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“Ciascuno cresce se sognato”, sono le parole di Danilo Dolci che dovremmo scrivere sui muri delle nostre scuole e scolpire nella coscienza di ognuno di noi: genitori, insegnanti, amministratori.
Un sogno che non abbiamo mai appreso a coltivare, se ancora oltre il venticinque per cento dei nostri giovani d’età compresa tra diciotto e ventiquattro anni non lavora, non cerca un impiego e non frequenta una scuola o un corso di formazione professionale, è cioè un neet.
Ce lo conferma il rapporto annuale dell’Ocse “Education at a Glance” che ci colloca in compagnia di Brasile, Colombia, Costa Rica, Sudafrica e Turchia.
L’annuale colpo d’occhio sull’istruzione dell’Ocse punta i suoi fari sull’istruzione terziaria, segno che abbiamo bisogno di affrontare il futuro accrescendo le nostre competenze, in particolare quelle dei nostri giovani in uscita dalla secondaria di secondo grado.
L’Ocse ci ricorda che il capitale intellettuale è la risorsa più preziosa del nostro tempo. Che il nucleo del capitale intellettuale è la conoscenza e che lo sviluppo e il trasferimento della conoscenza è la missione principale dell’istruzione.
E, dunque, il capitale intellettuale non possiamo permetterci di sprecarlo, a partire da quello che impieghiamo per insegnare ai nostri giovani, perché i nostri giovani apprendano. Una massa docente che garantisce ogni anno centinaia di milioni di ore di lezione, pari ad oltre cinquantacinque secoli di scuola. Questo è l’ordine di grandezza del capitale intellettuale che ogni anno scolastico è investito nelle nostre scuole. Non possiamo continuare a trattarlo alla stregua della burocrazia delle cattedre, degli incarichi e delle supplenze. Si tratta di risorse umane per le risorse umane e, per di più, di una sola parte di quelle impiegate nella scuola e intorno alla scuola. Dovremmo perciò porci il tema dell’uso che ne facciamo e della loro efficacia.
Impiegarle per realizzare un sogno sarebbe la cosa migliore, il sogno dei nostri giovani, del nostro paese, delle nostre città, dei nostri territori.
Ma pare che il nostro paese come le nostre città continui a dormire sul futuro.
Intanto l’anno scolastico parte male e sognare con le cattedre vuote e gli edifici scolastici poco accoglienti, oggettivamente, riesce difficile, anche perché nessuno ha mai nutrito prima il proposito di sognare la crescita del proprio futuro attraverso i giovani, ragazze e ragazzi, che gli stanno attorno. Tanto, il più delle volte, sono solo un problema, senza rendersi conto che, se li avessimo cresciuti abituati ad essere sognati, forse un problema non lo sarebbero.
Allora i compiti non sono i ragazzi a doverli fare, ancora una volta siamo noi adulti in ritardo sulle consegne.
Abbiamo compreso che la cultura parte dal nido e questo, se si realizzerà, è un passo importante per iniziare a sognare la crescita di ciascuno. Ma non basta, è necessario che sforziamo la nostra fantasia, ad esempio imparando a rovesciare le cose, a vederle dal lato opposto.
Mi spiego. Guai se la scuola non trasmettesse il sapere, da sempre con questo strumento le società si sono garantite la condivisione di valori e di cultura e la loro continuità. Ma da quando il sapere ha iniziato a superare se stesso, trasmettere non è più sufficiente, è necessario che la scuola produca anche sapere, che formi intelligenze capaci di produrre sapere a loro volta.
Non solo la scuola dell’insegnamento/apprendimento ma la scuola in cui si impara a sviluppare conoscenze nuove, come nota l’Ocse, che fa progetti e ricerca, la scuola diffusa sul territorio, la scuola laboriosa dei laboratori del sapere. Le nostre scuole assomigliano ancora troppo alle aule di catechismo o parrocchiali di due secoli fa, catechismo laico, certamente, ma sempre catechismo. Questo dello sviluppare i saperi cambia le carte in tavola, perché la nostra scuola ancora non lo sa fare.
Le classi sono pensate per popolazioni di capitale intellettuale non operoso, fermo nell’ascolto e nella ricezione, l’aula statica non può essere amica della dinamica, della forza che può sprigionare il capitale intellettuale che accoglie, la risorsa più preziosa del nostro tempo.
La crisi della scuola è crisi di trasmissione, oggi la trasmissione del sapere sono altri canali, ben più efficaci ed attrezzati, a garantirla, ma la produzione e la verifica delle conoscenze questa non la sanno fare. Questo è oggi il compito preminente dei luoghi dello studio, delle scuole appunto, dove si raccoglie a milioni il capitale intellettuale del paese, delle nostre città e dei nostri territori. Alunni e insegnanti con le loro intelligenze da mettere in gioco in migliaia di ore che non ci possiamo permettere di sprecare. Ore che scorrono una dopo l’altra per costruire il futuro, per crescere ogni ragazza e ogni ragazzo con i loro e i nostri sogni che si incontrano.
L’appello a cambiare non può ripetersi ancora a lungo, perché prima o poi anche il tempo verrà meno e non sarà più possibile neppure sognare.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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