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Finalmente lo scorso 27 agosto su Gaza è scoppiato il cessate il fuoco illimitato (così l’accordo) e speriamo che stavolta regga davvero.
Il conflitto era iniziato l’8 luglio dopo l’uccisione per mano di un clan locale che si rifa ad Hamas di tre studenti di una scuola rabbinica: Eyal, Naftali e Gilad.
Si è letto e sentito di tutto, anche su Ferraraitalia, su questo ennesimo conflitto israelo-palestinese, con responsabilità riconducibili principalmente, se non esclusivamente, su Israele.
Il registro è abbastanza noto: dalla negazione dei sacrosanti diritti palestinesi, all’uso sproporzionato della forza, all’espansionismo israeliano messo in atto con una politica insediativa a dir poco contestabile e ai limiti della più umiliante segregazione. Da ultimo il “muro della vergogna” (come è stato chiamato), costruito da Israele in Cisgiordania nel 2002. Fino all’accusa di un atteggiamento sistematicamente discriminante, chiamando in causa addirittura la categoria sensibilissima, per il contesto, della pregiudiziale razziale.
È innegabile che, come accade per ogni conflitto, anche in questo caso il prezzo più pesante lo abbia pagato la popolazione civile. Morti che si contano a migliaia, il più dalla parte palestinese e in maggioranza vittime innocenti di una guerra che non hanno voluto, né combattuto. Bambini, uomini e donne, che, da che mondo è mondo, vorrebbero solamente starsene in pace.
La lettura delle responsabilità israeliane, se non tutte quasi, continua a trovare largo seguito anche in Italia, principalmente nella cultura di sinistra, ma non solo. Eppure ammettere diritto di cittadinanza ad un punto di vista diverso può aiutare a farsi un’idea meno frettolosa, rispetto ad uno scenario mediorentale che definire un ginepraio ormai pare quasi sarcastico.
Il peccato d’origine dell’intero problema viene di solito fatto risalire alla decisione Onu del 29 novembre 1947 (risoluzione 181), che prevedeva, è utile ricordarlo, la nascita di due stati indipendenti, ebraico e arabo.
Il 14 maggio dell’anno seguente ci fu l’annuncio della nascita di Israele per bocca di Ben Gurion, leader storico del movimento sionista.
Il giorno dopo (il giorno dopo!) ebbe inizio quella tuttora ricordata come la guerra di indipendenza. Cinque eserciti arabi attaccarono congiuntamente Israele: Egitto, Giordania, Libano, Siria ed Iraq.
Persino la Pravda scrisse in quei giorni: “L’opinione pubblica sovietica non può che condannare l’aggressione araba contro Israele” (solo successivamente l’Urss passò dall’altra parte).
Con una superiorità numerica schiacciante (la sproporzione della forza) gli stati arabi riuscirono a perdere il conflitto, nonostante Israele non si può nemmeno dire potesse contare su un esercito vero e proprio.
I cinque aggressori, sicuri che avrebbero compiuto poco più che una passeggiata, convinsero 250mila palestinesi (su 497mila che se ne contavano nel 1948) a lasciare il paese, nonostante ogni tentativo di dissuasione da parte ebraica, perché di lì a poco avrebbero fatto trionfalmente ritorno da padroni.
La storia, più o meno, si ripete nel 1956, con la campagna del Sinai, nel 1967 (la guerra dei sei giorni) e nel 1973 (guerra del Kippur). Chi se ne intende di queste cose è sostanzialmente concorde nel dire che tutte le volte Israele ha dovuto reagire contro attentati, provocazioni e tentativi di invasione.
Ma perché tanta ostilità del mondo arabo?
La ragione è risaputa, lo stato nato nel 1948 è di fatto un’usurpazione, questa la lettura, di uno storico diritto rivendicato dalla popolazione che da sempre ha abitato la Palestina. Da qui la causa palestinese.
In realtà diversi sono gli elementi che rendono la faccenda meno semplice.
Punto primo: gli esperti concordano nel dire che in fondo la Palestina non è mai stata di nessuno. Fino, per avvicinarci ai nostri tempi, allo stato di assoluti abbandono e incuria nei quali versava quest’angolo di terra durante l’ormai agonizzante dominio turco.
Secondo: insediamenti ebraici hanno praticamente da sempre continuato a coabitare con quelli palestinesi. Nella sola Gerusalemme del 1885, ad esempio, si contavano 15mila abitanti dei quali seimila erano ebrei.
Terzo: gli ebrei, sulla spinta del progetto sionista, le terre in Palestina se le comprarono, spesso a prezzi ben oltre il loro valore. A venderle furono già a partire dall’800 i grandi proprietari terrieri arabi (effendi) residenti al Cairo, Damasco o Beirut, oppure i piccoli proprietari (fellahim). L’iniziativa fu talmente coinvolgente che tuttora è nota col nome di bossolo, ossia il salvadanaio che praticamente ogni famiglia ebraica, dalla Russia agli Usa, nei primi decenni del ‘900 aveva in casa per la raccolta fondi.
È accertato che nel 1945 gli ebrei risultavano proprietari legittimi di 175mila ettari di territorio della Palestina.
Quarto: l’idea del ritorno alla terra dei padri, nonostante la matrice assolutamente laica del sionismo (che non pensò neppure in modo uniforme all’attuale collocazione geografica di Israele), incominciò a coagularsi per il popolo della diaspora da secoli a causa di alcune accelerazioni storiche che qui possiamo solo velocemente ricordare: i sanguinosi pogrom zaristi fra Otto e Novecento, l’ondata emotiva prodotta dal processo Dreyfus nella Francia ottocentesca e l’orrore dello sterminio di sei milioni di ebrei nelle camere a gas naziste.
Questi sono alcuni fra i principali motivi che sono all’origine delle cinque storiche ondate migratorie verso la Palestina (aliyà, che in ebraico vuol dire salire verso Israele) tra la fine dell’800 e il 1948.
Ciononostante il mondo arabo ha per decenni, e in modo compatto, continuato ad opporsi innanzitutto ponendo la questione sul piano militare.
Chi tentò la via dell’accordo di pace pagò a caro prezzo questa scelta. I casi di re Abdullah I di Giordania (assassinato il 20 luglio 1951 davanti alla moschea di Omar a Gerusalemme) e del presidente egiziano Sadat (vittima di un attentato il 6 ottobre 1981, significativamente durante le celebrazioni dell’ottavo anno dalla guerra del Kippur), sono solo due esempi di come il mondo arabo abbia a lungo concepito la risoluzione del problema solo tramite un’unica via: la cancellazione di Israele come ancora si sente da certe dichiarazioni iraniane o di Hamas.
Re Abdullah I scrisse nelle sue memorie che il sionismo non solo poteva contare sui paesi europei che volevano liberarsi dei loro ebrei, ma anche sugli estremisti arabi che rifiutavano qualsiasi accordo.
Parole che, col senno di poi, legittimano anche, in certa misura, una lettura in senso involutivo della dinamica politica interna di Israele. Uno stato e un’opinione pubblica impauriti, che smarriscono la spinta propulsiva dei padri fondatori per rinchiudersi progressivamente in una sindrome da assedio e minaccia continui, verso un mondo arabo che stenta ad vestire i panni di un interlocutore affidabile (uniche eccezioni le aperture delle frontiere nel frattempo con Egitto e Giordania).
Le elezioni israeliane del 1977 segnano la sconfitta per la prima volta dei laburisti (da sempre espressione politica della cultura sionista), aprendo le porte del governo alle destre che intensificano un rapporto con le componenti religiose ultraortodosse, estranee al movimento laico fondato da Herzl. Da allora le istanze del dialogo (specie dopo l’ultimo tragico tentativo di Rabin), stentano ad essere numericamente prevalenti nella società israeliana, a scapito di un nazionalismo che fa della sicurezza e della difesa il proprio punto programmatico centrale.
Dal canto suo la causa palestinese, dopo gli insuccessi militari, sposta la propria strategia dall’impossibilità di una vittoria in campo aperto al terrorismo. Non si contano gli attentati compiuti in aeroporti e città di mezzo mondo dall’Olp a partire dagli anni ’70 con un bilancio di sangue impressionante e soprattutto all’insegna di un’accelerazione che si tende tuttora a sottovalutare. L’obiettivo non sono più gli ebrei d’Israele ma gli ebrei in quanto tali, ovunque risiedano.
Si legge nei commenti a margine del conflitto di Gaza di un nazionalismo ebraico di matrice razzista che ricorda metodi nazisti, mentre si dimentica la strategia dell’Olp che ha insanguinato mezzo mondo per oltre un decennio, sulla base di una sovrapposizione etnica che per il popolo ebraico non veniva usata dai tempi di Hitler.
Un disegno che in Italia arriva a trovare un terreno di sutura nientemeno che con le Brigate Rosse: armi e addestramento in cambio di alleanza in senso antiebraico. Mentre sulla scena internazionale Arafat il 13 novembre 1974 viene ammesso all’Onu come osservatore. C’è chi ha notato che quella è stata la prima volta di ingresso nel massimo organismo internazionale, per un movimento che aveva come obiettivo fondamentale la distruzione di uno stato membro e che rivendicava l’attività terroristica come azione politica.
Un ulteriore motivo di confusione è dato, magari inconsapevolmente, dall’espressione “Stato ebraico” per definire altrimenti Israele, che spesso si legge anche in autorevoli commentatori.
È la conseguenza di un’errata traduzione, ormai entrata nella vulgata comune, del famoso libro di Theodor Herzl “Der Judenstaat” (1896): Lo stato degli ebrei e non Lo stato ebraico.
Differenza non da poco, perché a tutt’oggi Israele è popolato da un buon 20 per cento di palestinesi e intere città sono palestinesi che possono eleggere sindaci e rappresentanti al parlamento.
Certamente, come in tutti i conflitti, le ragioni e i torti non stanno mai da una parte sola.
Gli studiosi sono d’accordo nell’individuare un errore storico compiuto dalla causa sionista. Un errore di sottovalutazione è stato chiamato.
Il pensiero sionista, all’origine dello stato d’Israele, è figlio, è bene ricordarlo, dei principi illuministi della rivoluzione francese, nella sua anima più liberale e mitteleuopea, e del pensiero marxista e socialdemocratico russo ed est europeo, la cui realizzazione principe è il sistema collettivo del kibbuz.
L’ideale, laico, era quello dunque di una liberazione del popolo ebraico dopo secoli di diaspora, ma non a prezzo della riduzione in schiavitù di altri.
Il sionismo, specie nella sua declinazione più di sinistra, riteneva che Israele avesse la missione morale di realizzare una nuova comunità umana sulla via di una ricchezza e prosperità oltre e fuori dal capitalismo. Qui forse trova espressione il rapporto di amore-odio con la vecchia Europa, nel solco della quale quell’ideale prende forma e nel quale l’ebraismo ha trovato dimora certamente, ma pur sempre nella condizione di diaspora e troppo spesso in quella del ghetto, del pogrom, della sopportazione, dello scherno, della cacciata. Fino alla follia bestiale delle leggi razziali e della soluzione finale per mano nazista.
La fiducia positivistico-ottocentesca che il benessere creato dal duro lavoro della terra (finalmente una terra) avrebbe costituito occasione di prosperità anche per la popolazione arabo-palestinese, altrettanto vessata e sfruttata da secoli, e che insieme ebrei e arabi avrebbero costruito con la forza delle loro braccia un futuro di reciproca emancipazione, liberazione e di pace, fu l’errore principale commesso dai leader del movimento sionista.
Sottovalutarono che parallelamente al nazionalismo ebraico (perché questo era il sionismo: Israele è stato chiamato anche il compimento del Risorgimento sionista) esisteva un nazionalismo arabo. Certamente meno evidente e strutturato, ma c’era.
E questo si è rivelato un errore fatale, che però neppure la comunità internazionale seppe leggere e comprendere.
Dal canto suo il mondo arabo ha insistentemente reagito mettendo per anni la partita sul piano bellico, risultandone sempre sconfitto e per questo cercando e imbastendo alleanze internazionali, che spesso non avevano nulla a che fare con la soluzione del dramma palestinese.
Da qui non pare appropriato definire espansionista Israele, perché le vittorie militari sono sempre state il risultato di una riposta ad un’aggressione iniziata da altri; almeno quattro volte dal ’48 al ’73.
Certamente molti rimangono i nodi tuttora irrisolti di una questione mediorientale che continua ad intersecarsi con nuovi elementi di complessità e preoccupazione che sembra non abbiano fine (il grande tema dell’Islam), ma, forse, tenere presente anche questa chiave di lettura potrebbe servire a qualcosa.
Forse.

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Francesco Lavezzi

Laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, insegna Sociologia della religione all’Istituto di scienze religiose di Ferrara. Giornalista pubblicista, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia di Ferrara. Pubblicazioni recenti: “La partecipazione di mons. Natale Mosconi al Concilio Vaticano II” (Ferrara 2013) e “Pepito Sbazzeguti. Cronache semiserie dei nostri tempi” (Ferrara 2013).

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