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DI MERCOLEDI’
Sullo scrivere di sé: Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza”

 

Ho letto anche Sembrava bellezza. Nello scorso numero dicevo di avere scoperto Teresa Ciabatti, autrice di una autobiografia che ho trovato coinvolgente, La più amata, uscita nel 2017.

Svelo subito perché anche questo secondo libro mi ha attratta: perché “è scritto meravigliosamente”. Tra virgolette metto le parole che ha scelto Michela Murgia per presentarlo insieme a Chiara Valerio in un incontro a cui ha partecipato l’autrice. Tutto si può rivedere su Youtube digitando ‘Teresa Ciabatti’, peggiorata in Ciaby dal diminutivo usato durante l’intervista: l’unica nota stonata di una conversazione a tre per me divorante. Sulla femminilità e sull’essere donna, sulla adolescenza come tempo supremo della inadeguatezza, sul valore del corpo, sul rapporto tra bellezza e percezione della bellezza (la propria, soprattutto).

Tre figure di donna occupano anche il centro del romanzo: la narratrice e la sua amica storica Federica si ritrovano quando hanno quasi cinquant’anni, si aggiunge a loro la sorella di Federica, Livia, che è stata la più bella ragazza del liceo quando erano adolescenti, ma a diciassette anni ha subito un grave incidente che le ha procurato un ritardo mentale. Le altre due nell’adolescenza non sapevano riconoscersi belle e ora che sono cresciute e sono diventate madri, una di loro anche  famosa come scrittrice, rinsaldano la loro amicizia con una solidarietà tutta nuova.

È la narratrice a scavare nel passato suo e delle altre e a dare di sé un’immagine di acuto spaesamento: “Metto in scena la proiezione più bassa di me e scrivendo dipingo la mia adolescenza come l’età della sofferta percezione di me; ero la brutta e inadeguata ragazzina venuta a Roma dalla provincia che nessuno dei compagni di scuola ha mai voluto degnare di considerazione”. Le parole sono più o meno queste, ho messo io “dipingo” per riprendere un’altra osservazione di Murgia: se questo libro fosse un quadro sarebbe un quadro dell’impressionismo, tutto pennellate pesanti che ritraggono con frasi fulminee la percezione che della realtà ha la narratrice.

E io che percezione ho avuto del valore di un romanzo come questo? Un romanzo che si pone in continuità con La più amata e torna insistentemente su come si è da adolescenti, sulla insoddisfazione verso il nostro corpo. Sulla figura dei genitori che ci hanno fatto violenza in qualche modo mentre ci facevano crescere; sulle ferite che ci hanno inferto i compagni di scuola con la loro indifferenza spietata. Su quest’ultimo aspetto merita di essere letto il bel romanzo autobiografico di Diego Marani, Il compagno di scuola, ambientato negli anni Settanta tra la campagna di Tresigallo e il Liceo Classico di Ferrara.

Ci penso da parecchi giorni e di proposito ho centellinato la lettura delle ultime pagine di Sembrava bellezza per lasciar sedimentare la mia reazione di lettrice. Poi stando al mercato del mio paese lo scorso mercoledì ho fatto chiarezza: c’era una bella luce nella piazza e le bancarelle di ogni tipo tornavano a occupare le consuete postazioni. Soprattutto i capi primaverili messi in mostra sprigionavano colori nuovi, tinte pastello per lo più. Ho incontrato amici e conoscenti e ho scambiato più chiacchiere del solito, in cerca di un piccolo risarcimento emotivo dopo le restrizioni dovute al Covid, che ci hanno tenuti in casa per alcune settimane. Nel resto della giornata ho ripensato a come è stato piacevole ritrovare la socialità paesana.

Ho fatto l’appello delle persone incontrate con la loro sana psicologia e ho preso via via le distanze dalla personalità di Ciabatti, o dalla narratrice che senza avere nome è il suo alter ego dentro al romanzo. Quella che dice solo e sempre ‘io’, si guarda nel presente e poi si volta indietro a recuperare l’adolescenza e ne riassapora il tormento, senza superarla mai. Senza fare sintesi tra le fasi della propria vita: ora che è una scrittrice e una giornalista di fama non si sente risarcita e non sa guardare avanti; ora che la figlia è adulta non si perdona di essere stata una cattiva madre e torna ciclicamente ad accusarsi. Non mi trova d’accordo ciò che ha detto Chiara Valerio, che la conoscenza è una forma di perdono; almeno non mi pare che questo accada nel libro.

Dopo averla vista su Youtube conosco il volto dell’autrice e allora mi domando come possano i suoi lineamenti tanto regolari e una gestualità così gradevole racchiudere il tarlo della incompiutezza come persona, come donna. Ha detto alle sue interlocutrici di essere più avanti rispetto ai personaggi che mette nei romanzi e di voler scrivere sulla mancanza di reciprocità tra sé e gli altri, sulla esclusione che l’ha ferita negli anni del liceo. Per me lettrice una ragione di più per tenere separate autrice da una parte e narratrice-protagonista dall’altro. Eppure ci sono cascata e confesso che anche ora se ripenso al libro tendo a sovrapporle. Anche perché a una certo punto dell’intervista lei dice: “La adolescenza la odio e meno male che ora è lontana”.

Per ristabilire un patto chiaro con entrambe mi serve che Ciabatti scriva altri romanzi. Storie che vadano oltre l’autobiografia. Occorre che lei rinunci a provocare i lettori con questa ambiguità di ruoli e si travesta magari da narratore di genere maschile, di un’età diversa, che ambienti la nuova storia in un’epoca lontana. Mi occorre che si stacchi da sé stessa e dalla narratrice che è stata.

Intanto tutte le persone incontrate stamattina mi riportano a queste giornate che viviamo. C’è una ferita collettiva che taglia la carne del mondo, ci attraversa una paura ancestrale per la nostra salute e per quella dei nostri cari. La nota stonata in questa scrittura insistita sul sé, in questo scavo alla ricerca dei traumi subiti nella adolescenza è che rasenta il solipsismo. La trovo fuori tempo come proposta culturale. Però mi convince e mi avvince in quanto scrittura sincopata e sincera fino alle estreme conseguenze espressive; mi piacciono le frasi brevi che denudano persone e cose, mentre le inondano di una luce bianca come sotto interrogatorio.

Alla fine torno a ciò che ho detto nel mio incipit, a ciò che ha detto Michela Murgia: “Questa scrittura vale tutto il libro”.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti romanzi:
– Diego Marani, Il compagno di scuola, Bompiani, 2005
– Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, Mondadori, 2021 (finalista al Premio Strega 2021)

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DI MERCOLEDI’
Giovani scrittrici del disagio

 

Quanto disagio nella loro scrittura. Penso che potrebbero essere mie figlie, penso che sono giovani  e hanno il privilegio di scrivere. Di pubblicare quello che scrivono, romanzi per lo più. Eppure raccontano come per seguire una sorta di terapia e nel raccontare esplorano il loro disagio. Mi riferisco a due autrici pressoché coetanee di cui ho letto in questi giorni. Ho letto un libro per ciascuna: Come il mare in un bicchiere di Chiara Gamberale e La più amata di Teresa Ciabatti.

Come sono arrivata a Chiara Gamberale? L’ho vista in tv, proprio mentre finiva la sua intervista e la presentatrice ricordava il titolo del suo ultimo libro uscito qualche mese fa. Ho controllato nella mia libreria ritrovando di lei solo la fiaba Qualcosa e Le luci nelle case degli altri e ho pensato che vorrei rileggerli, soprattutto il secondo col suo titolo bellissimo. Sono sicura di avere letto almeno altri due suoi libri, ma non li ho rintracciati, forse provenivano dalla biblioteca scolastica e là sono ritornati.

Come sono approdata a Teresa Ciabatti. Ho letto una recente recensione sul suo Sembrava bellezza, uscito da pochissimo e finalista al premio Strega 2021. A parlarne bene sulle pagine di Repubblica Michela Marzano, che ho conosciuto di persona un paio di anni fa: una scrittrice profonda, generosa nell’incontrare i ragazzi dei Licei cittadini che gremivano la Sala Estense e molto aperta, sia alla conversazione che al dialogo. Poi, sedute davanti a un piatto di cappellacci ferraresi a uno dei tavolini del Brindisi, così piccolo da non farle sentire la mancanza dei locali parigini, ci siamo confrontate sul nostro mestiere di insegnanti. Lei professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes, io docente di lettere al Liceo Classico cittadino. Era presente anche Nadia Terranova, che ci ascoltava e ci incalzava con nomi e titoli di autrici italiane da leggere assolutamente, perché andavamo mescolando al resto i discorsi sul nostro ruolo di lettrici, sempre.

Dunque Marzano consiglia di leggere l’ultimo libro di Ciabatti. Dopo, succede tutto molto in fretta: non posso uscire dal mio paese perché la nostra regione è zona rossa e alla biblioteca di Poggio Renatico trovo il romanzo precedente, La più amata, che è uscito nel 2017.
Trovo invece il “quaderno”, lei lo definisce così, di Gamberale: Come il mare in un bicchiere. Porto a casa entrambi e comincio da quest’ultimo. Strano libro. Senza filtri che separino la scrittura dalla biografia minuta; un quaderno che diventa anche diario delle lunghe settimane vissute in lockdown lo scorso inverno. Alcune pagine sono davvero intense, sono piene di spunti per guardare la vita dentro le nostre case e dentro le persone. Per fare un bilancio su quello che sta cambiando, sulla fragilità di tutti. Sulla forza di tutti, che si fa strada nell’autrice come donna e come madre. Mi ricorda l’urgenza di racconto che ha ispirato tanta narrativa della Resistenza alla metà del secolo scorso. Siamo di nuovo in guerra e la scrittura tende a ricalcare la vita vissuta con le parole. Come durante la Resistenza l’esperienza individuale si pone come paradigmatica, rivelando la vita di tutti.

Quando passo al romanzo di Ciabatti bastano le prime pagine a farmi sospirare “Ecco un’altra autobiografia”, con la storia personale e della famiglia. Eppure un passo dopo l’altro vengo  inglobata nello spessore delle pagine, dove i ricordi della autrice scorrono talmente vivi da essere dentro il suo presente, dentro il garbuglio della sua psicologia. Ne parla in modo così scoperto. Ecco la cifra del Novecento, la biografia di sé che ricalca l’impianto della psicanalisi: Teresa e il suo rapporto col padre, adorato. Teresa e la difficile convivenza con la madre. La distanza che aumenta tra lei e il fratello gemello mentre diventano adulti.
Rispetto al “quaderno di Gamberale la storia di questa bambina privilegiata, nata in una famiglia ricchissima, che i genitori hanno amato, ma senza darle sicurezza, è la storia di un isolamento. Che a tratti scade in solipsismo. La bambina diventa adulta senza vivere il proprio romanzo di formazione, senza fasi di crescita che disegnino per lei una identità dotata di una qualche armonia, di un equilibrio. Il suo raccontare si muove su piani temporali che variano continuamente e il cursore del tempo passa dall’infanzia al presente e alla adolescenza per ritrovare sempre le stesse inquietudini e la donna che a quarantaquattro anni ancora si sente incompiuta, “qualcosa meno di un adulto”.

Cosa hanno in comune le due scrittrici, mi chiedo. Ho in mente  una  risposta ma mi occorre rivedere il genere letterario della autobiografia a cui i due libri fanno riferimento.

E’ un volume  ponderoso, il numero cinque della Letteratura Italiana Einaudi che staziona dal 1986 sulla mensola a sinistra della mia scrivania; il titolo è Questioni e fa al caso mio. Trovo il saggio di Marziano Guglielminetti dedicato a Biografia e Autobiografia e ripercorro, paragrafo dopo paragrafo, lo sviluppo tutto al maschile che la scrittura di sé ha disegnato nei secoli, dalla agiografia medievale alla letteratura di consumo del XX secolo, dove spesso parlano della propria vita non solo letterati e artisti, ma anche attori, sportivi e politici.

Mi confermo che il primo tratto in comune, banalmente ma non troppo, è che sono davanti a una scrittura di genere: a parlare di sé e del proprio paesaggio interiore sono due donne. Entrambe  mettono a nudo con determinazione l’osmosi difficile tra l’io e il mondo. Sono donne che affrontano i dilemmi della complessità di cui è fatto il nostro tempo, sorrette da un uso raffinato del linguaggio, che usano come strumento di chiarificazione interiore.
Un secondo elemento comune è che sono figlie della tradizione del romanzo psicologico e questa loro radice le spinge a scardinare dall’interno almeno un aspetto costitutivo del genere autobiografico, ovvero la concezione del tempo. Entrambe selezionano con nettezza i fatti e i momenti salienti da raccontare, ma rinunciano a collocarli in ordine cronologico secondo la sequenza codificata di infanzia, adolescenza, età matura. I nodi emotivi, le gioie e le sofferenze del passato sono recuperate attraverso frequenti flash back e riesplodono vivi nel presente della narrazione, contaminando tra loro i diversi piani temporali. Sono figlie del paradigma instaurato all’inizio del Novecento dalla narrativa di giganti come Svevo e Pirandello, i cui protagonisti ci mostrano il loro io che si frantuma perplesso e smarrito in un mondo senza riferimenti assoluti, figli a loro volta della nuova epistemologia del relativismo.

Infatti nelle due autrici non rilevo alcuna nota agiografica, nessuna esaltazione di sé; semmai qualche spunto di ironico abbassamento verso “l’inettitudine”, come è stata immortalata da Svevo nella Coscienza di Zeno. Nel libro di Gamberale, ogni volta che il vivere quotidiano sembra sopraffarla con la complessità dei compiti e dei doveri. Nella narrazione di Ciabatti quando il resoconto di sé assume un vago sapore scandalistico, si direbbe per la voglia di punirsi per i vizi e gli errori commessi.

Eppure c’è qualcos’altro che le determina. Non sono solo figlie ma anche madri. E’ passato un  secolo dall’ “involontario soggiorno sulla terra” di Pirandello e l’istanza narrativa degli autori e delle autrici che sono venuti dopo ha attraversato altre stagioni. Passata la fase pigra e sfiduciata della letteratura postmoderna, in questi primi vent’anni del nuovo millennio pare tornata la voglia di racconto. Anche del racconto di sé, andando oltre la disgregazione della identità del personaggio, oltre anche la sopraffazione del “Là fuori”, come lo definisce Gamberale. Più marcati in lei, ma soffusi anche nelle pagine finali di Ciabatti, trovo i tratti di una resilienza, che credo caratterizzi l’eroe degli anni Duemila. Come accettazione dei capricci della Fortuna, direbbe Machiavelli, passata attraverso i capricci anche del modello consumistico e le montagne russe della nostra vita globalizzata. Una sorta di pars construens del nostro io, che sa di non poter modellare il mondo, ma gli resiste e può riprogrammare il suo percorso dopo che un ostacolo lo ha fatto deviare. Ne è un campione Marco Carrera, il protagonista del libro che ha vinto l’ultimo Strega: Il colibrì di Sandro Veronesi.
Uno scrittore doveva esserci, no?

Nel testo faccio riferimento ai seguenti libri:

  • Chiara Gamberale, Come il mare in un bicchiere, Feltrinelli, 2020
  • Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
  • Sandro Veronesi, Il colibrì, La nave di Teseo, 2019

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