7 Febbraio 2021

DENTRO IL GIALLO
I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere

Riceviamo e pubblichiamo

Tempo di lettura: 6 minuti

 

di Giuseppe Traina

In una bellissima lettera del 1939 Georges Simenon descrive ad André Gide, il suo massimo sostenitore in campo letterario, il suo corpo a corpo con la scrittura e la necessità di calarsi totalmente nella realtà dei suoi personaggi. È noto che questa fase di scrittura durava ben poco, un paio di settimane al massimo: il che consentiva allo scrittore belga di sfornare romanzi a getto continuo, ma, in compenso, questo rapporto “fisico” col testo finiva per svuotarlo d’energie. Ben altro era il modo di scrivere di Leonardo Sciascia, segnato da una distanziata razionalità che lo portava a concepire un libro in inverno e a scriverlo concretamente nell’estate successiva, nella tranquillità della sua casa di campagna.
Così diversi nel processo di scrittura, i due scrittori finiscono però per presentare interessanti somiglianze (ma anche alcune differenze), per esempio, nel loro modo di costruire i personaggi.

Vediamo il rapporto tra il protagonista e i personaggi di contorno. Come ha scritto Jacques Dubois a proposito di Il borgomastro di Furnes (1939), uno dei migliori romanzi “duri” (quelli di cui non è protagonista il commissario Maigret), lo stile di Simenon «si fonda sull’alternanza tra il discorso della riflessione interiore e il dialogo»: se alcuni personaggi si scambiano qualche parola, ecco che il protagonista reagisce interiormente all’ascolto di questi dialoghi. Questo procedimento “contrappuntistico” permette all’autore di scandagliare l’animo dei protagonisti tanto nei romanzi “duri” quanto nelle storie di Maigret; si pensi a come il commissario conduca i suoi interrogatori come vere e proprie “conversazioni” con testimoni ed imputati, senza l’incalzante dialettica di un Hercule Poirot o la violenza di un ispettore da hard boiled school.

Nei “gialli” di Sciascia questo procedimento contrappuntistico è raro: manca nel Giorno della civetta, dove Bellodi è un protagonista-portavoce ma sta poco sulla scena; scarseggia in A ciascuno il suo; è quasi assente nel Contesto, dove le riflessioni dell’ispettore Rogas, un vero e proprio poliziotto-intellettuale, sono per lo più solitarie (ma va ricordato, tuttavia, che Rogas interroga i sospettati con la discrezione e il rispetto tipici di Maigret); è impossibile in Todo modo, che è narrato in prima persona; è invece assai presente nel Cavaliere e la morte, forse il più simenoniano dei romanzi di Sciascia, almeno da certi punti di vista.
Insomma, il carattere dei protagonisti di Sciascia emerge spesso dall’esterno, con pochi tocchi informativi, per esempio sulle loro doti intellettuali. Soltanto il carattere del Vice (l’altro poliziotto intellettuale creato da Sciascia nel Cavaliere e la morte) viene presentato per somma di elementi, ognuno dei quali è legato a profonde risonanze interiori. E le modalità con cui il Vice (e il lettore con lui) procede verso la conoscenza più profonda di sé sono molto simili a quelle che Simenon usa per scandire il processo autoanalitico del “Presidente”, il protagonista dell’eponimo romanzo (1958), ossia un anziano uomo di potere che si è sempre visto come coerente e monolitico ma solo all’approssimarsi della morte scopre sentimenti e debolezze che ignorava di avere, e scopre soprattutto che le armi con cui pensava di potere influenzare, fino all’ultimo, l’andamento della politica nazionale sono ormai inefficaci. Anche il borgomastro di Furnes scopre aspetti ignoti del suo carattere in coincidenza col declino politico e nell’imminenza non della sua morte ma di quella della moglie.

Ho insistito su questi due romanzi perché sono, insieme a Le finestre di fronte (1933), forse quelli di Simenon in cui la dimensione politica, così cara a Sciascia, è più presente. Nel Presidente e ne Le finestre di fronte in forme più simili a quelle che Sciascia predilesse: i grandi scenari del potere nazionale e internazionale, controllati con inflessibile durezza da un self made man che ha governato direttamente o indirettamente le sorti della Francia; e soprattutto il contesto di poteri apparentemente diversi, ma strettamente intrecciati, da cui il console turco Adil Bey viene schiacciato nell’opprimente e vischiosa città sovietica di Batum in Le finestre di fronte, il «breve capolavoro» scritto, a giudizio di Goffredo Parise, in «uno stile metafisico, così coincidente al clima metafisico del potere».
Nel Borgomastro di Furnes, invece, lo scenario politico è di ambito locale e Simenon lo tratteggia con una minuziosa resa delle implicazioni economiche e amministrative frutto di un accurato lavoro di documentazione sulla storia amministrativa del circondario di Ostenda. Malgrado la sua concezione personalistica del potere, il borgomastro Terlinck amministra secondo un rigorismo morale che ricorda, per certi versi, la critica al “progresso senza sviluppo” di cui avrebbe parlato, decenni dopo, Pier Paolo Pasolini e che troverà consenziente lo Sciascia di certe pagine di Nero su nero e del Cavaliere e la morte.

In Sciascia agiscono altre suggestioni tematiche, ideologiche o di atmosfera che si possono ricondurre all’opera di Simenon: la parcellizzazione e acutizzazione percettiva che l’approssimarsi della morte provoca nel protagonista, negli ultimi capitoli del Presidente, e che Sciascia avrà tenuto presente, accanto alla più evidente Sonata a Kreutzer di Tolstoj, per costruire tutto Il cavaliere e la morte; l’identificazione assoluta fra la propria persona e il potere che si rappresenta (il potere esecutivo del Presidente di Simenon, e il potere giudiziario del magistrato Riches nel Contesto); il convincimento fanatico di essere nel giusto, comune a Riches e al borgomastro di Furnes; il grandeggiare del Presidente e del borgomastro sia nell’ascesa al potere sia nel momento del declino e che trova riscontro, in Sciascia, nel don Gaetano di Todo modo, mentre negli altri suoi testi il potere può essere anche invincibile ma è incarnato da figure di rara meschinità; infine, l’occiduo illimpidirsi del desiderio erotico provato dal borgomastro e anche dal Vice.

Nell’universo sciasciano, ha scritto Claude Ambroise, il Potere equivale al potere di dare la morte, come nell’archetipico orizzonte del potere mafioso: prova ne siano le uccisioni della maggior parte dei suoi investigatori protagonisti, dal professor Laurana di A ciascuno il suo all’ispettore Rogas, fino al Vice. Ma le cose, in Simenon, stanno diversamente: forse soltanto il console Adil Bey potrebbe diventare vittima di un potere omicida (lontano e misterioso come in Kafka, ma anche magmatico e interconnesso come nel Contesto), mentre il Presidente o il borgomastro, che detengono il potere, non uccidono né fanno uccidere, semmai uccidono per omissione perché contemplano la morte altrui senza intervenire, anche là dove un loro intervento potrebbe essere risolutivo. Viceversa, chi uccide – nei romanzi di Maigret o in un romanzo duro come lo splendido L’uomo che guardava passare i treni (1933) – lo fa per motivi che oscillano tra la disperazione e la casualità e che, in ogni caso, ispirano piuttosto pietà che sdegno morale. Il che non avviene in Sciascia, con l’eccezione parziale dell’omicida seriale del Contesto: ciò succede per il valore allegorico-politico del delitto in Sciascia, per la sua dimensione astratta e intellettualistica che rimane quasi ignota a Simenon. I protagonisti del quale non sono intellettuali o “lettori forti”, come Bellodi, Laurana, Rogas e il Vice: il Presidente legge sì i classici della memorialistica, ma solo per prenderli a modello della sua autobiografia; Joseph Timar, lo sventato protagonista di Colpo di luna (1933), è un buon lettore ma si comporta in modo tale che la communis opinio lo giudichi implicitamente un cretino, come poi capiterà al professor Laurana – anch’egli, come Timar, sedotto ed inguaiato da una femme fatale di paese. Non sarà una spiegazione troppo facile chiamare in causa l’anti-intellettualismo proprio dell’artigiano Simenon («era il contrario dell’intellettuale. Aveva un approccio animale con la vita», afferma il suo biografo Pierre Assouline) e contrapporlo al rigoroso profilo da intellettuale che Sciascia si è costruito col passare degli anni.

Tutto questo ha una ricaduta sulle rispettive rappresentazioni del potere: di taglio ancora balzacchiano, o stendhaliano, quella di Simenon, attenta alle ragioni “umane troppo umane” che guidano le ascese del singolo verso la ricchezza o le massime cariche politiche; di taglio già post-foucaultiano quella di Sciascia, attenta all’analisi delle manifestazioni più occulte e metastatiche del potere. Le due prospettive convergono, suggestivamente, là dove l’uomo di potere viene rappresentato nella sua dimensione fragile di pirandelliano “uomo solo”: da Sciascia, con squisito esercizio della pietà, nell’Affaire Moro; da Simenon nel Presidente, rappresentazione grandiosa, eppure in sordina, del momento in cui l’uomo solo diventa uomo al punto e della sua capacità di ingannarsi fino al disinganno estremo.

Nota: [una versione più ampia di questo saggio è stata pubblicata, col titolo Sciascia e Simenon: i personaggi, il potere, la morte, nel volume Per un racconto dello scacco. Simenon e Sciascia venticinque anni dopo / Pour un récit de l’échec. Simenon et Sciascia vingt-cinq ans après, a cura di Danielle Bajomée e Luciano Curreri, Cuneo, Nerosubianco Edizioni, 2015, pp. 32-38]

GiuseppeTraina è professore associato di letteratura italiana all’Università di Catania

Su Leonardo Sciascia, in occasione del centenario della nascita, potete leggere su Ferraraitalia l’intervento di Sergio Reyes  [Qui]



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