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Da: Organizzatori

Ferrara Civica, in occasione delle festività del Santo Natale e dello spirito che lo caratterizza, desidera porre all’attenzione di tutti due questioni: quali sono i compiti che si prefigge una comunità di persone? E: quali sono gli obiettivi che un’sistema economico e sociale maturo, tramite i suoi rappresentanti, è chiamato a svolgere? Riteniamo che senza una risposta a tali domande sia difficile iniziare ogni riflessione sul senso del nostro essere comunità.Siamo convinti che il sistema economico nato da l’uomo e per l’uomo debba, se correttamente funzionante e gestito nell’interesse dei cittadini, restituire ricchezza e servizi alla comunità, non sottrarre risorse.

Quando si verifica quest’ultima ipotesi, evidentemente, qualcosa è andato storto, e allora sarebbe corretto, individuare le responsabilità che non possono e non debbono ricadere sulla comunità. Il cittadino come contribuente fa la sua parte già nel momento in cui partecipa alla vita economica e sociale della città. Ed è normale, nonché certezza giuridica, aspettarsi il frutto di quanto seminato. Se tale legittima aspettativa viene meno, si corrodono le fondamenta stesse della comunità, del patto sociale locale, perché il cittadino lontano dall’essere soggetto che partecipa attivamente alla società di cui è parte, è solo un limone da spremere in caso di necessità. Di più: si minano le fondamenta stessa della vita. È chiaro che, discorrendo in punta di numeri, i debiti sono debiti. Il più grande inganno, però, che si possa raccontare ai cittadini ferraresi è che il possesso di azioni di aziende private quotate e partecipate dal pubblico -come nel caso Hera S.p.a.- garantisca il controllo dei servizi erogati dall’azienda alla comunità. Il controllo e la puntuale verifica sulla qualità dei servizi forniti da Hera -come da tutte le altre partecipate pubbliche- la si ottiene solo con un governo pubblico di “forte controparte” (non di arrendevole azionista) per buoni contratti di servizio, con vigilanza, sanzioni, garanzie fideiussorie e con una vera competizione delle gare per l’affidamento dei servizi, consapevoli che siamo in mercati fatti di oligopoli, ovvero, poche aziende presenti, sempre a rischio di fare tacito “cartello” per spartirsi rapporti economici appetitosi. Basti pensare alla scarsa gestione della pubblica illuminazione o alle tariffe stellari per rifiuti e acqua. Per non parlare, poi, degli insufficienti investimenti nella vecchia e pericolosa rete acquedottistica dove è necessario sostituire i chilometri di tubi in cemento/amianto della nostra rete acquedottistica; o dei buchi neri della rete del gas metano con le numerose abitazioni non allacciate. La vendita delle azioni Hera può essere cosa buona, posto che si usino i soldi per fare investimenti in infrastrutture pubbliche di servizio e produzione -senza fare debiti- e che restino pubbliche e non devolute al “privato” di turno. Alla soglia del 2020 essere uomo non può e non deve far rima con la parola debitore, in ossequio ad un ordine che vuole così. La domanda che sorge è: se il sistema economico è uno strumento inventato dall’uomo per ottenere un determinato risultato che vada a beneficio della comunità all’interno della quale è sorto, come è possibile che gli si ritorca contro? Non esiste strumento senza uomo che lo utilizzi. E allora: chi ha usato di questo strumento in modo che la comunità ne subisca un danno anche solo come peggioramento della qualità della vita e dei servizi resi? E perché lo stesso danneggiato è chiamato a riparare il danno che ha subito? È una questione che va contro ogni elementare logica del diritto. E ancora, ragionando per complementarità se esiste un negativo (il danno) deve esistere un positivo (un’utile); ma per chi? Riteniamo sia il tempo di avere coraggio e consapevolizzare le persone che non hanno ben chiara la situazione. Se mala gestione c’è stata, occorre chiedersi come e perché, ottimizzando nomine che non difettino delle necessarie competenze per trasformare le aziende nel “cuore propulsore” dell’economia locale pubblica. Se c’è stato accumulo di “sofferenze” occorre capire, l’origine di tale debito, la sua composizione, la gestione e l’individuazione di chi ne ha tratto beneficio e renderne conto ai cittadini per averne consapevolezza. Chi scrive rifiuta la visione meccanicistica della vita, secondo la quale l’uomo è semplice risultanza di un sistema di causa-effetto. L’uomo ha il dono dell’intelletto, in grado di individuare il senso della vita che non può esaurirsi in una sterile ottica di debiti e crediti che si concretizza nel dissipare da parte dei figli, ciò che il Padre ha realizzato. È sufficiente scorgere la linea temporale della storia per verificare che l’esistenza dell’uomo è scandita da questa triste alternanza. È di dominio pubblico che la ricchezza -a qualsiasi latitudine- si concentra sempre più nelle mani di pochi, lasciando al resto della popolazione le briciole. È questo il futuro che desideriamo per le future generazioni? Perché se così non fosse, occorre affrontare questioni che non sono più procrastinabili. I nostri nonni hanno versato fiumi di sacrifici per darci un futuro, ed esso non può essere messo in discussione da chi muove la leva del debito perenne. In epoca passata c’era l’istituto del Giubileo e la remissione totale dei debiti, forse occorrerebbe riscoprire le nostre radici troppo spesso trascurate. Scriviamo queste cose perché chi da poco governa la nostra città è consapevole che su questi temi la città ha grandi aspettative da soddisfare. Ma oggi è la stagione del Santo Natale e quindi ci fermiamo qui con un pensiero che è il nostro dono: la Parabola di Marco 4:26-29, che ci rammenta come ciò che l’uomo semina, ha aspettativa di vedersi tornato moltiplicato all’atto della mietitura. 26 Disse ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme in terra. 27 Ora la notte e il giorno, mentre egli dorme e si alza, il seme germoglia e cresce senza che egli sappia come.
28 Poiché la terra produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. 29 E, quando il frutto è maturo, il mietitore mette subito mano alla falce perché è venuta la mietitura».

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Riceviamo e pubblichiamo


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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