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Irina e Albina dietro alla croce di Francesco
e una misera politica bacchetta il papa

 

La croce di Gesù porta scandalo. Per chi crede e per chi non crede. Uno scandalo è il sacrificio degli innocenti. È straordinariamente toccante e lungimirante il fatto che Papa Francesco abbia assegnato la meditazione sulla morte di Gesù, tredicesima stazione della Via Crucis del Venerdì Santo, a due donne, Albina, russa, e Irina, ucraina.

Due donne la cui amicizia non è un infingimento, non nasce come cortesia alla fantasia di un papà cattolico per guadagnare le prime pagine dei giornali, ma preesiste alla guerra e tutt’ora le unisce. Due operatrici sanitarie nello stesso Centro di cure palliative, quello gestito dalla Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma. Due donne, perciò, quotidianamente a contatto con la sofferenza umana del corpo e dello spirito. Due donne che condividono i gesti della cura e che reciprocamente si prendono cura l’una dell’altra resistendo eroicamente alla logica schiacciante della guerra che le vorrebbe nemiche.
Due donne che conservano la loro umanità e si riconoscono per ciò che sono; sì una russa e un’ucraina, ma anche infinite altre cose: un’infermiera e una studentessa, due figlie, forse due sorelle, forse due innamorate, e magari due persone che amano cantare, o cucinare, e che qualche volta si raccontano i loro sogni.

Sorprendente e scandaloso mi pare piuttosto che figure politiche abbiano l’ardire di mettere in discussione la scelta di Papa Francesco, fino a chiedere di ritirarla. Con quale diritto? Se giustamente teniamo alla laicità degli stati e ci sentiamo disturbati dalle intromissioni religiose sulle scelte politiche, lo stesso fastidio viviamo adesso, quando esponenti politici pretendono di dettare a una figura spirituale ciò che deve e non deve fare nelle sue celebrazioni. Soprattutto ora che la pretesa è di santificare una parte condannando l’altra alla dannazione e assorbendo nell’una e nell’altra tutto ciò che a ciascuna appartiene.
Il terreno del sacro è cosa altra, e non è il solo (davvero dovremmo disfarci di Cechov o di Dostoevskij per colpa di Putin?).

Fin dal momento in cui ha consacrato a Maria entrambi i Paesi, Francesco ha voluto indicare la strada opposta. Oggi, con questa Via Crucis, torna a farlo. La sua scelta non parifica l’aggressore e l’aggredito. Semmai riconosce pari dignità a tutte le vittime, che non sono da una parte sola. Potrei dire che non è un caso abbia scelto proprio due donne per fare questo: diversa è l’esperienza delle donne nella sofferenza e della cura, diversa è anche – per la massima parte – l’esperienza della guerra, e ciò che le donne evocano in chi guarda. C’erano, non a caso, due donne ai piedi della croce di Gesù.

Volendo parlare un linguaggio più terreno, Papa Francesco ha voluto riconoscere il valore dell’affetto tra Irina e Albina. È uno scandalo per il quale ringraziarlo: le mani delle vittime non sono insanguinate. Le donne russe che vedono i loro figli o i loro mariti costretti a partire per una guerra che non hanno scelto sono vittime quanto le donne ucraine, costrette a separarsi dai loro figli o dai loro mariti, che combattono, per mettersi al riparo con i bambini. Le loro mani non sono macchiate di sangue. Non portano la responsabilità di un attacco voluto da altri.

Se solo osiamo uscire dalla logica della guerra che semplifica e riduce la realtà allo scontro tra un “noi” e un “loro”, ci accorgiamo delle tante sofferenze che si stanno consumando in questo tempo. Soffrono i bambini russi in Italia se i compagni li additano come rappresentanti del loro paese aggressore. È vittima della guerra ogni amicizia e solidarietà interrotta anche nelle nostre città, tra le persone, le famiglie, le comunità russe e ucraine. Omettere la cura di questi legami per non tradire una qualche purezza della vittima non solo è falso ma è porre le basi per nuove violenze, nuove rivendicazioni.
Il bambino russo confuso con un aggressore che in nulla lo rappresenta o gli assomiglia è un bambino che, lasciato a se stesso, cercherà domani un riscatto, e nulla dice che lo farà nel modo più rispettoso di sé e degli altri.

Torniamo però al presente. Non è vero che i gesti di riconciliazione debbano attendere la fine delle ostilità, una fine assegnata a un tempo imprecisato nel quale qualcuno che ha iniziato l’orrore deciderà di concluderlo o sarà costretto a farlo, sulla base di convenienze che poco riguardano le persone comuni. È vero semmai che i facitori di pace possono iniziare subito, possono iniziare sempre. Così in Israele e Palestina dove da decenni associazioni miste collaborano per ridurre la violenza dell’occupazione e della guerra. Allo stesso modo in Russia e Ucraina occorre costruire la pace oggi.

Il sangue risparmiato è prezioso più del sangue versato. Non parla le parole della retorica ma quelle della vita. E mentre le diplomazie, gli eserciti, gli strateghi, i decisori politici non sanno farlo, è molto bene che incomincino dinanzi al mondo due donne, Irina e Albina, che ogni giorno condividono i gesti della cura per la sofferenza umana. Nulla vi è di più sacro, mentre altrove la vita umana si straccia.

Questo articolo è uscito ieri, 14 aprile, con altro titolo sul periodico Azione Nonviolenta 

In copertina: Pie donne al sepolcro, .XV Sec, Giuliano di Amadeo (Amadei, Giuliano). monaco camaldolese, pittore e miniatore.

PRESTO DI MATTINA
Umanizzare il destino

Cosa è stata l’esperienza del Chassidismo/Hassidismo [Qui] (dall’ebraico ḥăsīd, ḥăsīdīm, “pii”) per gli ebrei del XVIII secolo, dispersi e perseguitati nell’Europa centro-orientale? Non è stata una dottrina, e tanto meno un’ideologia. Semmai è stato uno stile di vita, un modo di stare nella difficile e immiserita realtà quotidiana di quel tempo, tenendola comunque aperta agli altri, ai loro bisogni materiali e spirituali.

Un modo di vedere con uno sguardo mistico, di fraternità con lo slancio e il grido del cuore più che con l’ascesi, immedesimandosi negli occhi dell’altro, per accorgersi di una presenza di grazia, di una luce, di una gioia, nascoste proprio là dove non ce lo si aspetterebbe mai; un esserci nelle vicende e nelle storie degli impoveriti e dei disprezzati, in quei destini cui sembrava precluso ogni futuro, esistenze senza speranza perché private della gioia di vivere.

Agli ebrei isolati, schiacciati, la cui vita era stata confinata ai margini, in un contesto in cui l’Europa era sottosopra per le guerre tra gli stati, per il cambiamento delle frontiere e delle idee, il movimento degli hassidim ha ridato allo smarrimento dei singoli il senso del divino nascosto nell’umano e la fiducia di appartenere comunque alla comunità anche se dispersa, in diaspora perché «Dio passa attraverso l’uomo. Il bambino che dorme, la madre che lo accarezza, il vecchio che ascolta il brusio degli alberi: Dio è vicino a ognuno, in ognuno Dio è presente» (E. Wiesel, Celebrazione hassidica. Ritratti e leggende, Milano, 181).

«La leggenda hassidica [è stata il] tentativo di umanizzare il destino», ha scritto Elie Wiesel [Qui] (ivi, 87). Ad iniziarla fu il mistico, veggente ‒ il “Maestro dal buon nome” ‒ Israel Baal Shem-Tov [Qui], che seppe rincuorare moltissimi grazie al suo sorprendente appello alla gioia nascosta e da cercare nel fondo oscuro di ogni disperazione.

Era un uomo del popolo. Non aveva titoli, né amici influenti, né una vasta conoscenza del Talmud. Anzi, non essendo figlio di un rabbino, si atteggiava a illetterato, ignorante. «che salmodia alcune preghiere fondamentali con difficoltà e quasi controvoglia». Ma proprio questo abbassarsi gli aprì la strada presso tutti i diseredati, che si riconoscevano in lui attingendo alle visioni ardenti della sua fede in Dio: «Nel suo universo, i mendicanti sono i principi, i muti sono i saggi. Vagabondi dotati di poteri percorrono la terra, la riscaldano e la cambiano. È questo l’hassidismo: l’accento sulla presenza, e anche sul cambiamento. Nell’hassidismo tutto è possibile, tutto diventa possibile per la sola presenza di un essere che sappia ascoltare, amare e offrirsi» (ivi, 10-11).

Agli ultimi ed emarginati del suo popolo, il “Maestro dal buon nome” assicurava che ognuno di loro viveva nella memoria di Dio, costantemente alla sua presenza. Abitato da una luce divina nessuno di loro era escluso dai drammi e dalle feste del loro popolo, ciascuno a suo modo e secondo le proprie possibilità vi partecipava.

Dio infatti è oltre ogni frontiera: più grande delle classificazioni, distinzioni, degli uomini qualunque siano; egli si volge là dove lo si onora, è là dove lo si celebra con e nella vita, oltre ogni formalità rituale e liturgica. Non bisognava perdere il coraggio né la speranza, perché loro non erano inferiori a quelli che volevano imporsi con i loro titoli e con la loro scienza. Nessuno infatti può vantare diritti e privilegi sugli altri perché tutti, allo stesso titolo, apparteniamo a Dio.

Ciò che infatti occorre veramente imparare e che «il cercare è più importante del trovare; la grandezza dell’uomo sta nella sua capacità d’umiltà; cominci con il sottomettersi a Dio: crescerà e sarà libero.

Diceva loro che a volte deve bastare il “credere che ci sia segreto” (senza sapere di credere) e anche che l’uomo ha bisogno di poco per elevarsi e realizzarsi; basta che lo voglia, che lo voglia con tutto il cuore.

«La tristezza deve essere combattuta con la gioia e non con un’accresciuta tristezza. L’uomo che si guarda non può non sprofondare nella malinconia, ma quando apre gli occhi sulla creazione intorno a sé conoscerà la gioia. E questa gioia conduce all’assoluto, alla liberazione, a Dio» (ivi, 31-32).

Il Chassidismo, movimento della fratellanza e della riconciliazione ‒ ricorda ancora Wiesel ‒ costituì l’altare su cui fu immolato un intero popolo: «A volte il bambino che è in me mi dice che il mondo non meritava questa Legge, questo amore, questo messaggio di spiritualità, questo canto che accompagna l’uomo sulla sua strada solitaria, il mondo non meritava le favole e le parabole che gli hassidim gli raccontavano, per questo furono i primi a essere designati per la voragine. Questi hassidim di cui mio nonno condivise il destino nella vita e nella morte, io li ho conosciuti. Commoventi per la semplicità, innamorati della bellezza, sapevano adorare. E avere fiducia. In allegria sapevano dare, ricevere, sapevano spartire, partecipare. Nella loro comunità, nessun medicante pativa la fame lo shabbath. Nonostante la loro miseria e la costante minaccia che pesava sui figli e sugli anziani, non rivendicavano né esigevano nulla da nessuno, nulla dagli altri, non pensavano che tutto fosse loro dovuto. Eternamente sorpresi dal più piccolo segno di bontà, di compassione, rispondevano con la gratitudine. Non potevano quindi sopravvivere in una società in cui regnava la crudeltà fredda, organizzata e impersonale» (ivi, 9-11).

In questi racconti la realtà viene capovolta, e ciò che non si vedeva appare e riemerge dal fondo di essa: nell’assenza si scorge la presenza; nell’empietà la compassione; nella malattia la guarigione; nella povertà la ricchezza; nella stoltezza la sapienza e al fondo dal dolore, occhi stupiti, vedono rinascere la gioia e, al fondo di una indicibile empietà, fiorire la grazia della pietà:

«Sembra sorprendente che gli hassidim siano rimasti fedeli a se stessi all’ombra del filo spinato e dei carnefici. Nei ghetti celebravano la vita e la santificazione. Nei vagoni chiusi che li portavano a Birkenau gli hassidim danzavano la sera del Simkhat-Torah. Mi ricordo di alcuni che, nel blocco 57 a Auschwitz, si ostinavano a volermi insegnare a cantare. È un miracolo? Un miracolo mal riuscito? Forse, ma c’è ben altro. C’è la scintilla scoccata nei Carpazi e che non si è spenta. Anzi ravviva il fuoco in noi. L’hassidismo si consolida a Gerusalemme e risorge ovunque nella diaspora ebraica» (ivi, 41).

Similmente, non dobbiamo neppure dimenticare gli Tzadikim Nistarim (i giusti nascosti) che appartengono a tutti i popoli, adoperatisi per ribaltare le sorti già segnate degli ebrei. È dedicato a loro, “Giusti tra le Nazioni”, il Giardino dei Giusti a Gerusalemme, ove si ricordano tutti coloro che durante l’Olocausto hanno rischiato la vita per mettere in salvo gli ebrei dalla persecuzione.

Il Talmud e la mistica ebraica ricordano che in ogni generazione ci sono almeno 36 giusti nascosti. Essi vivono tra di noi, nessuno li conosce e nemmeno loro stessi sanno ciò che li accomuna, ovvero la capacità di riconoscere la sofferenza degli altri e di condividerla, portandola su di loro.

Incalzato e interrogato interiormente da questa “leggenda chassidica”, vite e storie intrecciate che hanno inteso “umanizzare” il destino contrario, oppositore, nemico e persino sciaguratamente malvagio, indicibilmente disumano, le cui vicende e memoria continuano ad essere narrate anche oggi, mi sono chiesto perché dopo tanti anni le leggo e rileggo senza stancarmi, anzi con accresciuto stupore e commozione più della prima volta?

Ho pensato che amo queste storie perché continuano ad umanizzare anche la mia fede e il mio ministero pastorale. Ti aprono gli occhi ogni volta perché tu riconosca il dolore della gente accostandoti a loro un poco, chiedendo loro cosa li affligge e provando a fartene carico e così un nuovo tratto di strada si apre per loro e per te.

Umanizzare è ricominciare sempre di nuovo a consolare, a “riscaldare” come dice Wiesel. Ed è pure credere contro ogni speranza al cambiamento. Con la stessa forza espressa da una bella frase di Bebe Vio la tiratrice di scherma campionessa alle paralimpiadi di Tokio deturpata e mutilata dalla meningite: “Se sembra impossibile allora si può fare”.

Umanizzare è rifiutare la disperazione, è anche assumere le proprie contraddizioni: «l’umiltà dentro l’orgoglio, la semplicità lungo il superamento, Khesed (amore) all’interno di Din (giudizio), la carità nella giustizia: non c’è scelta, non si può che imporre un significato a ciò che forse non ne ha e attingere gioia in una tristezza senza nome e senza fine», (ivi, 39).

Così si umanizza se stessi anche imparando dalle storie di ospitalità degli hassidim che trovano spazio all’altro, proprio là dove non sembra essercene più; che aprono ciò che è stato chiuso, rialzano chi è caduto e ‒ come dice un detto rabbinico ‒ se qualcuno eserciterà veramente l’ospitalità verso qualcun altro questi otterrà gli stessi privilegi e l’umanità dei suoi ospiti.

Godrà pure dell’umanità di Dio, della sua presenza, la stessa di quando egli visitò Abramo alle Querce di Mamre e fu da lui ospitato. Di qui, da questo gesto di ospitalità nacque a Sara e ad Abramo, coloro che non potevano più generare per la vecchiaia, nacque Isacco, il figlio della promessa, l’inizio di una discendenza numerosa come la sabbia che è sul lido del mare e come le stelle nel cielo.

E tuttavia, questo cammino di umanizzazione implica una lotta. Sì, è necessario scovare un nemico insidioso, furtivo, direi invisibile, fine come la polvere che si vede solo controluce, aprendo le finestre e lasciandone filtrare i raggi.

È l’orgoglio usurpatore: quello che scalza il posto all’altro, ne occulta la presenza, ne immobilizza l’azione, demolisce la socialità, inquina la religiosità rendendola mostruosa, idolatrica; tenta di eclissare la presenza di Dio anche agli occhi dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi cerca giustizia e persegue la pace e per esse è perseguitato, di chi ancora percorre un cammino di misericordia e riconciliazione. Ma per quanto duri, oltre il suo tempo, un’eclissi non basterà ad oscurare per sempre la presenza dell’Altro e degli altri. Questa presenza nascosta diverrà così un lievito generativo di trasformazione e cambiamento dello sguardo e delle pratiche umane.

La polvere dell’orgoglio ricopre tutto fino a rendere inconoscibile ogni cosa; uniforma la realtà, rivestendola di una coltre che annulla la dignità dell’umano e il valore delle cose; è così maestra ai suoi alunni di ignoranza. Ricopre infatti il loro volto con un velo di orgoglio. Ne basta un velo appena, come una cataratta che opacizza a poco a poco la coscienza, si accumula poi ispessendosi fino a portare alla cecità totale: “L’ignoranza è orgoglio, e l’orgoglio è ignoranza” (Detto Sufi).

Contro di essa muovono le storie degli hassidim, che mi avvincono l’animo perché sono fatte della stessa stoffa della fede. Sono come un sassolino impertinente, resistente, non rassegnato. Non diversa è la fede: una pietruzza da nulla che incastratasi tra lo stipite e il battente della porta della vita la tiene aperta, giusto lo spazio sufficiente a far passare un soffio d’aria, uno spiraglio, un respiro appena in cui palpita un alito di umanità. È allora umanità che si respira.

Disse il Baal Shem Tov: «Un uomo dotato tende all’orgoglio e non se ne accorge. Solo se si lascia umiliare, si rende conto di quanto sia pieno di orgoglio. L’orgoglio è come un uomo, che viaggia in una carrozza e si addormenta. Il cocchiere sale su una montagna e, all’improvviso, si trova su un vasto altipiano. Quando il viaggiatore si sveglia e gli si dice che si trova su una montagna, fa fatica a crederci. Solo quando inizia la discesa, comincia a rendersi conto di quanto fosse salito in alto».

E Rabbi Noah di Lekhivitz disse: «L’uomo viene spesso chiamato “piccolo mondo”. Questo appellativo si spiega così: se un uomo è “piccolo” ai propri occhi, egli è veramente un “mondo”. Ma se un uomo è “un mondo” ai propri occhi, allora è veramente “piccolo”» (D. Lifschitz, La Saggezza dei Chassidim, 651).

Come allora non sentirsi parte di questo piccolo (ma grandissimo) mondo degli hassidim per non celebrarlo, narrando sempre di nuovo le loro storie, tramandandone la memoria?

Scrive Elie Wiesel nella prima pagina del suo libro:
«Mio padre, Spirito illuminato, credeva nell’uomo.
Mio nonno, fervente hassid, credeva in Dio.
Mi hanno insegnato l’uno a parlare, l’altro a cantare.
Amavano entrambi le storie.
E a volte quando racconto odo le loro voci.
Quei sussurri, di là dal turbine, vogliono
ricongiungere il superstite alla loro memoria».

Siate tutti in benedizione, ora e sempre.

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PRESTO DI MATTINA
La fratellanza e le dodici stelle dell’Europa

La Pasqua è un evento generativo di fraternità. Nel perdono del Crocifisso, che spezza la spirale di vendetta e rivalsa sui nemici, si origina un processo nuovo di riconciliazione nelle relazioni umane. Si spiega anche così la ragione per cui, a partire dalla Pasqua, i discepoli inizino a chiamarsi e sentirsi ‘fratelli’: tanto che negli Atti degli Apostoli sono ben 27 le ricorrenze di questo termine. D’altro canto, a Pasqua si svela la paternità di Dio. Un Dio che non ha lasciato nella tomba colui che, pur di rivelare la sorgente inesausta di un amore estremo – un amore all’eccesso –, non si è sottratto agli insulti e agli sputi, scegliendo di lasciarsi defraudare di questo amore, pur di manifestarne l’irreversibilità e la smisuratezza.

Un ‘amore all’eccesso‘: lo stesso sperimentato dai mistici che non hanno esitato a dare la vita; l’amore di cui sant’Ambrogio dice: “considera oggi l’eccesso della divina carità, e fin dove osò questo amore incomparabile”. Un amore disarmato – egli continua – in perdita, svuotato di sé stesso. Un amore per cui sant’Ignazio negli Esercizi scrive: “Come mai un Dio di tanta maestà sia giunto a tale eccesso di amore da ritrovare il modo con cui stare continuamente dal cielo a trattare e conversare con noi sì miserabili su questa terra”. La stessa ostinazione di amore che Paolo ricorda ai cristiani di Filippi, usando un termine ormai noto a molti, kenosis (svuotamento), pensando al quale mi viene sempre in mente l’immagine di un masso che precipita in un recipiente pieno d’acqua, e tale ne è la forza d’impatto che lo svuota completamente. È con analoga potenza che m’immagino questo Spirito di amore, questa ‘pesantezza di amore’, questa invadenza di amore, che ama per primo. Amore eccedente e sempre risorgente del Padre nel Figlio, amore che è esondato completamente fuori, senza tenere nulla per sé, per inondare l’intero genere umano e liberarlo dal male e dalla morte. Simile, se si vuole, all’amore di un padre e di una madre per un figlio in pericolo.

Apparentemente un ‘amore a perdere’; e nondimeno, come ricordava il cardinal Henry Newmann, generativo di un rapporto di fraternità. Il Figlio, nel dono di sé, diviene il “Primogenito di una moltitudine di fratelli” (cfr. Rm 8,29; Col 1,15); entrando nel mondo e resosi in tutto simile ai ‘fratelli’, egli non si è mai vergognato di chiamarci ‘fratelli’ (cfr. Eb 1,8; 2,18.11). Quando si ama, si accetta il limite, si rimpicciolisce, per amore dell’altro, per fare spazio all’altro, per poi ritrovarsi arricchiti, cresciuti nell’incontro che fa rinascere e aggiunge fratelli.

Ciò vale, beninteso, anche per noi, che aprendo le porte ai fratelli, è come se le aprissimo al Risorto. Sicché, contagiati anche solo un poco da quell’eccesso di amore che è la Pasqua, riusciremo a risultare ospitali verso l’inatteso, lo sconosciuto che chiede di entrare. Scopriremo così che tra i tanti nomi attribuiti a Dio, quello che più gli si addice è Agape, esplicitato in quel gesto del Risorto che spezza il pane nella taverna sulla strada di Emmaus e lo moltiplica per tutti senza chiedere contropartita in cambio. Questo amore è il sacramento della Pasqua, è il grande segno della Pasqua.

Lo celebra il vangelo di domani, che ci racconta di discepoli inizialmente tristi e delusi, in cammino verso Emmaus, che diventano fratelli gioiosi nell’incontro con lo straniero rivelatosi a loro nello spezzare il pane. Don Primo Mazzolari sottolinea che i due discepoli non conoscevano in anticipo – come noi lettori – l’identità dello straniero che si accompagnava loro. Eppure era rimasto in loro qualcosa di quell’amore all’eccesso che Gesù aveva trasmesso in vita, come un frammento eucaristico, un resto di quella dolce e fraterna amicizia che li aveva incantati, tanto da deciderli a divenire suoi discepoli. Così quella santità ospitale del Maestro che non rifiutava nessuno, li apre quanto basta per invitare lo straniero: “Resta con noi perché viene la sera e il giorno reclina nella notte”. Cresce così in loro, lungo il cammino, la capacità di farsi responsabili dell’altro, di dialogare con lui per ricevere la sua novità. Essi passano dall’estraneità alla comunione, che rimette in cammino; sono vivificati da un’amicizia, perduta e ritrovata, che fa nuove tutte le cose. Per questo da quell’incontro, essi scoprono un nuovo inizio e vanno ad annunciare ai fratelli che Lui è vivo, è tra noi ed è destinato a restarvi per sempre.

Anche taluni libri, dopo che li si è letti, paiono destinati a rimanere sempre con noi: si nascondono in qualche piega dell’anima e poi, ogni tanto, si ripresentano, riaffiorano e chiedono di risorgere attraverso una nuova lettura. Uno di questi è per me il libro di un grande biblista gesuita, padre Luis Alonso Schökel (1920-1998), dal titolo Dov’è tuo fratello. Pagine di fraternità nel libro della Genesi, nel quale peraltro, all’inizio del volume, l’autore racconta la parabola del ‘fratello-libro’, di un uomo in solitudine che incontrò un libro, lo lesse, incominciò a rivolgergli domande e a riceverne, tanto che venne a instaurarsi tra i due un legame spirituale così forte, come di fratellanza (è un’evidente metafora che l’Autore utilizza per indicare la relazione di fraternità che dovrebbe legarci ai libri della Bibbia). Ebbene, con questo lavoro padre Schökel si prefisse di indagare le molte relazioni familiari, e tra fratelli, nella Genesi il termine ricorre ben 38 volte. Relazioni spesso macchiate dall’esperienza traumatica e delirante della violenza omicida, fratricida. E tuttavia, l’autore sottolinea come, sin dagli inizi della creazione, accanto alla presenza di questa violenza omicida, si coglie la presenza di un percorso parallelo tracciato dal Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe volto a riaprire e far ripartire nuovamente la vita e l’alleanza creaturale. Per quanto abortita proprio nel suo sorgere con il gesto di Caino, Dio non manca di rinnovare la speranza (un arco di pace), dando avvio nella storia a una nuova alleanza, che lo indusse a porre la sua tenda in mezzo a dodici tribù nomadi per farne un popolo solo.

Si intravede così un ‘passante’ che va oltre il male; una ‘variante di valico‘ per così dire, o un ‘argine’ sotto altri profili, volto a contenere l’altra storia oscura, tumultuosa, di acque torbide, fragorose, irrefrenabili di conflittualità e sopraffazione tra fratelli. Il tutto ancora una volta alimentato dalla disponibilità amorosa e sempre risorgente di Dio, da cui presero ispirazione i molti patriarchi che non si rassegnarono al male. Tra cui mi piace qui ricordare Isacco, il quale, di fronte agli uomini che chiudevano i pozzi da lui scavati per il suo clan, non scelse di vendicarsi, né di muovere guerra, ma decise di scavarne altrove di nuovi. Recobot è il nome di uno di quei pozzi, in relazione al quale nella genesi si legge: “Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: ‘Ora il Signore ci ha dato spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra’”.

Vedete: c’è sempre un’alternativa alla violenza e attraverso le storie dei patriarchi, storie di fratelli quasi sempre in competizione e in conflitto (Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, ecc.), riaffiora la speranza, che altro non è – come ci ricorda un proverbio africano – se non una strada di campagna formatasi perché taluno ha iniziato a percorrerla. Per questa ragione padre Schökel, commentando il versetto di Gen 33,10 (in cui Giacobbe, dopo avere temuto la vendetta del fratello Esaù, scopre il suo desiderio di riconciliazione), sostiene che si tratti di un versetto capitale: nella fraternità si riflette il volto stesso di Dio. “Esaù disse: ‘Ho beni in abbondanza, fratello mio, resti per te quello che è tuo!’ Ma Giacobbe disse: ‘No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito'”.

La fraternità – si badi – nasce pur sempre dalla differenziazione, e non esige omologazioni, ma chiede di essere riconosciuta e perseguita tramite la ricerca di punti di incontro, trattando, adattando, riprovando sempre di nuovo, senza disperare. Un esercizio, questo, che assomiglia a un gioco: ma non a quello del bambino con la palla, o del gatto con il topo. Un gioco paritario, intrapreso da compagni in posizione di eguaglianza fraterna, non antagonistica, tale da generare un’amicizia profonda, in grado di svelare la realtà buona dell’altro come portatore di benedizione, un’amicizia generatrice di creatività e responsabilità per il bene comune.

Sarebbe bene che lo ricordasse di questi tempi anche l’Europa, cui non guasterebbe ripensare alla propria storia alla luce della fraternità narrata dal libro Genesi. Del resto, le dodici stelle che compaiono nella bandiera europea non rappresentano, come taluni credono, il numero degli Stati fondatori – ed è per questo che rimangono sempre le stesse anche se gli Stati aderenti aumentano. Le dodici stelle furono scelte, semmai, proprio perché in alcune culture nazionali, tra cui la nostra, debitrici di quella ebraica, questo numero simboleggia la perfezione e la completezza nella complessità. Furono dodici, infatti, i figli di Giacobbe da cui originarono le tribù di Israele; dodici le stelle sulla corona della Donna dell’Apocalisse, dodici le porte della città futura, sulle quali stanno dodici angeli e i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele (Ap 21, 12). E le dodici porte (aperte) sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla (Ap. 21, 21).

Le stelle nel fondo blu dell’Europa fanno pensare al passaggio del Mar Rosso nel midrash a commento dell’Esodo: “le acque del mare si unirono a formare sopra le loro teste delle volte tracciando dodici sentieri – uno per ciascuna tribù –, e diventarono trasparenti come vetro, per cui ognuna di esse riusciva a scorgere le altre durante il cammino”. Come non leggervi nel numero dodici, che si trasforma in tre (1 + 2) il significato di una trasformazione profonda nel tempo, il passaggio ad una nuova età, ad un cambiamento d’epoca? Le tribù diventano nella loro diversità un unico popolo, non si perdono d’occhio anche se percorrono sentieri differenti, ma trasparenti. La stessa unione nella differenza che attraversa molta della storia biblica si coglie, per esempio, anche dal racconto del sogno di Giacobbe, in fuga da un passato conflittuale, in ricerca di una nuova realtà ancora sconosciuta e soltanto promessa.

“Giacobbe prese allora dodici pietre dall’altare sul quale suo padre Isacco era stato legato per il sacrificio, e disse: ‘Benché fosse nel disegno di Dio far sorgere dodici tribù, né Abramo né Isacco le hanno generate. Se ora queste dodici pietre si uniranno e diventeranno una sola, questo sarà il segno che sono io il predestinato a divenire il padre delle dodici tribù’. Ed ecco il prodigio: le pietre si unirono in una sola, e con questa Giacobbe si fece un capezzale, che a contatto col suo capo divenne morbido e soffice come un cuscino di piuma” (L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, vol. I, Dalla creazione al diluvio, Milano, Adelphi, 1995, p. 156 ss.). Quando si addormentava le dodici pietre si univano, quando si alzava le dodici pietre si separavano di nuovo, quasi a dire il dono e la responsabilità di una unione nella differenza.

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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