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Mattarella, Draghi e il Gioco dell’oca dei partiti

 

Quel giorno Luigi Pintor superò se stesso: “Non moriremo democristiani”, così titolava la prima pagina del manifesto il 28 giugno 1983. La DC aveva sostanzialmente perso le elezioni politiche e, per la prima volta dal lontano 1948, la Sinistra (allora esistevano ancora il PCI e il PSI) poteva sperare di andare al governo, scalzando il lunghissimo dominio scudocrociato.
Non andò cosi. A sbriciolare la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista ci pensò una decina di anni dopo Mani Pulite, mentre il PCI aveva già perso nome, simbolo e direzione politica dopo la Caduta del Muro di Berlino.

La fine dei vecchi partiti portò in scena una nuova classe politica. Nuovi partiti e nuovi leader (figli senza passione e senza memoria, quindi peggiori dei padri) che avrebbero dovuto aprire una era diversa ed inedita nella nostra storia repubblicana. Perciò si parlò tanto di “Seconda Repubblica”, e quindi, nei decenni a seguire, di Terza o Quarta Repubblica.
Anche questa volta, non andò così. Siamo rimasti alla Prima Repubblica.

O meglio, alla infinita, mortificante, sgangherata agonia della Prima Repubblica. Intanto, ci sono passati sotto gli occhi (e sulla schiena) molte stagioni. “Gli anni di panna montata” di Bettino Craxi. La discesa in campo del Cavaliere Azzurro e il suo sogno di Stato-Azienda. L’utopia qualunquista di Beppe Grillo. Il bonapartismo di Matteo Renzi. Il populismo pecoreccio di Matteo Salvini. Infine, dopo alcune prove generali, i tecnici hanno sostituito i politici, diventando essi stessi politici. Più politici dei politici. Non è forse un politico Mario Draghi?

Siamo a oggi, o appena a ieri. A quella indegna settimana di accordi mancati, veti incrociati e candidati bruciati. Giorni e notti per cercare inutilmente l’intesa su un nome da votare come Presidente della Repubblica. Ognuno ha mosso le proprie pedine, come in un grande Gioco dell’oca… per ritrovarsi poi, tutti insieme, alla casella numero uno. Mattarella presidente e Draghi a capo del governo.

Tutti (apparentemente) felici e contenti. Ma nessuno ci crede. La crisi dell’Italia dei partiti è ormai conclamata e irreversibile. Non comandano nel governo, nel parlamento, nel Paese. E non comandano nemmeno i loro governatori e i loto deputati. Iscritti, militanti e simpatizzanti si sono ridotti all’osso.
Dietro il paravento del povero Mattarella e lassù, sopra i partiti, governa Draghi e la sua squadra. A lui, l’ha detto chiaramente in conferenza stampa, sarebbe piaciuto tanto fare il Presidente della Repubblica, ma ci proverà di nuovo e con più chances fra un annetto.

Intanto, l’unico vero vincitore del grande gioco dell’oca, complice la pandemia, è proprio Mario Draghi, l’uomo solo al comando. Con lui, desideri e progetti dei partiti politici sono stati decisamente subordinati ai diktat dell’economia e della finanza. Con lui, anche senza un formale presidenzialismo, la Seconda Repubblica è già cominciata. E non è una buona notizia.

DDL Zan e ingerenze vaticane:
riflessioni dietro le quinte

 

Il 17 giugno scorso la Sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana scrive una Nota verbale, che l’inglese mons. Paul Richard Gallagher (praticamente il ministro degli Esteri di papa Francesco), ha consegnato ‘informalmente’ all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani. [Qui]

Il dito è puntato al disegno di legge che porta il nome dell’on. Alessandro Zan del Pd, approvato alla Camera il 4 novembre 2020 e attualmente all’esame del Senato, recante Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.

Il motivo delle due pagine scarse è duplice.

  1. Alcuni contenuti, specie sulla ‘criminalizzazione’ delle condotte discriminatorie per motivi di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere, avrebbero l’effetto – testuale – di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Il motivo del rilievo è che Sacra Scrittura, Tradizione e Magistero, considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica ritenuta non disponibile, perché derivata dalla stessa Rivelazione divina.
  2. In secondo luogo, la Nota cita i commi uno e tre dell’articolo due dell‘Accordo tra Santa Sede e Repubblica italiana di revisione del Concordato del 1929 [Qui], siglato il 18 febbraio 1984 dagli allora presidente del Consiglio dei ministri, Bettino Craxi e segretario di Stato, card. Agostino Casaroli. Commi nei quali si riconosce alla Chiesa cattolica piena libertà di svolgere la propria missione, magistero e ministero, nonché pari libertà ai cattolici (associazioni e organizzazioni) di riunione, pensiero, parola, scritto e ogni altra forma d’espressione.La Segreteria di Stato vaticana conclude auspicando una diversa modulazione del testo normativo.

Fin qui i fatti, su cui è bene fare una prima sosta perché già motivo di un ampio dibattito.

Si può parlare di un fatto senza precedenti, di un passo compiuto senza, o addirittura contro, il consenso del papa, o di ingerenza sullo Stato italiano?
Innanzitutto “non è un caso eccezionale – scrive il direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli (22 giugno) -, tantomeno è la prima volta”. Per quanto, scrive Avvenire (23 giugno), “è un passo diplomatico piuttosto raro”.

Sul punto, però, ci sono anche i dietro le quinte raccontati dai bene informati.

Massimo Franco (Corriere della Sera 21 giugno), scrive che da tempo, fra curia e gerarchia, sarebbero in atto forti pressioni per una presa di posizione netta e dura, rispetto a una linea giudicata di eccessiva timidezza dei vescovi e del suo presidente, card. Gualtiero Bassetti. “Esponenti come l’ex presidente della CEI Camillo Ruini – scrive Franco – hanno dato voce a chi voleva un atteggiamento di netta contrarietà”.

Lo stesso Brunelli allarga l’analisi con altri elementi di preoccupazione: “qualcuno maldestramente pensa di conseguire un qualche obiettivo o interesse nell’innescare uno scontro e non modificare il DDL”. “O qualcuno nel Pd, – conclude Brunelli – partito sempre più in crisi politica, pensa di trovare la propria identità facendo di questa materia una battaglia ideologica, invece di disinnescarla, conseguendo un obiettivo equilibrato; o qualcun altro ha immaginato di utilizzare la partita di uno scontro con la Chiesa per mettere ulteriormente in difficoltà il Pd”.
Se le cose stanno così, si delinea uno scenario – diremmo di stampo statunitense – in cui la polarizzazione degli opposti prevale sullo spazio delle soluzioni: “Lo scontro salirà – avverte Brunelli – e una cosa è certa: ci faremo male un po’ tutti”.

Pare fuori luogo, poi, pensare che la Nota sia stata scritta senza il consenso di papa Francesco o, peggio, che non ne fosse a conoscenza.
Sull’ingerenza, invece, la pensa così Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Nev.it): “Una vera e propria interferenza del Vaticano”.
Secondo Vincenzo Pacillo, ordinario di diritto ecclesiastico e canonico all’Università di Modena e Reggio Emilia (Huffington Post 23 giugno), “è più che un’interferenza, perché perturba il dibattito pubblico e mina il principio della laicità dello Stato”.

Tema sul quale è intervenuto in Senato lo scorso 23 giugno il presidente del Consiglio, Mario Draghi, con parole che andrebbero imparate a memoria: “Laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, è tutela del pluralismo e delle diversità culturali”. Lo ha detto precisando di non voler entrare nel merito della discussione, che è prerogativa del Parlamento.Non sono sembrate solo parole di rispetto istituzionale.

In effetti, c’è stato chi – come la vaticanista Lucetta Scaraffia (QN 23 giugno), o Cesare Mirabelli, costituzionalista e oggi consigliere generale dello Stato della Città del Vaticano (Avvenire 23 giugno) – invece dell’ingerenza ha preferito porre un problema di libertà di pensiero e parola. Principio che non riguarda solo Chiesa e cattolici nel caso specifico.

E qui il problema si complica, a causa di almeno due ordini di considerazioni.
Ammesso che ci sia ancora spazio per una serena discussione (visto lo scenario di scontro che sembra delinearsi), l’obiezione vaticana sul DDL Zan, a quanto pare, non è solo questione di difendere posizioni all’insegna del conservatorismo o, peggio, di un oscurantismo anacronistico.

  1. Il costituzionalista Emanuele Rossi (Il Regno 10/2021) ha sollevato dubbi su alcuni passaggi chiave del testo normativo in discussione. Rispetto all’articolo 604 bis del Codice penale (che punisce reati di discriminazione e violenza per motivi razziali, etnici e religiosi), il DDL Zan allarga le fattispecie criminose a chi istiga o commette atti di discriminazione anche per motivi legati al sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità, oltre a coloro che promuovono, dirigono, partecipano o prestano assistenza a organizzazioni che, analogamente, incitano alla discriminazione o violenza per gli stessi motivi.
    Rispetto al 604 bis, non risulta ampliato il reato di propaganda, ma solo quello di istigazione e qui si porrebbe il problema di rimettere al giudice il compito di definire se un atto sia configurabile come propaganda (non punibile) o istigazione (punibile).
  2. Un secondo dubbio giuridico sarebbe l’aggiunta, per la qualificazione della particolare vulnerabilità della persona offesa, della categoria di odio fondato sulla sfera sessuale. Anche in questo caso il compito di stabilire se si è in presenza di fatti compiuti con intento discriminatorio o con odio, verrebbe affidato al giudice.

Siccome l’articolo 25 della Costituzione dice che le fattispecie di reato devono essere tassative e determinate, se le circostanze in cui si commetta violenza in ambito sessuale sono sufficientemente chiare, così non parrebbe per la fattispecie dell’istigazione.
“Mi pare – commenta l’esperto – che in questo modo si crei una sorta di labirinto nel quale dovrà muoversi il giudice chiamato a risolvere casi concreti: con qualche dubbio sulla tassatività e determinatezza – costituzionalmente necessarie – della fattispecie incriminatoria”.

Con l’aggravante che, visto il clima italico, se anche una denuncia non dovesse approdare a una condanna, “l’effetto mediatico – conclude Rossi – potrà consentire di raggiungere l’obiettivo di condanna sociale”. Tema noto nel dibattito giuridico come: “uso simbolico-espressivo del diritto penale”.

C’è poi un secondo ordine di considerazioni in ambito ecclesiale, da mettere su uno dei piatti di questa complicata bilancia.

Il riferimento è al caso scoppiato lo scorso 15 marzo, con la pubblicazione del Responsum che la Congregazione per la dottrina della fede ha dato a un dubium sulla benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso.

Sorvolando sulle critiche al documento vaticano (come ha fatto l’arcivescovo di Vienna, card. Christoph Schönborn, con il suo “non essere contento” per la risposta negativa partorita dalle Sacre Stanze), il teologo Andrea Grillo (Il Regno 8/2021), ha messo in fila alcuni temi che dentro la Chiesa toccano un nervo scoperto. Fra questi, è sempre meno sostenibile continuare a considerare il tema dell’omosessualità con sole argomentazioni teologiche, prescindendo dalle acquisizioni del mondo scientifico.
In secondo luogo, è ormai forte nel dibattito ecclesiale il bisogno di mettere mano, ad esempio, al numero 2357 del Catechismo (gli atti di omosessualità sono intrinsecamene disordinati e contrari alla legge naturale): la scienza moderna esclude che sia una malattia.

Per tornare alla Nota vaticana, l’affermazione di “una prospettiva antropologica non disponibile” in realtà da tempo è messa in discussione dalla teologia, perché progressivamente ne comprende i condizionamenti storici oltre al fondamento sulla Rivelazione divina.

Come si vede, ci sarebbe molto lavoro da fare sul tema in tutti i fronti, se solo prevalesse la volontà di cercare soluzioni, rispetto all’irrigidimento ideologico delle posizioni, ciascuno in nome della propria verità.

Cover: foto da nexquotidiano.it (licenza Wikimedia Commons)

le locuste della globalizzazione

A FerraraItalia avevamo inizialmente deciso di non parlare di coronavirus, cosa diventata impossibile con il rapido dispiegarsi del contagio; non lo faremo comunque nelle righe seguenti, se non a mo’ di introduzione.

Fin dall’inizio dell’epidemia, la grande presenza cinese nel continente africano non aveva mancato di sollevare preoccupazioni circa la probabile diffusione della malattia in Africa e i possibili contagi che ne sarebbero potuti derivare anche in Italia, per il tramite dei flussi migratori mediterranei. Una preoccupazione anche comprensibile per quanti non conoscono la reale portata della quantità di spostamenti di persone, che, per i più svariati motivi, si muovono sul pianeta. Ad oggi questo non sembra ancora essere successo, preferendo il signor virus viaggiare in business class aerea, anziché affrontare perigliosi tragitti per deserto e per mare.
In Africa però ci sono – oltre a questo e sperando che l’epidemia non dilaghi anche in quelle contrade – ben più gravi problemi: l’ultimo ci rimanda direttamente alla più nota delle piaghe d’Egitto: l’invasione delle locuste. Miliardi di ortotteri che si riproducono vorticosamente e sciamano divorando tutti i raccolti e le piantagioni che trovano sulla loro strada, mettendo alla fame milioni di persone che già vivono in condizioni di grave povertà. Una situazione assolutamente drammatica, per fronteggiare la quale, i paesi africani coinvolti (Kenya, Uganda, Somalia, Etiopia, Sud Sudan, Congo…) hanno chiesto aiuto urgente agli organismi internazionali. Si tratta di un flagello che, sommandosi ad altre fragilità endemiche, non mancherà di avere effetti anche sui flussi migratori regionali e globali.

Un’ invasione di queste proporzioni (che si sta allargando verso la penisola Arabica, l’Iran già in crisi per il coronavirus e l’Oriente) è fortemente associata al cambiamento climatico che, nell’Africa nera, sta facendo danni gravissimi. Desertificazione, siccità e conseguenti carestie (si pensi a quella tragica del Sahel) sono la conseguenza di un processo globale, che da quelle parti è assolutamente concreto, visibile più che altrove e che va considerato nelle sue conseguenze brutali, a prescindere da quali ne siano le cause (riscaldamento globale dovuto ad attività antropiche, cicli naturali o intreccio delle due).
L’invasione di locuste è resa ancor più drammatica da un situazione demografica in forte mutamento: in Africa l’esplosione demografica è decisamente preoccupante e totalmente fuori controllo: il continente aveva 221 milioni di abitanti nel 1950, 408 milioni nel 1975, 767 milioni nel 2000 e oggi ha superato abbondantemente gli 1,3 miliardi di persone.

Effetti del cambiamento climatico e dell’esplosione demografica richiederebbero azioni di mitigazione e controllo, possibili solo attraverso l’implementazione di politiche ambientali ed agricole, sociali e sanitarie, di vasto respiro e di lunga durata, per evitare che ogni problema diventi una disastrosa emergenza che si affronta sempre in ritardo. Azioni che, oggi, solo degli Stati capaci di esercitare una sovranità ambientale, agricola, alimentare (tema questo carissimo a Carlìn Petrini e al movimento Slow Food), una sovranità economica e politica che possa fungere da solida base anche per la cooperazione internazionale, potrebbero garantire.
In Africa – specialmente nell’Africa sub sahariana – vi è però una situazione ben diversa e colpevolmente sottaciuta: Stati deboli, poveri, in balia di forze esterne, incapaci di imporre regole legittime, governati non di rado da elites corrotte e in troppi casi incapaci di prendersi cura della maggioranza dei propri cittadini. In tale situazione diventa perfino impossibile trovare i 140 milioni di dollari stimati dalla FAO, che sarebbero indispensabili per affrontare l’emergenza locuste: una cifra francamente risibile per uno stato (giusto per avere un ordine di confronto si stima che il costo di 1 solo F35 sia di 90 milioni di dollari).
Stati dunque che spesso non sono in grado di garantire sicurezza sanitaria e sociale, che non sanno o non possono trattenere il valore aggiunto generabile dalle loro ricchezze naturali, utilizzarlo per svilupparsi compatibilmente con le loro culture, e redistribuirlo equamente tra le persone. Stati non a caso in balia delle multinazionali e delle potenze straniere, indebitati fino al collo e per ciò stesso ostaggi del FMI e della Banca Mondiale. Stati in costante crisi umanitaria che sembrano mostrare la loro esistenza più attraverso il volto repressivo dei loro eserciti (sempre troppo ben armati) che attraverso le strutture indispensabili (grande business della Cina in Africa) e i servizi necessari a garantire una vita pacifica e laboriosa agli abitanti.

L’insostenibilità del debito era stata ben riconosciuta da due leader opposti e lontani come Thomas Sankara (1949-1987) e Bettino Craxi (1934-2000) che sottolineavano, appunto, la necessità di liberare i paesi africani dalle catene del debito; tema molto sentito anche da certa sinistra cattolica e dal compianto Giovanni Bianchi (1939-2017) che fu relatore della legge per la remissione del debito dei paesi del terzo mondo, iniziativa lodevole quando utile, mai veramente applicata. Un tema che sembra oggi impossibile da affrontare, poiché il cappio del debito stringe al collo tutti gli stati, compresa come ben sappiamo l’Italia.
Mettere quegli stati in condizione di funzionare bene sembrerebbe, a lume di buon senso, soluzione auspicabile ed urgente per sollevare l’intero continente da una situazione disastrosa, cosa che andrebbe a vantaggio di tutti a livello globale; chissà se anche in quelle contrade questa ipotesi varrebbe un’accusa infamante di sovranismo, un’imputazione di populismo o, peggio, una pronta eliminazione fisica, come è successo a più di un leader africano, che aveva tentato di percorrere questa strada.

Tra epidemie, ebola e febbre emorragica, coronavirus incombente e cavallette fameliche resta il fatto che in Italia (e in Europa) non ci si può più permettere di ignorare quel che succede in Africa, riducendo il dramma di un intero continente allo scontro sull’apertura o chiusura dei porti, ai sospetti circa i traffici delle ONG o alla retorica del business dell’accoglienza. Un’attenzione diffusa verso il continente che vada al di là del pietismo e dell’elemosina pelosa, è non solo doverosa, ma anche saggia e previdente. Per chi si crogiola nel pessimismo, l’Africa potrebbe infatti essere l’anticipazione di un terribile futuro distopico globalizzato; per chi guarda al futuro con maggiore ottimismo la sfida potrebbe essere invece il luogo da cui far partire un grande cambiamento positivo globale.

E se si accetta francamente la sfida, virus e cavallette, epidemie e migrazioni forzate, dovrebbero pur insegnarci qualcosa: forse la natura ci sta dicendo che l’attuale dinamica della globalizzazione ha preso una strada sbagliata, che è quantomai urgente ammettere il fallimento di un certo capitalismo predatorio e pensare a nuove soluzioni; indirettamente ci sta dicendo che, perché ci sia globalizzazione buona, è indispensabile che anche gli stati più poveri diventino protagonisti del loro futuro, garantendo innanzitutto un tenore di vita dignitoso a quanti vivono all’interno dei loro confini.
In assenza di questo salto di qualità diventerà sempre più difficile prevedere e regolare emergenze che diventano rapidamente globali e hanno ricadute drammaticamente imprevedibili per tutti. Come dovremo imparare dalla diffusione del coronavirus e dalla biblica e quanto mai attuale piaga dell’invasione delle locuste.

La politica va in scena
Dalle urne rovesciate alla Costituente alla citofonata di Salvini

Il valore metaforico della espressione ‘scena politica’ o ‘scenario politico’ ha perso la funzione retorica per diventare realtà. E’ diventata uno stage teatrale dove spettacoli di varietà, drammi e perfino tragedie si susseguono; uno spazio dove gag, battute, monologhi, sproloqui mescolati a ragionamenti e argomentazioni serie si susseguono per divertire o indignare, conquistare o allontanare il pubblico elettore e non.

Se un tempo il dibattito politico era sorretto dal contraddittorio di opinioni, ottiche e ideologie, dal quale emergeva una sintesi finale con una visione chiara del gioco delle parti, oggi l’azione politica si è trasformata in interventi non sempre coordinati e coerenti anche all’interno di uno stesso partito, una azione tutta volta alla rincorsa e alla conquista immediata di consenso senza esclusione di colpi. Quello che era il nobile tempio della politica, ora è spesso tappezzato di volgarità, assenza di dignità e scorrettezza che lo riducono a un triste simulacro, una campagna elettorale permanente con gran dispiego di effetti speciali per impressionare, rafforzare strumentalmente umori e sentiment del pubblico. E non è fenomeno solo e squisitamente italiano. Le modalità comunicative dei politici sono cambiate ed è profondamente mutato il modo di fare informazione; i social network sono oggi la sede privilegiata che veicola, amplifica, distorce, riporta gli aspetti, gli sviluppi, le conseguenze, le sorti della politica e di chi la pratica e la rappresenta ufficialmente.

Oggi la politica si rispecchia quotidianamente nei volti dei politici, dei giornalisti, dei conduttori, nei tweet, nelle pagine Facebook, Instagram e Youtube. Una politica ombra di se stessa, prigioniera e subordinata alle regole di tutto quanto fa spettacolo? Forse. Comincia già negli anni ’80 l’approccio della politica alla scena spettacolare e inizia a contare il ‘modo’ in cui idee e programmi vengono presentati. Il politico entra e si relaziona nei salotti, accompagnato dalla necessità di ‘bucare il video’ nei talk show, nei faccia a faccia, nelle ospitate delle trasmissioni popolari, nelle interviste televisive che sondano ogni aspetto della vita pubblica come di quella privata.

Ci sono immagini storiche e più recenti della spettacolarità di una politica che sente erroneamente il bisogno di manifestarsi in modo eclatante, perché i toni pacati e ragionevoli sembrano inefficaci. Durante l’Assemblea Costituente, era il 1947, ci fu uno scontro tra il monarchico Guelli e i comunisti Moscatelli e Moranino con insulti e bottoni di giacche sul pavimento. Il Presidente dell’Assemblea  Umberto Terracini si lasciò andare a un contrariato “Santa miseria!” che passò alla storia. Com’è cambiato il linguaggio da allora!

L’anno successivo si verificò in Aula un aspro scambio di insulti tra deputati della DC e del PCI: Gullo apostrofa i colleghi democristiani chiamandoli “beghine”, “suore sepolte vive”, “paralitici” e Tomba risponde “chi vota comunista è pregiudicato”, e “sgualdrina” se si tratta di una donna. Volano schiaffi e urli, Tomba finisce in infermeria e qualcun altro viene medicato in aula. Nel 1953, durante i lavori in Aula per la votazione della legge elettorale proposta da De Gasperi, vengono rovesciate le urne e vola una tavoletta di un seggio con relativo calamaio. Ruini, presidente del Senato, viene trascinato fuori dall’aula a braccia, sbraitando: “La legge è approvata, la seduta è tolta, viva l’Italia!”.

Una nota particolare dal sapore internazionale è legata a uno degli uomini più potenti del mondo durante la Guerra Fredda: Nikita Krusciov. Nel 1960, durante un dibattito all’ONU riguardante le accuse dell’America alla “cortina di ferro” sovietica, il segretario del Partito comunista Krusciov si piegò, si tolse la scarpa e la batté prepotentemente sul banco, gridando le sue ragioni e ribadendo, all’allibita platea, la superiorità dell’Urss.

Dell’Italia politica del 1979 rimane l’eco di quel “cocca mia” che il deputato comunista Trombadori rivolse alla radicale Emma Bonino, che scatenò la furia delle femministe dell’epoca. E’ proprio agli stessi anni appartiene un altro episodio: un famoso politico telefonò a Portobello nel corso della trasmissione, interagendo con una signora di 81 anni che parlava di anziani, esordendo così: “Sono l’onorevole Bettino Craxi, il segretario del partito socialista…”. Un colpo a  sorpresa che segna l’avvio di un nuovo modo di far politica, una forma di politica inedita. Una politica che esce dalle aule ufficiali e si manifesta in altre sedi. E ancora,  un altro esempio di visibilità spettacolare: la nascita nel 1987 del Partito dell’Amore, promosso dalle attrici pornografiche Cicciolina-Ilona Staller e Moana Pozzi, che si definiva cristiano-dionisiaco, accompagnato da un fumus scandalistico che mirava al voto di protesta con manifestazioni eclatanti.  Scomparve nel 1994, tra beghe e lotte intestine, vittima del cosiddetto “sbarramento al 4%”, che impediva alle piccole formazioni di entrare in parlamento.

Anche gli anni ’90 va in scena la politica spettacolo: nel 1993, in piena Tangentopoli, P2 e servizi segreti deviati, il leghista Luca Leoni Orsenigo mostra in Aula un grosso cappio e i deputati missini esibiscono le manette. Urla e spintoni fanno da contorno. Qualche anno più tardi, nel 1998, l’Aula si trasforma in Bar Sport dopo la partita Inter-Juve per lo scudetto: interventi infuocati, discussioni, interrogazioni parlamentari. Lascio il resto alla immaginazione dei lettori.

Siamo nel 2007, l’anno del celebre V-Day (abbreviazione di vaffanculo-Day), l’ iniziativa promossa dal comico Beppe Grillo  in diverse città italiane e anche all’estero: si raccoglievano firme per la presentazione della legge di iniziativa popolare sulla candidabilità ed eleggibilità dei parlamentari. Si avanzò all’epoca il sospetto – seguito da smentita – che l’operazione costituisse l’avvio di una campagna elettorale per la candidatura di Grillo alle Europee 2009.

Nomi dalla fantasia sconfinata, azioni senza ritegno e risparmio, un’escalation che prende sempre più vigore man mano che i tempi cambiano. Show must go on. Siamo arrivati ai citofoni, allo squillo dei campanelli sotto il sorriso compiaciuto e piacione di qualche giornalista che segue l’operazione “Lei spaccia?”.ve  Ma questa è un’altra storia, la storia di oggi.

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