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Achille Funi, l’artista operaio che amava i classici

Achille Funi, affermato e originale artista del primo Novecento, nasce nel 1890 e muore nel 1972, con una carriera che culmina negli anni Trenta. Ma che non va associato al pensiero politico dominante dell’epoca. È questo che ha voluto prima di tutto sottolineare lo studioso e critico d’arte Lucio Scardino nell’appuntamento di giovedì 30 novembre 2023, inserito all’interno del ciclo di incontri che proseguirà fino al 25 gennaio per approfondire la grande retrospettiva “Achille Funi. Un maestro del Novecento tra storia e mito” visitabile sino al 25 febbraio a Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Conferenza su Funi a Palazzo dei Diamanti
Lucio Scardino con Pietro Di Natale

“Funi – ha rimarcato Scardino – aveva un ideale classico e ha tentato di far diventare classico il quotidiano. Citava a memoria Dante e Omero e tutti lo ricordano per la sua cultura. Perciò è rimasto sempre al di sopra delle parti, se ne è infischiato della politica. Per lui la fruttivendola di Brera poteva diventare Saffo”.

“Lettura domenicale”, di Funi, olio su tavola 1926

E ha spiegato come il padre, attivista del partito socialista, aveva a cuore la cultura e quando Achille aveva 10 anni lo portava a studiare gli affreschi di Schifanoia. “Lo indirizza subito a una visione classica, ma votata al popolo e ai valori democratici anche in termini culturali”, ha detto il critico ferrarese.

Genealogia o La mia famiglia di Funi, 1918-1919

Tant’è che, per consentire lo sviluppo del talento artistico che il ragazzo mostra, il padre decide di lasciare il suo lavoro di fornaio. Per Achille trasferisce tutta la famiglia a Milano, dove lavorerà come operaio e la moglie come portinaia. “Questo – dice il critico – affinché il giovane si potesse aprire a una visione dell’arte svincolata dalle pastoie della borghesia di provincia”. Un influsso percepito come limite dell’ambiente ferrarese, dove Achille rivela le sue doti già negli anni di studio al liceo Dosso Dossi.

Autoritratto giovanile, 1908

“Funi – ha ricordato Scardino – non abbandonerà mai questo amore per i classici che il padre gli aveva trasmesso e nemmeno per i valori dei lavoratori”. Un amore che “l’enfant prodige del socialismo ferrarese” esprime con i suoi dipinti e i suoi affreschi. Gli stilemi della scuola del Rinascimento, li inserisce come sfondi dei ritratti che traspongono in versione moderna gli squarci di paesaggio delle Madonne delle gran dame del ’500.

“Ritratto di Annita Balconi”, 1922

Con la differenza che i paesaggi che occhieggiano dai dipinti funiani alternano scenari collinari di stampo leonardesco a una prevalenza di scorci di periferia urbana industrializzata. Il mondo contemporaneo entra così nell’opera moderna, ripreso con forme classiche.

“Maternità” di Achille Funi, 1921

Analogamente i soggetti che dominano la tela non sono figure religiose o aristocratiche. Nei ritratti – come pure negli affreschi – come modelli ci sono uomini e donne comuni, spesso parenti o conoscenti e committenti, in una visione comunitaria e democratica della rappresentazione.

Gerusalemme Liberata, sala Arengo, Ferrara

I volti, nei dipinti di Funi, riprendono infatti quasi sempre personaggi familiari (la sorella Margherita super ritratta, i genitori, i fratelli) e poi gli amici, gli artisti, gli intellettuali e le persone che frequenta negli anni. Ma i corpi dei suoi soggetti sono quelli di muratori e operai.

Cartoni per figure mitologiche di sala Arengo, Ferrara

È Folco Quilici a ricordarlo in un intervento raccolto nel volume “Il Mito di Ferrara. Omaggio ad Achille Funi e alle sue fonti” curato da Lucio Scardino e Filippo Manvuller per l’edizione del marzo 2023 del Comune di Ferrara. Nella sala dell’Arengo del palazzo municipale ferrarese Folco – alla pagina 102 del volume – rivela che “gli erculei corpi degli eroi e degli Dei dell’Olimpo erano in realtà ispirati a membra e muscoli (a proporzionati atletici arti, insomma) di contadini e operai”.

San Giorgio tra Ercole e Marte, sala Arengo, Ferrara

All’epoca bambino, Folco è il medio dei tre figli del direttore del Corriere Padano, Nello Quilici, che ospitò l’artista tornato a Ferrara per realizzare i cartoni dell’affresco per la sala comunale di Ferrara. Perciò gli mise a disposizione come laboratorio gli spazi del granaio della casa dove viveva insieme alla moglie Mimì Buzzacchi Quilici e ai figli Vanni, Folco e Vieri, in corso Cavour 40 a Ferrara.

Achille Funi – Autoritratto con brocca blu, 1920
Marlon Brando, “Un tram chiamato desiderio”, Usa 1951

Il rispetto dell’attività manuale spicca nella maggior parte degli autoritratti che Funi ci ha lasciato e che questa mostra raccoglie. Achille pittore si mostra sempre in abiti da lavoro: in canottiera o maglietta bianca sopra a pantaloni di tela, con gli addominali scolpiti dell’affrescatore di pareti che era.

“Autoritratto” di Funi, olio su tavola 1921
Videocassetta con l’immagine di Marlon Brando

Un’immagine di sé che anticipa quell’estetica che Marlon Brando renderà globale con il suo ruolo di protagonista di “Un tram chiamato desiderio” oltre trent’anni dopo, in analoga T-shirt bianca, e che ritroveremo in Paul Newman e James Dean.

Mostra “Achille Funi. Un maestro del Novecento tra storia e mito”, visitabile sino al 25 febbraio 2024, tutti i giorni orari 9-19.30, Palazzo dei Diamanti di Ferrara, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara.
Info sul sito web www.palazzodiamanti.it.

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Giorgia Mazzotti

Da sempre attenta al rapporto tra parola e immagine, è giornalista professionista. Laurea in Lettere e filosofia e Accademia di belle arti, è autrice di “Breviario della coppia” (Corraini, Mantova 1996), “Tazio Nuvolari. Luoghi e dimore” (Ogni Uomo è Tutti Gli Uomini, Bologna 2012) e del contributo su “La comunicazione, la stampa e l’editoria” in “Arte contemporanea a Ferrara” sull’attività espositiva di Palazzo dei Diamanti 1963-1993 (collana Studi Umanistici Università di Ferrara, Mimesis, Milano 2017). Ha curato la mostra “Gian Pietro Testa, il giornalista che amava dipingere”.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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