roma, Torino. A Korogocho, con Alex lavoravamo con i più poveri e gli emarginati: alcolisti, prostitute, criminali, bambini di strada e ‘scavengers’, i raccoglitori di rifiuti della discarica di Dandora, di fronte alla baraccopoli. L’obiettivo del lavoro di Alex e degli altri confratelli, insieme ai laici, era mettere al centro della comunità cristiana i poveri: dai poveri gli altri trovano nuove motivazioni per la propria fede, battersi insieme per migliorare le condizioni di tutti”. A Nairobi ci sono 200 baraccopoli, “Korogocho è la più pericolosa, quella più povera, ci si vergogna di venire da lì e non lo si dice perché diventa difficile trovare un lavoro. È la quarta come numeri, 100-120 mila persone, ma tutti in un solo chilometro quadrato: ‘sardinizzati’ in baracche fatiscenti che qualcuno costruisce su terreno del governo per poi darle in affitto. Per questo con Alex ci siamo battuti perché la proprietà collettiva della terra: una lotta pericolosa perché va a toccare il denaro. L’altro grande problema è la discarica, che è vicinissima e che spara la sua diossina sugli abitanti ogni giorno: c’è una grandissima incidenza di problemi alla vista, alle vie respiratorie e ci si ammala di cancro. È successo anche a un nostro volontario che ha lavorato con noi per 15-16 anni: è morto qui in Italia in un paio di mesi di cancro ai polmoni”.

Incontro padre Moschetti mentre è a Ferrara per presentare il suo ultimo libro – presso il Centro Culturale il Quadrifoglio di Pontelagoscuro, in collaborazione con l’Istituto Gramsci di Ferrara – ‘Sud Sudan. Il lungo e sofferto cammino verso Pace, Giustizia e Dignità’, nel quale ricompone gli ultimi sette anni della sua vita. Negli incontri che sta facendo in tutta Italia, prima di partire per gli Usa, cerca di “parlare il più possibile di questo paese e di tutto il contesto del centro Africa, cerco di rompere il silenzio che c’è sull’Africa in generale. La realtà del Sud Sudan è solo un esempio di questo silenzio”.
E non si tira certo indietro su un tema particolarmente scottante: “le grandi migrazioni non sono quelle che riguardano l’Italia o l’Europa, sono quelle che si riversano sugli stessi paesi africani: la prima opzione è sempre quella africana”. Moschetti cerca di far uscire chi lo ascolta dai luoghi comuni, compreso quello di un continente ovunque uguale a se stesso, con gli stessi tragici problemi di povertà e sottosviluppo: “in alcuni paesi l’economia sta tirando molto forte, creando occasioni di lavoro. Etiopia, Kenya, Sud Africa, Angola, Mozambico, ci sono zone dove il lavoro c’è e le persone si spostano in gran parte in quei paesi. Il deserto e le coste del Mediterraneo per arrivare infine in Italia e in Europa sono l’ultima opzione”, senza nulla togliere alla “tragicità” di questa scelta.

In Sud Sudan “ci sono tutte le premesse per arrivare a una situazione del tutto simile a quella del Ruanda”: dinka e nuer sono le due etnie principali, ma intorno ai Nuer ribelli, ruotano almeno altre sette-otto etnie insofferenti della pretesa supremazia dinka, in totale i gruppi etnici presenti nel paese sono però almeno una sessantina. E, inutile dirlo, dietro a queste lotte tribali in realtà si cela “una lotta per il potere e le risorse”, immense. “Fosse solo il petrolio!”, afferma ironico padre Moschetti: “ci sono anche i giacimenti di minerali e poi terre fertili e l’acqua del Nilo Bianco e del Sudd, la seconda palude più grande al mondo, nel periodo delle piogge si arriva a 320 mila chilometri quadrati di acqua dolce”. “Stiamo parlando di un paese dove il 70% della popolazione è sotto i 30 anni e la vita media non arriva ai 50 anni”.
Il Sud Sudan ha raggiunto l’indipendenza dal Nord solo nel 2005, con un referendum arrivato dopo quarant’anni di guerra, e nel 2013 era già alle prese con un nuovo conflitto, questa volta interno: i dinka del presidente Salva Kiir contro i nuer dell’ex vice Riek Machar. “La speranza e l’entusiasmo dopo il referendum, soprattutto da parte dei giovani, quel poco che si era cominciato a fare nell’ambito della sanità e dell’educazione: tutto è andato perduto”. Negli ultimi quattro anni “l’inflazione è arrivata all’850%, con una moneta così svalutata non si può più acquistare nulla da fuori e nel paese c’è solo un’agricoltura di sussistenza. Il risultato è che, oltre alle violenze, ci sono 4 milioni a rischio di morte per fame, circa 2 milioni di profughi nei paesi limitrofi e 2 milioni di sfollati interni. La corruzione è altissima e le violenze all’ordine del giorno”.
Di tutto questo però non c’è traccia nel main stream dei mezzi di informazione, mentre sarebbe “fondamentale mantenere alto il livello di attenzione”. Moschetti non è tenero con i mass media e ne ha tutte le ragioni: “Ci conviene non dire tutto ciò che avviene in Africa, ne sentiamo parlare solo quando ci sono dei morti. Abbiamo cercato di convincere i giornalisti di grandi giornali a parlare dell’Africa in modo diverso, dei segni di speranza che ci sono, oppure a scrivere del Sud Sudan, ma ci hanno risposto: se non ci sono meno di cento-duecento morti non ne parliamo. Bisognerebbe trattare dei diritti delle persone non dei morti, fare giornalismo di prevenzione: questa è la sfida”.
In una situazione così intricata, da dove partire per cercare di iniziare un processo di pace?
“Il nostro motto di comboniani è: salvare l’Africa con l’Africa“. Niente a che vedere però con quello slogan “Aiutiamoli a casa loro” oramai così diffuso: “parole ipocrite di persone che non conoscono la situazione reale e non vogliono farla conoscere”, taglia corto Moschetti. Per quanto riguarda il Sud Sudan: “Pace, giustizia, dignità sono le parole fondamentali. Non si può prescindere da un ricambio generazionale della classe dirigente perché nessuno dei leader, da nessuna delle due parti, è più credibile. Inoltre ci deve essere da entrambe le parti una grande disponibilità e fiducia per elaborare la verità di ciò che è accaduto e guarire le ferite della memoria, per reimparare a conoscersi l’un l’altro”.

Prima di lasciare padre Moschetti gli chiedo di Papa Francesco, che ha scritto l’introduzione al suo libro: un missionario che lavora nelle periferie, come vede un pontefice venuto da una di queste periferie, dalla terra della Teologia della Liberazione?
“Papa Francesco è una benedizione, non ce ne rendiamo conto ora, ma lo faremo in futuro. Per noi missionari è un continuo stimolo, ci dà un nuovo entusiasmo per lavorare in tutte le periferie, comprese quelle esistenziali così diffuse nel Nord del mondo, tutti i giorni offre spunti enormi di riflessione e di azione. Avendo fatto esperienza di pastorale riesce ad avere e a realizzare una sintesi fra una visone della Chiesa e la realtà: la Chiesa deve essere calata nella realtà”.

Sommersi o salvati: appello a una minoranza troppo silenziosa

Una cara amica, una con cuore e cervello vicini al mio sentire e al mio pensare,  mi ha detto: “Le cose che scrivi sono giuste, ma un po’ scontate. Sappiamo tutti dove sta andando il mondo e la nostra Italia. A che serve parlare, a che serve scrivere? L’unica cosa che conta è il fare”. Si parlava di immigrati e di accoglienza, di dialogo e integrazione, di decreto Minniti e di respingimenti.
Giusto, occorre prima di tutto fare: lavorare, impegnarsi in prima persona, in ogni più piccola realtà perché l’onda montante dell’Inumano non prevalga. Rimango però della mia idea: oggi, soprattutto oggi, parlare, scrivere, farsi sentire, bucare il muro dell’indifferenza e dell’ignoranza è ugualmente decisivo.

Inumano? Ne scriveva poco tempo fa su ‘Il manifesto’ Marco Revelli: “Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’“inumano” è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale”.
Ezio Mauro su ‘Repubblica’ denuncia una vera e propria “inversione morale”: una maggioranza dell’opinione pubblica che fino a qualche mese fa stava per i soccorritori, plaudiva alla messa del papa a Lampedusa, rivendicava il dovere morale di salvare i disperati…. oggi si scopre improvvisamente minoranza. Nei media (tranne poche eccezioni), in rete (si leggono commenti atroci), nelle direzioni di partito (e non solo a destra), nei bar (mentre si affilano le armi per l’inizio del campionato) è un coro assordante, a più voci, ma tutto orientato verso la chiusura: “Adesso basta”, “Sono troppi”, “Ci stanno invadendo”, “Aiutiamoli a casa loro”.

Me ne sono accorto a mie spese. Ho scritto un mese fa proprio su questo giornale sulla Ius soli e sull’accoglienza. Bene, la stragrande maggioranza dei commenti ricevuti attaccavano la mia “tiritera buonista” e minacciavano fuoco e fiamme  contro gli invasori.
Siamo insomma giunti a uno spartiacque e forse – spero di no – a un punto di non ritorno. La ex maggioranza che metteva sopra di tutto i diritti dell’uomo – e in primis il diritto alla vita – sembra essersi disgregata, come sommersa dall’onda dell’egoismo identitario, magari e opportunamente travestito da realismo.
Ma mi chiedo, dove è finita la minoranza che ancora crede nell’Umano? Certo, in Italia centinaia di migliaia di volontari, operatori, associazioni, gruppi spontanei continuano a lavorare per soccorrere, aiutare, nutrire, accogliere. E anche nella nostra città, sotto la sigla ‘Ferrara che accoglie’ si sono ritrovate decine di realtà, centinaia di persone impegnate attivamente nel campo dell’accoglienza, dell’integrazione, del dialogo interetnico. Rimane però il fatto che, anche a Ferrara – sulla sua stampa, sulle lettere, sui social – questa minoranza virtuosa sembra non riuscire a far sentire la propria voce. Ci prova – per il 16 settembre è previsto in piazza Castello un grande momento di confronto e di festa, ‘Ferrara che Accoglie: musica, talenti e culture internazionali’ – ma l’impressione è che anche nella civile e democratica Ferrara prevalgano le voci della chiusura e del rifiuto.

Per questa ragione alla mia amica ho risposto che non è proprio vero “che tutti sanno com’è la situazione”. E anche se… anzi, proprio quando la maggioranza, invece di guardare gli orrori di una tragedia umana, ascolta solo la propria pancia, è importante parlare, scrivere, dare informazioni corrette, riflettere sulle conseguenze tragiche di un chiudersi in un miope egoismo identitario. Proprio ora è importante levare la propria voce per contrastare questa pericolosa amnesia collettiva verso i principi della nostra coscienza, inutilmente sanciti dalla Carta dei Diritti dell’Uomo, dalla Costituzione Europea e dalla nostra Carta Fondamentale. E’ importante raccontare cosa sta succedendo. Sotto i nostri occhi. Sicuramente riceveremo risposte e commenti ringhiosi e arrabbiati, ma anche questo è da mettere in conto.

Proprio ieri (18 agosto) su tutti gli organi di informazione venivano diffusi con grande baldanza i dati del Viminale sui “primi successi” del Decreto Minniti e dell’accordo tra lo Stato Italiano e il Governo Libico. Uno dei due governi, quello riconosciuto dall’Occidente. Traduco la notizia in parole povere: “Evviva, abbiamo chiuso il rubinetto!”. Ecco i dati. Nel mese di luglio 2017 gli sbarchi – guai a chiamarli soccorsi o salvataggi – sono dimezzati rispetto al luglio 2016. E nei primi quindici giorni di  agosto “gli sbarchi sono crollati”, ridotti a un decimo: 2.245 questo agosto, contro i 21.294 dell’agosto 2016.
Evviva, non sono arrivati! Ma dove sono finiti tutti quanti? Non risulta che per i disperati si siano aperte altre vie di fuga: chiuso il corridoio greco-turco, sprangati i porti maltesi e spagnoli. E chiusi di fatto, da un paio di settimane, anche gli approdi più vicini, quelli italiani. Gongola il Ministro dell’Interno: “Abbiamo spostato la frontiera europea in Libia”. Infatti. Le navi delle ong che avevano salvato migliaia di vite sono ferme: sia le ong – come Medici senza Frontiere- che si sono rifiutate di firmare l’accordo vergognoso per i militari a bordo, sia quelle che hanno firmato. Semplicemente perché non si può salvare più nessuno. La guardia costiera di Tripoli – dell’altro governo libico, quello riconosciuto dalla Russia e corteggiato dalla Francia – ha spostato il raggio d’azione a 80/100 miglia oltre le acque territoriali: Fermi o spariamo! Il governo italiano dà una mano e promette di fornire ai libici un po’ di motovedette, armi comprese.

Riassumendo. Quelli che non sono arrivati e quelli che non arriveranno mai sono tutti in Libia, nei campi di detenzione, sottoposti a violenze, stupri e torture, ridotti alla fame, senza servizi igienici, esposti alle epidemie, sempre più in balia delle bande dei trafficanti di esseri umani. Lo denunciano le agenzie dell’Onu – la più internazionale e ormai la più imbelle delle organizzazioni – e lo testimoniano foto e video che ci arrivano dai lager libici.
Forse alcuni di loro, i più pazzi e disperati, proveranno a fuggire dai “campi di concentramento” e cercheranno di prendere il mare. Ma tranquilli, in Italia sarà sempre più difficile arrivare. Li fermeranno le pallottole. E nessuna nave solcherà più il mediterraneo per salvarli.

Sono pronto ad ammettere il mio idealismo d’antàn, accetto anche tutte le accuse più infamanti: buonista, cattocomunista, venduto agli invasori, traditore della patria. Ma in cambio voglio un po’ di onestà. Un po’ di chiarezza sulla vera frontiera che ci sta davanti: all’Italia e a ognuno di noi.
Non sto parlando di una frontiera fisica, ma di una frontiera morale. In queste settimane si sta consumando non solo un dramma umanitario, ma un vero genocidio. Salvare vite umane, tendere la mano, accogliere i migranti è faticoso, complicato, a volte urtante, tutto quello che volete; ma l’alternativa, l’unica alternativa oggi sul tappeto è essere complici, lasciare i migranti nei lager della Libia o spedirli in fondo al mare. Ecco il bivio, la scelta che ci sta davanti: salvati o sommersi? Stare per la vita umana o condannare uomini, donne e bambini a una fine orribile?

L’Italia, questo governo, sembra aver fatto la sua scelta. Dopo che per anni il nostro Paese – l’isola di Lampedusa in testa – è stato un esempio luminoso di fratellanza e solidarietà, si è deciso di “fare come  gli altri”: chiudere occhi e orecchie, accodarsi a un Europa blindata, scegliere il calcolo geopolitico, rincorrere qualche voto alle prossime elezioni.
Rimane però la ex maggioranza, l’attuale ‘minoranza troppo silenziosa’.  A questa, ai milioni di italiani e alle migliaia di ferraresi, che non hanno ceduto all’Inumano e alla ‘banalità del male’ vorrei rivolgere un piccolo appello. Continuiamo a parlare a raccontare, a scrivere, non stanchiamoci di spiegare l’abisso in cui ci stiamo cacciando.  Condividiamo post su Facebook, cinguettiamo su Twitter, inviamo foto e video su Instagram e Whatsapp. Mandiamo commenti, scriviamo lettere ai giornali, parliamone a tavola.
Schieriamoci per i salvati, non per i sommersi.

Le malattie della Terra

di Federica Mammina

Innalzamento della temperatura, scioglimento dei ghiacciai, aumento dei fenomeni metereologici improvvisi e violenti, scomparsa di molte specie animali. Sono solo una parte delle “malattie” della terra causate dall’uomo e dalle sue attività che nella maggior parte dei casi non tengono conto delle conseguenze a lungo termine, laddove è sufficiente il soddisfacimento dell’interesse nel breve termine. Quando gli scienziati ci dicono che alcune città rischiano di essere sommerse e di scomparire e quando sentiamo parlare di migrazioni climatiche, scommetto che tutti almeno una volta abbiamo pensato che ci sia nelle loro parole un pizzico di catastrofismo, oppure immaginiamo luoghi sperduti ai confini del mondo.
Eppure c’è un’isola in Louisiana che sta scomparendo dalle cartine geografiche. Si chiama Jean Charles e dal 1955 ha perso il 98 per cento della sua superficie. L’isola è molto esposta agli uragani e a frequenti inondazioni che hanno reso impossibile coltivare la terra. Oltre al riscaldamento globale, l’erosione e l’industria estrattiva attiva nello stato hanno contributo alla sparizione di paludi e foreste che proteggevano le coste; la costruzione di oleodotti e canali per l’estrazione di gas ha reso infatti la terra più vulnerabile e ha fermato il processo naturale di sedimentazione. Gli abitanti di quest’isola, da 400 ormai solo 85, sono i primi profughi climatici degli Stati Uniti e nel giro di poco tempo anche gli irriducibili saranno ricollocati sulla terra ferma.
Il piano di ricollocamento è considerato dalle autorità un piano pilota, potrebbe servire per altre popolazioni minacciate.
Eccessiva preoccupazione? Lungimiranza? Tocca dire più che mai…ai posteri l’ardua sentenza.

SOCIETA’
Guelfi e Ghibellini 2.0

Oltre l’idea di destra e sinistra, al di la delle appartenenze partitiche e religiose, in Italia ci sono due “partiti”, non organizzati ma fieramente contrapposti, la cui esistenza era semplicemente impensabile fino a pochi decenni fa: quello pro-migrazione (Ppm) e quello contro-migranti (Pcm).
Più il flusso migratorio cresce, più le interazioni tra residenti e migranti aumentano, più i dati (per chi sa cercarli e tenta di interpretarli con onestà intellettuale) mostrano le dimensioni del problema e i suoi possibili sviluppi, più questa polarizzazione diventa forte e si estende anche ai gruppi sociali solitamente più tiepidi. Saranno probabilmente anche questi due “partiti” a decidere, non solo l’esito delle prossime elezioni nazionali, ma anche il futuro stesso dell’Europa. Così, mentre i media e i politici progressisti mainstream (che si rifanno al primo) fanno di tutto per nascondere e minimizzare le reali dimensioni del fenomeno presentandolo come un destino civile e un’opportunità, le cosiddette destre populiste (che si rifanno al secondo) fanno di tutto per metterne in evidenza gli aspetti più inquietanti, i torpidi presupposti e gli squallidi retroscena. Entrambi ovviamente mentono, omettono, tacciono ed evidenziano in funzione dei loro scopi; entrambi tuttavia possono vantare qualche buona ragione a sostegno delle rispettive tesi. Le sfumature al loro interno sono complesse e vanno dall’accettazione incondizionata al rifiuto incondizionato passando attraverso ogni tipo di gradazione.

Malgrado queste gradazioni i due schieramenti sono decisamente diversi.
Il primo ha dalla sua le grandi dichiarazioni sui diritti umani, il pensiero politicamente corretto le leggi internazionali che tutelano giustamente richiedenti asilo e rifugiati; si avvale di reti di sostegno capillari e molto organizzate che possono contare su attivisti preparati, su volontari e professionisti della cooperazione; conta sul contributo delle Chiese e in particolare della Chiesa Cattolica, sulla forza delle Ong italiane e straniere, sull’enorme numero di associazioni che difendono i diritti umani; fa leva sul mondo composito delle organizzazioni e cooperative impegnate direttamente nell’accoglienza che, creando lavoro in un periodo critico anche dal punto di vista occupazionale, sono in grado di mobilitare grandi quantità di risorse (si pensi a soci, cooperatori e volontari) e quindi orientare cospicue dosi di consensi e di voti.
La narrazione del Ppm è quella del rifugiato, che fugge da violenze, dittature, guerra e miseria, in cerca di un luogo più sicuro ed ospitale; l’icona è il bimbo solo e sofferente, la giovane madre che abbraccia il figlio denutrito.

Il secondo è forse numericamente più diffuso ma decisamente meno organizzato; raccoglie vasti consensi nella popolazione economicamente più fragile, svantaggiata e meno acculturalizzata, quella impoverita dalla crisi, quella costretta suo malgrado a vivere fianco a fianco con i problemi direttamente connessi ad un’immigrazione percepita come caotica ed imposta dall’alto con la forza; può contare sull’acuto senso di insoddisfazione che deriva dal sentirsi trattati peggio a casa propria rispetto ai nuovi venuti, sulla paura del diverso, sul senso di rabbia ed impotenza di chi si sente escluso e non considerato.
La narrazione del Pcm è quella del clandestino, migrante irregolare e delinquente, attirato dalla possibilità di vivere da consumista, nullafacente e assolutamente disinteressato al lavoro; l’icona è il giovane in ottima forma, che stazione nei luoghi compromessi delle città, sempre dotato di cuffie e telefonino, che si fa beffe dell’italiano residente e lavoratore.
La retorica usata per rappresentare queste percezioni è decisamente poco raffinata, più rozza e assai più terra terra della precedente, stentando essa a trovare una rappresentanza intellettuale capace di tradurre concettualmente questo profondo disagio in buoni argomenti.

L’esistenza e la contrapposizione tra i due fronti assume aspetti differenti se la si guarda dall’interno, dall’Italia, o dall’esterno, in un’ottica internazionale; in questa seconda prospettiva essa si configura come uno spazio di pressione che può essere utilizzato da soggetti esterni interessati a provocare, usare o indirizzare strategicamente il fenomeno per i propri scopi: non solo stati sovrani ma anche coalizioni, multinazionali, gruppi finanziari e Ong partecipano a questo tipo di gioco strategico, reso possibile dalla pluralità di interessi presenti e dalla presenza di coalizioni interne di opposto orientamento. A questo tipo di azione le democrazie occidentali sono particolarmente esposte e il nostro paese, per posizione geografica e spessore politico, rischia di esserne molto vulnerabile, dovendo comunque mantenere una reputazione nella comunità internazionale e in particolare in quella europea.
Secondo la prospettiva interna invece, l’esistenza dei due “partiti” pone un forte problema di fiducia nei riguardi delle elites dirigenti che, proprio su questo, rischiano di essere esposte al costo dell’ipocrisia, ben visibile nel caso i cittadini possano cogliere forti discrepanze tra le dichiarazioni retoriche dei politici e l’esperienza personale maturata nella vita quotidiana.

Ovviamente in questo scontro, che è innanzitutto mediatico, l’esercizio del buon senso è escluso: meglio dunque non discutere francamente sulle radici del problema superando stereotipi e luoghi comuni, meglio rimanere arroccati sulle proprie posizioni e non ragionare insieme per trovare soluzioni condivise. Meglio l’insulto della ricerca dell’intesa e del tentativo di comprendere le opposto posizioni, meglio insomma non approfondire correndo il rischio di scuotere i rispettivi atteggiamenti ideologici ben interessati. Ed effettivamente il buon senso sembra mancare anche nella oculata gestione strategica del fenomeno e nelle norme che dovrebbero regolarlo: mancanza di trattati chiari che consentano il rimpatrio in seguito a respingimenti ed espulsioni; obblighi burocratici che spostano a forza migranti ignari in comunità altrettanto ignare, quasi gli uni e le altre fossero composti non da persone ma ma merci inanimate, che si possono spostare a piacere; decine di migliaia di giovani sani e in salute costretti a passare nell’ignavia e nell’ozio lunghi periodi in attesa che qualcuno decida la loro sorte. Spesso il buon senso pare mancare nelle modalità di comunicazione adottate dai media, che non di rado sembrano fatte apposta per acuire l’astio mettendo l’accento sulle emozioni che di volta in volta possono colpire di più l’uditorio, a prescindere dalla realtà dei fatti e, soprattutto, dalla cornice entro la quale essi acquisirebbero senso. E infine il buon senso sembra mancare anche in molte organizzazioni (non tutte per fortuna) che il fenomeno gestiscono sul campo, incapaci di trovare modi di coinvolgere e far lavorare gli ospiti in una prospettiva comunitaria, rendendo utile e proficuo per tutti il loro soggiorno.
Certo, il buon senso c’è ancora ed ogni tanto si vede, ma troppo spesso tace, per timore di infrangere la barriera del politicamente corretto e non incorrere negli strepiti degli estremisti e degli esaltati di entrambe le parti.

In questo panorama il governo italiano si trova (e si troverà sempre più) di fronte a veri dilemmi: indirizzare risorse finanziarie limitate ed impegno per la cosiddetta accoglienza o intervenire a vantaggio dei cittadini italiani più impoveriti dalla crisi? Puntare più sulla salvaguardia della reputazione internazionale o più sulla fiducia dei cittadini elettori? Favorire uno dei due “partiti” o recuperare il buon senso uscendo dalla retorica e dall’ipocrisia? Subire la migrazione o usare l’enorme numero di migranti che arrivano come arma per negoziare risorse ed obiettivi con la Comunità Europea? Qualsiasi scelta, a prescindere dalla colorazione politica dei futuri governi, scontenterà una delle parti in gioco, con ovvie ripercussioni sulla fiducia, sul voto e sulle modalità attraverso le quali i media cercheranno di influenzare l’opinione dei cittadini. Intanto neppure la reazione pubblica che sembra diventare sempre più ostile e guidata dalla paura, neppure la crescente agitazione tra i migranti stessi, sembra riuscire a rompere un sistema di politiche pieno di contraddizioni, basato su presupposti irrealistici ed incapace di governare seriamente il fenomeno. Dallo stallo non si esce con le solite ricette neoliberista ma solo con un bagno di realtà, molta innovazione sociale, il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte e un ritorno al sano buon senso. Per ora si può solo notare che i partiti ufficiali stanno lanciando le grandi manovre retoriche per conquistare gli elettori dei due schieramenti in vista delle prossime elezioni.

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