Tag: relazione genitori figli

CONTRO VERSO
L’ingorda

 

Era una bella ragazza e aveva imparato come fare soldi. Si faceva adescare da adulti ignari della sua minore età, otteneva regali o denaro, poi svelava il mistero e con l’aiuto del fidanzato iniziava il ricatto. Il tribunale per i minorenni ne è venuto a capo dopo una fase iniziale di preoccupazione per quella che sembrava a tutti gli effetti una vittima.
Lo era davvero – essere costretta alla prostituzione prima dei 18 anni è una condizione di vittimizzazione non da poco e richiama alle responsabilità dei genitori più o meno all’oscuro – ma certo era una vittima molto diversa da come siamo abituati a immaginarla quando pensiamo alla prostituzione minorile.

L’ingorda

Io non mi capisco
non mi riconosco
non lo concepisco
però poi colpisco.

Rubo un po’ per vizio
sfida o forse sfizio.
Vedi là, quel tizio?
Gli farò un servizio.

Non ne faccio un vanto,
non pretendo tanto.
Un cappello, un guanto
se mi passa accanto.

Ho un papà normale,
sgobba, è manovale.
Mamma poi è gioviale
ma non sa parlare.

Lui non può seguire
lei non può capire
e se voglio uscire
chi lo può impedire?

Esco per ballare,
amo esagerare,
feste a non finire
buone per stordire

e se lui mi abborda
io non lo allontano,
chiedo, sono ingorda
e nella mia mano

scivola un gioiello
rotola un assegno
svelo sul più bello
qual è il mio disegno.

Sono minorenne!
Ora sei sorpreso?
Lo dirò a tua moglie
Mah… Ti vedo teso.

Vedi quel mio amico?
Eccolo, è il cassiere.
Dagli quel che dico
e proverò a tacere.

Mi è capitato di incontrare adolescenti – maschi o femmine indifferentemente – che avevano assunto il comando ed erano difficilissimi da aiutare. Avrebbero avuto bisogno di un adulto in grado di scardinare la loro logica, ma non per autorità e neppure per dovere. Un sovvertimento benedetto e amoroso di cui i ragazzi avevano nostalgia mista al terrore di ritrovarsi piccoli, disarmati e non più padroni delle loro esistenze.
Per ognuno di noi in alcuni periodi c’è distanza tra il vissuto e il desiderato, e per chi pretende tutto e subito è uno iato insopportabile. Odioso, ma non incolmabile. Le strategie si trovano. Anche al prezzo del rispetto di sé.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

CONTRO VERSO
13 anni

13 anni

Le forze dell’ordine lo sanno bene. Qualche volta la richiesta di fermare la violenza in famiglia non arriva dalle donne o dai vicini di casa: sono i figli o le figlie a chiamare, spinti dalla paura, affrontando il senso di colpa che inevitabilmente li seguirà per aver denunciato un genitore. Questa ragazzina di 13 anni me lo ha raccontato sgomenta per non essersi sentita protetta.

Io, sono stata
quella che ha fatto
la telefonata.

La polizia
-sia benedetta-
è qui a casa mia.

Era infuriato,
in quel momento
ci avrebbe ammazzato

Un magistrato
sconsiderato
me l’ha scarcerato.

Senza fiatare
temo il momento
di ricominciare.

E poi si dice: perché non l’hanno tenuto dentro?
Ma se resta dentro si dice: come fanno a dire quel che farà domani?
Entrambe le eccezioni sono fondate, e nessuna delle due scende dal livello teorico e incontra le caratteristiche reali di quella specifica vicenda.
Nella giustizia si gioca con i dilemmi, perché nulla è perfettamente prevedibile nel comportamento umano. Per fortuna c’è chi ci capisce e per formazione, per esperienza, è in grado di valutare cose come la pericolosità sociale, o almeno arriva a buone approssimazioni. Bisognerebbe provare ad averne fiducia.

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CONTRO VERSO
Conta di Mamma Mammina

 

Bisogna dirlo, che non è amore imprigionare l’infanzia.
Considero questa conta tra i versi più inquietanti che mi sono ritrovata a scrivere.
Si canticchia in cerchio sulle note di “Stella stellina”. Chi la intona, sillaba per sillaba e a turno tocca il petto dei vicini. Segue, in poche righe, la storia.

Conta di Mamma Mammina

Mamma Mammina
la bimba non cammina.
È grande e non va a scuola
la mamma la consola.

Bimba non cresce
vorrebbe e non riesce.
Mamma non vuole,
fa finta che sia amore.

Amore non ce n’è.
A star so-tto to-cca pro-prio a TE!

Eh sì, è proprio uno stare sotto quello che toccava a questa bambina. Una bimba perfettamente sana che a 3 o 4 anni non sa camminare è impressionante. Ma perché stupirsi? Le bambole non si muovono da sole, e la mamma – unico genitore presente in quella famiglia – pettinava la sua bambola in carne e ossa e la lasciava adagiata nel lettino.

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CONTRO VERSO
L’uomo polipo

La segnalazione della ragazzina era arrivata dal padre ai servizi sociali e da questi alla procura e poi al tribunale per i minorenni. Il padre, unico genitore presente, ha chiesto aiuto preoccupato. 13 anni, incinta nella relazione con un maggiorenne che l’assorbiva completamente, la ragazzina aveva rinunciato gradualmente a tutta la sua vita – dalla scuola agli svaghi – per aderire al suo “amore”.

L’uomo polipo

Con tante braccia
mi fa felice.
Vuole che taccia
quando mi dice
che la sua vita
senza di me
è ormai finita.
Ecco chi è:

È l’uomo polipo
sempre romantico
nato a Posillipo.
È telepatico.
Svelto mi anticipa
nei desideri
e mi addomestica
anche i pensieri.

Lui mi guarisce
dal raffreddore.
Non mi ferisce.
È il mio signore.
Sa soddisfare
i miei bisogni
sa interpretare
tutti i miei sogni.

Non ho più sete
fame o fatica.
Nella sua rete
in men che si dica
sono caduta,
caduta in pieno.
Sono perduta
ma soffro meno.

Lui mi aderisce,
sì, come un guanto
e m’impedisce
di chiedermi tanto.

Ho 13 anni
lui più di venti
non faccio danni
e odio i commenti.

Niente più amici
niente lavoro
siamo felici
senza denaro.
Tanto alla spesa
pensa papà
che ormai alla resa
mi lascia qua

Non vado a scuola
ma faccio finta.
Il tempo vola.
Io resto incinta.

È l’uomo polipo
mi si aggroviglia.
Vivo a sproposito.
Nasce una figlia

Ho 13 anni
già tanti affanni
di questa figlia
cosa sarà?
E questo amore
non se ne va.
Ci penso ancora
in comunità.
È l’uomo polipo.
Soffoco già.

La paura del vuoto può ben essere attutita da una relazione d’amore. A un qualche livello probabilmente tutti lo sappiamo. Se questo accade nella forma appena vista, però, si capisce che l’amore è piuttosto dipendenza, rinuncia, blocco nella crescita personale anziché stimolo a diventare se stessi. Non era facile, per la ragazzina, riconoscere la trappola nella quale gongolava contenta.

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Il ninja della notte

Oggi Enrico fa il Ninja della notte.
Si è messo felpa e pantaloni neri e le scarpe da ginnastica. Il cappuccio calato sulla testa, salta di qua e di là come una rana, anzi come un ninja. Ogni tanto interrompe il suo balzare convulso, fa i pugni con le mani e alza i pollici guardandomi, mi segnala che ha vinto il combattimento.  Accompagna il suo battagliare con degli strani sibili e a volte dice tra sé e sé: “Io sono il più forte”.

Il ninja della notte è un personaggio cattivo dei PJ Musk, un cartone animato che guarda sempre.
Nei bambini si vede spesso questa tendenza a impersonificare  soggetti cattivi. E’ come se Enrico, nel suo diventare ninja,  trovasse una via di sfogo all’aggressività e poi, tornando Enrico, ritrovasse la forza di affrontare la sua vita normale con maggiore predisposizione ad essere buono. Vivace lo è sempre: indossa solo quel che gli piace, mangia solo quel che vuole, cerca di guardare i cartoni animati tutto il giorno, sopprime le lumache dell’orto che gli fanno schifo.  Nel fare tutto ciò, è Enrico a tutti  gli effetti. Però probabilmente non basta. Gli serve, a volte, diventare un ninja della notte e buttar fuori un po’ del risentimento che altrimenti gli avvelenerebbe le giornate. Tutti i bambini hanno questa tendenza, che poi viene addomesticata con il passare degli anni.  Giocano a fare i cattivi.

Una volta l’ho raccontato a Flavio, un mio amico psicologo. Flavio dice che è normale, che anche lui da piccolo faceva il cattivo  e impersonificava personaggi cruenti e assassini. Ora è un professionista determinato e equilibrato, premessa molto tranquillizzante.

A volte sono così stufa dei combattimenti di questo ninja casalingo che mi verrebbe da suggerirgli l’impersonificazione di altri esseri cattivi che animano il mondo dei cartoni animati.
Ad esempio Montgomery Burns dei Simpson. Affetto da megalomania, ammalato in modo più che grottesco, si sottopone continuamente a interventi chirurgici  per allungare la sua vita di una settimana. Dispotico magnate dell’economia e della finanza, Burns è una caricatura dello “spietato uomo d’affari”.
Oppure Cell (Dragon Ball). Una specie di essere simil-xenomorfo che risucchia le sue vittime col pungiglione che ha nella coda.
Oppure Orochimaru (Naruto). E’ un cattivo perfetto con un ego molto forte. Dotato di un immenso carisma, riesce ad assoggettare intere schiere di uomini a lui totalmente fedeli come Kabuto e Kimimaro.
Ma più di tutti David Xanatos (Gargoyles). Uomo cinico e glaciale, è lui a operare il risveglio dei gargoyle, con lo scopo di poterne sfruttare l’immenso potenziale. Quando i gargoyle si ribelleranno, mostrerà la sua dote principale: l’assoluto distacco emotivo.

Ce ne sono molti altri, tutti fantasiosi e cattivissimi.
Riguardo l’Enrico ninja e mi piace già di più. Per fortuna non assomiglia a quei mostri che impersonifica, è solo un bambino che gioca.
Enrico salta di qua e di là, alza una gamba e calcia nel vuoto, dice che i ninja fanno così. Poi appoggia le mani in terra e, muovendosi come un gatto, dice che deve stanare l’avversario, portarlo alla luce, sconfiggerlo.
A volte si nasconde dietro una sedia, mi guarda pensando di non essere visto e sibila o ruggisce. E’ il ninja che si carica per il combattimento. Altre volte si corica in terra, si copre con quel che trova e poi dice che il ninja è stanco e si deve riposare. Altre volte ancora esce improvvisamente dal gioco: “Basta smetto per qualche minuto di fare il ninja perché voglio mangiare il gelato. Ora il ninja è sparito e ci sono solo io. Ma poi ritorna. Ritorno”.

E allora ben venga questo Ninja della notte che gli permette di giocare, di essere un bambino felice, di imparare a distinguere il bene dal male.
“Ma zia Costanza a te piace il ninja della notte?”
“No Enrico, a me non piace”
“Ma non ti deve piacere, è cattivo!”

Quest’ultima affermazione mi rasserena. E’ un segnale che Enrico distingue ciò che è bene da ciò che è male e che sa perfettamente da che parte sono schierata. Lo trovo soddisfacente,  un segnale che siamo nel mezzo di una relazione educativa. Io sto dalla parte di ciò che è bene e buono. A me si potrà ricorre per verificare questa appartenenza. Per un discrimine, nel caso ce ne fosse bisogno. Avverto una prospettiva per il futuro e anche una grossa responsabilità.

Ora il Ninja delle notte è stanco, si è rannicchiato su una poltrona e mi guarda con i suoi occhi furbi e con i pollici all’insù. Ha vinto l’ennesimo combattimento. Si sa che il ninja è fortissimo e per sconfiggerlo serve molta abilità.
Senza una infanzia protetta, non c’è crescita, non c’è maturazione e non c’è apprendimento operativo e morale.

I mostri dei cartoni animati sono accumunanti dall’aver avuto infanzie infelici e represse. Le prime vittime del dramma sono stati loro stessi. Nessuno di loro ha avuto la possibilità, nemmeno per un momento di essere una creatura felice, di sperimentare cosa pensano gli altri, di trovare gratificazione per aver scelto la parte buona della storia. Ai mostri qualcuno ha insegnato che i ninja hanno ragione, che l’unica strada per sopravvivere è diventare degli assassini. Ma questo non vale solo per i cattivi dei cartoni animati, vale anche per gli esseri umani.

GERMOGLI
Crescere e lasciar crescere.
L’aforisma di oggi…

luciano-ligabue
Ligabue

Sarà difficile chiederti scusa
per un mondo che è quel che è
io nel mio piccolo tento qualcosa
ma cambiarlo è difficile
sarà difficile
dire tanti auguri a te
a ogni compleanno
vai un po’ più via da me

(Ligabue)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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Genitori sregolati, figli sgretolati

Mi capita sempre più di frequente di ricevere coppie di genitori che faticano a gestire la relazione con i figli e la loro crescita. Gli adulti, oggi, sembrano essersi smarriti nello stesso mare dove si perdono i figli, senza più alcuna distinzione generazionale.
Prevale il mito della giovinezza perenne, il culto dell’immaturità, che propone una felicità spensierata e priva di responsabilità. La solitudine delle nuove generazioni deriva dalla difficoltà degli adulti nel sostenere il loro ruolo educativo.
Ciò che constato, raccogliendo le storie dei genitori, è che nelle famiglie non c’è più conflitto tra legge e trasgressione, spesso tutto è concesso, senza limite. In casa, le porte delle stanze sono tutte aperte ad indicare, anche simbolicamente, l’assenza di confine, di separazione tra sé e l’altro. In questa mancanza di limite, le nuove generazioni si sentono lasciate cadere, abbandonate.
I genitori dovrebbero essere in grado di sopportare il conflitto e di rappresentare la differenza generazionale. L’omogeneità della famiglia moderna introduce un’omogeneità solo apparentemente priva di conflitti. I bambini sembrano essere equivalenti ai genitori, le madri alle figlie, i padri ai figli. Si assiste ad una confusione di ruoli, e quando uno dei componenti parla non è chiaro da che posizione lo faccia. L’autorità viene meno, si sgretola, portando come risultato quello di crescere giovani fragili, con personalità poco solide e che non sanno a quali punti di riferimento appigliarsi.
Un tempo il figlio faceva parte della famiglia sottomettendosi alla sua organizzazione gerarchica e alle sue leggi. Nel nostro tempo è esattamente il contrario: la famiglia subordina ogni scelta alle esigenze del dio bambino e alla sua volontà resa assoluta. Genitori che fanno decidere ai figli dove andare in vacanza, fine settimana tutti in funzione di ciò che è più piacevole e meglio per i bambini.
In questo modo i bambini e gli adolescenti non sperimentano le frustrazioni e quando poi, per cause di forza maggiore, la vita gliele pone davanti, non hanno gli strumenti giusti per farci i conti. Da qui anche i casi di suicidio, ad esempio in seguito ad una bocciatura scolastica o ad una delusione amorosa.
All’interno delle famiglie tutto si appiattisce in una parola vuota, che è una parola su tutto senza però che vi sia un’implicazione responsabile rispetto a ciò che si dice.
Una mia paziente parla così della madre: “Mi teneva in grembo sognando quali vestiti mettermi, e di che colore, e quali dei suoi sogni darmi in mano da realizzare. Nel suo bisogno di darmi in consegna ciò che le era mancato”. Ciò indica come la figlia possa essere vissuta come prolungamento narcisistico del genitore.
Un’altra paziente ben descrive il ruolo distorto assunto all’interno della propria famiglia e ciò che esso ha comportato per lei: “Io ero al posto di mia madre, per mio padre. Ed ero al posto di mio padre, per mia madre. Io ero quel giocattolo con cui si poteva finalmente raggiungere la soddisfazione. Quei buchi tra loro riempiti da me. Così mi sono trovata là, nel posto sbagliato, in un luogo sconosciuto, inospitale. Una mela a metà: una metà fatta del sogno di mia madre… quello di diventare il suo riscatto… e una metà fatta di lui, del sogno di restare la sua bambina… che lo avrebbe servito, amato, ascoltato, capito… Lo avrebbe soddisfatto, divenendo la donna che non aveva mai avuto. E’ in questo punto doloroso che l’amore ferisce. E’ la potenza devastante del troppo. Il troppo amore di una madre affamata. Il troppo amore di un padre e il suo desiderio. Una figlia in mezzo. Un amore che chiede in cambio una vita. Sono stata al loro gioco, non sono stata capace di liberarmi”.
Se i genitori sono confusivi, se trasmettono messaggi ambigui e contraddittori, i figli risulteranno spaesati e avranno difficoltà a distinguere tra sé e l’altro e ad avere confini definiti.
La famiglia che funziona meglio non è la famiglia che nutre con la pappa giusta, seguendo un manuale del giusto genitore. E’ la famiglia che sa nutrire e sostenere il desiderio dei figli.
Come si nutre il desiderio? Non con le prediche, la pedagogia, i discorsi, ma con la testimonianza, dando il buon esempio. Coltivando le proprie passioni. Mostrando che si può vivere in questo tempo anche senza impazzire, senza volersi suicidare, ma vivendo la propria vita e facendola fruttare.

Chiara Baratelli è psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
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