Tag: repubblica di salò

RESISTENZE
Uber Pulga, il partigiano in camicia nera morto per l’Italia di domani

Si avvicina il 25 aprile, l’anniversario, o meglio la festa della Liberazione dalle truppe naziste e dal regime fascista. Come dimostrano i casi di Roma e Milano, anche quest’anno molto probabilmente porterà dibattiti – e diatribe – più o meno ideologici, quasi di sicuro molto poco ‘storici’, sulle esperienze e le narrazioni memoriali della Resistenza, dei vinti e dei vincitori, di quella lotta per la libertà, che è stata anche una guerra civile, importante quanto tragica, in tutta la sua umana miseria e nobiltà.
In quest’epoca pericolosa, mentre di nuovo soffiano sull’umanità venti di guerra, persino nucleare, venti che in alcuni regioni del mondo non hanno mai smesso di scuotere le vite, mentre razzismo e intolleranza hanno rialzato la testa e di nuovo sentiamo slogan che speravamo consegnati al nostro passato più buio; in quest’epoca si può e si deve andare orgogliosi di quella ribellione, ma allo stesso tempo si possono e si devono affrontare i drammi che inevitabilmente la guerra e la violenza provocano, strappi e divisioni fra la gente e nelle famiglie. E a volte persino all’interno di una stessa persona, come racconta ‘Un partigiano in camicia nera’, del giornalista Alessandro Carlini, uscito per Chiarelettere lo scorso febbraio.
Partigiano e fascista, eroe e traditore, spia e disertore, pluridecorato di Salò e uomo della Resistenza, Uber Pulga è stato al tempo stesso un vincitore e un vinto e ha ripercorso in modo drammatico il travaglio di molti italiani. Tanti sono stati i “voltagabbana” per opportunismo, ma non Pulga, almeno secondo Carlini, che ha pagato con la vita la propria conversione e che prima di essere fucilato, due mesi prima di quel 25 aprile, ha gridato: “Viva l’Italia!”

Più volte la storia di Uber incrocia quella con la S maiuscola. Classe 1919, allevato con libro, moschetto e vanga nella Bassa mantovana, nel 1942 combatte i partigiani nei Balcani con rastrellamenti ed esecuzioni sommarie, l’8 settembre del 1943 è fra gli ‘ammutinati’ della Nembo, che dopo aver ucciso il loro comandante decidono di restare a fianco dei tedeschi, in Germania viene addestrato al controspionaggio e spedito a Reggio Emilia per la sua missione come infiltrato fra i gruppi partigiani. Si finge quindi un disertore e i partigiani della zona di Reggiolo lo prendono fra di loro. Saranno però il rimorso per la morte di alcuni di loro e parole come libertà e democrazia a instillare in lui il dubbio e incrinare la sua fede: anche una volta scelta la Resistenza però terrà sempre la camicia nera che gli ricorda il fardello delle sue colpe. Fino al capitolo finale, al tragico beffardo ‘redde rationem’: fucilato all’alba del 24 febbraio 1945 dietro il cimitero di Gaiano per mano dei suoi ex camerati.
Basandosi su documenti storici, alcuni dei quali inediti, Alessandro Carlini narra la storia di Uber Pulga come una biografia, ma in presa diretta, come un romanzo, per descrivere al meglio il travaglio psicologico ed emotivo del protagonista che ha lottato per quell’alba di Liberazione, ma non ha potuto viverla perchè è morto per essa: “Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”.

Alessandro Carlini

Abbiamo intervistato il giornalista Alessandro Carlini a pochi giorni dalla prossima presentazione di ‘Un partigiano in camicia nera’ alla libreria Feltrinelli di via Garibaldi, lunedì 24 aprile alle 18.00.

Chi era Uber Pulga?
E’ stato molte cose diverse nella sua esistenza breve, straordinaria e drammatica. Nato a Felonica, in provincia di Mantova, nel 1919, è stato un soldato del Regio esercito, una spia e un ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, un finto disertore reclutato dalle Ss per infiltrarsi in una unità partigiana di Reggio Emilia, e infine, a 25 anni, ha fatto la scelta che gli è costata la vita: quella di unirsi, questa volta per davvero, alla Resistenza. E’ stato fucilato da un plotone misto di repubblichini e tedeschi all’alba del 24 febbraio 1945 in provincia di Parma.

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?
Prima di tutto per una promessa che feci a mio nonno, Franco Pulga, prima che morisse nel 2005. La promessa era di far luce su quello che era accaduto al nostro cugino negli anni terribili della guerra. E poi perché la vicenda di Uber è emblematica di tutto un Paese, che si è sentito tradito dal fascismo e ha scelto di liberarsi da quel regime e dagli anni terribili della guerra.

Inserirebbe il suo lavoro in una bibliografia per il 25 aprile, per esempio fra i consigli di lettura di una biblioteca?
Assolutamente sì. Una figura come quella di Uber chiude il cerchio, si potrebbe dire. C’è una memoria e una letteratura resistenziale e, negli anni più recenti, ne abbiamo avuta una di Salò. Mancava una vicenda che le contenesse entrambe, quelle due componenti conflittuali della nostra storia, senza scivolare nel revisionismo. Ciò che alla fine rende Uber una sorta di ‘eroe’, anche se oscuro per il suo passato da spia, è la scelta di combattere, come lui stesso afferma, l’“imboiatura del regime” e di non cambiare casacca o diventare un “voltagabbana” cercando di sopravvivere al conflitto, ma di pagare il prezzo più alto.

Come ha ricostruito la vicenda di Uber e quanto tempo ha impiegato?
Ho utilizzato molti documenti in possesso della mia famiglia, come la lettera di Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia della Rsi dove militava Uber, che lo ha confessato e accompagnato fino al plotone d’esecuzione. Altre fonti le ho trovate negli Istituti storici della Resistenza e negli Archivi di Stato italiani e poi ancora all’estero, in Germania e a Londra. Le ricerche sono durate più di dieci anni.

Per un certo periodo ha anche interrotto il lavoro, perché?
Ho avuto una sorta di ‘crisi’ nel 2002, quando ho scoperto che Uber era stato una spia della Rsi e che, con la sua operazione da infiltrato, aveva causato la morte di due partigiani nella zona di Reggiolo, Dante Freddi – nome di battaglia ‘Noli’ – e Arvedo Simonazzi – ‘Marco’.

Oltre ai documenti ufficiali, è riuscito a ritrovare almeno alcuni suoi compagni, da una parte e dall’altra? Come è stato incontrarli e come l’hanno accolta?
Sì, ho ritrovato e incontrato un comandante partigiano del Reggiano, Egidio Baraldi – ‘Walter’, ha riconosciuto Uber in una fotografia che io gli avevo dato: era lui la spia che si era infiltrata nella sua unità. Non dimenticherò mai quello che disse in dialetto: “E’ quel porco là!”. Per non parlare dei reduci repubblichini, che lo definivano uno sporco traditore. Ho preso parolacce un po’ da tutti, ma questo mi ha spinto ad andare avanti, ancora più sicuro che la storia di Uber doveva essere raccontata.

In famiglia, al di là di tuo nonno Franco, si parlava di Uber? E lei ora che opinione si è fatto sulla sua figura, sulla sua vicenda e sulle sue scelte?
Se ne parlava da tempo, ma non si conosceva tutta la sua vicenda, in particolare la sua attività di agente segreto. Ma è proprio quella che lo rende un personaggio unico. Divorato dal terribile senso di colpa ha avuto il coraggio di rinnegare tutto quello per cui aveva combattuto e il regime fascista nel quale aveva creduto e si mise al servizio della Resistenza, quasi con la sicurezza che alla fine avrebbe incontrato la morte in una forma di riscatto che somigliava molto al martirio.

Chi gli è stato accanto negli ultimi momenti?
Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia, che ha scritto una lunga e toccante lettera sulla confessione di Uber. Era rimasto sconvolto da quelle ore passate col sottotenente Pulga, che si portava al patibolo il dramma e il conflitto fratricida di una nazione intera.

Uber Pulga © Ansa

Quando, secondo lei, Uber ha cominciato a dubitare del fascismo, un ideale con il quale era cresciuto e nel nome del quale aveva compiuto atti crudeli nei Balcani? Davvero è stato davanti al ‘Mussolini ombra di sé stesso’, oppure è stato prima, vivendo con coloro che aveva sempre considerato criminali e che doveva tradire?
Non c’è un momento solo ma un lungo percorso, fatto di dubbi che sgretolano lentamente quella ideologia ‘granitica’ sulla quale aveva costruito una vita intera. Uber percepisce il tradimento di Mussolini verso l’Italia in rovina, allo stesso tempo sente parole per lui nuove e affascinanti come libertà e democrazia durante il periodo in cui è infiltrato fra i partigiani nel Reggiano, ma soprattutto dentro di lui cresce il rimorso per le morti alle quali ha contribuito direttamente, rimorso che diventa insostenibile. La sua vita è fatta di scelte estreme, che si susseguono, una dopo l’altra.

“Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”: sono parole che fai dire a Uber. Secondo lei oggi la sua speranza si è realizzata?
Posso dire di “sì”. Certo, viviamo in una società con grandi problemi e contraddizioni, ma quando rifletto sul fatto che persino chi era stato un convinto fascista, come Uber Pulga, ha deciso di morire da partigiano per lasciarci un mondo senza più dittatura e guerra allora mi rendo conto della nostra straordinaria fortuna.

I giorni dell’ira. L’ultima settimana di guerra dell’esercito di Mussolini

Molti i documenti inediti italiani e tedeschi, più di 200 i titoli consultati dall’esperto di storia militare Andrea Rossi che con il suo quarto saggio “Il gladio spezzato”, la mostrina dei repubblichini, ricostruisce l’ultima settimana di guerra, dal 25 aprile al 2 maggio del 1945, dell’esercito di Mussolini. Nel libro (edizioni D’Ettoris – collana Biblioteca di Storia sociale italiana), che sarà presentato il 16 aprile, alle 16.30, al Museo del Risorgimento di Ferrara, lo storico indaga tradimenti, ingenuità, voltafaccia, doppi giochi e atti di valore che ebbero come protagonisti i soldati della Repubblica di Salò, una decina dei quali vennero fucilati sulla sponda del Po dai partigiani ravennati di Bulow, Arrigo Boldrini, ad Ariano Ferrarese.

andrea-rossi-repubblichini
Andrea Rossi

“Una vicenda poco nota – spiega Andrea Rossi – I repubblichini furono disarmati dai ferraresi e consegnati ai ravennati, i quali avevano diversi conti da regolare come dimostrano gli episodi drastici di cui furono protagonisti durante la risalita in Veneto. Il loro agire è da considerarsi la risposta allo squadrismo romagnolo, che era stato tra i più aggressivi”. Dal canto loro i ferraresi non s’aspettavano l’epilogo immediato e sanguinoso ordinato da Boldrini, tanto che, dice Rossi, “falsificarano il verbale di consegna per prendere le distanze dalla fucilazione”.

andrea-rossi-repubblichini
La copertina del libro

In quei sette giorni morirono tra i 4-5mila repubblichini, la variabile volutamente esclusa dalle trattative di resa tra il plenipotenziario delle forze armate tedesche, Karl Wolff e Allen Dulles, del servizio segreto statunitense Oss (Office of strategic service), progenitore della Cia. I tedeschi volevano andarsene dall’Italia senza subire troppe perdite e gli Alleati erano decisi a evitare di restare coinvolti in una guerra “interna” come quella greca tra nazionalisti e comunisti. “I repubblichini erano stati abbandonati – afferma – il duce in fuga verso la Svizzera e i tedeschi indifferenti al loro destino tanto da usarli per coprirsi le spalle e arretrare verso il Brennero. E’ tutto documentato”. Il generale Eccard von Gablenz, alto ufficiale dell’organismo di difesa delle retrovie della 10° armata, si accordò per la ritirata senza farne parola agli italiani e l’esercito di Mussolini, circa mezzo milione di uomini, sprofondò nel caos di una guerra civile – diecimila morti tra militari e civili – riconosciuta come tale solo alla fine del Novecento.

Considerati traditori dal ’43, quando il Regio esercito entrò in guerra con la Germania, i repubblichini rei di aver collaborato con l’invasore tedesco e disorientati dagli eventi, cercarono la salvezza nella diserzione o nella resa ad americani e inglesi per evitare i tribunali straordinari istituiti dal Cln. Il tentativo di evitare la fucilazione non sempre diede l’esisto sperato, il caso dei soldati della Rsi bresciani, che si arresero al Cln di Lumezzane nel medesimo giorno in cui si resero responsabili di una rappresaglia, finì con la fucilazione. “Ci furono anche casi in cui si formarono alleanze dell’ultima ora tra gli alpini di Mussolini e i partigiani, successe a Gorizia dove stavano avanzando i titini e in Val d’Aosta, dove i francesi tentarono l’invasione della valle”, continua. Erano alleanze strategiche dovute alla volontà di mantenere i confini italiani inalterati. E, in qualche modo, limitarono il numero delle vittime del conflitto civile che ebbe pesanti strascichi per i militari dell’Rsi in Piemonte, dove nel Cuneese i morti furono centinaia.

Dettagli, carteggi, eventi minori si inanellano nel libro di Rossi, una vera e propria guida rivolta a chi si occupa o è appassionato di storia militare: “I 200 titoli e i documenti consultati sono un buon punto di partenza per chi desideri approfondire determinati fatti”, dice. Una guida di storia militare, sei anni di lavoro e la consapevolezza che oggi, grazie alla lente del tempo e alle sterminate possibilità di documentarsi, la qualità dei libri di ricerca sia molto più alta rispetto al passato e maggiormente esente da operazioni ideologiche.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013