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“Son Ebreo ed ebreo rimarrò…”, una poesia scritta da František Bass, piccolo-grande poeta, quando aveva 11 anni, nel campo di Terezin

di Maria Cristina Nascosi

Son Ebreo… è una poesia scritta da František Bass, piccolo-grande poeta, quando aveva 11 anni, in campo di concentramento.

Era nato il 4 settembre 1930, a Brno, oggi seconda città dopo Praga, della Repubblica Ceca e capitale storica dell’antica e cólta regione della Moravia.
Fu veramente un picco-grande poeta: le sue liriche, tradotte in inglese da Edith Pargeretova, son opere di spessore incredibile; il dolore, la sofferenza, specie in un bambino, son esperienze che maturano, rendono adulti anzitempo e Franta – questo vezzeggiativo fu il suo pseudonimo autoriale – le fermò, per sempre, sulla pagina scritta, piccoli capolavori di umanità negata da una delle più atroci prove che l’uomo abbia fatto subire ad un ‘altro’ uomo.
Franta fu condotto a Terezin, (Theresienstadt), il campo di concentramento dei bambini, il 2 dicembre 1941.
Quel campo, il ‘fiore all’occhiello’ di Hitler, fu il gioiello della sua mostruosa e sapiente propaganda: vi si giraron filmati, venivano fatte regolarmente visite da personaggi di spicco, per mostrare loro che il nazismo creava talenti, esprimeva cultura, non morte: in realtà i bimbi venivano poi uccisi – ne furono internati 15.000, si salvarono in 100 !! – prima del compimento del quattordicesimo anno di età.
Ecco perché il piccolo Franta, che ormai aveva oltrepassato, seppur da poco quell’età fatidica, venne condotto ad Auschwitz il 28 ottobre 1944 dove morì dopo soli 2 giorni, otto mesi prima della fine del Secondo conflitto mondiale.
La sua poesia è conservata in una bacheca di vetro nella Sinagoga vecchia di Praga, una delle culle della civiltà mitteleuropea, la capitale della Repubblica Ceca che qualche tempo fa, durante un viaggio, ebbi modo di leggere, per caso.
Mi colpii tanto e volli tradurla per proporla proprio per il Giorno della Memoria di quest’anno.
Grande è il potere di quelle parole, che si potrebbero trasporre in ogni lingua e dialetto del mondo: dietro ognuna di esse, frutto di orgogliosa identità da difendere dalla criminale damnatio memoriae, ci sono un significante ed un significato dal sapore universale.

 

František Franta Bass

Son Ebreo

Son Ebreo ed Ebreo rimarrò.
Anche se morissi di fame,
mai mi sottometterei ad alcuna nazione,
combatterò sempre
per la mia nazione, sul mio onore.
Non mi vergognerò mai
della mia nazione, sul mio onore.
Son fiero della mia nazione,
una nazione più che mai degna d’onore.
Sempre sarò oppresso,
e ancora rivivrò, per sempre.

Una poesia, un disegno, un’amicizia.
Storie di ordinaria bellezza nella “banalità” del Male

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La Memoria va preservata affinché il passato possa diventare lezione presente e futura, e ci aiuti a “superare” certi fatti di cronaca che, purtroppo ancor oggi,raccontano l’odio inspiegabile verso un popolo, dimenticando, troppo spesso, che nei campi di sterminio il popolo ebraico ha segnato col sangue la via verso la pace e l’amore tra gli uomini. Il sacrificio non sarà stato consumato inutilmente se i figli capiranno che togliere la libertà e uccidere sono manifestazioni dei peggiori istinti umani. L’odio antisemita è un motivo conduttore del nazismo. Che cosa si nasconde dietro l’antisemitismo? Secondo lo scrittore tedesco Hesse l’odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei, certi strati meno saggi di un’altro gruppo etnico sentirebbero nascere dalla concorrenza invidia e inferiorità umiliante.

Va custodita la Memoria della Shoah, e non solo il 27 gennaio, ma ogni giorno, senza dimenticare i figli, i nipoti di queste vittime, che vivono in mezzo a noi. Dobbiamo smuovere le coscienze affinché non solo la memoria di un passato in cui il mondo è tornato ad essere foresta di ombre e belve, ma anche la contemporaneità infinita dei tempi e dei destini, sia finalmente percepita. “Del male si può essere forzatamente vittime, ma non forzatamente autori”. La Shoah intende ammonirci e invitarci alla riflessione, divenendo il simbolo della tragica divaricazione che spesso si verifica tra le leggi della politica e della storia e le esigenze naturali della coscienza e della morale dei singoli individui, quando, come scrisse Goya, “il sonno della ragione genera mostri”.

Insieme alla Shoah vanno ricordati anche tutti coloro che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte e quanti, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati. Fra i Giusti è doveroso ricordare Giorgio Perlasca che a Budapest, fingendosi Console spagnolo, riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ebrei ungheresi.

La politica nazista nei confronti dell’infanzia fu ancor più crudele e devastante che rispetto al resto della popolazione. I bambini erano i primi a dover essere eliminati. Purtroppo in guerra, i bambini sono le vittime più indifese della persecuzione e dello sterminio, come sta accadendo da alcuni anni anche in Siria. La guerra, la fame, ma soprattutto la distruzione fisica e psicologica sono i mali che da sempre gettano buio sul mondo.

Sono stati più di un milione e mezzo i bambini uccisi nei campi di sterminio nazisti. L’unica colpa era quella di essere ebrei! Ricordando l’assassinio di questi poveri innocenti, si evince in quale abisso il mondo possa precipitare quando a dominare oltre all’odio è l’indifferenza. Quindicimila furono i bambini “ospitati” nel campo-ghetto di Terezìn, situato a circa 60 km da Praga. In questo “speciale” campo di concentramento venivano raggruppati i bambini ebrei prima dello smistamento nei vari campi di sterminio. I sopravvissuti sono meno di un centinaio. La maggior parte dei bambini trovò la morte nelle camere a gas di Auschwitz.

Quattromila disegni e poesie sono stati recuperati in questo campo di Terezìn, dove i bambini, seppur in condizioni terribili, riuscivano a dare sfogo alla loro fantasia e spontaneità come risposta al progetto criminale nazista.

Dei 776 bambini ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, corre l’obbligo citare, tra i pochissimi sopravvissuti, Samuel Modiano (detto Sami) e Piero Terracina, diventati amici proprio nell’inferno di Auschwitz, dove avvenne anche l’incontro con Primo Levi, più grande di loro di circa dieci anni e morto suicida nel 1987.

Primo Levi è l’autore della più celebre testimonianza sulla “vita” nel campo di Auschwitz-Birkenau, “Se questo è un uomo”. “C’è acqua ad Auschwitz, ma non è potabile. Ci sono le docce, gelate, ma in alcune esce il gas…berretto su, berretto giù, correre alla zuppa, andare alla latrina. Andare a morire correndo”.
L’immensa sofferenza di tante crudeltà è conservata nelle parole di questi testimoni che hanno avuto il coraggio di condividere le terribili esperienze attraverso la scrittura. Descrivere l’indescrivibile affinché tutti sappiano e tutti si chiedano “perché?”.

Scrive Modiano:”Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino: la notte mi addormentai come un ebreo”. Questa frase si riferisce alla promulgazione delle leggi razziali: frequentava la terza elementare e si vide espulso in quanto ebreo. Per molti anni, da sopravvissuto, Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dar voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato a Rodi,un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Modiano non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma all’indomani delle leggi razziali,all’improvviso si trova bollato come “diverso”.

Piero Terracina:”Ci misero in sessantaquattro in un vagone. Fu un viaggio allucinante, tutti piangevano, i lamenti dei bambini si sentivano da fuori, ma nelle stazioni nessuno poteva intervenire, sarebbe bastato uno sguardo di pietà. Le SS sorvegliavano il convoglio. Viaggiavamo nei nostri escrementi: Fossoli, Monaco di Baviera, Birkenau-Auschwitz”.

Degli otto componenti della sua famiglia, Terracina sarà l’unico a fare ritorno. “Dove sono i miei genitori? chiesi a un altro sventurato nel campo di Auschwitz-Birkenau. E lui rispose: Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì”.

(Le opere di Laura Rossi sono tratte dalla Collezione ‘Shoah’, 1984)

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