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Il Papa pazzo, il Partito della Difesa e la stampa con l’elmetto

 

Papa Francesco ha appena dimostrato che anche un Papa può essere vicino a Cristo. Ha detto infatti che i paesi che hanno manifestato l’intenzione di aumentare l’investimento in armamenti fino al 2% del loro PIL sono “pazzi”. E che lui si vergogna per loro. Tra questi paesi c’è l’Italia, del keynesiano-per-una-notte Mario Draghi. E il principale partito che sta appoggiando questa scelta in Parlamento è il Partito Democratico, il cui acronimo PD può essere ormai declinato come Partito della Difesa.

La pazzia italiana “di sinistra”, tuttavia, non è una patologia dalla genesi oscura. Viceversa, è l’ effetto coerente di una causa talmente lampante da essere lancinante: il PD gestisce con i suoi uomini tutti i principali gangli della Difesa e del blocco istituzionale ed economico che ad essa fa riferimento, o di cui è emanazione.
Lorenzo Guerini (PD) è il ministro della Difesa. Su sua proposta, Nicola Latorre (PD) è diventato direttore generale di Agenzia Industrie Difesa, ente controllato dal ministero che si occupa delle forniture di armi e logistica al medesimo. Difesa Servizi, società diretta emanazione del ministero incaricata di gestirne il patrimonio immobiliare, ha come amministratore delegato Pier Fausto Recchia (PD).
Leonardo (ex Finmeccanica), decimo produttore di armi e sistemi di difesa al mondo, terzo in Europa, partecipata al 30% dal Ministero delle Finanze, ha come amministratore delegato Alessandro Profumo (tessera PD), cavaliere del lavoro condannato in primo grado a sei anni di carcere per aggiotaggio e falso in bilancio durante la sua presidenza in Monte Paschi (null’altro che tacche del curriculum per un top manager italiano).

La Fondazione Leonardo ha come presidente Luciano Violante (PD). La Fondazione Med-Or, anch’essa costola di Leonardo, ha come presidente Marco Minniti (PD), che si reca – pure lui – in Arabia Saudita a organizzare partnership nel campo dell’istruzione con quel regime (sospetto, vista la provenienza della fondazione, che il “do ut des” non sia confinabile all’interno delle aule universitarie).

Non ho la minima intenzione di denigrare le persone citate, alcune delle quali (dico Violante per dirne una) hanno un cursus di tutto rispetto e prestigio. Voglio solo dimostrare che la decisione bollata come “pazzia” da Papa Bergoglio e l’orientamento bellicista del PD sono perfettamente coerenti con l’occupazione capillare, da parte sua, dei ruoli di potere che fanno capo alla Difesa. Mi sarei meravigliato del contrario: piuttosto bisognerebbe chiedersi perché, tra i vari rami dell’amministrazione dello Stato, il PD abbia scelto di ‘occupare’ proprio la Difesa con modalità che Enrico Berlinguer (capo di quel PCI di cui il PD rivendica l’eredità: non aggiungo altro) così definirebbe, avendolo fatto già nel 1981: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.”(per leggere l’intervista integrale clicca qui).

Siccome la corsa al riarmo non ha nulla a che vedere con l’opinione se sia giusto o sbagliato inviare armi ai civili ucraini – argomento che spacca anche l’opinione pubblica di sinistra, e sul quale non entro – mi domando cosa pensino di questa decisione non tanto i simpatizzanti ed elettori, ma i molti esponenti del PD che lo rappresentano nelle istituzioni, anche del nostro territorio. Mi stupirei molto del fatto che non si levasse nessuna voce critica, ed infatti attualmente il mio stupore è grande, perché non mi sembra proprio che si stia innescando un dibattito su questo. L’unico che si è esposto tra i vertici è Graziano Delrio, che si è astenuto nel voto sull’aumento delle spese militari.

L’art.11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Siamo in uno di quei casi in cui la Costituzione (tranne per l’inciso sulle limitazioni della sovranità: quelle ci sono, ininterrotte, dal 1945) viene derubricata a tesina dei buoni propositi, come se non si trattasse della legge fondamentale dello Stato. Siamo anche in uno di quei casi in cui le parole del Papa, che di solito campeggiano in prima pagina di ogni notiziario della tv pubblica, privata, dei principali giornali, come moniti della nostra massima autorità morale, vengono nascoste in qualche trafiletto a pagina quattordici, come se fossero le esternazioni folkloristiche di un mitomane.
Manca solo che qualcuno tra i nostri grandi e liberi direttori di giornale gli batta una mano sulla spalla, a Bergoglio, sussurrandogli “ma chi ti credi di essere, il Papa?”

Perché togliere il bosco ai lupetti?
No al lockdown dei boschi della Liguria

 

Sono Genovese, ho quattro figli e tutti hanno fatto il percorso scout. La mia ultima è una lupetta. Ieri al mattino presto abbiamo ricevuto dai Capi Branco le indicazioni per la caccia di domenica 16 gennaio. Tutto programmato: i lupetti avrebbero fatto una gran bella gita sui nostri splendidi monti.
Dopo poco giunge un nuovo messaggio dai capi: “perdonateci siamo stati presi in contropiede dalla recente ordinanza che vieta di frequentare i boschi, pertanto gli avvisi appena inviati non sono più validi. Ci scusiamo e vi faremo avere il prima possibile notizie su cosa faremo domenica”.

La mia testa ha cominciato a macinare le parole “Vietato frequentare i boschi”. Sono rimasta li a ripetermele e ho sentito crescere dentro di me l’indignazione per questa ennesima decisione di un governo che tratta ormai da tempo le persone come fossero animali da allevamento. Non mi stupisce, nel piccolo e nel grande, lo sguardo antropologico va in questa direzione da molti anni nella inconsapevolezza dei più. Come madre di quattro figli il mio impegno è stato in particolare quello di lavorare per una città a misura di bambino, per la restituzioni di autonomie fondamentali ai più piccoli che le politiche, in nome della sicurezza (sine cura), hanno ridotto sempre di più impedendo ai nostri figli di fare quelle esperienze fondamentali per crescere e imparare a muoversi nell’ambiente che li circonda [leggi Qui] 

Alcuni anni or sono mi sono trovata a lottare contro un’ordinanza del nostro municipio che recintava, nei parchi, la zona giochi dei bambini per “difenderli dalle cacche dei cani”. Risultato: i bambini venivano recintati negli spazi con i giochi di plastica rigorosamente montati su pavimenti asfaltati, mentre ai cani e ai loro proprietari era permesso correre tra gli alberi e sui prati.

Non avrebbe dunque dovuto stupirmi che, in nome del bene supremo economico, da oggi noi tutti verremo recintati nelle nostre città. Non dovrebbe stupirmi che dopo due anni di pandemia, in cui gli umani sono stati catalogati in diverse specie di animali, ai quali, a seconda della loro buona condotta, valutata dai governanti come ne fossero i proprietari, cancellando di fatto i diritti naturali, è dato accesso a certi luoghi.

Non è accettabile impedire la fruizione degli spazi naturali dei boschi, spazio vitale per attività all’aria aperta a 360°. Tanto più che tale ordinanza non ha come scopo tutelare la nostra salute – la peste suina africana infatti non è trasmissibile all’uomo e come scritto nell’ordinanza “la peste suina africana può avere gravi ripercussioni sulla salute della popolazione animale interessata e sulla redditività del settore zootecnico suinicolo, incidendo in modo significativo sulla produttività del settore agricolo a causa di perdite sia dirette che indirette con possibili gravi ripercussioni economiche in relazione al blocco delle movimentazioni delle partite di suini vivi e dei prodotti derivati all’interno dell’Unione e nell’export;” [Qui].Queste le parole del nostro presidente della Regione Toti: “se si diffondesse danni incommensurabili rispetto a una mancata passeggiata nei boschi”.

La  buona salute è prioritaria e le istituzioni hanno il dovere e la responsabilità di salvaguardarla. Ma la credibilità delle istituzioni è ormai nulla. La vita a contatto con la natura è una medicina gratuita necessaria a tutte e tutti. A maggior ragione in questo periodo pandemico. A questo punto noi sappiamo bene quali sono gli stili di vita sani che vogliamo condurre. È necessario riconoscere che l’Occidente è affetto da una malattia ben più grave del Covid19, una malattia che uccide il senso stesso di essere umano e che questa malattia sta affettando i nostri piccoli, rendendoli dei piccoli robot ai quali dare ordini.

Ma c’è una speranza. Quella di non aspettare la risposta dall’alto, quella di saper fare scelte alternative, quella di avere il coraggio di disobbedire quando, quanto ci viene imposto, va contro la nostra ‘natura’. Forse oggi sempre più persone riescono a vedere e a metterlo in parole. E ciò che viene nominato esiste e cambia la realtà. Ognuno di noi ha un grande potere, ed è legato alla nostra capacità di fare delle scelte libere che ci corrispondono. Basta solo esercitarla questa libertà, costi quel che costi!

Qui sotto il testo di una mail che è stata inviata da moltissimi genovesi al Sindaco Bucci, al presidente Toti, al ministro Speranza e al Ministro Patuanelli pubblicata in questa pagina Facebook [Qui] 

NO AL LOCKDOWN DEI BOSCHI LIGURI

Come Cittadina/o ligure italiana/o voglio esprimere tutta la mia indignazione per le decisioni prese e calate dall’alto in materia di contenimento della peste suina che impongono di fatto un LOCKDOWN sui boschi dell’entroterra ligure. .

“Limitare il lavoro e il tempo libero di tutti cittadini italiani (poiché i nostri boschi rappresentano un territorio non frequentato solo dai liguri) e mettere in pericolo l’economia di interi comuni allo scopo di difendere gli allevamenti intensivi è una misura inaccettabile, senza alcuna logica e totalmente fallimentare.” (Paolo Rossi, fotografo di fauna selvatica, documentarista, collaboratore di guide ambientali) 

Infatti, siamo al corrente che cinghiali potenzialmente infetti sono già dispersi su tutto il territorio regionale e oltre, proprio a causa della caccia in battuta o braccata, attualmente in corso, che è la prima causa di rapida diffusione della peste. 

Sono norme che non garantiscono alcuna certezza se non quella di limitare il diritto al lavoro e al tempo libero di migliaia di persone.  

Se la preoccupazione è quella di tutelare gli allevamenti, i provvedimenti vanno presi nella direzione di messa in sicurezza degli stessi e non nella limitazione della fruizione degli spazi naturali dei boschi, spazio vitale per la  salute e il lavoro di tutte e tutti, che le istituzioni hanno il dovere e la responsabilità di salvaguardare, a maggior ragione in questo momento storico. 

Non si capisce di che cosa dovremmo avere paura, considerato che siamo costrette e costretti, da anni, a coabitare in città  con i cinghiali. Tutto questo  a causa della totale assenza  decennale di provvedimenti e azioni che favoriscano il rientro dei cinghiali nell’habitat naturale a vantaggio del loro e nostro equilibrio. 

Evidenzio inoltre che Piemonte e Liguria hanno due ordinanze diverse. In Liguria chiusura totale per 6 mesi, mentre in Piemonte  è vietata solo attività di  pesca, venatoria e addestramento.

Queste ordinanze inaccettabili nascono a supporto di stili di vita mortiferi voluti ormai  solo da poteri economici sostenuti dai governi. 

Dopo due anni di fallimentare gestione pandemica, noi sappiamo bene quali sono gli stili di vita sani che vogliamo condurre. 

Che non si pensi che questa volta staremo chiuse e chiusi in casa ad aspettare la fine dell’ordinanza.

 

RACCONTO
La favola del grande scrittore

 

Ambra Simeone

c’era una volta un grande scrittore, che era talmente grande che ogni volta che lo chiamavano per andare a parlare in un posto, dove volevano che leggesse i suoi libri, in quel posto lì, poi, tutti quanti parlavano di lui e del giorno che avrebbero letto i suoi libri.

questo grande scrittore, come era noto da sempre, fin da quando aveva scritto la sua prima pagina di narrativa, fin da quando aveva pubblicato col suo primo grosso editore, un editore di una grande città, forte dell’esperienza e del primato detenuto da decenni, era noto che non si muovesse da casa sua in quella stessa grande città, una bellissima magione degna della sua apprezzata considerazione, che non si muovesse neppure di un passo, se prima il comune di quel piccolo paese, dove si volevano leggere i suoi libri, non avesse pagato, in anticipo, un gettone di presenza di almeno cinquecento euro, con vitto e alloggio anch’essi gentilmente offerti, ma non compresi nel gettone, perché quel gettone era una cosa a parte, era solo per la presenza e null’altro, così che subito dopo, quando si leggevano le sue narrazioni, i compaesani di quel posto lì, di quel sindaco lì, così illuminato, gridavano, ah, che meraviglia, ah, che ospite d’eccezione!

dicevano così i rappresentanti che subito si mettevano in moto o in azione, o meglio scendevano in campo, (sì, questa qui è la metafora più calcistica possibile, quindi va bene, non ditemi nulla, che oggi le metafore calcistiche vanno tanto di moda) che quindi allora, quei rappresentanti delle associazioni di paese, poche sì, ma molto solerti quando si trattava di ospitare il grande intellettuale, a trovare sponsor e location adatte, ed erano pronte a mettere a disposizione del comune e del sindaco, tutto il loro meglio, o anche il peggio, visto che si erano date battaglia fino al giorno prima, ma ora invece tutte unite per un unico fine, tutte a mostrare il loro lavoro, pitture, musiche e fotografie, pronte da usare per accompagnare l’evento culturale dell’anno, uno all’anno, con tanto di nomi, firme, loghi e marchi, che mentre la scena maestra era tutta per il grande romanziere, almeno il retroscena poteva cadere su di loro, sulle quattro piccole associazioni indigene, come si diceva nei telegiornali locali, che si erano date così tanto da fare, perché era davvero, davvero importante mostrarsi così, in questo modo o in qualunque altro, pur di rientrare nel mondo dell’arte che conta, così dicevano i rappresentanti di queste associazioni locali, di quel posto lì.

e lo gridavano tutti in coro anche i paesani, ah, che meraviglia, ah, che ospite d’eccezione, che magari per i grandi eventi di cultura quell’anno lì, il sindaco aveva speso in tutto trecento euro, mentre il resto del gettone lo avevano trovato le associazioni con gli sponsor dei negozi del paese, ma solo per quel grande autore, e poi più nulla, che in fondo quello là, era il solo e unico evento del paese e così tanto atteso dalla cittadinanza, e ne era consapevole, il sindaco, che quel grande scrittore, sarebbe stato amato da tutti, persino dai bambini, perché studiare Pirandello o Montale, in quella scuola di quel paesotto lì, in un antico edificio non ristrutturato risalente alla metà degli anni sessanta, forse quei bambini, di studiare quella roba lì, in quell’antico e non ristrutturato edificio, con le crepe sui muri e i balconi fatiscenti che disseminavano bocconi di fascinoso e antico marmo, risalenti a quei magnifici e mai dimenticati anni Sessanta, un po’ forse si erano stancati, e invece lui che spettacolo che aveva organizzato, questo bravo sindaco!

si diceva persino che per giorni e giorni, ovunque andasse il grande narratore, tutti lo chiamassero nostro, e non perché fosse davvero loro, né perché avessero la minima intenzione di approfittarsi della sua eccessiva gentilezza e disponibilità, ma solamente per una forma di deferenza, un po’ come ci si dà del signore tra soldati, soprattutto nei film americani, così che sembrava davvero uno di loro, sembrava, e a tutti faceva un po’ piacere sembrare un caro amico o un parente di quel grande scrittore, perché diventava davvero uno di loro, cioè un po’ di tutti, e un po’ di nessuno, però non ditelo mai ad anima viva, che uno dei suoi più cari e fidati amici, di quelli veri, non di quelli inventati, mi disse un giorno in estrema confidenza e quasi in confessione che, alle volte, al gran letterato, lo indisponeva un po’ questa invadenza da parte di tutti, questa dimostrazione inspiegabile di affetto, che sentiva troppo esagerata, magari contraffatta, così pensava, per cui molti sindaci di molti paesotti, molte associazioni e molti cittadini, dove lui aveva letto i suoi libri, si volevano far grandi anche loro vicino al primo affabulatore, quasi che si sentissero un po’ tutti quanti scrittori, un po’ tutti quanti critici, insomma un po’ tutti quanti migliori di quel che erano veramente.

e questo non stava molto bene pensai, pensai così d’un tratto che alla stregua di questa offesa, fatta al gran letterato, di essere così invidiato e così apprezzato, di creare così tante aspettative e sogni, ma con così grande invadenza e intraprendenza, alla stregua di tutto ciò, forse, e dico forse, sarebbe stato meglio non invitarlo proprio a prendersi quel gettone e quel vitto e quell’alloggio, in quei paesotti di provincia, dove tutti sono un po’ peggiori di quello che sono, e che volevano solo rubargli la scena, benché tutto ciò era dovuto all’ignoranza di certo, e di non perder tempo con questi sindaci e curati di campagna, che abbiamo capito che vogliono solo farsi belli assieme a lui, e su di lui, cercando di dividersi la sua fama, la sua solo, per sentirsi migliori di quello che sono.

ma d’altronde cosa poteva fare, il magnanimo scrittore? rifiutarsi di fronte a così tanti e solerti inviti, richiesti con così tanta gentilezza e competenza, ma soprattutto così ben pagati? neanche per sogno, negare tutto questo, a quei contadinotti, a quei ragazzi di provincia che tanto ambivano a diventar famosi, un giorno o l’altro con quella scrittura così imberbe? o semplicemente perché erano stati a cena con lui? no, no, era meglio tirare avanti e far regalo di sé agli altri, seppur con qualche riserva, mi aveva detto uno dei più cari amici, di quelli veri e non di quelli inventati del grande, grandissimo scrittore.

ma che gran signore, quest’uomo magnanimo, un uomo di cultura con la C maiuscola, che stavolta avevo persino pensato che fosse un po’ meno simile a quel signore che ci si dà tra soldati, e più vicino a quello dei tempi andati, che ci si dava tra uomini anch’essi andati da tempo, e che durante gli eventi culturali, uno all’anno come aveva ben programmato il sindaco assieme al curato, incantava gli spettatori, e faceva sognare gli insegnanti dei gruppi scuola, con i bambini che in quell’occasione non mancavano di esser ripresi come fossero nel mentre di una lezione di classe, bambini vedete che vocaboli sta usando il nostro grande scrittore? prendete nota che domani vi interrogo, diceva l’insegnante, presa subito da un moto di autorevolezza, a dover istruire quelle menti ancora così vuote, ma che prima di allora aveva sempre considerato abbastanza piene, invece quel giorno proprio no, perché forse, e dico forse, quel giorno, lei, si sentiva come tutti gli altri, e cioè migliore di prima.

ma che soddisfazione vedere il primo cittadino così indaffarato a organizzare ogni minimo particolare, le cene, il pernottamento, il gettone, l’unico gettone dell’anno, che bellezza vederlo così presente tra le genti, lui che adesso promuoveva il suo evento, il più bello mai organizzato dalle altre amministrazioni precedenti, ah, sì com’era impegnato adesso, tanto che alcuni cittadini si erano finalmente rincuorati a vederlo vivo e vegeto camminare per strada o alla tv locale, a promuovere l’evento con al seguito la buona presenza del gran personaggio perché, caso strano, il sindaco si era dato per morto tutto l’anno, proprio quando chiedevano di lui in comune, che c’erano certi affari che proprio non ricordava, ma che invece i cittadini avevano ben memorizzato e a cui, non si sa bene perché, tenevano molto di più che all’arrivo dell’unico evento culturale dell’anno.

pazienza, ora dovevano aspettare tutti, le ore, i minuti e i secondi, di tre giornate, tre in tutto, che erano riservate all’ospitalità da riservare al grande autore, altrimenti che figura ci facevano con tutta la cittadinanza? che importava se poi il letterato si faceva attendere, coccolare, vezzeggiare, lusingare e poi dopo li considerava un po’ tutti ignoranti, invadenti, questi paesani? almeno quei giorni lì si sentivano tutti più importanti, persino la ragazza che penna alla mano si faceva autografare il libro che aveva letto, e nel frattempo gli regalava quello che lei aveva scritto e pubblicato con un piccolo, piccolissimo editore.

e l’intellettuale, grande sì, ma forse un po’ snervato  aveva firmato la copia, e aveva di certo gradito il libro dicendole che sì, lo avrebbe letto e le avrebbe fatto sapere cosa ne pensava, appena avrebbe avuto del tempo, che importava se fosse passato un mese o un anno? la ragazza era sempre lì, in quel paesotto che amava e odiava, e pensava a quando il grande erudito le aveva dedicato il suo libro, dicendo a tutti in paese che lui aveva la copia del suo di libro, e che lo stava leggendo attentamente, perciò quando le chiedevano, ti ha scritto? che ne pensa del tuo romanzo? lei continuava a dire, a quei contadinotti di paese, che ci voleva certo del tempo per capire bene la sua storia, e che lui a breve si sarebbe fatto sentire, dopotutto era un uomo impegnato, che il tempo gli era prezioso.

(I° premio concorso italo-russo “Raduga” 2015)

© Ambra Simeone

DI BASSA LEGA
l’incredibile (ma vera) ultima (per ora) smargiassata di un Vicesindaco fuori controllo

Lunedì 4 maggio si è svolta una kermesse pietosa, volgare e grottesca, andata in onda su Facebook, che pare essere luogo più concreto e abitato delle desolate e desolanti vie ferraresi, in cui è passato il carretto del vice-sindaco Nicola Lodi, ambulante abusivo, che non gridava “gelati” ma “è qui la festa”.

Innanzitutto: ma quale festa, Vicesindaco? Il ballo del Titanic? Mentre ancora migliaia di persone sono ricoverate in ospedale, con ancora tante che stanno morendo, con i vivi che si stanno arrabattando per la ripresa, con la gente che deve tornare al lavoro nonostante tutto e la gente che il lavoro l’ha perso? Dobbiamo sculettare e cantare sguaiatamente, davvero?
Il Vicesindaco dice di aver agito da privato cittadino e di aver pagato di tasca sua. Da giugno 2019 le sue tasche sono anche le nostre tuttavia, che lo voglia ammettere o no, e questo è un fatto. Un privato cittadino non avrebbe mai potuto richiedere i permessi per poter svolgere un tale evento ed ottenerli in spregio e in sfregio del DPCM del 26 aprile 2020 che regolamenta la fase 2, incominciata proprio il 4 maggio. Un privato cittadino non avrebbe avuto la scorta della polizia municipale. La polizia municipale avrebbe dovuto fermare e multare quel privato cittadino; la questura non avrebbe dovuto concedere il permesso.

Un po’ di commi violati, dal DPCM 26/04/20, articolo 1:
comma 1a: sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute;
comma 1d: è vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici e privati;
comma 1f: non è consentito svolgere attività ludica o ricreativa all’aperto;
comma 1i: sono sospese le manifestazioni organizzate, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura con la presenza di pubblico, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo, religioso e fieristico, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, quali, a titolo d’esempio, feste pubbliche e private

Dunque, ricapitolando:
Spostamenti solo per comprovate esigenze, e non mi sembra proprio che la sfilata fosse una cosa necessaria.
Nessun assembramento: se si organizza uno spettacolo itinerante, la gente inevitabilmente si ferma a guardare. Vorrei capire perché se mi fermo a parlare con un/a amico/a per strada posso venire redarguita e forse multata, ma posso fermarmi ad assistere al circo. Se faccio un pic-nic nel giardino condominiale con i vicini, a debita distanza, può arrivare l’elicottero, però posso andare a S. Martino a bere in piazza con Naomo.
No alle attività ludiche e ricreative all’aperto: beh, non mi sembra che questa fosse una commemorazione o una cerimonia ufficiale.
Ma basterebbe gia il comma 1i, più chiaro di così: nessuna manifestazione, nessun evento, nessuno spettacolo, nessuna festa.

Non ci sono dubbi interpretativi. Abbiamo un Vicesindaco e Assessore alla Sicurezza che ha violato la legge, dopo che lui stesso si era auto-proclamato sceriffo controllore e giustiziere della notte e del giorno. Dopo che per due mesi ci è stato ossessivamente ripetuto di stare in casa. Dopo che il governo ha ribadito prudenza, responsabilità e gradualità nella riapertura.
Allora non diciamo che è stata una bravata, una ragazzata, una spacconata, una smargiassata, una cosa kitsch, di cattivo gusto, una baracconata, una pagliacciata ecc. ecc. E’ stata una prova di forza, voluta e pianificata. Un fatto per me gravissimo, su cui non c’è niente da ridere. Una prova di forza vendicativa per dichiararsi al di sopra di ogni legge, nazionale e locale, contro quel governo che il suo partito osteggia, contro quel prefetto che gli aveva tolto il giochino del 1° maggio. Per dimostrare che lui, in questa città, comanda, fa e disfa. Per dimostrare che è intoccabile. Per piegare le istituzioni a suo piacimento, come ha dimostrato in molte occasioni già dalla campagna elettorale in poi. Per utilizzare nel pubblico le sue modalità private, il ‘metodo Naomo’ che, ricordiamo, è rappresentato dal motto ‘a calci in culo’ e dall’indimenticabile icona conseguente. Una prova di forza voluta e pianificata in un giorno simbolico, il 4 maggio, la fine della quarantena più stringente e l’inizio della fase della responsabilità individuale e collettiva nella ripresa.

Non è un caso. Così come non è un caso che gruppi di estrema destra, nei giorni scorsi, abbiano cercato di forzare il lockdown e andare in piazza e nelle chiese (nelle chiese?!), chiamando la disobbedienza al governo. E non è un caso che esponenti dello stesso partito di Sindaco e Vicesindaco abbiano tentato un’occupazione del Parlamento (occupazione, nell’altro senso del termine, molto esotica per loro, invero). Si chiamavano forze eversive, un tempo, quando si davano ancora le parole ed il peso giusti alle azioni politiche. Ora tutto è ammantato dall’idea di ragazzata e di ‘scherzo’, del ‘tutto è permesso’, perché ‘siamo in democrazia’, anche quando a rivendicare questi ‘diritti’ sono proprio coloro che costantemente violano e calpestano i nostri principi democratici e costituzionali. Del resto il nostro sindaco, qualche giorno fa, ha manifestato l’intenzione di non rispettare una sentenza del Tribunale.

I locali rappresentanti delle istituzioni confliggono con le istituzioni stesse.
In quale modo è ancora possibile considerarli ‘rappresentanti‘?
Di certo non rappresentano tutti quei cittadini giustamente indignati, a cui il vice-sindaco ha risposto prendendoli in giro e chiamandoli infantilmente ‘rosiconi’, come se fosse il gioco del marameo.
Per il ruolo che ricopre e per gli intenti dimostrati, suggerirei al vice-sindaco di utilizzare un linguaggio più evocativo: chi, precedentemente, aveva voluto trasformare le istituzioni “in un bivacco di manipoli”, aveva espresso un concetto un po’ più definito degli avversari:
“Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo, il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò.”
I fondamentali, Vicesindaco.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

INTERVENTI
Il rispetto delle Istituzioni

da: Francesco Rossi

Gentile Direttore,
recentemente il Presidente della Provincia, la dottoressa Barbare Paron, è stata fortemente criticata per aver abbandonato la cerimonia celebrativa del 4 novembre al momento in cui il rappresentante del Comune, l’Assessore Naomo Lodi, si accingeva a pronunciare il proprio discorso.
In particolare è stato da più parti rimproverato alla Paron il fatto che essa abbia mancato di rispetto alle Istituzioni (Stato, Forze Armate,Bandiera Italiana, Comune di Ferrara, Associazioni Combattentistiche) avendo essa voltato le spalle al Comune in concomitanza dell’intervento del suo Assessore.
Sembrerebbe, quello della Paron, un comportamento del tutto censurabile se non tenessimo distinte le Istituzioni dalle persone fisiche che, nell’occasione, le rappresentavano.
Da come è stato riportato nelle cronache, il Presidente Provinciale, ben lungi dal voler mancare di rispetto alle Istituzioni, è correttamente intervenuta alle celebrazioni per poi allontanarsi, scusandosi preventivamente con il Signor Prefetto, non perché avesse qualche linea di febbre, ma perché la persona che prendeva la parola in quel momento non era meritevole.
Ed allora io mi chiedo chi abbia mancato di rispetto alle Istituzioni: il Presidente della Provincia oppure il Sindaco di Ferrara che, negandosi alla cerimonia, si è fatto sostituire -tra i tanti assessori disponibili- proprio da quello che non più tardi di un anno prima con la nostra bandiera ci si è pulito i fondelli (metaforicamente parlando).
Tant’è vero che alle celebrazioni dell’eccidio del 15 novembre 1943, lo stesso Sindaco è intervenuto di persona accompagnato da altro assessore.
Lascio la risposta all’intelligenza di ciascuno di noi: personalmente penso che la Paron abbia dato concreta sostanza alla forma con un coraggio che, mi dispiace dirlo, non ho visto nella sua stessa area politica di riferimento (che poi è anche la mia).

INTERNAZIONALE A FERRARA 2019
‘Economia, informazione e cittadini’, ruolo e responsabilità di media e istituzioni

Che ruolo svolge l’informazione nella diffusione delle informazioni economiche, questo il tema del seminario promosso dall’Ordine dei giornalisti che si è svolto sabato 5 ottobre nella sala del consiglio comunale di Ferrara. Un incontro rivolto principalmente ai giornalisti ma che ha visto una grande partecipazione di cittadini interessati al tema.

I relatori della giornata, introdotti da Alessandro Zangara responsabile dell’Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, sono stati il professore e senatore Alberto Bagnai, Capo della Commissione Finanze, Sabrina Bonomi, docente di economia, Roberto Sommella (in diretta streaming) condirettore di Milano Finanza, Alessandro Somma, giornalista, docente di diritto della università di Ferrara e Claudio Bertoni del Gruppo Cittadini Economia di Ferrara che ha avuto il compito di raccontare l’esperienza di un gruppo di cittadini ferraresi impegnati a diffondere conoscenza sulle tematiche macroeconomiche.

Il primo ad iniziare è stato il prof. Bagnai che ha sottolineato quanto politica e giornalismo non stiano realizzando il loro compito sociale, ed è stato proprio questo che nel 2011 lo convinse ad aprire il suo blog http://goofynomics.blogspot.com diventato poi un punto di riferimento dell’informazione economica con milioni di visualizzazioni “se l’informazione economica fosse stata corretta non avrei avuto motivo di farlo”.

La lamentela maggiore è in relazione alla manipolazione dei dati “se, ad esempio, l’inflazione negli anni ’90 era ad una cifra, non si può dire fosse a due cifre” ma questo avviene continuamente anche in quella che è considerata la stampa migliore “ciò che invece un giornalista dovrebbe fare è riferire correttamente senza alterare la realtà.” Bisognerebbe attenersi al codice etico, che esiste ed è chiaro.

Un esempio di come la realtà venga alterata sui temi macroeconomici, continua Bagnai, è sempre l’inflazione. Anche economisti, oltre che giornalisti, hanno insistito fin dal 2011 sulla relazione “stampare moneta uguale a inflazione” ma nessuno guarda che con il quantitative easing sono stati stampati oltre 3.000 miliardi di euro dalla Banca Centrale Europea senza che questo ci abbia dato la sicurezza di essere usciti dalla deflazione. Cosa dice l’informazione in merito? Nulla.

L’economia, continua Bagnai, è uno scambio tra due persone, concetto che porta anche alla comprensione degli scambi internazionali e dell’egoismo di alcune nazioni, come la Germania. Laddove c’è un venditore ci deve essere necessariamente un acquirente, quindi chi pretende solo di vendere per accumulare come fa la Germania crea tensioni internazionali. Chi ha grandi surplus deve aumentare la capacità di spesa interna in maniera da permettere ai suoi cittadini di comprare di più e in tal modo riequilibrare la domanda interna ed estera.

L’economia è poi “politica”, ovvero decide a chi distribuire la ricchezza a seconda dei rapporti di forza del momento.

E che l’economia sia e debba essere politica viene sottolineato dall’intervento del prof. Somma, giurista e autore di un bellissimo libro che abbiamo già recensito qui https://www.ferraraitalia.it/sovranismi-strumento-del-popolo-contro-i-trattati-europei-liberisti-170072.html . I mercati hanno bisogno di regole per funzionare e le regole ci sono. Ma sono un fatto politico e rispettano quei rapporti di forza di cui si diceva prima. Già ai tempi della nascita del pensiero economico, con Adam Smith, c’erano regole nei mercati anche se erano di tipo morale. Oggi le regole sono fatte dagli Stati nonostante si abbia l’impressione che i mercati siano onnipotenti e senza pilota. E le regole oggi dicono che la stabilità dei prezzi è più importante della piena occupazione.

Ciò che si dovrebbe fare, quindi, è recuperare la buona politica nei mercati ed in questo proprio i giuristi potrebbero dare il loro contributo.

Un bell’intervento anche da parte di Roberto Sommella, Milano Finanza, che ha sottolineato che nell’era di internet bisogna affrontare il problema dell’informazione improvvisata. Internet ha aperto tante possibilità ma crea anche molti problemi “oggi aver fatto un esame, aver studiato sembra non conti più … la dittatura della mediocrità, c’è una mancanza diffusa di competenza certificata, uno smantellamento dei ruoli”.

Ha parlato poi dei tassi zero e delle nuove sfide che dovremmo affrontare con le banche che saranno sempre meno importanti “Steve Jobs disse: il credito è necessario, le banche no, ed è stato profetico … stiamo andando verso banche digitali, nuove forme di pagamento, le grandi firme vogliono farsi la propria moneta, Amazon ha chiesto una licenza bancaria in Estonia”.

Insomma, secondo Sommella, oggi entrare in una banca o fermarsi a comprare un giornale sono atti rivoluzionari.

L’intervento della prof. Bonomi si è soffermato sulla necessità di dare il giusto posto all’economia. Una scienza sociale che ha quindi bisogno di rapportarsi meglio con le persone e i cittadini i quali possono ancora influenzare le grandi decisioni con le loro piccole scelte.

Ha chiuso la giornata Claudio Bertoni del Gruppo Economia (www.gecofe.it ) delineandone il percorso degli ultimi otto anni. Incontri, conferenze, spettacoli di teatro civile e l’esperimento di una moneta complementare come metodo di studio pratico per comprendere il funzionamento della moneta ma anche proposte di legge inviate in Parlamento.

In definitiva, si è compreso che qualcosa all’informazione economica manca. Tante voci e spesso poco competenti, dati interpretati con troppa leggerezza, analisi troppo politiche e quindi di parte fanno sì che la richiesta di maggiore indipendenza e più obiettività sia stata unanime.

Fabbri a un passo dall’investitura, il fanatismo e l’intolleranza della Lega fanno paura

La notte si fa buia. Le elezioni sono andate come si temeva e diversamente da come invece auspicava chi a cuore ha l’interesse collettivo e la concezione di una comunità solidale, aperta al confronto, accogliente, non rinserrata in se stessa. A Ferrara, Alan Fabbri si è fermato a un passo dallo storico successo, ha raccolto circa 36mila voti e gliene sarebbero bastati altri 1.500 per diventare sindaco al primo turno. E’ velleitario pensare che in 15 giorni la situazione possa essere ribaltata. Per Ferrara dunque si profila un’inedita stagione politica in cui le tradizionali forze di governo (che tali sono nelle istituzioni di diretta emanazione municipale e in quelle in qualche modo condizionate o comunque riflesso del potere) dovranno farsi da parte per lasciare spazio a una nuova classe dirigente, che preanuncia una decisa svolta. Ciò che accade, in sé è effetto di una sana dinamica democratica che si basa sull’alternanza, garantisce il ricambio dei gruppi dirigenti e delle lobby che ruotano attorno al Palazzo, evita l’incrostarsi di insane abitudini e il sedimentarsi di improprie rendite di posizione. Ma nutriamo molte riserve sulle competenze dei nuovi governanti e sugli indirizzi politico-amministrativi che intendono perseguire. E più ancora spaventano le parole d’ordine della Lega, spesso pronunciate con virulenza e in forma di invettiva, le ostentate e ripetute esibizione muscolari, il fanatismo, l’intolleranza, la mancanza di rispetto per chi la pensa in modo diverso. Però, a voler vedere la situazione anche sotto una differente prospettiva, in una comunità di medie dimensioni come Ferrara, è plausibile (e auspicabile) che, aldilà degli eccessi propagandistici, nei fatti si possa giungere ad accettabili livelli di convivenza. E lo choc – in tal senso – potrebbe risultare salutare per chi, in parte, ora mostra di avere esaurito ‘la spinta propulsiva’ e smarrito l’ingegno che dovrebbe esser proprio del grande timoniere. Ma ciò avverrà solo se i vincitori mostreranno ragionevolezza e gli sconfitti sapranno seriamente riflettere sugli errori e sulle cause della disfatta, cominciando da subito a definire un percorso di ripartenza nutrito di grandi idee, coraggiosi e innovativi progetti, senza sprecare energie in sterili polemiche, in futili rivendicazioni o in stucchevoli faide interne.

Diverso è il ragionamento se si considera la prospettiva sul fronte del voto europeo e dei conseguenti risvolti nazionali. Sono in molti a ritenere che il governo si trascinerà fino all’autunno, quando – acclarata l’impossibilità di varare una finanziaria che non implichi lacrime e sangue – Lega e Cinquestelle scioglieranno l’unione e si sfideranno per la resa finale dei conti.
Al riguardo, personalmente, penso invece che – forte dell’esito di questo tornata – Salvini forzerà presto la mano, cercando il ‘casus belli’ per tornare presto alle urne, sfruttando un vento che si è rivelato ancora più favorevole del previsto, per anticipare la prevedibile tempesta di sabbia del caldo autunno politico. Il leader del Carroccio potrebbe, fin d’ora, puntare su un’alleanza con Fratelli d’Italia, senza Berlusconi e quel che resta di Forza Italia, confidando sul meccanismo elettorale confezionato da Renzi, che garantisce con il 40% dei consensi il controllo della maggioranza del Parlamento. Se l’operazione riuscisse, un’estrema destra di governo incardinata nell’asse Lega – Fratelli d’Italia (partito che accoglie molti reduci o epigoni dell’ex Msi) svolgerebbe i compiti istituzionali, con l’ausilio dei facinorosi di Casa Pound e Forza Nuova, un passo a lato, formalmente fuori dal perimetro dell’intesa parlamentare, ma pronti ad attivarsi nelle piazze e sul terreno della movimentazione sociale. Una prospettiva inquietante, sotto un cielo dominato dalla luna nera.

Cose concrete da fare: suggerimenti per il sindaco che verrà

di Gianluca La Villa

Trovo tra le mie carte una serie di proposte politico-amministrative che avevo preparato per Ferrara al tempo delle elezioni del 2008. Quasi tutte non sono superate e varrebbero ancora, e le sottopongo all’attenzione dei candidati specie di opposizione. Potrebbero servire. Buona fortuna ferraresi!

Catalogo di cose da fare per la futura amministrazione comunale di Ferrara:
I) PERSONE E FAMIGLIE, II) IMPRESE, III) SISTEMA ISTITUZIONI E MERCATI

I) Persone e famiglie – Prima le persone!

Il livello prioritario di ogni azione è la attenzione all’individuo e alle famiglie. Ogni azione di amministrazione deve badare innanzitutto agli effetti immediati e mediati su persone e famiglie. Occorre capovolgere l’approccio finora adottato, partendo dalle realtà degli individui, non privilegiando gruppi economici o politici e lobby organizzate.
In questa ottica prioritari sono i profili che attengono alle fasce deboli: giovani, anziani, malati, disoccupati.

1. Creare strumenti finanziari (es. fidi con garanzia comunale) per il sostegno dei giovani lavoratori e studenti e delle giovani coppie. Facilitazioni di imposte locali a chi fissa la residenza nella Città.
2. Creare con AUSER e altre realtà associative un servizio di assistenza e monitoraggio a domicilio degli anziani non ricchi del Comune (compagnia, assistenza, distribuzione di medicine, ecc.).
3. Dare facilitazioni amministrative e impositive alle imprese che assumono giovani al primo impiego a tempo indeterminato, senza licenziamenti di altri: ad esempio esonerandole dal pagare tassa per permessi ZTL, spazi pubblici, affissioni, ecc.- Riduzioni ICI e Tia (ora TARI) mirate. Imporre a tutte le imprese e professionisti che vogliano avere rapporti economici con la amministrazione comunale di corrispondere sempre ai giovani di primo impiego o stage un salario-compenso d’ingresso decoroso.
4. Rigoroso controllo del territorio, giorno e notte, affidato ai vigili urbani che vanno impiegati preferibilmente fuori dagli uffici. Eventuali affidamenti a vigilanza privata.

II) Imprese – Il tempo è denaro e la qualità anche!

5. Semplificare tutte le pratiche, tramite web, anche il pagamento di tasse e multe.
6. Eliminare bolli e domande inutili. Verifica con associazioni di tutta la fiscalità locale per eliminare balzelli e passaggi inutili.
7. Inviare ai contribuenti di bollettini ICI e altre tasse comunali precompilati in base ai dati precedentemente denunciati, con riserva della pubblica amministrazione di ricalcolare o di integrare eventuali errori ma senza addebitare penalità.
8. Organizzare servizi contabili consortili per piccole attività del centro storico.
9. Sollecitare partecipazione finanziaria di imprese commerciali, del centro storico e non, ad attività culturali che generano attrazione turistica.
10. Coordinare con gli interessati ogni lavoro stradale che possa intralciare la normale attività commerciale. Prevedere strumenti di indennizzo per lunghi lavori.
11. Favorire e poi imporre utilizzo mezzi commerciali elettrici e in genere non inquinanti entro la cerchia delle mura.
12. Favorire nei pubblici locali commerciali e di svago ascolto musica classica, specie quella eseguita nei Teatri locali.
13. Promuovere in tutte le classi delle scuole cittadine ore settimanali di educazione civica e giuridica e storia locale a partire dalla terza elementare, utilizzando studenti e laureati in Giurisprudenza e giornalisti locali.

III) Sistema istituzioni e mercati – Meritocrazia!

14. Nelle imprese e istituzioni pubbliche sostituire ove possibile i consigli di amministrazione con un AU di competenza tecnica specifica scelto entro una terna da una commissione composta da un membro di maggioranza, uno di opposizione e uno di fiducia del Sindaco. Negli organi collegiali delle società partecipate nominare esclusivamente professionisti.
15. Non conferma dei managers sotto la cui gestione, in un triennio, si sia aggravata o non sia migliorata la situazione patrimoniale e reddituale della impresa.
16. Gli assessori dovranno impiegare la metà del loro tempo giornaliero di lavoro fuori dagli uffici per verificare sul territorio le problematiche di loro competenza e informeranno il pubblico con dettagliati resoconti settimanali sul sito web del Comune.
17. Sistemazione generale dell’aspetto della città di Ferrara, manutenzioni e rimozioni di tutto ciò che è brutto o deteriorato. Verifica estetica pubblicità fissa (insegne, cartellonistica) in modo da renderla congruente con la tipologia della città.
18. Investimento sulla telematica e reti di telecomunicazioni per imprese e cittadini.
19. Eliminazione di sostegno pubblico a ogni attività anche culturale che non abbia una ricaduta di investimento almeno quinquennale sul territorio locale.
20. Prevalente interesse a sviluppare iniziative di agroalimentare e le biotecnologie sul territorio.
21. Esposizione permanente a rotazione di opere d’arte del patrimonio pubblico e privato, ferrarese e non, nelle sedi agibili (palazzi, chiese, sedi istituzionali aperte al pubblico) della città, durante tutto l’anno.
22. Pulizia sistematica della città anche e specialmente nei fine settimana, essendo città turistica.
23. Divieto di appaltare opere pubbliche per il cui completamento non siano all’atto dell’assegnazione dell’appalto esistenti le provviste finanziarie certe.
24. Orientamento e attenzione verso l’asse Nord e Nord Est, sfruttando sinergie con Veneto (Rovigo-Venezia) e Brescia-Bergamo-Milano. Inserirsi sull’asse turistico culturale Firenze-Venezia.
25. Realizzazione con project financing di metro leggera Ferrara-Lidi e grande operazione di promozione del Delta e dei Lidi ferraresi, con accordi con comuni rivieraschi per una accogliente sistemazione organizzativa e infrastrutturale del territorio.
26. Risistemazione della viabilità cittadina con effettivo sviluppo di corridoi ciclabili in città. Nella cerchia delle mura la velocità massima è abbassata a 30 km orari. Saranno installate videocamere e rilevatori di velocità. Individuazione di aree protette del centro storico in cui la circolazione dei non residenti è vietata nelle ore serali e notturne.
27. Sospensione immediata turbogas e riconversione attività inquinanti del petrolchimico.
28. Cessione del patrimonio immobiliare, disponibile e non utilizzato, a fondi immobiliari o soggetti privati, al fine di mettere meglio a reddito i proventi e costituire provviste finanziarie per attività essenziali del Comune.

Che paghi il Comune

“Che paghi il Comune!”, un ben noto refrain. Eppure il Comune siamo noi. E se paga il Comune lo fa pure coi soldi nostri… Che c’è, allora, alla base di questa sindrome dissociativa che rende la casa pubblica un’entità estranea, talvolta nemica? Diffusa – e spesso fondata – è la percezione di un potere autoreferenziale, che risponde alle proprie logiche, incurante dei reali bisogni dei cittadini, e che piega le istituzioni a proprio vantaggio.

Riappropriarsi dei luoghi della democrazia – governo del popolo esercitato tramite i propri rappresentanti – significa scacciare i mercanti dal tempio e ripristinare il corretto ordine delle cose. Per riuscire nell’impresa bisogna saper scegliere e designare persone oneste, affidabili, capaci.

Il politico deve essere onesto, certo. Ma essere onesti non basta, il politico deve essere onesto e capace insieme. Il problema invece è che abbiamo molti politici disonesti e qualcuno, perdipiù, anche incapace.

L’onestà è un requisito imprescindibile, ma di per sé insufficiente a garantire il buon governo; per questo servono anche altre doti: competenza e lungimiranza, per esempio. Unite al sapere e magari al saper fare.

Ma non si può prescindere neppure dalla capacità di mediazione. Sì, perché mediare fa parte delle arti del governo (e della vita)… Su questo punto scivoloso, però, bisogna intendersi, perché il cosiddetto compromesso ha una faccia nobile e una ignobile – spesso prevalente in politica e in affari – che comprensibilmente genera un moto di ribrezzo. Troppe volte, anche in sede pubblica, gli accordi si stipulano al ribasso, in forma biecamente compromissoria, e sono finalizzati alla tutela di interessi opachi delle parti coinvolte che prescindono – quando non ostacolano addirittura – il compiersi del reale bene comune. Ma questa evidenza non può cancellare la considerazione del valore del nobile e imprescindibile compromesso, quello che ricerca un punto di equilibrio a salvaguardia di bisogni e legittime aspettative che, laddove non possono essere soddisfatti appieno, devono essere con saggezza contemperati nell’interesse di tutti e a tutela dei diritti di ciascuno. Ma dei diritti, non degli appetiti!

Compromesso è un termine degradato. Ma, respinto l’ignobile compromesso che ben ci è noto, va praticato il suo opposto: il compromesso virtuoso, spesso indispensabile per conciliare, nel limite del possibile, bisogni e aspettative differenti, limitando le ragioni di conflitto nell’ambito comunitario.

Non sempre però il compromesso è possibile, e talvolta non è neppure auspicabile. E’ lecito e opportuno solo laddove sia coerente con i valori che ispirano il patto di cittadinanza stipulato fra i membri della comunità.

Compromesso è mediazione, a tutela di ragioni, ideali e interessi diversi. Con questo spirito i padri costituenti scrissero la Carta che designa le norme fondanti del vivere comune, nel segno del rispetto e della reciproca tolleranza. Rispetto e tolleranza: concetti oggi estranei al lessico di molte forze partitiche.

La classe politica deve invece recuperare questa capacità di mediare al rialzo, non al ribasso. E deve potersi mostrare senza imbarazzi, senza necessità di maschere e belletti utili solo a celare un’immagine appannata. La politica deve tornare a risplendere nella propria limpida onestà. Valore – questo dell’onestà – imprescindibile ma, ripeto, di per sé insufficiente: tale pre-requisito politico deve infatti accompagnarsi alla visione, quindi alla lungimiranza, e insieme alla concreta arte ‘del fare’, attuata rigorosamente con modalità lecite e azioni limpide e trasparenti.

E’ stucchevole dover ribadire questi concetti e a qualcuno potrà apparire banale. Ma se oggi si rende di nuovo necessario enunciarli – e occorre farlo con forza – è perché evidentemente di queste condizioni basilari – e dei valori da cui promanano gli imperativi a cui il politico dovrebbe ispirare il proprio operato – non vi è più certezza, dacché in molti li hanno calpestati e infangati.

Da qui, dunque, si riparte, dalle basi. E solo su ‘queste basi’ è possibile riedificare un progetto politico, qualunque esso sia, degno di essere considerato. Parliamo, quindi, di una condizione pre-politica imprescindibile per chiunque, al di sopra degli specifici orientamenti: una condizione che precede la formulazione del progetto e del programma di governo, un dovere etico imprescindibile, che chiunque deve necessariamente rispettare. Su queste fondamenta nasce la politica, la bella politica, e germogliano la visione, il disegno programmatico, le linee operative e l’individuazione degli interventi concreti: il fare. L’operoso fare, che personalmente auspico a vantaggio del bene comune e a salvaguardia dei più deboli.

 

(Nella foto un’installazione della mostra “Inganni arcimboldeschi” allestita al museo Bertozzi & Casoni di Sassuolo)

La caduta del Prodi bis, dieci anni dopo una ferita ancora aperta

Sono passati esattamente 10 anni, ma in qualche misura è una ferita ancora aperta.
Il 24 gennaio 2008 il Senato della Repubblica negava la fiducia al secondo Governo Prodi, che di conseguenza rassegnava le proprie dimissioni nelle mani del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Era in carica da meno di due anni, dal maggio 2006.
Si compiva così uno dei passaggi più bui, ma forse anche più significativi della storia politica italiana degli ultimi decenni. Curiosamente anche uno dei momenti più frettolosamente rimossi nel dibattito pubblico.
La maggioranza di governo veniva meno al Senato a seguito della scelta di alcuni senatori di ritirare il sostegno al Governo che in precedenza avevano dato. Si trattava di due dei tre senatori dell’Udeur, una formazione di centro frutto della diaspora democristiana e costruita attorno alla figura dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella; di Lamberto Dini, già Presidente del Consiglio a metà degli anni ’90, eletto con la Margherita, ma fuoriuscito pochi mesi prima per fondare un nuovo partito, Liberal Democratici, che poi aderirà al Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi; di Domenico Fisichella, anch’egli eletto con la Margherita dopo avere militato per anni in Alleanza Nazionale; di Franco Turigliatto, eletto con Rifondazione Comunista, ma uscito da quel partito con un gruppo denominato “Sinistra Critica”; e infine di Sergio De Gregorio, eletto nelle liste dell’Italia dei Valori, che confessò anni dopo di aver ricevuto da Berlusconi un lauto compenso “in nero” per ringraziarlo di questo voto di sfiducia.

Né il dibattito pubblico, svolto sulla stampa e sugli altri media, né il dibattito consumato nella sede istituzionale del Senato e fortemente voluto da Prodi, riuscirono a fare molta luce sulle motivazioni per le quali questa pattuglia di Senatori decise di ritirare la fiducia in precedenza espressa al Governo. Mastella accusò il resto della compagine governativa di non averlo sufficientemente difeso di fronte al procedimento avviato nei suoi confronti dalla Procura di Catanzaro per abuso d’ufficio. Ma soprattutto pesò fortemente la scelta del PD di sostenere i referendum abrogativi sulla legge elettorale che, se approvati, avrebbero avuto come effetto la quasi certa cancellazione dei partiti minori dall’attribuzione di seggi parlamentari: la veltroniana teoria della “vocazione maggioritaria” cominciava allora a muovere i primi passi. Giova ricordare che quei referendum poi effettivamente si svolsero nel giugno 2009, ma rimasero molto lontani dalla soglia di partecipazione necessaria a dar loro validità.
Era stato un Governo molto litigioso al suo interno, una litigiosità forse anche volutamente amplificata dagli organi di informazione, ma che pure aveva ottenuto risultati interessanti su alcuni versanti decisivi dell’economia: risanamento dei conti pubblici e riduzione dell’evasione fiscale prima di tutto. La grande crisi era ormai alle porte, ma, anche grazie al buon andamento dell’economia mondiale, l’Italia toccò proprio in quegli anni l’apice storico rispetto ad alcuni decisivi indicatori, come il prodotto interno lordo e il numero di occupati; il tasso di disoccupazione in particolare scese alla quota di 6,1%, la più bassa in Italia degli ultimi 40 anni.
Era stato in sintesi, come scrisse efficacemente Ezio Mauro nel suo editoriale uscito in quei giorni, “un governo che ha rovesciato il proverbio, razzolando bene mentre continuava a predicare male”.
Con quel Governo finiva anche, molto più di quanto in quel momento si immaginasse, una fase della politica italiana.
Chi già allora pensava che la strada per uscire da una lunga stagione di instabilità ed incertezze stesse nella costruzione di un nuovo assetto politico-istituzionale fondato non tanto su un generico bipolarismo quanto piuttosto sulla semplificazione indotta da un marcato neo-bipartitismo, ha continuato a perseguire con determinazione questa soluzione, nonostante i suoi altissimi costi sociali e le evidenti sconfitte registrate negli anni.

Chi viceversa riteneva necessario, per governare una crescente complessità sociale, porsi il tema della costruzione di un articolato blocco socio-politico capace di affermare anche una nuova egemonia culturale, non è riuscito sinora a dare concretezza e credibilità a questa scelta, ad evitare che si traduca nei fatti in alleanze litigiose e un po’ sconclusionate, com’è accaduto tante volte nella storia del centrosinistra italiano.
E’ una discussione che non si fece né dieci anni fa, dopo la caduta di quel governo, né successivamente, se non in modo molto superficiale o frammentario. E’ chiaro ad esempio che il tema dei cosiddetti “corpi intermedi” e del ruolo che possono avere o non avere dentro una strategia di governo, si colloca esattamente nell’ambito di queste scelte.
Non se ne discusse e non se ne discute. Eppure credo che stia ancora oggi lì uno dei nodi fondamentali attorno ai quali si gioca il futuro della sinistra e persino degli assetti democratici non solo nel nostro Paese.
Lo stesso nodo attorno al quale si misurò e infine rapidamente si consumò, dieci anni fa, l’esperienza del secondo Governo Prodi.

SOCIETA’
Il declino dell’impero occidentale

Quella che stiamo attraversando è più di una crisi. Sembra piuttosto un momento di disgregazione che ha a che fare con la morte di una vecchia civiltà fondata sul consumo materiale spinto ad estremi eccessi, sull’idolatria dell’io, la competizione e l’interesse egoistico. Sembra allo stesso tempo un momento emergente che ha a che fare con la nascita di qualcosa di completamente diverso, i cui contorni ancora non appaiono delineati. Tutto sembra in bilico tra una speranza ben fondata ed un pessimismo altrettanto ben fondato.
Qua e la si colgono segni evidenti di una creatività operante che sta minando i vecchi modelli ma sembra ancora molto forte la tendenza a guardare indietro, ad usare soluzioni ed idee ormai obsolete per affrontare epocali problemi sistemici. La diffusione globale di una mentalità ego riferita e fondata su una razionalità tecnica calcolante, ha portato ad una situazione che produce risultati collettivi che forse nessuno, preso singolarmente, vorrebbe. In questa prospettiva vediamo davanti a noi un futuro minaccioso, che invano i leader cercano di rendere roseo con appelli piuttosto penosi all’ottimismo; un futuro in cui l’ampiezza e la gravità dei problemi presenti non sembra più risolvibile tramite le stesse logiche e strategie che li hanno creati e che, ottusamente, i vari potentati cercano ancora di applicare. E’ uno scenario carico di sintomi patologici che vede una serie di disconnessioni crescenti tra sfere autoreferenziali che sembrano proseguire, alimentate da implacabili logiche interne, lungo traiettorie indipendenti, distruttive per la specie umana e per il sistema terra nel suo complesso.

Vi è innanzitutto una micidiale frattura tra l’obbligo di crescita illimitata e le risorse limitate del pianeta, esito di una corsa dissennata che ha portato a superare ampiamente la capacità della natura di reintegrare quello che annualmente viene consumato.
C’è uno scostamento insostenibile a livello demografico dove, da una parte ci sono i paesi più ricchi ed avanzati tecnologicamente con tassi di crescita negativi che mettono in crisi quel che resta del welfare (sanità e pensioni soprattutto) e, dall’altra, paesi poveri con tassi esplosivi tali da rendere impossibile ogni sforzo di regolazione mediante robuste politiche sociali.
C’è una disconnessione fortissima tra l’economia reale su cui dovrebbe fondarsi la crescita e il sistema finanziario che, anziché fornire capitali indispensabili per lo sviluppo e il benessere collettivo è diventato un gigantesco quanto incomprensibile meccanismo basato sull’azzardo e mirato alla massimizzazione del profitto a prescindere da qualsiasi tipo di ricaduta nella vita reale.
C’è una drammatica rottura tra reddito e ricchezza con una concentrazione sempre più spinta di quest’ultima in pochissime mani: dove l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza del rimanente 99% (rapporto Oxfam) e dove sembra che 85 Paperoni detengano da soli una ricchezza equivalente al 50% della popolazione più povera (pari 3,5 miliardi di persone).
C’è una disconnessione profonda tra felicità e consumismo, tra Pil e benessere, poiché appare ormai in tutta evidenza che, superata una certa soglia, più consumo non implica affatto maggiore felicità né per i singoli, né per le famiglie né per le collettività.
C’è un drammatico problema di proprietà dei beni dove il ricorso costante alla privatizzazione continua a distruggere i beni pubblici, comuni e collettivi, trascinando tutto nella macchina infernale della competizione esasperata e della finanziarizzazione; e a fronte di questo imperio del mercato che regola i beni privati, vengono meno le idee per la gestione del bene pubblico e mancano sitemi per la gestione dei beni comuni che pure esistono e sono esistiti lungo tutta la storia dell’uomo.
C’è un problema di perdita e cambiamento del lavoro dove milioni di posti vengono sostituiti rapidamente dall’automazione e dalle macchine intelligenti; milioni di persone vengono gettata nell’insicurezza (e non raramente nella povertà) e non si capisce ancora come vedere le nuove opportunità che si vengono a creare né tantomeno le modalità attraverso cui garantire ai nuovi possibili lavori adeguate remunerazioni.
C’è una profonda disconnessione tra gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica e la gravità ed ampiezza dei problemi che dovrebbero essere affrontati a livello globale, poiché, in un mondo privatizzato e abbandonato alla cieca forza del mercato, i capitali vengono attratti verso le maggiori opportunità di guadagno piuttosto che verso i reali bisogni delle persone.
C’è una evidente crisi di leadership democratica caratterizzata dalla discrepanza sempre più forte tra le elite politiche e tecnocratica che prendono ufficialmente le decisioni (in base alle pressioni e ai diktat delle lobby finanziarie ed economiche) e le popolazioni che queste decisioni devono subire.
C’è infine un drammatico problema di governance dietro il quale si intravede lo scontro tra elite promotrici della globalizzazione uniformante e le forze focalizzate sulla valorizzazione delle identità e delle differenze regionali.

Si tratta di una serie di aree problematiche (ed altre forse se ne potrebbero aggiungere) che raramente vengono lette ed affrontate insieme come sarebbe invece assolutamente necessario. L’attuale organizzazione della conoscenza ereditata dalla modernità tende invece a separare, a scomporre in ambiti di pensiero approfonditi quanto autoreferenziali, a costruire sfere di dominio sconnesse la une dalle altre, che tendono a generare con grande facilità esternalità negative di cui nessuno si ritiene responsabile. Ed infatti, malgrado le discrepanze evidenti ogni santo giorno si esalta la crescita e l’aumento del Pil, si celebra la finanza, si cantano i vantaggi delle privatizzazioni, si plauda ad ogni facilitazione offerta al libero scambio di merci e persone, si loda indiscriminatamente la tecnologia, si abbraccia e si spinge in ogni modo il consumo. E non si vedono le esternalità che in questo modo vengono scaricate sul sistema globale compromettendone il funzionamento.
Ecco allora profilarsi di fronte a noi quel futuro inquietante che ci impone, pena la sopravvivenza, di cambiare paradigma, di fare un passo evolutivo, di attingere ad un livello più profondo dell’essenza umana, che sia forse più vicino alle pascaliane ragioni del cuore, più lontano dagli algoritmi impersonali della ragione tecnica, lontanissimo, soprattutto, dall’ideale dell’automa consumista che nel consumo cerca invano la felicità.

Alla base di tutto possiamo riconoscere tre relazioni fondative profondamente interconnesse ed inseparabili che toccano tutti ed ognuno: il rapporto dell’uomo (di ognuno di noi) con la natura e il pianeta in relazione al quale si configura la sfida ecologica; il rapporto tra gli uomini, ovvero dell’uomo con l’uomo attraverso le molteplici forme familiari, comunitarie, sociali ed istituzionali, su cui si fonda la sfida socio economica globale; il rapporto con noi stessi, con la nostra singolare interiorità, dove si gioca la sfida spirituale e culturale più importante.

La circolarità delle tre relazioni e, conseguentemente delle tre sfide, mostra esemplarmente come la responsabilità per il futuro sia cosa che riguarda tutti. Quando si osservano le aree problematiche nel loro insieme, appare infatti un quadro nel quale idee, teorie, comportamenti e istituzioni contribuiscono direttamente o indirettamente ad aggravare o alleggerire i problemi. Problemi che noi stessi abbiamo generato, con la conclamata incapacità di cogliere la totalità e con la focalizzazione su sottosistemi che, gestiti malamente, massimizzano i profitti (per pochi) e socializzano le perdite, scaricando le loro esternalità sull’ambiente, sulla società e sulla soggettività dei singoli, compromettendone il benessere e la felicità.

Il nostro tempo è adesso: se ancora la parola democrazia ha un senso, sta a noi cambiare prospettiva, mettere al centro della nostra visione un approccio collaborativo, sistemico, responsabile e co-creativo; sta a noi pensare e richiedere nuove forme istituzionali che possano favorire il nascere di una realtà emergente che va curata e indirizzata a beneficio di tutti. Sta a noi superare le vecchie categorie obsolete ed evitare di perdere tempo e risorse in polemiche sterili che nascondono i veri problemi e impediscono di cogliere le nuove opportunità.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Un’agenda per il futuro: ecosistemi sani di conoscenza

“Agenda Knowledge for Development” è il documento che l’Assemblea Generale dell’Onu ha pubblicato lo scorso marzo, dopo il Knowledge Cities World Summit celebrato nell’ottobre 2016 a Vienna e in attesa di quello che si terrà a giugno di quest’anno ad Arequipa in Perù.
Contiene gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile, per affrontare i problemi che sono di fronte alla comunità mondiale, dalla povertà, alla disuguaglianza di genere, al cambiamento climatico. Una agenda mondiale che per la prima volta mette insieme gli sforzi dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo in grado di influire sulle politiche e le pratiche di crescita da qui al 2030.
Nonostante ormai da tempo la conoscenza sia universalmente riconosciuta come il motore principale della crescita e dello sviluppo, paradossalmente, il potenziale di trasformazione e di creazione di valore basato sulla conoscenza rimane in gran parte inutilizzato. Questo accade perché non abbiamo modificato il nostro modo di pensare, la nostra scala di valori, precisamente perché continuiamo a guardare al mondo come se fosse quello di ieri, con la stessa cassetta degli attrezzi che ci ha lasciato l’era industriale, che sarà pure alle nostre spalle, ma continua ad abitare le nostre menti ed a suggerirci le risposte, quelle sbagliate, ovviamente. Di conseguenza si è praticata un’idea di produzione della ricchezza incentrata sullo sfruttamento delle conoscenze, come l’uso intensivo di scienza, tecnologie, innovazione, infrastrutture digitali, istruzione e capitale umano altamente qualificati. Tutto ciò si sta rivelando insufficiente per affrontare le sfide complesse che abbiamo di fronte, viviamo uno stallo senza precedenti, gli squilibri sociali e ambientali sono in espansione e la vitalità dell’ecosistema globale è seriamente compromessa.
La società della conoscenza, la società che fonda profilo e natura dello sviluppo sul valore e la qualità delle conoscenze non è un’edizione nuova del sistema di ieri. Presuppone un’altra gerarchia di valori a partire da una scommessa sull’uomo, sulle sue capacità di costruire una società che ha coscienza di se stessa e in grado di auto-regolarsi.
Il documento dell’Onu suggerisce l’idea che non esiste società della conoscenza, se la conoscenza non si fa ecosistema. Non è sufficiente usare e sfruttare i saperi, non c’è valore sociale ed economico senza la diffusione dei saperi, una diffusione in grado di tessere una società della conoscenza pluralistica ed inclusiva, una diffusione indispensabile per gli individui, le imprese, i governi, la comunità mondiale e quindi parte intrinseca di ogni idea e sforzo per affrontare le sfide del futuro.
L’agenda dell’Onu si rivolge ai singoli individui, alle famiglie, alle comunità, alle organizzazioni e alle imprese, alle amministrazioni pubbliche locali, nazionali e mondiali. Il progresso della società della conoscenza è nelle loro mani, nelle mani di ciascuno di noi, delle istituzioni e delle imprese: la società della conoscenza come risorsa al servizio non di interessi particolari, ma al servizio degli individui, dell’intera umanità e del suo destino.
Ecosistema della conoscenza significa vivere in una società capace di connettere le diverse conoscenze che possiedono le persone, le organizzazioni e le istituzioni, fornendo a tutti opportunità e parità di accesso ai saperi. La conoscenza come ambiente, come sistema ambientale in cui vivono i cittadini del mondo, uomini e donne, che di questo sistema ne costituiscono il cuore, l’ossigeno e i polmoni, dove la conoscenza di ciascuno è la condizione perché il sistema funzioni e il suo funzionamento dipende dal potenziale che ognuno di per sé costituisce, come dal buon funzionamento di tutti gli elementi del sistema dipende la vita e il futuro di ciascuno.
Società non più della conoscenza e basta, ma ambiente di saperi e di apprendimenti in una relazione reciproca tra individui, istituzioni, imprese, organizzazioni, governo e infrastrutture.
Ecosistemi sani di conoscenza, con un’istruzione di alta qualità per tutti, libertà di espressione e creatività, accesso universale all’informazione e ai saperi nel rispetto delle diversità culturali e linguistiche, contro ogni tentativo di abusare dell’ignoranza o di abusare della conoscenza da parte di singoli e gruppi che mirano ad indurre in errore con impatti dannosi sul pubblico più vasto.
Ecosistemi sani di conoscenza fondati sulla comunicazione e sulla collaborazione, su orientamenti comuni e obiettivi condivisi. Centrati sulle competenze, in grado di fornire a tutti i soggetti sociali le capacità per padroneggiare sfide e opportunità, anziché saperi focalizzati settorialmente nel mondo accademico, nelle imprese o nel governo, tagliando fuori la massa dei cittadini.
Diffusione e condivisione delle conoscenze significa nella pratica promuovere e facilitare il dialogo transdisciplinare, la mutua informazione, un dialogo sociale culturalmente inclusivo e partecipativo, fornire una ricca gamma di opportunità attraverso la cooperazione tra fornitori di servizi della conoscenza pubblici e privati. Ma sono necessari l’iniziativa, il sostegno e il coraggio dei governi nazionali come di quelli locali affinché nuove forme e fonti di conoscenza vengano aperte, con piattaforme in grado di supportare cittadini, organizzazioni e imprese, attraverso la collaborazione delle istituzioni culturali e accademiche per fornire servizi per la conoscenza fisici e digitali.
In questo quadro le città svolgono un ruolo significativo, essendo gli hub naturali per ampi ecosistemi di conoscenza. Le città della conoscenza, le città che apprendono occupano una posizione leader per la creazione e l’innovazione di un ecosistema delle conoscenze ben equilibrato, in cui biblioteche, musei, archivi e altre istituzioni che raccolgono, conservano e diffondono i saperi svolgano un ruolo fondamentale nel fornire pari opportunità di accesso e di utilizzazione delle conoscenze, costituendo un elemento fondamentale del processo di democratizzazione del sapere.
Le città di oggi sono chiamate a nutrire un’alta consapevolezza e sensibilità nei confronti delle problematiche legate alle conoscenze e alle competenze di chi con le conoscenze lavora, attraverso la formazione, l’insegnamento, l’educazione, la ricerca e l’innovazione, perché il nostro futuro dipende non solo dalla disponibilità di saperi e informazioni, ma dalla capacità delle società di auto-determinazione, di gestire, rinnovare e sostenere l’ecosistema della conoscenza.
Si chiama uso responsabile della conoscenza che richiede nello stesso tempo il mantenimento e l’evoluzione di saperi, abilità e competenze, combattendo il pregiudizio e l’ignoranza con l’apertura al nuovo, con la condivisione tra tutti delle conoscenze di cui ciascuno ha bisogno, solo così è pensabile uscire dallo stallo attuale per tentare di creare un mondo migliore e continuare a fornire un futuro alla crescita dell’umanità.

LO STUDIO
Il post sisma in Emilia: gestione del disastro tra shock economy e nuove forme di cittadinanza attiva

Quando c’è un terremoto, la terra sotto i piedi trema non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista psicologico ed emotivo. La ricostruzione di una comunità, di conseguenza, non riguarda solo il paesaggio esteriore, ma anche il mondo interiore e quello delle relazioni dei cittadini delle zone colpite.
Superato il trauma dovuto all’emergenza, inizia appunto la fase della ricostruzione, ma quali sono le politiche messe in atto nel nostro paese e come si relazionano le istituzioni con la popolazione terremotata? E i cittadini come reagiscono a questo sconvolgimento del loro mondo, interiore ed esterno?

Dopo l’ultimo sisma di Amatrice, il governo ha segnalato il modello emiliano come esempio da seguire per la gestione del dopo-catastrofe, dando l’incarico di commissario alla ricostruzione a Vasco Errani, ex-governatore dell’Emilia. E proprio l’Emilia è stata il ‘campo d’indagine’ di Silvia Pitzalis – all’attivo un dottorato in storia con indirizzo antropologico all’Alma Mater di Bologna – nel suo ‘Politiche del disastro. Poteri e contro poteri nel terremoto emiliano’ (Ombre corte), nel quale i poteri sono le istituzioni e la loro macchina emergenziale, mentre i contro poteri sono le politiche dal basso messe in atto dai cittadini.
La tesi di Silvia Pitzalis è che il ‘disastro’ – dal terremoto all’alluvione – rappresenta una possibilità per le istituzioni di applicare specifiche strategie politiche e tecniche di governo che depotenziano la capacità auto-organizzativa dei cittadini. E si scopre che se esiste una shock economy che si mette in moto all’indomani di un evento calamitoso, forse non è un caso che dopo tutte le calamità naturali cui abbiamo assistito negli ultimi anni sul nostro territorio, l’Italia non ha ancora una legge quadro nazionale che regolamenti le modalità di azione e di intervento in occasione di calamità naturali.
D’altra parte però, come reazione a queste politiche imposte dall’alto, ma anche in maniera autonoma, emergono comportamenti di rifiuto da parte delle popolazioni, che danno vita a meccanismi di solidarietà e organizzazione dal basso. L’emergenza e la fase post-emergenza diventano quindi anche occasioni per (ri)costruire e (ri) generare non solo reti di relazioni informali, ma vere e proprie pratiche di cittadinanza attiva.

Solitamente quando si tratta di eventi sismici si parla sempre di emergenza e poi di politiche per la ricostruzione. Il suo libro, invece, si intitola ‘Politiche del disastro’, ci può spiegare cosa intende?
Quando si parla di disastri sui media e tra l’opinione pubblica si tende sempre a far leva sulla sofferenza delle vittime, sulla loro impossibilità di reazione, sui problemi nella fase emergenziale prima e in quella della ricostruzione poi, dovuti unicamente dall’eccezionalità dell’evento. Il discorso pubblico alimenta una visione della catastrofe fisica e tecnico-ingegneristica, legittimata da scientificità, che però tralascia gli aspetti socio-culturali di questi eventi. Questa lettura eclissa le responsabilità sociali e politiche, causa e conseguenza di questi eventi.
Partendo dall’osservazione del rapporto tra cittadinanza e istituzioni l’intento del libro è sottolineare in primis la necessità di un approccio che alimenti anche una visione politica dell’evento catastrofico. Sebbene il disastro sia un momento altamente traumatico, che accentua situazioni di crisi pre-esistenti il libro intende sottolineare il carattere rigenerativo di questi eventi, ovvero la loro capacità di stimolare tra la popolazione colpita la creazione di percorsi e soluzioni alternativi alle procedure imposte dall’alto, evidenziando le criticità di queste ultime. Questo processo evidenzia il carattere politico del disastro.

Cos’ è la shock economy?
Dagli anni Duemila le scienze sociali hanno messo in luce come le procedure di intervento da parte istituzionale siano sempre più spinte da interessi sovra-locali, affidando al settore privato la gestione del post-disastro. Vengono così calate sui cittadini procedure che rientrano nel paradigma della ‘shock economy’. Questo concetto, elaborato dalla Klein intorno al 2007 e sviluppato poi da altri autori (Gotham & Greenberg 2014; Button & Schuller 2016; Barrios 2017), si presenta come un fenomeno socio-politico in cui il disastro diventa un’occasione per applicare specifiche politiche e tecniche di governo che inibiscono le capacità economiche dei singoli, il loro accesso ai mezzi di sussistenza e alle risorse del territorio. Inoltre, depotenziando la loro capacità di produrre forme oppositive al potere dominante, questa strumentalizzazione della catastrofe, finalizzata al potenziamento di interessi capitalistici, aumenta stati di incertezza e precarietà già innescati dalla catastrofe.

La criminalità organizzata e i meccanismi di corruzione, come si inseriscono nelle politiche del disastro?
La shock economy di cui ho parlato prima, privatizzando la catastrofe, crea terreno fertile per l’intromissione all’interno del processo della criminalità organizzata e della corruzione. Si è visto anche con la maxi-operazione anti-mafia Aemilia, conclusasi il 28 gennaio del 2015 con 117 arresti, che ha visto coinvolti numerosi imprenditori edili a cui era stata affidata parte della ricostruzione e alcune figure politiche locali legate alle zone terremotate. Alle autorità si imputano relazioni poco chiare con diversi imprenditori di ditte nel settore dell’edilizia e del movimento terra, vincitori di appalti milionari per la ricostruzione post-terremoto, arrestati perché accusati di corruzione mafiosa soprattutto con la ‘Ndrangheta.

È vero che ancora oggi – dopo che l’Italia è stata colpita da diverse calamità naturali delle quali tre terremoti sono solo la punta dell’iceberg – manca una legge quadro nazionale che regolamenti le modalità di azione e di intervento in occasione di eventi catastrofici?
Purtroppo la classe politica da l’Aquila – in cui il post-disastro era nelle mani del centro destra di Berlusconi – passando per l’Emilia fino a oggi – in cui al governo è il centro-sinistra del Partito democratico – non è stata in grado di elaborare una legge di validità nazionale che definisca precisamente i diritti e i doveri nel post-disastro. Non essendoci una legge quadro che regoli in maniera uniforme come agire nel post-disastro, la sua gestione viene affidata a sempre nuove leggi, il che lascia spazio alla discrezionalità dei poteri al governo, minando l’uguaglianza tra i singoli.

Quali differenze fra la gestione del sisma di Bertolaso a L’Aquila e il modello di Errani in Emilia Romagna? E ora che è commissario per il terremoto nell’Italia centrale, quali similitudini e diversità si possono riscontrare?
Come a l’Aquila e in Emilia, anche nel post-sisma dell’Italia centrale, sebbene sia stato dato maggior peso alle istituzioni locali, le ordinanze emanate impongono dall’alto norme che non rispondono alle esigenze del territorio e della popolazione colpita. Queste decisioni vengono prese da tecnici e politici che molto spesso conosco ben poco del contesto in questione. Si crea una potente macchina burocratica che anziché snellirlo, rende il percorso verso la ricostruzione più lungo e tortuoso.
Se si osservano comparativamente i tre terremoti avvenuti in Italia negli anni Duemila (Abruzzo 2009, Emilia 2012, Centro-Italia 2016-2017) in tutti e tre in casi emergono negligenze e mancanze da parte delle istituzioni non solamente nel post-terremoto, ma anche nella precedente gestione socio-politica riguardo la tutela e il monitoraggio del territorio, la prevenzione dei disastri e le politiche edilizie.
A mio avviso un approccio socio-culturale all’analisi di questi fenomeni aiuterebbe a far emergere questioni cruciali inerenti l’importanza della percezione socio-culturale del rischio, la costruzione di una ‘educazione alla prevenzione’ e di una più profonda conoscenza sociale e culturale del territorio, per avviare in ultimo la costruzione di una coscienza critica dove al centro stia il cittadino e non la norma.

Il suo è anche uno studio sulle dinamiche individuali e collettive e sulle politiche dal basso messe in moto da eventi come questi.
Ho tentato di dare risalto a queste politiche dal basso analizzando le pratiche elaborate dai membri del Comitato di terremotati Sisma.12. Queste sono state considerate come modalità propositive e attive di reazione al terremoto. Per queste persone l’evento è stato un’occasione, un momento a partire dal quale ha preso forma una forte necessità di mutamento in risposta alla crisi. Volontà che prende vita dalla condivisione di un immaginario collettivo verso la creazione di un futuro migliore.
Sisma.12 è un comitato nato già nell’estate, durante assemblee nei campi autogestiti del cratere, cioè creati e organizzati direttamente dalla popolazione, da quei cittadini che si rifiutavano di servirsi di quelli gestiti della protezione civile. Nell’ottobre del 2012 si è dato uno statuto, descrivendosi come apartitico, trasversale e territoriale, infatti racchiudeva diverse provenienze politiche – dal Movimento cinque stelle al Pd ai Verdi – comunque tutte facenti riferimento alla galassia della ‘sinistra storica’ novecentesca. L’apice delle sue attività è stato il 2013. Poi c’è stato un tentativo di istituzionalizzazione: si è tentata la candidatura alle ultime regionali attraverso una lista civica autonoma. Questo però ha dato origine a critiche all’interno dello stesso comitato. Ora chi è rimasto nel Comitato lavora anche su altre battaglie, come per esempio quella per il referendum contro le trivelle o la campagna Stop Ttip. Inoltre hanno cercato di creare una rete con alcuni comitati nati dopo il sisma nel Centro Italia e insieme a queste realtà, proprio partendo dall’analisi dell’esperienza nel mio volume, stanno cercando di migliorare le loro pratiche.

In conclusione, gli eventi disastrosi e le calamità possono avere un potenziale generativo e creare nuovi modelli di (r)esistenze?
Partendo dal caso specifico, ho cercato di dimostrare che gli eventi calamitosi, oltre a possedere un devastante potere di disintegrazione fisica e socio-culturale, si possano presentare come dei momenti dai quali gli esseri umani, superato lo shock iniziale, producono nuove modalità di esistere socialmente, politicamente, culturalmente, ovvero modalità di ri-esserci nel mondo che nascono e si costruiscono dalle macerie, dall’incipit all’azione che la violenza dell’evento determina.

Nel suo libro lei usa il metodo etnografico. Ci può spiegare cosa significa in termini di ricerca sul campo e quali sono i vantaggi, rispetto ad altri tipi di studi?
Questa domanda tormenta gli antropologi da almeno quant’anni. Le dirò, l’opinione (modesta e personale) che io mi sono fatta finora. Fare etnografia significa prima di tutto ascoltare, osservare ed interpretare esperienze utili alla comprensione della realtà. Per questo motivo l’etnografia è, prima di tutto, un’impresa pratica. Sono convinta che malgrado storicamente l’etnografia sia stata accusata di aver prodotto un sapere strumentale al dominio – pensiamo al prezioso materiale prodotto da etnografi ed antropologi durante il colonialismo – a maggior ragione oggi più che mai l’utilizzo di questa metodologia deve essere in grado di produrre un sapere che stimoli una critica della società che parta dalle esperienze di chi ne vive contraddizioni e ingiustizie. Solo così l’etnografia può contribuire all’elaborazione di traiettorie di cambiamento e rinnovamento che giovino al miglioramento di quella stessa società.

GERMOGLI
Vigili.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Alla luce dell’inchiesta della magistratura su “Mafia Capitale”, dopo la grave vicenda dei funerali del mafioso Vittorio Casamonica e in vista del Giubileo, l’Esecutivo ha deciso di adottare per Roma un raccordo operativo tra il prefetto Franco Gabrielli e il sindaco Ignazio Marino.

Una buona notizia… si auspica che rimangano vigili e operativi.

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Giovanni Falcone

La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.” (Giovanni Falcone)

IL FATTO “Dieci anni per sanare le ferite del sisma. I nostri amministratori? Rassegnati”

“Avevo previsto servissero 10 anni per ripristinare i danni del sisma alle chiese di Ferrara, ora non so se basteranno…”, dice un battagliero don Stefano Zanella, che non nasconde il suo fastidio. “Completeremo l’opera il giorno della resurrezione dei morti”, gli fa eco, sarcastico, Aniello Zamboni. E’ stato scoppiettante l’incontro in biblioteca Ariostea organizzato da Ferraraitalia per fare il punto sulla ricostruzione post-terremoto. “Avere demandato al commissario regionale la gestione del procedimento è stato un autogol”, sostiene il presidente provinciale di Italia nostra, Andrea Malacarne. E spiega: “I problemi attuali sono in parte dovuti al terremoto, in parte al precedente degrado”. E siccome il commissario ha mandato solo per liquidare i rimborsi relativi al sisma, insufficienti per fare fronte alla situazione, la palla torna a Roma con significativa perdita di tempo.
In sostanza, le chiese (in particolare) e parte del patrimonio monumentale cittadino era già in stato di cattiva manutenzione prima del terremoto e l’evento sismico ha evidentemente peggiorato le cose. Ma le perizie distinguono fra i danni del 2012 e quelli preesistenti, così la trafila burocratica si complica e i tempi si allungano.

“C’è da piangere – ha affermato sconsolato Zamboni, direttore dell’ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi, introducendo il suo intervento – la situazione è tragica“. E poi ha snocciolato il rosario delle chiese in agonia: “Ancora ben lontane dal ripristino San Paolo, Santa Maria in Vado, Santo Spirito e San Domenico dove sono stati realizzati solo interventi preliminari. A San Benedetto i lavori non sono ancora iniziati nonostante il progetto sia stato approvato. Nella cattedrale la situazione è stata solo tamponata in attesa degli interventi veri e propri. E poi c’è la bellezza sfigurata delle Stimmate, di San Francesco, di Sant’Agnese, di San Giuseppe santa Rita e santa Tecla, l’oratorio dell’Annunziata… Non avrei mai immaginato che la permanenza di opere d’arte nei saloni arcivescovili, ove sono state temporaneamente depositate, si sarebbe prolungata per tanto tempo”.
Lo sconforto è grande, ma non lascia spazio alla rassegnazione: “Mi appello alle associazioni culturali e alla società civile affinché faccia sentire la propria voce e solleciti le istituzioni a intrervenire”. Il fatto di essere riconosciuti patrimonio Unesco non agevole le cose? domanda qualcuno fra il pubblico. “Posso ridere? – replica Zamboni – non godiamo di alcun privilegio, il patrimonio ecclesiastico è l’ultimo a essere considerato”.

Se possibile ancora più caustico è apparso don Zanella, vice del medesimo ufficio Beni culturali. Lucidissima la sua analisi: “Il ferrarese medio non ha riportato grossi danni dal sisma e non si è reso conto di quel che è accaduto. Qualcuno si è spaventato solo quando, dopo due anni e mezzo, è stata decisa la chiusura del duomo. Allora non era sicuro? si sono detti i nostri concittadini. No, non era sicuro. Ma lo abbiamo scoperto in ritardo, perché i primi soldi per fare analisi serie sono arrivati nel 2014″.
“Dobbiamo dire che non è vero che non abbiamo avuto danni importanti – esorta don Stefano – e dobbiamo considerare che le chiese non possono essere trattate alla stregua dei capannoni, la storia va rispettata“. Certo Ferrara rispetto al modenese, al bolognese o al mantovano ha patito meno crolli e meno vittime, ma questo è accaduto – spiegano in coro Zanella e Malacarne – “perché qui già dopo il terribile terremoto del Cinquecento si è costruito con criteri antisismici“. I danni, dunque, non sono risultati appariscenti, non ci sono stati crolli, ma molti edifici risultano comunque gravemente compromessi“.

“Le difficoltà maggiori in questi tre anni sono state causate dalla burocrazia – afferma con schiettezza Zanella – E quando dico burocrazia intendo procedure lunghe e tortuose, inefficienza…”.
Il ripristino è iniziato dalle chiese meno danneggiate: 11 su 14 sono state sistemate. Ora ce ne sono altre 22 da curare. Sono stati presentati 18 progetti, mancano quelli del duomo, del palazzo arcivescovile, delle chiese di Porotto e Viagarano Mainarda che necessitano ancora di verifiche”. “Bene, dei 18 progetti presentati sapete quanti ne sono stati approvati? Uno! Quello di Santa Maria Nuova e San Biagio. Se senti la Regione la colpa è dei tecnici che sono imprecisi, se senti i tecnici dicono che la Regione è puntigliosa. Io per non sbagliare dico che la colpa è di tutti. Risultato? Dei 21 milioni stanziati come anticipazione sul piano per la ricostruzione, per ora sono arrivati solo 900 mila euro“.

“Nonostante le buone tecniche costruttive adottate dopo il terremoto del Cinquecento che hanno evitato i crolli, Ferrara ha comunque patito danni consistenti e diffusi”, ha confermato Andrea Malacarne presidente di Italia nostra. “La situazione delle chiese è particolarmente grave, ma la progettazione – lamenta – poteva essere fatta in sei mesi, invece sono passati tre anni ormai…”. Che fare? “Gridare ovunque che Ferrara è stata terremotata e va aiutata, dallo Stato e dalla Regione. Pretendere che si mantengano le procedure emergenziali , scongiurare il rischio che si piombi nella gestione ordinaria perché tempi e procedure ci sarebbero avversi”. I nostri amministratori sono sul pezzo? “No, sono troppo timidi e rassegnati“.

Cosa attendersi in futuro in funzione della riprogettazione che farà seguito al ripristino del patrimonio storico? “L’ampliamento della biblioteca Ariostea con l’integrazione di casa Nicolini e casa Minerbi” spiega ancora Malacarne. “E poi il pieno recupero di palazzo Schifanoia e palazzo Massari. Italia nostra vigilerà e solleciterà“. Ma Malacarne sollecita giustamente anche un salto di qualità nella progettazione: “Non basta ripristinare, bisogna ragionare in grande, osare, come si fece ai tempi delle Mura…” . Roberto Soffritti, presente in sala fra il pubblico, gongola… “L’anno prossimo ricorre il cinquecentenario rossettiano, Italia nostra ha lanciato un progetto sulle basiliche ideate da Biagio Rossetti, potrebbe essere un volano attrattivo per il turismo”.

In apertura di incontro, di turismo aveva parlato la coordinatrice delle guide ferraresi, Virna Comini, lamentando la latitanza delle istituzioni: “Dopo il terremoto, per un anno e mezzo di turisti a Ferrara non ne sono arrivati. Ci siamo sentite abbandonate a noi stesse. Abbiamo il contatto diretto con chi visita Ferrara, ma il Comune non ci consulta mai, né per avere valutazioni né per condividere la progettazione”. E’ stato fatto poco per propiziare una ripresa, dice in sostanza. Lamenta l’assenza di un percorso di visita delle chiese, ormai quasi tutte chiuse per lavori. E riferisce delle lamentele dei turisti per la presenza sulla piazza e sul corso del mercato del venerdì, che condiziona negativamente il godimento dei monumenti.

A margine del dibattito sul patrimonio monumentale, è stato riservato uno spazio di intervento per registrare la significativa testimonianza di uno sfollato centese, Massimo Vignola, che ha riportato il dramma delle famiglie che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti del terremoto. “La mia casa è stata resa inagibile dalla scossa, sono stato costretto a vivere per oltre due anni in un container di metallo. La situazione non è risolta. Secondo una perizia la mia abitazione è da abbattere, secondo un’altra ha un danno da 15mila euro…”. La burocrazia non risparmia nessuno. Ma dietro il mondo delle scartoffie c’è qualcuno che paga e soffre davvero.

IL FATTO
Turisti in cerca di città

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.” (Le città invisibili, Italo Calvino)

Come conciliare turismo urbano, attività produttive e commerciali e valorizzazione di quel patrimonio artistico culturale e ambientale che è la cifra distintiva delle città italiane ed europee? La risposta data durante le 13° Giornate europee del commercio e del turismo urbano, tenutesi nel Salone d’Onore della Pinacoteca nazionale a Palazzo dei Diamanti il 19 e 20 aprile, organizzate da Confesercenti e Vitrines d’Europe, sembra essere il dialogo e la collaborazione fra tutti questi settori, con l’obiettivo di una continua ricerca di proposte di qualità che distinguano ciascuna città e territorio per le proprie peculiarità.
Se ciò che chiedono i turisti, in particolare gli stranieri provenienti dai mercati emergenti, è sempre più un’esperienza dell’identità culturale dei luoghi che visitano, così diversificata in particolare in Italia, l’unica strategia vincente è uscire dalla concezione della città-museo o della città-vetrina, pensando alla cultura nel significato più ampio del termine: un modo di vivere che privilegia qualità, bellezza e socialità, e quindi rende migliore la qualità della vita, un sistema che parte dai luoghi fisici – edifici, vie e piazze – per arrivare a ciò che si mangia, si guarda, si ascolta, fino alla rete di relazioni sociali che ci circonda.
“Le città non possono essere imbalsamate e mummificate – ha affermato Stefano Bollettinari, presidente di Vitrines d’Europe – devono rimanere vive e vitali, attive, accessibili” e, aggiungiamo noi, il più possibili inclusive e sostenibili. E devono essere tutto ciò prima di tutto per i propri cittadini, che sono i loro primi ambasciatori nel mondo reale e in quello virtuale oggi altrettanto importante, e poi per i turisti, che “non sono altro che cittadini temporanei”, ha concluso Bollettinari.
Il turismo urbano e culturale è un’opportunità che soprattutto un Paese come l’Italia, caratterizzato da un patrimonio diffuso e puntiforme su tutto il territorio, non può permettersi di perdere. I dati parlano di un processo di desertificazione urbana in atto in Italia, con oltre 100.000 chiusure di imprese commerciali negli ultimi due anni. È perciò evidente la ricaduta economica che potrebbero rappresentare i 54 miliardi del Pil del turismo culturale, il 33% dell’intero Pil turistico nazionale. È il direttore scientifico del Centro studi turistici di Firenze Alessandro Tortelli a raccontare in cifre cosa significhi il turismo nelle città d’interesse storico e artistico: 38.000 esercizi (24% del totale in Italia), 875.000 posti letto, quasi 39 milioni di arrivi e 103 milioni di presenze, con il 61,8% di turisti stranieri. Ma non è tutto: dal 2010 al 2014 gli arrivi sono sempre in crescita, così come la domanda proveniente dall’estero, sono 11,9 i milioni di euro spesi in vacanze culturali o in città d’arte (36% della spesa complessiva) e chi viaggia per motivi culturali spende in media il 25% in più rispetto agli altri viaggiatori.
Che la cultura sia un driver di primaria importanza per lo sviluppo territoriale è ormai un fatto acquisito, o almeno così si spera. La questione è come il tema viene affrontato da istituzioni locali e attori economici: un progetto culturale, infatti, non ha in automatico ricadute sociali ed economiche importanti. Il rapporto tra dimensione culturale, sociale ed economica deve essere progettato coinvolgendo gli operatori della società civile e del mondo economico, componendo visioni, disponibilità ad agire e interessi diversificati. Questa sinergia, non facile e non scontata, potrà favorire quel capovolgimento di visione che permetterà di concepire il denaro per la cultura un investimento e non una spesa.
Ferrara, almeno per questa volta, sembra essere un passo avanti. Non solo perché il sindaco Tiziano Tagliani, presente alle Giornate di Vitrines d’Europe insieme all’assessore alla cultura e al turismo Maisto, ha parlato di un “investimento forte” che la città sta facendo “nella valorizzazione delle peculiarità cittadine” e di “un’alleanza” fra commercio e attività produttive e amministrazione locale “per una migliore qualità della vita cittadina”. Ma anche perché, come ha sottolineato Tortelli, Ferrara è uno dei sette case studies virtuosi citati dal Rapporto 2014 “Io sono cultura” elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere. Ferrara città di cultura, con un patrimonio urbano e monumentale che può vantare allo stesso tempo uno dei centri medievali più estesi e uno dei primi esempi di pianificazione moderna con l’addizione erculea rinascimentale. Ferrara città di eventi e di festival, “continuativi, diversificati, ramificati e diffusi”, come ha affermato il vicesindaco Maisto: dalla grande arte di Palazzo Diamanti al Salone del restauro, da Ferrara sotto le stelle ai Buskers, dal festival di Internazionale a quello di Altroconsumo, fino alla imminente Festa del libro ebraico. L’assessore non nega che il modello che si sogna di raggiungere è Edimburgo. Ferrara città della creatività e dei mestieri creativi, che recuperano e a volte reinterpretano antichi saperi e mestieri. Senza dimenticare l’opportunità offerta dal turismo sostenibile sul Delta del grande fiume. Il prossimo passo è Ferrara città partecipata, proprio perché è dai ferraresi che bisogna partire per recuperare il concetto antico della polis, dove i cittadini partecipavano attivamente alla vita collettiva e nella costruzione del bene comune. Anche in questo caso ci sono attività in itinere, Ferrara Mia, le Social street come via Pitteri e i Future lab sono alcuni esempi. Per una volta è il caso di dire: stiamo lavorando per noi!

ECOLOGICAMENTE
L’evoluzione del sistema dei servizi pubblici

Erano le nostre aziende municipalizzate. Le chiamavamo Amiu e Amga, erano pubbliche. Ora al loro posto c’è Hera, è quotata in borsa, il sindaco (come altri) ne vende le quote, e non capiamo più bene se sia ancora pubblica o privata.
In questi anni c’è stata una grande evoluzione del sistema dei servizi pubblici, avvenuta grazie all’intensa attività delle imprese ex-municipalizzate e alleanza da loro contratte, che hanno saputo sviluppare forti strategie aziendali e innovative politiche industriali. Le trasformazioni societarie, le alleanze, le nuove acquisizioni e soprattutto i processi di unificazione hanno infatti radicalmente modificato il quadro dell’offerta di un nuovo mercato competitivo nei servizi pubblici locali. Tutto questo non è certo una novità, ma rileggere questa evoluzione può essere utile.

E’ ormai avviata da tempo una nuova politica industriale nel settore: è in atto, assieme ad una rinnovata legislazione (che in verità propone cambiamenti da molti anni, con modesti risultati) e ad una crescente sensibilità collettiva sulle problematiche ambientali, una forte consapevolezza “industriale” di interesse economico-imprenditoriale. Il processo di trasformazione è avvenuto sicuramente da una spinta fortemente innovativa sia istituzionale che imprenditoriale orientata a favorire la realizzazione di sistemi integrati, la realizzazione di ambiti territoriali omogenei, lo sviluppo tecnologico ed impiantistico, il coinvolgimento industriale. Forse un poco meno il coinvolgimento dei cittadini.
Nel quadro di economie aperte abbiamo imparato con il tempo che bisogna avere una forte capacità di innovazione degli strumenti di governo del territorio e dunque delle istituzioni. E’ stata infatti necessaria una definizione dei progetti di sviluppo, una nuova ricerca di soluzioni ai problemi di coordinamento (di politiche, di strumenti e di risorse) e di compartecipazione (di soggetti pubblici e privati) a livello territoriale. Il ruolo dell’impresa di servizi pubblici è sicuramente stato una delle questioni di fondo della politica territoriale delle istituzioni. Bisogna allora saper distinguere tra imprese pubbliche (dunque con capitale pubblico) e aziende di servizi pubblici (di cui non interessa a chi appartiene il capitale, ma come e dove operano). L’impresa di servizi pubblici, infatti, è un’impresa che deve operare economicamente perseguendo fini collettivi e risultati sociali e quindi non è valutabile solo per fattori quali efficienza e profitto, ma in particolare modo per il contributo che può dare al benessere della società.

Il settore dei servizi ambientali sta dunque evolvendo verso una struttura reticolare in cui crescono i valori della dimensione di scala e degli ambiti territoriali ottimali come esigenza di integrazione. Attualmente le concentrazioni d’imprese, la politica industriale di miglioramento e la crescita dell’imprenditoria pubblica hanno prodotto crescita del valore, economie di scala ed efficienza economica che però non hanno avuto effetti positivi e benefici sulle tariffe applicate che aumentano sempre.
L’obiettivo generale è stato ed è quello di costruire grandi imprese o comunque alleanze tra imprese per favorire occupazione e investimenti in un settore ambientale sempre più qualificato e rispondente alle esigenze del territorio (tutela dell’interesse pubblico nel rispetto degli indirizzi comunitari), come ad esempio le principali aziende nel settore idrico: Acea con oltre 8 milioni di utenti serviti, seguito dall’Acquedotto Pugliese con 4 milioni, come anche dal gruppo Hera (che ormai rappresenta tutta l’Italia orientale mediterranea dal Friuli alle Marche), poi Iren con 2,4 milioni di utenti e Metropolitana Milanese e Smat rispettivamente con 2 milioni, poi A2A con 800.000.

Nel settore dei servizi pubblici ambientali si pone dunque in misura pressante la questione di quali siano gli strumenti che meglio possono offrire garanzie di qualità complessiva al consumatore. Impiegando diversi approcci, la letteratura economica ha tentato di verificare l’ipotesi che una gestione aziendale attenta alle tematiche inerenti gli effetti sulla qualità complessiva produca più valore di quel che costa e che se quindi aggiunge valore, allora va tutto bene.
Nel contempo però il quadro di riferimento nazionale sui servizi pubblici locali ha proposto una visione articolata e complessa con molti elementi di criticità e qualche prova di debolezza, soprattutto in relazione alla capacità di governo e di programmazione di questi servizi. Vi è dunque ancora un forte squilibrio territoriale, con enormi differenze Nord-Sud, e si è ancora in presenza di un mercato confuso, ma soprattutto vi è una pesante criticità nel sistema di regolazione economica dei servizi (scarsa cultura dei costi e delle tariffe del settore). Tariffe crescenti, aumenti di disagi, preoccupazioni di inquinamenti, ritardi nelle soluzioni e soprattutto scarsa fiducia. I cittadini hanno una percezione scarsa dei servizi, non si fidano delle capacità di risposta ai loro bisogni. Non è un giudizio, ma una constatazione.
La stessa evoluzione normativa e la definizione delle regole sono in palese ritardo, nonostante stia enormemente crescendo il livello di percezione dei cittadini della importanza dell’ambiente. Nonostante questo si può comunque rilevare che è in atto un processo di miglioramento o comunque di trasformazione. Si evidenzia nello specifico un sistema sufficientemente attivato per il ciclo idrico integrato (almeno sulla carta) e ancora un sistema frammentato, ma in evoluzione, per la gestione dei rifiuti.

In Emilia Romagna, forse meglio che da altre parti, il primo importante risultato raggiunto è stato la completa attivazione delle gestioni integrate, sia per il ciclo dell’acqua sia per la gestione dei rifiuti che, com’è noto, risultano essere una peculiarità della nostra regione. Sul piano delle gestioni, in particolare, si è andati ad una graduale eliminazione di quelle in economia e si è attivato con successo un profondo processo di graduale aggregazione che ha portato alla strutturazione di due grandi aziende di riferimento e a una crescente standardizzazione dei servizi per tutto il territorio regionale (un poco meno in questa provincia).
Partiamo dunque da un importante dato di fatto: in questa regione si sta meglio che altrove (qualità paragonata). Con orgoglio si può dire: merito di capaci amministratori, di qualificati gestori e di cittadini seri, ma questa piacevole consapevolezza non deve essere una giustificazione né un eccesso di autostima. Il dibattito rimane aperto.

Dall’Expo a Espoo, ecco il cibo per la mente

Mi viene da giocare tra Expo e Espoo. Grafie e assonanze sono così intriganti che è difficile vincere la tentazione. Ma cos’hanno a che fare Expo e Espoo tra loro così distanti? Da un lato l’esposizione universale sulla alimentazione e la nutrizione, dall’altro Espoo, una grande, importante città della Finlandia. Pare che ‘espoo’ in finnico significhi ‘pioppo’. Proprio come quelli delle nostre campagne e delle nostre golene, così la quadratura è glocale. Espoo si occupa di nutrire l’intelligenza delle persone, è conosciuta come una delle più importanti città d’apprendimento del mondo.
È successo quando l’Unione europea ha dichiarato il 1996 anno della formazione permanente. Sul tema a Espoo si è tenuta la conferenza internazionale “The Joy of Learning” e questo evento ha indotto gli amministratori della città di Espoo a riconsiderare le attività di apprendimento e a guardare alla formazione continua come strumento di sviluppo della comunità. L’amministrazione della città ha nominato un comitato per promuovere l’apprendimento permanente e per migliorare la consapevolezza della sua importanza per lo sviluppo della città.
Nel 1997 Espoo è entrata a far parte dell’Associazione internazionale delle città educative, del progetto europeo ELLI, relativo all’apprendimento permanente, collegandosi a partner provenienti da sedici paesi differenti e aventi come focus la formazione degli adulti.
Prende così avvio un processo che ha come punto d’arrivo quello di creare il più ampio contesto di conoscenze e di apprendimenti possibili. Le strategie di apprendimento permanente si integrano con i valori e la visione della città. Se ne analizzano i vantaggi e gli svantaggi. Si individuano i bisogni formativi di tutti i soggetti attivi, dai giovani, agli adulti, alle imprese. Gli impegni dell’Amministrazione e i possibili partner per fare della città una comunità che apprende.
Le attività del progetto Learning city sono uno strumento per lo sviluppo della città, e, come tali, vengono incluse nei normali procedimenti amministrativi, nelle strategie e nel bilancio della città. C’è un gruppo esecutivo e c’è un gruppo dirigente, un’ampia partecipazione di differenti settori della città. Il gruppo dirigente è guidato da un delegato del sindaco o da un delegato dell’assessore all’istruzione e alla cultura. Inoltre ci sono gruppi di consulenza e gruppi di lavoro formati da esperti soprattutto nel campo dell’istruzione e dell’amministrazione comunale. Questi gruppi variano a seconda delle problematiche da sviluppare o dei progetti nazionali o internazionali da realizzare. C’è anche un comitato di rappresentanti di aziende e di fornitori di apprendimento. Di grande importanza è la cooperazione con partnership della vita economica della città e della regione, il vantaggio reciproco di questa sorta di cooperazione nel condurre in porto comuni progetti concreti. Il “Learning city project” è diretto da un manager il quale è responsabile dell’intera realizzazione del progetto, oltre che della cooperazione internazionale e dell’implementazione dell’agenda della learning city.
L’obiettivo è quello di fare della cultura operativa parte integrante della vita quotidiana dei cittadini di Espoo. Istituzioni educative e ambienti di apprendimento puntano a fornire saperi di alta qualità, dalle conoscenze, alle capacità, alla preparazione, alla condivisione di valori, agli atteggiamenti necessari per realizzare uno stile di vita a dimensione delle persone e della tutela dell’ambiente. L’idea è promuovere a partire dall’infanzia e per tutta la vita l’aumento della consapevolezza degli abitanti di Espoo rispetto ai temi dell’ambiente, del benessere, dell’economia, della cultura e delle loro relazioni per uno sviluppo sostenibile.
La formazione permanente è incorporata nei piani per la cura e l’educazione della prima infanzia, nei curricula delle scuole, dall’istruzione primaria a quella superiore. È parte integrante dell’attività quotidiana di tutte le organizzazioni educative in Espoo.
L’obiettivo è fornire un apprendimento di alta qualità, di implementare valori e atteggiamenti indispensabili alla comprensione e alla realizzazione di un diffuso stile di vita sostenibile. Il progetto di Espoo è sostenuto da una rete a cui collaborano le istituzioni scolastiche, i servizi culturali, i servizi sociali e sanitari, i tecnici dell’ambiente, i servizi del Comune, l’Università di Scienze Applicate, la Metropolia university, l’Università di Helsinki, così come ricercatori, diverse aziende private e associazioni impegnate per la promozione del benessere.
L’impegno riguarda allo stesso modo l’apprendimento non formale e informale, come quello formale. Lo scopo della rete creata a Espoo è quello di sviluppare una strategia per aiutare tutte le persone nella formazione permanente, a vivere in modo sostenibile nel presente e in futuro.
Il progetto è, dunque, pensato e realizzato come strumento di crescita per l’intera città e comunità, non solo per le istituzioni scolastiche e culturali, andando oltre gli ambienti tradizionali dell’apprendimento e i modi di pensare il ruolo e i compiti dell’apprendimento stesso.
L’apprendimento è creativo in una città creativa. Tutta la città è ambiente di apprendimento, perché esso si realizza attraverso le opportunità offerte nei campi più disparati, perché il successo della coesione sociale ha il suo fondamento principale nei processi di apprendimento, perché la preoccupazione è quella di essere una città al servizio dell’apprendimento per l’intero arco di vita dei suoi abitanti.
L’apprendimento avviene ovunque e in tutti i luoghi della vita quotidiana, a scuola, al lavoro, in famiglia, nel tempo libero e nella vita comunitaria.

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La Casa della Libertà

Presumo di sapere a cosa state pensando, ma vi sbagliate. Berlusconi e la sua Casa delle Libertà, non c’entrano nulla. Ma quando si dice che il mondo è piccolo! Guarda questi dove sono andati a pescare l’idea.
‘Freedom House’ è una organizzazione non governativa internazionale, fondata a Washington nel 1941, con lo scopo di condurre attività di ricerca e di sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche, e diritti umani. Ogni anno pubblica un rapporto relativo al grado di libertà democratiche percepito dai cittadini di ogni Paese. Per il 2014 l’Italia occupa il 64° posto nella classifica internazionale della libertà di informazione, perché Freedom House giudica l’Italia un Paese semi-libero.
Allora cerchiamo di capire questa “Casa della Libertà” d’oltreoceano cosa intenda per ‘libertà’ e ‘democrazia’. A leggere i testi, consultabili nel sito [vedi], non c’è ombra di dubbio. La definizione di democrazia si focalizza sulle forme di governo rappresentativo, come opposto ad altre forme che enfatizzano la demagogia e la partecipazione diretta delle masse, definita con il termine inglese ‘mobocracy’, che non ha il suo corrispettivo in italiano, se non in ‘oclocrazia’, dal greco, appunto, governo delle masse.
La democrazia come mobocracy fu un’idea largamente diffusa negli Stati Uniti d’America con l’edizione del 1798 dello “Spelling Book” di Noah Webster, che conteneva il “Catechismo Federale” e, in particolare, le possibili deformazioni della democrazia, che i lettori erano invitati a memorizzare.
Per farla breve, tutti i movimenti e le organizzazioni politiche che in qualche modo cavalcano l’idea della demagogia e del governo diretto delle masse, non rientrerebbero nella definizione né di libertà né di democrazia per i fondatori della Freedom House.
Si fa presto a dire democrazia e libertà, più difficile è comprendere l’implicazione che la democrazia rappresentativa ha per la vita, non di un paese in generale, ma per le singole persone.
Da questo punto di vista è interessante dare un’occhiata agli studi condotti da Ronald Inglehart dell’Istituto di ricerche Sociali dell’Università del Michigan e da Hans Dieter Klingemann del Centro di Ricerche Sociali di Berlino.
I due ricercatori hanno usato la definizione di democrazia, fornita dalla Casa delle Libertà, per determinare la relazione tra democrazia e benessere come percepito individualmente. E i risultati sono davvero sorprendenti. Dai loro studi transnazionali emerge la mancanza di relazione tra democrazia e felicità personale, tanto che ad esprimere il maggior grado di soddisfazione personale sono oggi i cittadini di paesi con governi autoritari come la Cina e Singapore. Per cui, relativamente al benessere individuale, il livello di democrazia di una società sarebbe marginale, se non insignificante. Il problema non è che democrazia e benessere non siano strettamente collegati, ma che piuttosto non sta in piedi l’interpretazione secondo la quale la democrazia determina il benessere e la felicità dei cittadini. Altri fattori giocano un ruolo ben più rilevante, a partire dal livello di sviluppo economico di un paese.
Ce n’è quanto basta per riflettere sulle vicende di casa nostra, in particolare su come l’acuirsi della crisi economica metta sempre più a repentaglio la pratica della democrazia così come definita dalla Casa della Libertà, per dar sfogo a spinte verso quella mobocracy che sarebbe il suicidio della democrazia stessa.
Poiché la democrazia è collegata allo sviluppo economico, il quale contribuisce alla felicità, può accadere che ad essere più felici siano proprio i cittadini di stati a regimi autoritari, ma con un sostenuto sviluppo economico, come è dimostrato dal caso della Cina e di Singapore.
Le istituzioni democratiche, dunque, non necessariamente rendono le persone più felici, da questo punto di vista non mancano esempi convincenti da parte della storia. È sufficiente pensare alla Germania di Weimar, o alla Russia all’indomani delle libere elezioni del 1991, dove il benessere delle singole persone non è cresciuto rispetto a prima.
Anche Ruut Veenhoven, sociologo, docente alla Università Erasmus di Rotterdam, fondatore del ‘World database of happiness’, usando la definizione di libertà politiche offerta dalla Casa della Libertà, è giunto alle stesse conclusioni dei ricercatori precedentemente citati. Tuttavia, se la libertà non sempre contribuisce alla felicità, da questa non si può prescindere.
La definizione di libertà di Veenhoven include l’economia, la politica e le libertà personali, la libertà di impresa, tasse basse, e la circolazione dei capitali. La lista delle libertà personali enumera le pratiche religiose, la libertà di viaggiare, di matrimonio e sessuale.
C’è un interrogativo inquietante che emerge da tutto questo. Ed è il peso che il benessere economico, la civiltà dei beni di consumo hanno assunto nella vita delle persone, tanto che saremmo disposti a rinunciare a parte delle nostre libertà politiche pur di possedere.
La mente mi corre a quella economia, materia di studio che il governo Renzi, con il progetto della Buona scuola, intende implementare nel curricoli di studio del nostro sistema scolastico.
Di fronte alle politiche di austerità che oggi ci vengono imposte, il tema vero, se non vogliamo mettere a repentaglio le fondamenta della Casa della Libertà che abitiamo, è indagare la relazione tra organizzazione economica, libertà e istituzioni democratiche. Ci sono altri modi possibili di pensare l’economica per accrescere la felicità umana, che non mettano a repentaglio le libertà personali, il diritto di voto e i principi della democrazia rappresentativa?
Le scuole dovrebbero affrontare, a partire dalla loro organizzazione, la più democratica possibile, l’insegnamento di come le istituzioni politiche possono contribuire alla crescita della felicità umana.
Sono tempi questi nei quali, se non si riflette attentamente su tutto ciò e non si attrezzano i giovani ad affrontare il futuro, ne può andare a rischio il loro domani, oltre al nostro.

LA RICORRENZA
Uscire dal silenzio per rompere la catena della violenza

Non ricordo che mese fosse, forse novembre, proprio come oggi. Comunque faceva freddo. Avevo vent’anni ed era finito il mio primo grande amore. In un momento di romantico struggimento ero andata a fare una passeggiata fuori stagione al Lido di Spina, là dove tante volte ero andata con lui.
Dopo un po’ che camminavo da sola sulla spiaggia, ho notato che poco più in là c’era un uomo che mi seguiva. Mi sono fermata per guardarlo perché mi stava dicendo qualcosa. Quando sono riuscita a capire che quel che mi stava urlando erano minacce e oscenità, si è abbassato i pantaloni. Non c’era nessuno attorno e io ho iniziato a correre per tornare all’auto. Quando l’ho raggiunta, ho fatto una brutta scoperta. Mi avevano tagliato due gomme. Nel frattempo l’uomo era arrivato, e assieme a lui ce n’erano altri due. Ho ricominciato a correre e ho raggiunto il primo stabilimento balneare, dove c’era il proprietario che stava facendo dei lavori. Gli ho chiesto aiuto. Mi ha fatta entrare, ed è uscito facendo scappare i tre. Poi mi ha aiutato a cambiare le ruote.
Ho percorso la superstrada fino a Ferrara piangendo, di rabbia e di paura per quel che mi era successo e per quel che sarebbe potuto succedermi.
Sono andata subito a esporre denuncia alle forze dell’ordine. Mi sono state chieste alcune cose e poi alla fine una domanda: ma lei cosa ci faceva in spiaggia da sola?
Ci sono storie ben più tragiche della mia, purtroppo. Se racconto pubblicamente questo aneddoto del mio passato, è per i seguenti motivi.

Le violenze subite, di qualunque genere, vanno condivise, sempre. E denunciate. Potrebbero salvare noi, ma anche altre donne. Parlarne fa bene, libera da un peso, fa sentire meno sole. E permette di trovare persone in grado di aiutarci. Va scardinato il retaggio del “te la sei cercata”.
Ogni donna dovrebbe poter camminare sola su una spiaggia fuori stagione, o dovunque abbia voglia o bisogno di andare, senza essere importunata e senza che nessuno le chieda perché lo fa. Deve essere libera di farlo e basta.
Sono passati tanti anni da quell’episodio e oggi la sensibilità e la preparazione al tema all’interno delle forze dell’ordine sono aumentate. Sono stati creati reparti speciali, e azioni mirate per tutelare le donne. Ma i casi di violenza sono tanti, e a volte si rischia di non dare loro la necessaria attenzione, come è accaduto lo scorso anno, in provincia di Siracusa, ad Antonella Russo, che aveva denunciato il marito per stalking, ed una settimana dopo lui le ha sparato, uccidendola. Poi si è suicidato. Una delle figlie, Desirée, vorrebbe entrare in polizia per difendere tutte le donne che non sono state credute. L’altra figlia, Nancy, ora studia Giurisprudenza a Ferrara perché vuole fare il magistrato. E ha deciso di fare causa allo Stato perché dice che tutto questo si poteva evitare.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ferrara ha deciso celebrarla in anticipo, ieri. Un percorso fatto di scarpette rosse, simbolo della violenza, ha segnalato il cammino che, dallo scalone del municipio, bisognava percorrere per arrivare al mercato coperto, sede dell’incontro pubblico. Un ideale collegamento tra istituzioni e cittadinanza. Perché solo una rete di solidarietà può risolvere il problema. Di seguito il percorso per immagini.
Durante l’incontro è stato mostrato un video realizzato da Area Giovani, dove i capigruppo del Consiglio comunale, gli assessori e il sindaco ci mettono la faccia per dire no alla violenza di genere [vedi].

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Indicazioni del percorso
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Scalone municipale
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Via Garibaldi
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Portici del mercato coperto
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Mercato coperto
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L’incontro
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Le istituzioni
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Le associazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le scarpe rosse

 

 

 

 

 

“In Italia secondo l’Eures, tra le donne c’è una vittima di femminicidio su tre, per questo siamo qui oggi, e nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi dello sport”, ha affermato l’assessore per le pari opportunità Annalisa Felletti.

“Non è sufficiente una trasformazione individuale, ma è necessaria una trasformazione collettiva”, ha detto il sindaco Tiziano Tagliani.

“Quelli che arrivano da noi non sono mostri, sono uomini normali, come quelli che incontri al bar o con cui esci a cena. Noi li aiutiamo a imparare a rispettare sé stessi e di conseguenza le donne che hanno accanto”, ha spiegato Michele Poli del Centro di ascolto uomini maltrattanti.

“L’unica cosa per rompere la catena, è rendere pubblico il fenomeno della violenza, noi siamo un centro pronto ad accogliere ogni richiesta di aiuto che arrivi da una donna”, ha esortato Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia.

In caso di violenza, subita o vista, si può chiedere aiuto e denunciare. Per sé, per le persone che ci stanno attorno, ed anche per quelle che non conosciamo.

Centro Donna Giustizia, via Terranuova n°12/b, Ferrara centro@donnagiustizia.it 0532 247 440 Numero telefonico unico “antiviolenza donna”: 1522. Numero verde contro la tratta: 800 290 290. Il servizio offre informazioni e consulenza a persone che si prostituiscono e alle vittime della tratta , agli operatori pubblici e privati e alla popolazione in generale.

Centro di ascolto uomini maltrattanti, viale Cavour 195 339 892 6550 ferraracam@gmail.com martedì 17 – 19,30 venerdì 10,30 – 13

Polizia di Stato: numero d’emergenza 113, Corso Ercole I d’Este 26, Ferrara 0532 294 311 urp.quest.fe@pecps.poliziadistato.it

Carabinieri: numero d’emergenza 112, via Del Campo 40, Ferrara 0532 6891 stfe522180@carabinieri.it

 

 

 

A misura di fragilità umana

Molti eventi ci mostrano che siamo nel bel mezzo di cambiamenti epocali, per fronteggiare i quali ci servono nuove idee, nuove strutture, nuove istituzioni, un modo nuovo di pensare alla società e un diverso modo di rapportarsi con l’ambiente. Servono nuove istituzioni che portino fuori dalla pericolosa contrapposizione tra Stato e mercato, pubblico e privato; serve un modo di pensare flessibile che sappia riconoscere e confrontarsi con la complessità evitando la chiusura in sfere e settori separati intenti a raggiungere ognuno una propria efficienza che si traduce troppo spesso in spreco collettivo privatizzando i guadagni e socializzando le perdite. Occorre ripensare anche alla qualità degli ambienti di vita in stretta relazione ai bisogni umani che contraddistinguono la condizione sempre presente di fragilità umana.

Uno degli effetti positivi della crisi degli ultimi anni è quello di aver reso quanto mai urgente e necessario un cambiamento da lungo tempo auspicato, ma del quale tuttavia non è ancora chiara la direzione né i possibili effetti sui cittadini. Purtroppo in Italia manca ampiamente la capacità di ragionare per scenari, di immaginare un futuro possibile, di pensare in orizzonti di lungo periodo, di ipotizzare come potrà essere l’ambiente in cui vivremo nei prossimi anni. Il futuro prossimo dipende certo da molte variabili esogene e poco controllabili, ma dipende anche dai sogni e dalla volontà delle persone, dalle azioni finalizzate di organizzazioni ed istituzioni. Senza questa visione e senza strategia, il futuro semplicemente sarà imposto da altri attori e da altre forze alle quali si potrà solo reagire in termini di accettazione, fuga o rifiuto. Questo è particolarmente vero a livello di cittadini, del territorio sul quale vivono le persone ed operano le amministrazioni locali. A questo livello, si possono certo immaginare molti possibili scenari ma, tra questi, in linea più generale, due diversi e contrapposti possono aiutare la riflessione:

Possiamo descrivere il primo scenario (spinto dalla speranza e dalla responsabilità) come caratterizzato dal fiorire dei beni comuni, in cui gli spazi vivibili sono a misura di persona, e dove la proprietà privata (la casa innanzitutto) trova senso e valorizzazione all’interno di un ambiente urbanistico e sociale abilitante. Uno scenario caratterizzato dalla responsabilità dei cittadini, da aspetti comunitari diffusi e da un uso sociale delle tecnologie, dal primato del potenziamento delle capacità delle persone rispetto alla crescita forzosa del Pil, inteso come misura indubitabile del benessere delle comunità;

Sempre sinteticamente, il secondo scenario (spinto dalla paura e dall’avidità) potrebbe al contrario verificarsi in seguito al trionfo del privato e dalla distruzione definitiva dei beni collettivi, dove le persone “che possono” vivono in luoghi privati (abitazioni innanzitutto) completamente blindati e sorvegliati, ma inseriti in “non luoghi” insicuri e degradati, percorsi di transito videosorvegliati ed ipervigilati. Uno scenario che alimenta la paura e l’insicurezza, spingendo sempre più verso la giuridificazione dei rapporti umani e la perdita di libertà sostanziale.

I germi di entrambi gli scenari sono ben visibili a chi osserva le nostre città e i nostri paesi e, purtroppo, sembrano indicare un’inclinazione piuttosto inquietante verso il secondo, come attesta la costante distruzione di territorio (8 mq al secondo, come riporta La Stampa), la richiesta di maggiore video-controllo da parte dei cittadini, la cementificazione sistematica e l’inesorabile aumento del traffico privato, la produzione e gestione della paura da parte dei media e del mondo della politica. Per fortuna lo scopo della “scenarizzazione” è, anche, quello di aiutare a prendere decisioni strategiche che spostino il sistema verso uno stato piuttosto che un altro. Se pensiamo di collocarci, per puro esperimento mentale, in uno degli scenari, non possiamo prescindere dal fatto che tutti siamo (siamo stati o saremo) in stato di fragilità e bisognosi di cura: lo siamo stati per definizione quando eravamo bambini; lo siamo quando cadiamo ammalati o quando ci troviamo in stato di disabilità, anche temporanea; lo diventeremo, molto probabilmente, da anziani. Alcuni, i meno fortunati, lo sono per tutto il ciclo di vita, ma il rischio connesso alla fragilità incombe sempre su tutti ed in ogni momento. Basta un incidente, una malattia, una disgrazia, un tracollo finanziario.

Il modo in cui finora si è pensato di affrontare questi problemi di fragilità nel nostro sistema di welfare, ha coinciso con la creazione di servizi sempre più specializzati e specialistici che richiedono una precisa identificazione dei target e si basano, da un lato, sulle competenze di categorie di esperti e, dall’altro, sono orientati all’individuazione di sempre nuovi bisogni necessari a giustificare la loro stessa esistenza.

Come conseguenza di ciò, si è assistito negli ultimi decenni ad un aumento complessivo dei livelli di patologizzazione e ad un sostenuto incremento dei costi che appaiono oggi insostenibili. Anche l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ha messo in risalto l’esigenza di modificare questo paradigma di riferimento, spostando l’attenzione da un modello di tipo medico (centrato sul problema personale, la cura medica, il trattamento individuale) ad uno di tipo sociale (centrato sul problema sociale, l’integrazione e l’inclusione, la responsabilità individuale e collettiva). Ragionare in termini di fragilità significa adottare un pensiero strategico che ponga l’accento sulle capacità e sul sistema anziché sulle carenze e sul singolo soggetto. Su questo riferimento generale si basa anche il noto modello Icf (International classification of functioning), ancora interpretato da molti come mero sistema di classificazione delle disabilità, è in realtà una strategia per costruire mondi a misura di fragilità umane ovvero ambienti a misura di bambini, di anziani e di disabili. Si badi: ambienti e non semplicemente servizi.

Come potrebbe essere strutturato un simile ambiente? Che caratteristiche dovrebbe avere partendo dal presupposto che ogni comunità ha la possibilità, per così dire, di crearselo su misura?

•Dovrebbe essere innanzitutto uno spazio sicuro, dove i soggetti in stato di fragilità possono muoversi con agio e sicurezza;
•dovrebbe essere un luogo di socialità intergenerazionale e interculturale che aiuti a rompere le separazioni tra gruppi sociali;
•dovrebbe essere un luogo comunitario ed aggregante dove le persone possono vedere facilitata la possibilità di collaborazione e di aiuto, che renda più facile la soluzione di possibili conflitti;
•dovrebbe essere uno spazio che funziona come una piattaforma abilitante, adatta a far emergere o a costruire le capacità delle persone piuttosto che un luogo specializzato (ed invivibile) di consumo o di produzione separato dal contesto.

Un territorio a misura di fragilità umane è innanzitutto un ambiente accogliente per tutte le persone, un bel posto dove vivere; esso presuppone probabilmente una mobilità pedonale e ciclistica, buon trasporto pubblico, bellezza ed estetica, presenza delle infrastrutture essenziali alla socialità e al comportamento civile. Presuppone, in altre parole, una pianificazione urbanistica (partecipata, che parta dal basso) a livello di sistema, la centralità dei beni comuni e il ridimensionamento di modelli di sviluppo basati esclusivamente sulla speculazione edilizia, sul dominio assoluto del mercato immobiliare, su tv e auto privata, sul consumo forzoso, sulla fretta e sulla presunta carenza di spazi, sulla manipolazione sistematica dei bisogni.

Che vantaggi comporta l’agire in un contesto ambientale e sociale a misura di fragilità umane? In un ambiente che, per essere a misura di bambini, disabili e anziani, è – a fortiori – a misura umana? Esso favorisce l’aumento e il rafforzamento delle reti fiduciarie, supporta e sostiene lo sviluppo di capitale sociale, contribuisce a rafforzare le istituzioni sociali che dovrebbero tutelare e potenziare i beni collettivi, contribuisce a costruire comunità e ne rafforza la resilienza, ha robuste implicazioni per la crescita sostenibile. Si tratta di un ambiente che motiva le persone ad attuare quei cambiamenti che sono indispensabili in una società responsabile ed umana, la cornice indispensabile per diminuire l’ormai non più sostenibile costo associato alle vecchie modalità di erogazione di servizi.

Modificare la struttura dell’ambiente di vita nella direzione delle fragilità umane è un passo imprescindibile (certamente non l’unico) per costruire nuove capacità e generare nelle persone che ci vivono la motivazione indispensabile per mettere a punto ed usare sistemi premianti per i comportamenti virtuosi. E’ tuttavia un passo che richiede molta consapevolezza da parte delle amministrazioni, grande coraggio e visione da parte della politica, molto senso strategico da parte di quei settori istituzionali (come ad esempio i servizi sociali e sanitari) da sempre più vicini al tema della fragilità umana e del bisogno.

Difficile forse, ma che cosa è in fondo la democrazia se non la capacità di esprimere uno stato che sia in grado di assegnare diritti alle istituzioni dei beni comuni e non solo ai mercati, alle lobby più potenti e alle imprese multinazionali private? Che sia in grado di garantire la giustizia senza causare necessariamente la giuridificazione forzosa dei rapporti sociali?

Si può fare! Passaparola

 

Dal blog di Bruno Vigilio Turra valut-azione.net

Insegna a Oxford ma parla ferrarese l’uomo che spiega la mafia al mondo. “Uno shock per me la morte di Aldrovandi”

Conoscendolo, uno magari si immaginerebbe di vedere sulle pareti del suo studio di Oxford – dove è ‘professor’ (ordinario, si direbbe da noi) di Criminologia – la foto di Montale con l’upupa o il ritratto del suo adorato Italo Calvino. Perché Federico Varese [vai al suo sito] è sì sociologo ed esperto dei fenomeni mafiosi fra i più apprezzati a livello internazionale; ma prima di tutto è uomo di raffinata cultura e vasto retroterra letterario. Invece, al momento in cui la sua immagine appare nel collegamento Skype, ecco delinearsi la locandina di un grande classico di Sergio Leone, “Per un pugno di dollari”, forse a sdrammatizzare proprio il fardello del sapere accademico o per alludere con ironia ai temi dei suoi attuali studi. “E’ un bel film”, chiosa con semplicità. Di fronte a sé, invisibile all’intervistatore remoto, confida di avere collocato un’altra locandina, quella del più maturo ed evocativo “Gli spietati”, di cui Clint Eastwood oltre che protagonista è anche regista.

E’ una bella storia quella di Federico Varese, partito da Ferrara ancora adolescente, proiettato dai banchi del liceo Ariosto, avamposto in Italia della sperimentazione didattica, al Canada sulle ali di una borsa di studio. E poi da là a Cambridge per il perfezionamento (dopo la formazione universitaria bolognese) e quindi negli Stati Uniti per le sue prime docenze. Varese non nasce mafiologo. “All’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo del Muro, mi pareva che tutti noi stessimo osservando una trasformazione epocale, la fine del comunismo e la transizione caotica e confusa verso qualcosa che ci raccontavano essere l’economia di mercato e la democratizzazione nell’ex Unione Sovietica. Io avevo sempre avvertito l’interesse e il fascino di quel mondo e volevo capire come sarebbe cambiato”. Cosi’ Varese ha scoperto che, anziché democrazia, diritti e mercati ben regolati, nell’ex Urss si stava sedimentando un grumo di interessi politici finanziari e mafiosi capace di sottrarre ai cittadini le risorse naturali e i gioielli dell’industria sovietica. “La mia aspirazione è stata sempre quello di fare lo scrittore. Ad un certo punto ho però deciso che volevo raccontare il mondo attraverso gli strumenti della sociologia, della storia e della politologia, piuttosto che con la poesia e il romanzo. In questa scelta devo molto a Goffredo Fofi, uno degli intellettuali che stimo di più”. La sua narrazione trova espressione non solo attraverso i libri, ma anche sulle pagine di riviste come Lo Straniero e di quotidiani come La Stampa, con cui Varese collabora regolarmente già da qualche anno.

Le convinzioni maturate ed espresse nel suo primo volume (The russian Mafia del 2001, un successo immediato e tradotto in diverse lingue) lo portano a confutare la concezione classica del fenomeno mafioso. “La spiegazione di tipo culturalista a mio avviso è errata. La mafia e’ un fenomeno economico e la cosidetta ‘omertà’ è frutto della paura. D’altronde se il fondamento di questo fenomeno fosse culturale non si spiegherebbe perché in certe zone del sud la mafia non è presente mentre lo è in aree del nord dove ci sono alti livelli di fiducia e di ‘capitale sociale’. La mafia è attratta dal denaro mentre non attecchisce dove ci sono povertà e sottosviluppo. Vi e’ quindi un legame stretto tra criminalita’ organizzata ed economia di mercato”.

Secondo Varese quello che rende un territorio più o meno vulnerabile al racket mafioso è, innazitutto, la struttura dei mercati locali. Più tali mercati sono orientati all’esterno, all’export, meno l’imprenditore può beneficiare dei servizi della mafia “perché il suo competitore è lontano, non ce l’ha sotto casa, quindi non ci sono azioni di intimidazione da svolgere. Ma quando il mercato è locale, ecco allora che la mafia trova terreno fertile: può intimidire i concorrenti a favore di coloro che pagano il pizzo e sono collusi”. In questi casi tocca alle istituzioni assicurarsi che la concorrenza avvenga in maniera trasparente ed equa. “Quando lo Stato lascia fare e adotta la tesi erronea che i mercati si autoregolano, allora la situazione diventa pericolosa”.

Anche di questo Varese ha parlato la scorsa settimana dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, convocato per un’udienza conoscitiva, nell’imminenza del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. Proprio il tema della legalità caratterizzerà infatti l’azione del nostro governo in Europa. “Ho spiegato che in Europa mafia, camorra e ’ndrangheta fanno cose differenti da quelle che fanno in Italia. Operano in maniera diversa perché faticano a riprodurre le medesime condizioni di controllo del territorio tipiche di certe zone del Sud e del Nord Italia. In Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio i mafiosi vanno per comprare droga e nascondersi; in Inghilterra e all’Est fanno riciclaggio del denaro e vendita di beni contraffatti, mentre in Germania, Francia e Austria sono dedite anche a traffico d’armi, frodi e usura. Questi dati sono contenuti in uno studio fatto proprio dal mio gruppo di ricerca ad Oxford”.

Oltre all’analisi del fenomeno, i parlamentari hanno chiesto a Varese anche cosa si possa fare per ridurre il potere delle organizzazioni in Europa. “Bisogna contrastare i flussi finanziari che ne consentono la sopravvivenza. I soldi arrivano dall’Italia e in qualche modo passano di mano in mano. Sopratutto bisogna riconquistare alla democrazia i territori attualmente controllati dalla mafia in Italia. Si puo’ anche cercare di spingere altri Paesi ad adottare il reato di associazione mafiosa (oltre all’Italia, oggi c’e’ in Belgio, Lussemburgo, Austria, Romania e Grecia). Ma vi sono fortissime resistenze ad introdurre questa fattispecie, sopratutto nel Regno Unito e nei Paesi scandinavi. A mio parere quindi sarebbe meglio se l’Italia si concentrasse sugli strumenti che gia’ esistono, come il mandato di cattura europeo, e facesse di tutto perché vengano applicati”.

Compatibilmente con i tanti impegni, Federico Varese torna spesso in città. Ci sarà anche venerdì 18 aprile, per ricordare Enrico Berlinguer a trent’anni dalla morte nell’incontro organizzato in biblioteca Ariostea dall’istituto Gramsci. “Il miglior modo per amare Ferrara è non viverci, ci diceva spesso Giorgio Bassani. Forse è per questo che io ne sono tanto innamorato”, afferma sorridendo. “Seguo le sue vicissitudini politiche. Ma quel che più mi ha impressionato in questi anni è stato l’omicidio di Federico Aldrovandi: è stato uno shock, ingenuamente mai avrei immaginato che una cosa del genere potesse accadere a Ferrara. E’ un fatto terribile, che mina il patto che dovrebbe esistere tra cittadini e istituzioni: coloro che ti tutelano si rivelano i tuoi peggiori nemici. E, quel che è peggio, qui si è aggiunta la menzogna istituzionale. Per fortuna il sindaco dell’epoca, Sateriale, con associazioni culturali come l’Arci, gruppi spontanei e naturalmente la famiglia si sono mobilitati subito per cercare la verità. E’ stata una lotta di civiltà che ho molto ammirato. Ho anche apprezzato l’attuale sindaco Tagliani quando scese in piazza ad apostrofare un gruppetto di sostenitori dei colpevoli. Spero che lo strappo si stia ricucendo. Ma bisogna fare molta attenzione, perché quando viene meno il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, mafie e criminalità comune ne approfittano”.

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