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Dai giardini alla cucina alla politica politicata ai pozzi neri dell’orrore totale di Charleston alle parole del Papa agli scricchiolii del progetto Renzi. Una settimana d’angoscia e di riso se si sfogliano o si ascoltano le notizie global e local  direbbero i miei pronipoti calcando molto sulle ferraresi “elle” pronunciate quasi fossero un borborigmo; difesa estrema alla pronuncia generalizzata delle parole secondo lo stile romano tra un “c’è” che diventa “cz’è” e la “carne italiana” che diventa la “garne idaliana”: parola di Gringo.

E per il glocal al di là della noiosissima querelle sulla postazione del mercato a fianco della Cattedrale, strepitosa la notizia della salama da sugo, straordinario prodotto delle terre ferraresi, offerta a Michelle Obama all’Expo e ritenuto oggetto potenzialmente pericoloso tanto da far intervenire gli agenti della sicurezza. Così la nobile salama da sugo cantata da Mario Soldati e commentata da un esperto critico della cucina come Romano Guzzinati diventa oggetto di terrore nel mondo impazzito tra digiuno e sazietà, tra “eccellenze” e fame nel mondo. Ci è voluto poco a riportare la salama alla sua funzione di grande prodotto della nostra cucina, anche se confesso con molta vergogna, che la sua consistenza non è mai stata gradita al mio stomaco e al mio gusto, ma è interessante notare come ormai qualsiasi prodotto può divenire oggetto di terrorismo o di possibilità di terrorismo o di disperazione. E se ci si sposta poi al mondo dell’arte è ormai consueto inneggiare alle magnifiche sorti e progressive degli avvenimenti che si succedono a ritmo continua nella capitale estense. Mai nulla può smentire il cammino trionfale di tutto quello che succede qui siano i palloni areostatici che i festival di musica da strada o Ferrara sotto le stelle, una manifestazione che un tempo osò portare sotto i cieli della nostra città dei grandi attori che recitavano Ariosto; uno spettacolo liberamente proposto ai cittadini senza il cappio di prenotazioni che, mi si dice, hanno lasciato fuori dalle dipinte mura di Schifanoia coloro che desideravano assistere a una rappresentazione di “Aminta” del Tasso andata esaurita per prenotazioni non previste. Ma “relata refero” e siamo tutti contenti di questi mesi di spettacoli dove regna sovrano quello che è considerata la massima delle manifestazioni: il Palio di Ferrara, affettuosamente declinato dai ferraresi come il “Paglio”. Basterebbe? No di certo, perché ormai tutto deve per forza essere accompagnato da sagre, degustazioni, mangiarini ExcelLand che possano consolare il periodo buio della nostra economia nell’anno che il cibo diventa l’assoluta priorità del Paese.

Poi uno apre il telegiornale e vede quello che succede a Ventimiglia  e, immediatamente dopo, le grida e gli inni di coloro che sul prato di Pontida inneggiano alle ruspe invocate da Salvini che con quella “faccia un po’ così” strizza furbescamente l’occhio scandendo quelle parole che garantiscono che le ruspe serviranno non a radere al suolo un campo rom ma Renzi e la sua cricca.

Del resto che può dire di meglio e di più per combattere la concorrenza del poco giudizioso Grillo scrivente e non parlante che con piglio alla John Wayne vuol spazzar  via sporcizia, topi e …migranti da una Roma aperta ad ogni tipo di abusi e di scandali. Certo se la deformazione prodotta da una possibile vittoria elettorale e partitica porta al continuo declinare i miserabilia di questa politica impazzita cosa pensare di quel che è accaduto a Charleston? Una città che poteva al massimo evocare un ballo di moda ai tempi di mia madre e che ora spalanca le fogne senza fondo di un razzismo impazzito e che osa ancora nel paese della democrazia proclamare che tutto questo è successo per l’imprevvidenza dei fedeli massacrati nella chiesa dal ragazzo impastato d’odio che hanno fatto una fine prevedibile in quanto non avevano portato con sé le armi per difendersi! Allora sì che si può pensare di disprezzare l’umanità senza alcuna possibilità di redenzione.

Certamente l’umanità è riscattata poi dal discorso di papa Francesco tanto più trionfante sul pensiero laico, di cui sono seguace, e che per di più sa mettere in dubbio certezze e pregiudizi. Una chiesa tra le chiese non mossa da furori teologali ma che guarda gli altri, il popolo, con misericordia; una parola che solo pochissimi sono in grado di pronunciare e che sulle labbra di Francesco ha un suono nuovo: di speranza.

Arrivati a un possibile punto di non ritorno – e domani sapremo cosa ne sarà della Grecia – tuttavia sembra che alcune luci si accendano nel buio d’inferno direbbe l’amatissimo Dante in cui brancoliamo prede di pulsioni strane e diverse.

La mostra a Casal di Principe organizzata in quel luogo infaustamente conosciuto per la mafia che gli Uffizi e il suo straordinario direttore Natali hanno voluto portare per sperimentare la forza della bellezza coniugata platonicamente con la bontà a refrigerio del cuore stanco. E bene ha fatto il ministro Franceschini ad assistere di persona alla sua inaugurazione.

L’opera nobile di chi non si è sottratto a portare un piccolo aiuto ai migranti esposti nella teca della stazione centrale di Milano o tra i sassi di Ventimiglia che compensano in parte quell’abbraccio politico e un po’ repellente tra Hollande e Renzi in visita all’Expo.

Le parole appassionate con cui gli insegnanti hanno sottolineato la loro indisponibilità alla “buona scuola”

L’entusiasmo non sopito per la socialità e i diritti tra i giovani spesso penalizzati da quelle ridicole pose che li ha resi icone e modelli della pubblicità e della moda. Per fortuna alla pur giusta e necessaria compartecipazione a forme sociali di svago che li vedono tutti barbuti e tutti con un bicchiere in mano sanno reagire con dignità e coraggio a una situazione che noi, figli della guerra, non abbiamo mai sperimentato. A noi, allora, nessuno ci ha negato un lavoro. Ora per molti di loro non resta che aggrapparsi a una speranza che diventa utopia prima di realizzarsi.

Oggi sulle pagine di “La Repubblica” Nadia Fusini commenta l’irrefrenabile passione per il giardino e per quello che esso rappresenta nell’immaginario contemporaneo. Alla sua lista avrei aggiunto altri titoli e altri autori ma quel che resta inconfutabile è che l’antico significato della parola Eden ha ancora una sua irresistibile attrattiva in un mondo dove molto spesso il deserto dello spirito prevale sulla speranza di un “paradiso” a premio sulla terra della nostra spesso colpevole infelicità umana

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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