Skip to main content

Possono finire i soldi? Dopo il 1971 la moneta non è più legata all’oro. Per avere più denaro non è più necessario scavare delle miniere e trovare oro che garantisca l’emissione di ulteriore moneta.

In questo video vediamo che il presidente degli Stati Uniti di allora, Richard M. Nixon, dichiara la fine degli accordi di Breton Woods che erano stati voluti dopo la conferenza nell’omonima località che diede il nome al Trattato e che vedeva il dollaro ergersi a moneta mondiale.
Il dollaro, appunto, diventava convertibile in oro e tutte le monete mondiali convertibili in dollari, si proclamava in pratica la supremazia monetaria degli USA e che per avere un pezzo di carta in più dovevi scavare un buco alla ricerca di oro perché serviva un sottostante (concetto del resto non nuovissimo).

Dal 1971 e a seguito della dichiarazione di Nixon, che tra l’altro chiama temporanea ma diverrà la regola, la moneta diventa moneta ‘fiat’, cioè come nella Bibbia viene detto ‘fiat lux’ e fu luce, così doveva succedere per la moneta, creata dal nulla. Senza sottostante o collaterale, insomma, ma solo strumento di politica economica di uno Stato.
Per avere moneta uno Stato non avrebbe mai più avuto bisogno di miniere e di ricercare metallo prezioso, ma bastava un ragionamento mirato in relazione agli scopi che si era dato di aumento del benessere dei suoi cittadini. Un evento epocale che doveva cambiare gli schemi del mondo.
Sono passati 45 anni da quella dichiarazione ma ancora sono in tanti a non rendersi conto di quanto successo e di come la moneta dovrebbe o potrebbe funzionare. Forse perché chi ha saputo cogliere l’occasione l’ha ben sfruttata per raggiungere altri scopi rispetto al benessere generalizzato. Infatti ha saputo sfruttare un’opportunità per tutti in ricchezza per pochi, iniziando da lì a poco la trasformazione del capitalismo in capitalismo-finanziario, cioè il denaro diventa non solo merce scarsa di nuovo ma addirittura mezzo fine a se stesso.
Si crea denaro dal denaro attraverso il debito, si privatizza la produzione della merce denaro e la si fa circolare nella quantità giusta (cioè poca) perché ce ne sia sempre bisogno e si sia sempre alla disperata ricerca di essa (insomma come se ci fosse l’oro dietro, vedi eurozona per l’esempio migliore, ma con la possibilità di controllare la miniera, cioè l’ente emettitore, le banche centrali).

Il lavoro diventa non più il mezzo per assicurare la sopravvivenza all’interno di una società o anche il mezzo attraverso il quale ci si possa approcciare con dignità alla soddisfazione dei propri bisogni nel rispetto degli spazi altrui, ma uno dei termine della nuova schiavitù. Anche il lavoro diventa scarso, sufficiente ad assicurare la sopravvivenza, che non dà più dignità alla partecipazione ma solo un altro mezzo per procurarsi la moneta necessaria a pagare le tasse, da contendere ad altri lavoratori sulla base della concorrenza indotta dalla necessità.
Ogni banconota, moneta, impulso elettronico in circolazione rappresenta un debito perché emesso dietro la necessità della restituzione. Le nostre società si nutrono di debito e pretendono di sfamarsi con pezzettini di carta colorata.

Sono passati 45 anni ma ancora molti non se ne rendono conto e siamo costretti a riparlarne. Professori, accademici che ancora impostano ragionamenti economici come se il 1971 non ci fosse mai stato e studenti che imparano ad applicare formule sull’inesistente.
La moneta legale viene creata da una Banca centrale che rappresenta lo Stato, e tanto tempo fa in Italia rappresentava e dipendeva dal Ministero del Tesoro. Lo Stato ha il potere di decidere quanta moneta ci debba essere in circolazione e il suo sforzo non è quello di creare la moneta, che oggi nemmeno si stampa più, ma di decidere quanta ne sia necessaria nel sistema economico. Nel caso attuale mi sembra evidente ce ne sia troppo poca per cui se l’Italia fosse sovrana, cioè potesse decidere senza Eurosistema alle spalle, creerebbe semplicemente la quantità necessaria per ricostruire, ad esempio, le cittadine distrutte dal terremoto.

Chiediamoci quanto denaro è stato creato per salvare le banche negli Usa dopo il 2008 e confrontiamolo con i quattro soldi di cui adesso avremmo bisogno adesso in Italia. Qualche economista di scuola liberista e quindi chiaramente disinformato o in mala fede direbbe comunque a questo punto che non si può stampare moneta, che immettere moneta ha un costo e infine parlerebbe dell’inflazione. Si potrebbe semplicemente rispondere che dal 2008 in poi negli USA, in Gran Bretagna e poi in Eurozona sono stati creati migliaia di miliardi ed in quest’ultima senza quindi tener conto di altro, con il Quantitative Easing quasi 2.000 miliardi ma continuiamo a rimanere in deflazione. Quindi stampare moneta di per se non crea inflazione. E non la crea in nessun sistema che ne ha bisogno. Quando la moneta serve, ha un’utilità, non crea problemi né tantomeno inflazione.

La moneta di per se è un pasto gratis, dipende tutto da chi ha il potere di crearla perché la moneta è uno strumento in mano ad uno Stato, è una questione politica e giuridica prima che economica.
Allora perché mai questo ragionamento non funziona? Perché non ci permettono di spendere nemmeno quando serve? Perche Draghi stampa insieme a tutti i suoi colleghi delle Banche Centrali e noi continuiamo ad essere in deflazione e vivere una continua e disastrosa mancanza di soldi. E perché nonostante la verità venga detta da coloro che veramente controllano il denaro e il potere (http://www.ferraraitalia.it/debito-e-moneta-le-leve-per-sbloccare-la-crisi-116322.html), noi continuiamo ad ascoltare gli urli di Giannino oppure a tollerare l’arroganza di un Marattin?

La risposta sta nel fatto che se la moneta fosse alla portata di tutti, cioè sufficiente per le esigenze reali delle persone, allora non ci sarebbero le storture del nostro sistema che accentra la ricchezza nelle mani di pochi, che saranno sempre di meno. La moneta non è un bene e tecnicamente vale la carta sulla quale è stampata e come detto sopra sarebbe possibile crearne a sufficienza. Ma se lo facessero allora sarebbe democratica, le aziende tornerebbero a funzionare, gli operai a lavorare, gli ospedali potrebbero essere pubblici e funzionare benissimo così come le pensioni e gli enti pubblici che le erogano. Le autostrade potrebbero funzionare senza essere privatizzate e non si parlerebbe di vendere ne l’acqua ne le condutture che invece potrebbero essere adeguate e perfettamente funzionanti benché di proprietà dei cittadini.
Se lo facessero saremo liberi di immaginare un futuro, pulito e green. Ci sarebbero vaccinazioni e medicine per tutti i tipi di malattie, fornite dallo Stato e anche per gli africani che non dovrebbero più chiederci 9 euro al mese di elemosina televisiva. E le televisioni senza pubblicità in mezzo ai cartoni animati e la nonna potrebbe sorridere un po’ di più quando le arriva un nipote.

E perché le persone non comprendono tutto questo? Non ho una risposta assoluta ma un’idea me la sono fatta. Ovviamente l’informazione giusta bisogna cercarla, le interviste che ho citato all’inizio non hanno mai occupato spazio nei Tg nazionali e tantomeno se ne è parlato dalla Gruber o dall’Annunziata. In questi luoghi si parla della corruzione o degli stipendi dei parlamentari o della Raggi. E poi bisogna considerare che in Occidente e in Italia c’è ancora tanto benessere e non si può fare prevenzione perché non c’è visione del futuro. Anzi, questa è stata sostituita dal presente nella sua totalità per cui si “naviga a vista” e si mettono le toppe. Le ricette piacciono se sono difficili e magari poco comprensibili in modo che si possano delegare ad altri e lavarsene le mani. La ricchezza degli italiani ammonta a circa 9.000 miliardi, il che significa che ancora tanti stanno bene. Usufruiscono di seconde o terze case, terreni, beni mobili o stipendio decente per cui riescono anche a tenersi i figli trentenni a casa, cosa che loro, invece, non potranno fare.
Per adesso falliscono piccole banche e cominciano a volatilizzarsi piccoli patrimoni di tanta brava gente ma ancora pochi perché si possa trovare una solidarietà generalizzata. Si attacca un pezzo alla volta fino a quando quei 9.000 miliardi scompariranno e pochissimi gestiranno milioni di persone che lavoreranno per un tozzo di pane, solo allora ci potrà essere un risveglio ma sarà troppo tardi.

tag:

Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato 10 anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato Periscopio e naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale.  Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 

Oggi Periscopio conta oltre 320.000 lettori, ma vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

Tutti i contenuti di Periscopio, salvo espressa indicazione, sono free. Possono essere liberamente stampati, diffusi e ripubblicati, indicando fonte, autore e data di pubblicazione su questo quotidiano.

Francesco Monini
direttore responsabile


Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it