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Da: Ufficio Stampa Provincia

Quest’anno il 25 Aprile ci coglie costretti a osservare vincoli, restrizioni e misure necessarie.
La pandemia in corso limita, per paradosso, libertà, diritti e agibilità delle istituzioni democratiche, che per noi hanno la decisiva data di nascita proprio nella Festa della Liberazione. Tanto che oggi non possiamo celebrarla in piazza, come tutti gli anni.
Per quanto inappropriato, è sorprendente come nel corso di questa drammatica emergenza sanitaria, i termini spesso usati ci riportino alle terribili pagine della storia che oggi ricordiamo.
Leader e capi di Stato hanno più volte detto in questi mesi che siamo in guerra.
È stato chiamato “nemico” il virus contro il quale stiamo combattendo. Se l’ideologia nazifascista corrose le menti con la propaganda, prima di trascinare il mondo in una guerra devastante, ora il “nemico” è più invisibile ma, come allora, mette ugualmente in gioco la vita, la morte e la libertà.
Se con “Roma città aperta”, il memorabile film di Roberto Rossellini, ricordiamo i rastrellamenti nazifascisti, oggi siamo costretti nelle nostre città chiuse, per evitare il diffondersi del contagio, in un silenzio e vuoto surreali.
Quella stessa ondata di terrore condusse alla strage delle Fosse Ardeatine, nel cui anniversario lo scorso 24 marzo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha pronunciato parole che hanno risuonato come un appello: “Al termine di quegli anni terribili, l’unità del popolo italiano consentì la rinascita della nostra Nazione. La stessa unità che ci è richiesta oggi, in un momento difficile per l’intera comunità”.
Per il sistema sanitario, letteralmente preso d’assalto, si è parlato della necessità di rinforzare il nostro “esercito della salute”, provato da anni di tagli alla spesa, non solo per combattere l’emergenza, ma per essere pronti nel caso simili scenari si ripetano, come gli esperti già stanno ammonendo.
Ai Medici, infermieri e personale sanitario, va il nostro grazie, perché sono la prima linea della “Resistenza”, contro il nuovo nemico che semina morte.
Pensando a loro, vengono in mente le parole che usò Winston Churchill dopo la vittoriosa battaglia nei cieli d’Inghilterra contro l’aviazione nazista, superiore in numero: “Mai così tanti, devono così tanto, a così tanto pochi”.
E penso anche alla Protezione civile, militari, forze di polizia e ai tanti volontari, che danno volto e corpo alle parole sicurezza e solidarietà.
Come disse, però, Tina Merlin, la coraggiosa giornalista che raccontò la tragedia del Vajont: oggi non si può soltanto piangere, ma anche imparare.
Viviamo un tempo in cui simbolicamente manca il respiro, mentre un modello di sviluppo in piena corsa sta recidendo le sorgenti dell’ossigeno nel pianeta. Un mondo nel quale se si sono compiuti passi avanti nel rapporto fra capitale e lavoro, è invece stato banalizzato quello fra capitale e natura.
Suonano come un richiamo tuttora urgente le parole di Primo Levi: “Comprendere e capire perché tutto ciò stia accadendo non è ancora possibile, ma conoscere è un nostro dovere, perché ciò che è stato non si ripeta”.
Un mondo globalizzato compreso nella propria euforica potenza, dovrebbe comprendere che l’innaturale divisione tra forti e deboli sta lasciando il posto a un comune senso di fragilità.
Analogamente al sapere scientifico che, abbandonate le certezze ottocentesche, per sconfiggere il “nemico” ha bisogno anche del nostro “restare a casa”, come di mascherine e camici, colpevolmente lasciati alle leggi del mercato.
I costi sociali ed economici dell’emergenza si annunciano pesantissimi, tanto che si ricorre ancora al clima bellico per invocare un nuovo “Piano Marshall” e se una conferma emerge da questa prova, è che avremmo bisogno di più Europa, non di meno.
Le migliaia di vittime stroncate dal virus sono in gran parte anziani e molti se ne sono andati senza un ultimo saluto dei loro cari, che si porteranno dentro questo magone per sempre.
Andrà tutto bene se sapremo fare tesoro di tanta sofferenza, facendo leva sulle qualità migliori della società e sulla capacità di collaborare insieme, rispondendo in modo positivo all’appello di papa Francesco alla “creatività dell’amore”.
Lo stesso insegnamento che ci consegna il 25 Aprile, nella memoria delle migliori qualità di un Paese che ha lottato per la libertà.
Andrà tutto bene se, uscendo dal linguaggio di guerra, sapremo prenderci cura di noi stessi e del nostro mondo, senza esclusi e consapevoli che nessuno può riuscirci da solo.
Abbiamo tutte le risorse per farcela e per dire anche noi, come canta Francesco De Gregori: “Viva l’Italia colpita al cuore, viva l’Italia che non muore”.

Barbara Paron – Presidente della Provincia

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PROVINCIA DI FERRARA


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

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