Tag: forza

Siamo tutti la fenice

La fenice è un uccello mitologico presente in moltissime culture: dall’Egitto all’Asia, dalla Grecia al Medio Oriente, dall’India alla Russia. È divenuta anche simbolo cristiano, e la sua narrazione è talmente potente per l’uomo che ancora oggi è ampiamente usata nella cultura popolare e nel folclore. Le storie riguardo ad essa sono molto variegate, ma in genere si tratta di un animale che, dopo una longeva vita, viene bruciata mentre si trova nel suo nido; dalle fiamme, o dalle sue ceneri, si rigenera e comincia una nuova vita.
La sua morte e resurrezione simboleggiano anche tutte le piccole morti e resurrezioni che possono accadere nell’arco della vita di ciascuno. In un certo senso, è anche simbolo della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi. È il saper reagire e rialzarsi più forti di prima, adattandoci ai cambiamenti.
Il 2020 ha messo alla prova tutti, ci ha segnato intimamente. Per certi versi è stato veramente un annus horribilis. Lo abbiamo salutato volentieri, ma non dobbiamo fermarci al semplice e puro lamento, capace solo di appesantire ulteriormente l’aria. In fondo, il 2021 è solo il prosieguo del 2020, ma se cerchiamo di rinascere allora può essere davvero un anno “nuovo”. Sappiamo che non sarà tutto facile e che incontreremo di nuovo le nostre fragilità, ma non importa quante volte siamo caduti, ma quante volte ci saremo rialzati.
Allora ecco qualche atteggiamento utile per essere resilienti in questo nuovo anno:
mantenere il sorriso, accettare il cambiamento, non aver paura di prendere decisioni, saper chiedere aiuto, ascoltare se stessi, accettare se stessi, guardare il lato positivo delle cose, aprire il cuore agli altri, non stancarsi mai di imparare.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Forza madre

Fare il saldo di un rapporto e svelare con la lucidità di un attimo tutto il sommerso. Un lettore e una giovane lettrice parlano di “forza madre”, razionalità e disincanto.

MASCHERE E RIGHELLI

Cara Riccarda,
le maschere sono l’ordinario e cadono solo per eventi traumatici che, se considerati opportunità, permettono di cambiare atteggiamento. La riga ho potuto tracciarla solo quando è intervenuto un breve momento di disillusione. Mentre siamo accecati piacevolmente dall’amore, non siamo in grado di tirare righe. Spesso sono i comportamenti dell’altro che ci danno occasione di riflettere più lucidamente e fare di conto, con la razionalità che i conti richiedono.
Paolo

Caro Paolo,
poi magari capita anche che il saldo sia positivo. Ma il solo fatto di mettersi lì e allineare tutto, richiede la lucidità di accostare l’illusione alla disillusione, la parte gradita a quella meno. A me è successo di scavare solchi, un tratto di riga non sarebbe bastato.
Riccarda

DICIASSETTE ANNI E NON SENTIRLI

Ciao Riccarda,
quanto ho letto rispecchia il mio punto di vista sul termine donna. Mi interesso particolarmente di svariate tematiche perché nel mio piccolo sono attivista di tante campagne di sensibilizzazione anche solo attraverso i social. Scopro molto diffuso il fattore “inizialmente la donna perdona e successivamente dice addio per sempre”. Noi donne, anche forse spesso abituate dalla società maschilista in cui viviamo, ne facciamo passare tante alle persone. Personalmente io desidero avere molto rispetto ed è difficile che perdoni un grosso errore, però riscopro in molte mie coetanee il perdono anche di gravi maltrattamenti psicologici e in alcuni casi fisici da parte dei fidanzati. Inizialmente pensano tutte “non posso vivere senza di lui” senza rendersi conto della loro forza madre, fiera di indipendenza che potrebbe smuovere interi paesi. Tutto questo è perché si sottovalutano e vengono sottovalutate, non si pensano abbastanza per combattere la mancanza e ricominciare da zero anche lavorando sulla propria personalità. In un secondo momento, in una fase che arriva tardi, si rendono conto e capiscono che alla fine potevano farcela benissimo, e che dovevano solo trovare il coraggio di abbandonare la loro sottomessa monotonia per iniziare una nuova avventura su un percorso personale.
Giulia, 17 anni

Cara Giulia,
hai diciassette anni e già padrona di consapevolezze che spesso donne mature nemmeno raggiungono. Complimenti, usala quella ‘forza madre’ di cui parli e sicuramente possiedi, ti sarà genitrice di molto, non essere tirchia con lei e ti ripagherà con abbondanza.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Muscoli o cervello

C’è chi allena il fisico, chi la mente, chi fa entrambe le cose.
Chi ha muscoli non ha cervello e chi ha cervello non ha muscoli?
A questa domanda, Seneca avrebbe risposto in maniera affermativa. Egli riteneva che venisse dedicato sempre meno tempo all’erudizione e allo sviluppo della propria intelligenza. Il tempo utilizzato per ottenere un corpo statuario, veniva così tolto alle scienze e alla diffusione del sapere.
Chissà se alcuni personaggi dei cartoni animati, citandone solo uno, l’aitante e muscoloso Gaston de “La bella e la bestia”, si sono ispirati a questa credenza del filosofo.
E nella società di oggi? A ognuno la sua opinione…

“Penso tra me e me quanti sono gli uomini che esercitano il corpo e quanto pochi quelli che esercitano la mente; quanta gente accorre a un passatempo inconsistente e vano, e che deserto intorno alle scienze; che animo debole hanno quegli atleti di cui ammiriamo i muscoli e le spalle”
Seneca

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

La forza dei singoli

Indipendentemente dalle questioni e dalle circostanze, bisogna ricordare che le nostre opinioni hanno un valore.
I singoli voti hanno un peso specifico ben distinto, le singole credenze portano al generarsi di correnti, che condividono principi fondanti.
Viviamo in una realtà in cui, dopo tante lotte, possiamo esprimerci e lasciare il segno: questo diritto dobbiamo esercitarlo appieno. Non rinunciarvi mai.

“Non pensate che il vostro singolo voto conti poco. La pioggia che rinfresca l’arida terra è fatta di singole gocce”
Kate Sheppard

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Violenza: la forza dei deboli

di Federica Mammina

Il 25 novembre scorso è stata la giornata nazionale contro la violenza sulle donne e dovunque sono state organizzate iniziative volte alla sensibilizzazione delle persone contro questo fenomeno dilagante. Perché violenza non è solo uccidere, ma è qualsiasi atto che provochi un danno o una sofferenza, anche psicologica. Violenza è qualsiasi atto che la donna è costretta a subire, che non è frutto di una libera scelta, anche il più piccolo.
E allora educhiamo i giovani, perché crescano con la consapevolezza che amore è libertà. Informiamo le donne, perché sappiano che ricevere aiuto è un loro diritto e coinvolgiamole perché siano solidali tra loro. Ma soprattutto rivolgiamoci agli uomini, quelli che le donne le amano, perché siano proprio loro in prima linea in questa lotta.
Siamo donne, tutte diverse, tutte uniche, ma in fondo tutte uguali: quando amiamo lo facciamo senza riserve, con tutto il cuore. Ma a chi regalare il nostro cuore lo decidiamo noi, e con la forza non lo otterrete mai.

“La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla.”
Benedetto Croce

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Samurai, nostalgia dei cavalieri perduti

Esistono oggi, nella nostra contemporaneità, i samurai?
I samurai sono uomini di rispetto e di onore e il loro nome significa “colui che serve”. Le loro origini risalgono forse al 600 d.C. Probabilmente scintoismo e confucianesimo sono alla base della loro ideologia. Ciò che li distingue è il carattere Kami, composto da Ka (nascosto) e Mi (visibile): quindi Kami è tutto l’universo. Questo però ci aiuta poco a capire. Bisognerebbe studiare tutta la storia del Giappone. Nè ci aiuta il periodo Kamacura o Yorimoto, che portò i samurai al potere nel 1200. Più vicino a noi (1500) ci fu lo Shogunato, ma anche questo è troppo lontano. Più interessanti, invece, i codici dei samurai e lo zen, che ha insegnato a utilizzare non solo la mente, ma tutto l’essere. Tutto in base a principi etici. Gli ideali di lealtà e sacrifici personali sono diventati così l’elemento distintivo dei samurai e modelli ideali per tutta la società.
Un vecchio samurai ha scritto: “tutto è possibile quando sei deciso, sii rispettoso e gentile ma mai indeciso e timido, la vita di un uomo finisce ma il suo nome rimane, cercare informazioni quando sei informato è cortesia, cercare informazioni quando non sei informato è saggezza”. Hanno diffuso le tecniche della meditazione e ci hanno insegnato, da guerrieri, che la forza fisica non ha nessun valore se non viene affiancata dalla forza psichica dell’individuo. Purtroppo, anche il seppuku (suicidio con hara-kiri) era la dimostrazione del loro grande coraggio. Mi ha sempre affascinato come loro stessi abbiano deciso di auto estinguersi. Un grande errore di valutazione, per me.
Con il 1850 nasce la storia contemporanea e finisce l’era dei samurai. Nel 1876 aboliscono la spada, il loro simbolo più caro. La storia l’ho letta nel libro “I Samurai” di Alida Alabiso. Nel 1890 l’imperatore Meijii scriveva: “aumentate il bene pubblico e promuovete la prosperità e il benessere di tutti; abbiate sempre in onore la costituzione e offrite coraggiosamente la vostra vita per il bene della patria”. Un bel messaggio. I nuovi samurai non esistono più, eppure talvolta ne sentiamo la loro mancanza. Forse anche per questa massima: “Per tutto il tempo della sua vita il samurai non deve mai permettersi di allontanarsi da coloro verso i quali è spiritualmente debitore”.
Tratto da “Hagakure. Il codice segreto dei samurai” di Yamamoto Tsunetomo (1659-1719), Einaudi.
Ci sono due disposizioni, una interiore e una esteriore, dopo aver affilato la lama, si rimette la spada nel fodero.
Un samurai usa lo spazzolino da denti anche se non mangia.
Il pesce non vive nell’acqua pulita.
Più aumenta l’acqua e più sale la barca.
I fiori spuntano sempre e continuano a fiorire anche quando il mondo non va bene.
Il mondo non è altro che un sogno. Dunque è assurdo dormire all’inizio e affaticarsi alla fine della vita.
Bisogna saper distinguere la forma della ragione da quella dell’errore. La ragione ha la forma di un angolo, sta seduta e non si muove. L’errore ha la forma rotonda e non sta mai fermo, rotolando sempre.

Senza freni

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Hermann Hesse

Alcuni pensano che tenere duro renda forti, ma a volte è lasciarsi andare che lo fa. (Hermann Hesse)

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LA NOTA
La forza della vita

Subito non l’avevo proprio notata. Poi mi è parso di scorgere qualcosa. Allora mi sono avvicinato, ho osservato meglio: e ho strabuzzato gli occhi. Era nata proprio lì, dove nessuno poteva immaginare: nel basamento di metallo di un posacenere abbandonato in terrazzo. Una graziosa, esile piantina. Poco più di un germoglio incastonato nel freddo metallo. È stata una sorpresa autentica, una meraviglia ancor più grande di quella che si rinnova ogni volta che si vedono fili d’erba o un fiore spuntare dal cemento. Quella piantina, nata fra il metallo, fragile e caparbia testimoniava la potenza dell’essere, la volontà assoluta di esistere: contro ogni logica, contro ogni aspettativa, contro ogni ragione.
Mi ha intenerito, quasi commosso. La forza della vita, più grande d’ogni cosa.

inverno-medioevo-russo

Un inverno nel Medioevo russo

da MOSCA – Inizialmente pensavo di parlarvi di alcuni testi che rappresentano una sorta di disobbedienza naturalista, un percorso dell’energia, dall’energia, con l’energia, attraverso e verso l’energia, ossia di raccontarvi del Piccolo trattato sull’immensità del mondo, Elogio dell’energia vagabonda di Sylvain Tesson o del suo più recente Nelle foreste siberiane.

Questo perché lui, che ha percorso il mondo a piedi, a cavallo, in bicicletta, in canoa e ha camminato e cavalcato nelle steppe di Asia Centrale o Tibet, conosce e ama la Russia da sempre.

Questo perché Tesson ci regala e insegna un nuovo nomadismo, un vagabondaggio gioioso, leggiadro e libero, rivolgendosi a tutti quelli che almeno una volta nella propria vita hanno sentito la necessità di evadere dalla città, dal suo caos e dall’asfalto, lontano da ogni tipo di modernità.

Questo perché lui ha cercato l’ispirazione, prima dei fatidici 40 anni, nella foresta siberiana, sul lago Bajkal, meraviglia naturale lunga settecento chilometri e larga ottanta, dove, da eremita, ha vissuto per sei lunghi e rigidi mesi. Un uomo coraggioso rimasto di fronte a spazi smisurati, abbandonati a sé stessi e con sé stessi, dove ci vogliono la forza e il coraggio che solo i solitari possono avere.

Questo perché volevo condividere con voi il senso di libertà di respirare ossigeno libero e puro, di cogliere il ritmo dei passi in armonia con quello del cuore, alla scoperta di un mondo senza limiti da parte di uno spirito senza limiti, lo stesso che potreste aver percepito leggendo Into The Wild.

Questo perché volevo sentire con voi, vivo, il tocco della natura, la bellezza di accarezzarla dolcemente e teneramente con la punta delle agili dita quasi vellutate di rosa, di toccarla dopo una lunga e forzata assenza, lo stesso tepore che si assapora quando si sfiora la persona amata che non si vede da lungo tempo perché distante nello spazio ma non nel tempo e nella mente.

Il nostro scrittore la mattina legge, pensa, fuma, disegna, spacca la legna, spala la neve, scrive. E poi magari si riserva di pattinare sul ghiaccio, di pagaiare in kayak, di provare la sauna (la sua versione slava, la banya), di camminare in mezzo alla candida neve.

Ma poi siamo incappati in Pavel Sapozhnikiv, ventiquattrenne di Mosca, che sta affrontando un’esperienza analoga nelle foreste russe, ma per motivazioni diverse. Anche qui ricorre l’idea di eremita, un giovane che si cimenta nell’ esperimento di vivere 8 mesi dimenticato dal mondo e avvolto solo da neve e freddo, come se fosse nel Medioevo. Nessun contatto con l’esterno, niente elettricità o internet. Solo la sua fattoria, lui e le sue forze fisiche e mentali, un pozzo e gli animali.

Sembrerebbe un reality ma si tratta, invece, del progetto psico-sociologico, concepito da Alexei Ovcharenko dell’agenzia di eventi Ratobor, denominato “Eroe” (vivere intorno all’anno 1100), che vuole mettere a confronto la nuova società con le difficoltà di un tempo, analizzando le differenti reazioni della psicologia umana. Il tutto è iniziato lo scorso settembre e terminerà a fine maggio.
La teoria dietro l’esperimento è quella di “tracciare i cambiamenti sociali e psicologici nelle personalità e di studiare quanto sia importante il supporto degli altri esseri umani”.
Pavel può solo cacciare, allontanarsi da casa per cercare cibo, bagno e fienile rigorosamente esterni. Deve seguire regole strettissime: nutrirsi solo di alimenti pescati, cacciati o raccolti da lui, scaldarsi avvolgendo le gambe in panni spessi, spaccare la legna, mangiare uova (vietati grano, patate e pomodori che allora non c’erano), prelevare l’acqua dal pozzo. L’obiettivo è ripercorrere il quotidiano dei suoi antenati russi che vivevano nel Medioevo in tale area, e comprenderne l’evoluzione, vivendo “da solo, nel passato”.

I luoghi sono stati interamente ricostruiti secondo i libri di storia (con il supporto dell’archeologo Alexander Fetisov, la fattoria è stata costruita usando solo materiali e tecniche che sarebbero stati utilizzati all’epoca) e, in caso di malattia che non lo metta in pericolo di vita, l’eremita deve sbrigarsela da solo come facevano i suoi antenati. Anche gli strumenti sono di quel periodo, basici. Al centro del villaggio vi è un’abitazione con tre stanze: una sorta di sala al centro con un piccolo riscaldamento a legna – focolare, un giaciglio ricoperto di pelli di animali al posto del letto, pesce essiccato e funghi appesi al soffitto, mirtilli rossi e grasso di maiale in un angolo.

Sarà interessante osservare come un uomo può sopravvivere oggi in e alla solitudine. Sommersi e circondati da informazioni e comunicazioni di ogni tipo, è difficile immaginarsi isolati. Arrivare a riuscire a restare da soli potrebbe magari farci avvicinare maggiormente a una reale decrescita felice, dove basta davvero poco, per dirla con Serge Latouche.

Resta il fatto che questo esperimento mi ricorda i libri di Mauro Corona e la sua incredibile Fine del Mondo Storto, dove scompaiono l’energia, il benessere, la modernità; dove non vi sono altri mezzi che le forze fisiche, la manualità e le conoscenze che ciascuno di noi ha della terra, della sua vita, della sopravvivenza che essa sola ci può garantire. Quasi un umile ritorno alla semplicità e alle nostre origini, dove rimarranno solo i più forti, capaci di fronteggiare la natura e la sua grandezza. Confrontandosi da pari. E altrettanto da pari rispettandosi.

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