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Il ritorno di Mary Poppins e di Costanza

Oggi torno, vedrò da lontano la mia casa, entrerò dalla porta e ritroverò mia madre, mia sorella, i suoi due figli più piccoli che giocano in cortile. Oggi torno sulle ali del vento come ha sempre fatto Mary Poppins (la protagonista di un libro e un film famosissimi che parlano di una tata sui generis e dei bambini che accudisce). Così canta Bert lo spazzacamino amico di Mary: “ Vento dell’est/la nebbia è là…/Qualcosa di strano/fra poco accadrà./Tempo difficile/capire cos’è…/Ma penso che un’ospite arrivi per me …” Oggi la persona che torna sono io.
Bello assomigliare anche solo vagamente a Mary Poppins quando  arriva con l’ombrello nero aperto, usato come uno striminzito paracadute in grado di muoversi nel vento e di atterrare in maniera perfetta. Un arrivo gradito a Bert, ai bambini Banks, agli abitanti di Viale dei Ciliegi. Davvero bello abitare in un viale che ha il nome di un albero che  fiorisce in maniera spettacolare, dà frutti succosi, dolci e coloratissimi, fornisce ombra, ripara.

Anche io ritroverò un Bert che assomiglia un po’ a quello del film.
Nel film lo spazzacamino Bert è l’amico preferito di Mary Poppins. Quando il tempo è bello, disegna con il gesso ritratti e paesaggi, quando piove vende fiammiferi ed è conosciuto come “L’uomo dei Fiammiferi”. Ogni tanto fa anche lo spazzacamino,  professione per cui è molto amato (dagli altri protagonisti del film/dalle persone reali che lo guadano). Mary Poppins va in giro con Bert nel suo secondo giovedì di riposo. Bert è anche un amico dei bambini Banks e degli altri residenti di Viale dei Ciliegi. Inoltre si prende cura di Albert, lo zio di Mary Poppins, e dà consigli al signor Banks.

Una saga familiare per bambini, divertente, a lieto fine. Una storia che racconta una magia: Mary che arriva col vento dell’Est, sulle ali del vento.
Io non torno in viale dei Ciliegi, torno in via Santoni Rosa. La signora Santoni era una partigiana che aveva un nome di battaglia: Nuvola. Qualcosa di atmosferico c’è comunque, le nuvole stanno in cielo e vengono spostate dal vento.
Il mio Bert si chiama Vittorio, Vito per gli amici. E’ un personaggio qui a Pontalba. I suoi genitori erano di Vicenza. Si è trasferito qui quando aveva dieci anni, solo lui e suo padre, sua madre è rimasta a Vicenza alcolizzata e tristissima. Dopo qualche anno è morta. Credo che per il piccolo Vito sia stata una liberazione. Un conto è pensare una mamma ammalata e trasandata che arranca in qualche città del nord Italia, un altro è pensarla in cielo che cena con gli angeli. Un orfano sereno, il piccolo Vito. Siamo diventati subito amici e lo siamo tutt’ora. Quando mi sono ammalata lui è sempre venuto a trovarmi, anche se ero pallida come un cadavere. Facevo impressione e, proprio per questo, non veniva quasi nessuno a farmi visita. Ma lui non ha avuto paura, ha affrontato quella malattia come se fosse anche un po’ sua e questo è stato per me molto salutare. Veniva al pomeriggio e faceva un po’ di chiacchiere, poi se ne andava. Quando incontrava mia madre le chiedeva sempre come stavo e appena era possibile tornava a trovarmi. Poi sono guarita e abbiamo ricominciato a ridere. E’ una delle specialità di Vito, sa far ridere. Fa imitazione di personaggi locali che sono degne della prima serata di Rai1: la sua vicina di casa, la preside della scuola media, suor Lucrezia,  Mirella. Ridono tutti. Inoltre gesticola, parla a voce alta e continuamente, va a zonzo in bicicletta cantando, a volte parla da solo. Vive da solo. Pulisce tutta la casa da cima a fondo appena può. E’ un patito dell’ordine.
Vito è gay. Non ha un fidanzato, dice che sta bene da solo, che ne ha passate abbastanza, che non riuscirebbe più a condividere le sue giornate con qualcuno. Ormai è abituato così e gli piace così. Ha un orto, una casa grande, un gatto bianco, una bicicletta elettrica e tantissimi cd. E’ un appassionato di musica, Edit Piaf è uno dei suoi miti.

Oggi tornerò a casa sulle ali del vento come sa fare Mary Poppins e porterò una valigia di regali. Dalla mia borsa uscirà quel che piace a loro, alle persone che amo. Per mia madre ci sarà un grande libro pieno di storie fantastiche e misteriose. Per i bambini due biciclette nuove, per Rebecca i roller, per mia sorella un vestito, per mio cognato una tromba, per Vito non so, forse un libro di ricette. Gli piacciono le torte. Tutti ciò uscirà dalla mia borsa esattamente come quando, da quella di Mary, esce un lampadario, un armadio, una bambola, il succo di mirtilli e il suo fantomatico ombrello nero con il manico fatto ad uccello. Chissà se alla mia famiglia piaceranno i miei regali. Secondo me sì, sono i loro desideri annunciati, sono aspettative che diventano realtà.

Il mio di oggi è un ritorno a tutto ciò che è normale, prevedibile, sicuro, accogliente. Un ritorno che sa di favola, eppure è reale.
Oggi aprirò la porta di casa, abbraccerò tutti e rideremo insieme della vicina di casa che mangia caramelle di nascosto, si colora le unghie di rosso, si veste sempre nello stesso modo, parla in maniera velocissima e aspira alcune lettere. Molto facile da imitare, Vito lo sa fare benissimo. Le imitazioni sono una delle sue grandi abilità e ha insegnato anche a me. Hanno accompagnato tutta la nostra infanzia, le facciamo ancora. Vito è magico quasi quanto Bert. Nonostante un’infanzia difficile si può diventare degli adulti responsabili, gentili e coraggiosi, altruisti e pasticcioni. Ha un lavoro, sempre quello da molto tempo, dice che i cambiamenti non gli piacciono, che ama la sua “normale normalità”.
Oggi ritroverò chi mi ha aspettato, dimenticherò per un po’ l’ansia, mi fermerò con loro e ricorderò che le uniche cose importanti della vita sono le persone che ti aspettano sempre, che ti hanno aiutato sempre, che sanno farti ridere perché sono anche un po’ bizzarre e originali, anticonformiste e determinate. Un ritorno speciale. Una giornata limpida e un ombrello nero che fa da paracadute. Un ritorno sulle ali del vento. Sembra una storia, una Mary-Costanza atterra in via Santoni Rosa. Apre la borsa e la magia è già là.
Supercalifragilistichesperiralidoso,supercalifragilistichespiralidoso, supercalifragilistichespiralidoso”.

 

Dora, Amalia e l’incendio di via Santoni Rosa

Qui a Pontalba siamo tutti dispiaciuti della morte di Dora, la signora anziana che abitava in via Santoni Rosa a pochi isolati di distanza da casa nostra. Dora era simpatica, ci piaceva tanto. Alla mattina usciva a spazzare davanti al suo grande portone di legno e se mi vedeva, diceva: “Ecco Rebecca, una delle tre meraviglie di via Santoni”  (le altre due meraviglie sono i miei fratelli: Valeria e Enrico). Amalia, la sorella di Dora, è rimasta da poco sola in quella vecchia casa. Ha  novant’anni. Il suo cervello funziona ancora bene, le sue gambe molto meno.

Quando la zia Costanza era piccola, Amalia e Dora erano giovani e arzille. Portavano dei cappellini vivaci con fiori e piume e cantavano come due sirene. La zia se le ricorda sedute vicine nel banco in chiesa, mentre intonavano le canzoni della Messa di Natale. Anche la nonna Anna se le ricorda.
Quando la zia Costanza aveva quattro anni, la zia Rachele tre e mia madre non era ancora nata, la nostra casa in via Santoni Rosa andò a fuoco.
C’era una caldaia a nafta posizionata in uno stanzino tra la cucina e un’ala diroccata dello stesso stabile, proprio lì si scatenò l’incendio.  Alcuni anni dopo quell’ala in disuso fu restaurata ed è diventata  la mia casa attuale. In quella drammatica notte, un grumo di combustibile  intasò la caldaia e causò l’incendio che si propagò per buona parte dell’abitazione e distrusse il fienile. Le esalazioni di nafta fecero morire Lisa, il collie delle zie.

Io sono nata molto tempo dopo, ma di quella vicenda ne ho sempre sentito parlare. Le fiamme erano altissime, i pompieri non arrivavano, né quelli della centrale più vicina, né quelli della città. Si erano persi con le loro autobotti nella notte d’autunno che, nella pianura lombarda, sa essere insidiosa e quasi priva di visibilità. Il fuoco imperversava. I nonni e i bisnonni, tutti ormai svegli e usciti in cortile col solo pigiama addosso, non sapevano cosa fare.

La zia Costanza e la zia Rachele furono portate a casa di Dora e Amalia e là si addormentarono, mentre gli adulti continuarono ad aspettare i pompieri. Le fiamme erano violente, rosse come i tramonti di Luglio, bollenti. I nostri vicini trebbiatori provarono a fermarle  con gli estintori in dotazione a chi lavora con le macchine agricole, ma fu inutile. Quelle bisce di fuoco si abbassarono per un attimo e poi ripresero vigore e si innalzarono nel cielo della notte come draghi inferociti. Un po’ alla volta si svegliò tutto il paese. C’era una strana luce e uno strano calore ovunque. Suonarono le campane a martello per avvisare che c’era un dramma in corso.
Poi finalmente arrivarono i pompieri e spensero il fuoco. La casa rimase bollente, piena di schiumogeno, cenere e resti di nafta fuoriuscita dalla cisterna e parzialmente bruciata, per giorni. Quel nero bruciato si era appiccicato alle pareti e si riuscì a liberarsene definitivamente l’estate dopo, quando con l’intonaco nuovo si risistemarono i muri martoriati.
Mentre tutto questo succedeva  le zie dormivano nel letto di Dora e Amalia. Entrambe, seppur piccole, ricordano di essersi svegliate in quel letto “diverso” e di aver avvertito che la situazione era anomala, ma non ricordano molto di più.

Quando sento parlare di incendi ripenso sempre a quel che le zie e la nonna Anna raccontano di quel fuoco violento che devastò parte della nostra casa, per la precisione la parte che poi è stata ristrutturata e dove noi abitiamo adesso. Ho rischiato di perdere la mia abitazione prima ancora di averla trovata. La nostra grande casa di campagna è divisa in due appartamenti: in uno abita la zia Costanza con la nonna, nell’altra abitiamo io, Valeria, Enrico e i nostri genitori. La zia Rachele abita a Torino perché lavora là.

Anche la signora Amalia ricorda bene quella notte. Una volta mi raccontò che era stato un grande spavento, avevano avuto paura che della nostra casa non restasse nulla, tanto l’incendio era alto e autoalimentato (la nafta continuava ad uscire dal bruciatore e nessuno sapeva come fermarla). Nella caldaia c’era trenta quintali di nafta che bruciavano con ardore.
Un amico della nonna tagliò i fili della corrente elettrica che si stavano surriscaldando e i pompieri iniziarono a bagnare con acqua ghiacciata i muri interni della casa che stavano diventando bollenti. Un dramma che ha sfiorato la tragedia.
Dora e Amalia sono state tempestive, ci hanno aiutato, hanno avvolte le zie in coperte e poi le hanno portate a dormire, hanno costretto i nonni a bere un po’ di grappa.
In quel dramma improvviso si è risvegliato, di notte, un intero paese. Insieme alle fiamme si è riaccesa la solidarietà. Insieme al calore del fuoco, via Santoni Rosa è stata invasa dalla bontà di tanti cuori. Si è riscoperta improvvisamente la fratellanza.

La mattina dopo nella mia casa devastata e nera come il carbone, arrivarono diversi piatti di frittelle fumanti, segno inequivocabile di solidarietà e di partecipazione al damma. Non centrava proprio più la politica, le riunioni condominiali, le candidature a Sindaco del paese, la gestione della cassa dell’oratorio e tutte quelle vicende che allertano gli animi in tempo di pace. Una notte sola aveva spazzato via tutti questi piccoli risentimenti di una vita un po’ banale e un po’ ripetitiva. (Soprassederei sull’effettiva utilità di ingurgitare dolci fritti dopo essere stati una notte al freddo e aver provato un forte stringimento di stomaco causato dalla paura e dalla preoccupazione. Là bontà dei cuori va oltre.)

Credo che sia in momenti come quelli che si riscopre la differenza tra l’abitare in un paese  e nella periferia di una grande città. Tutti gli abitanti di via Santoni Rosa si ritrovarono quella notte per strada, senza vestiti, senza scarpe e cercarono di dare il loro aiuto a seconda delle loro possibilità, della competenza, dell’età e della preoccupazione che, a volte, impedisce di vedere le soluzioni più ragionevoli.
Il papà di Camilla andò sull’angolo della via ad aspettare i pompieri, Amalia chiamò il medico di guardia per il nonno che stava male, gli zii che abitavano in piazza si misero a pregare e accesero delle belle candele suoi loro comodini.
Il parroco arrivò in bicicletta, la farmacista in vespa, il segretario comunale a piedi perchè la sera prima aveva bevuto e vinto a carte all’osteria e, i postumi della sbornia, gli permettevano di fidarsi solo delle sue gambe.
Il giorno dopo a scuola le maestre fecero fare ai bambini della elementari un tema sull’incendio di via Santoni Rosa, mentre quelli delle medie studiarono come funzionava la combustione della nafta.

Tutto il paese partecipò al dramma e la cosa che sollevò gli animi di tutti è che non morì nessuno, né la casa cadde a pezzi, anzi si salvò e venne ristrutturata. Amalia e Dora raccontarono per anni questa storia con molta fierezza come se l’esito positivo della vicenda fosse, almeno un po’, merito loro.  Forse in parte lo era, come lo era di tutti coloro che in quella notte, rossa come il fuoco e accesa come il sole di mezzogiorno, parteciparono al dramma e provarono a dare il loro contributo allo spegnimento dell’incendio.
Ben diversi sono stati gli eventi a causa dei quali, proprio in quegli anni, sono bruciati fienili carichi di fieno e legname. In quei casi  il dramma assumeva proporzioni rilevanti e i danni economici potevano portare alla rovina dei malcapitati colpiti dal fuoco. A volte  gli incendi erano di natura dolosa, ma di questo a me non è mai stato raccontato nulla.

I bisnonni, i nonni, le zie devono ringraziare  Dora e Amalia che, con la loro solerzia e il loro proverbiale altruismo, si sono precipitate a prendere le due bambine della casa che stava bruciando. Ora Dora purtroppo è morta, ma lei è una nostra defunta, fa parte della nostra tomba di famiglia.
Nei paesi di campagna le storie di incendi sono tante, hanno tante cause, tante conseguenze, tante chiacchiere posticce e a volte anche tante polemiche.

Ma Dora  e Amalia hanno sempre ringraziato il cielo che ai  miei parenti non sia successo niente e che alle due bambine di via Santoni Rosa (la zia Costanza e la zia Rachele) sia continuata ad essere garantita una vita serena e protetta. Le due bambine sono infatti cresciute sane e per nulla traumatizzate dal brutto e pericoloso incidente. Le zie sanno quante candele hanno acceso Dora e Amalia per loro. E di questo non si possono dimenticare. Adesso che Dora è morta di Covid-19, ogni tanto, piangono.  Credo ripensino a tutte le volte che Dora le ha cordialmente salutate, ha sorriso loro, regalato qualche caramella e indicato loro i rondoni pronti a spiccare il volo.  Ripensano a quando, in quella notte di terrore, lei e sua sorella Amalia le hanno fatte dormire nel loro letto perché la casa bruciava. Le zie sanno, perché l’hanno provato sulla loro pelle, che è la presenza  di persone buone che cambia il corso della vita, è il loro amore, la loro forza, la loro fiducia e anche un po’ della loro temerarietà.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

La ballerina di Pontalba

Sono le sedici. Oggi a Pontalba ha appena smesso di piovere. Nelle pozzanghere si vede la luce del sole e le  nuvole bianche che corrono come pecore.
Io esco  a fare una passeggiata. E’ il momento migliore per farlo.
Pontalba è un paese lombardo di pianura. Conta circa duemilacinquecento abitanti. Ha due frazioni:  Cominella e Milzuno.  Vicino a Pontalba scorre uno degli affluenti del Po: il Lungone. Per questo il paese fa parte del parco del Lungone Nord. Abbiamo una miriade di vincoli architettonici e paesaggistici, volti a fare in modo che l’insediamo umano non rovini la bellezza naturale del parco.

Esco e mi incammino verso il centro del paese, dove c’è la piazza principale con il suo monumento ai caduti della seconda guerra mondiale. Sull’angolo di via Santoni Rosa, c’è una forneria. Sull’insegna si legge “Da Camilla”. La fornaia si chiama Camilla. La conosco da sempre, ha un solo anno più di me, abbiamo frequentato lo stesso liceo e ci conosciamo da allora. Dopo la maturità lei ha ereditato la forneria del padre e ha cominciato a sfornare meravigliosi panini, mentre io facevo tutt’altro.

Guardo nelle pozzanghere e mi ritrovo a pensare a quando ero bambina. Anche allora amavo le pozzanghere trasparenti. Quelle dentro le quali si vede il cielo. Dopo una pioggia violenta, il cielo è limpido e l’aria  pulita. Guardando verso nord, si vedono le Alpi con le loro creste perennemente innevate. L’aria profuma d’acqua e di foglie. Faccio altri due passi e mi avvicino ad un’altra pozzanghera. Vi guardo dentro e vedo una piccola Costanza. Sono io da piccola.
Una bambina mora, con i capelli lunghi e lisci e gli occhi color delle foglie d’autunno. Un po’ verdi e un po’ nocciola. Una volta Tito sentenziò che quello strano color d’occhi faceva di me una persona speciale. Grande Tito, come sempre.
Da piccola ero una bambina musicale e ballerina. Il mio tempo libero era in buona parte dedicato ad ascoltare musica e a danzare.

Sognavo d’essere una ballerina del Teatro Bol’šoj, piroettavo trasognata sul cemento del mio cortile sognando le luci della ribalta.  Il Bol’šoj di Mosca è un teatro tra i più famosi e blasonati al mondo. E’ il tempio del balletto classico russo. La sua compagnia di danza, famosa ovunque, conta più di duecento ballerini. Uno dei primi ballerini della compagnia  è stato Rudol’f Nureev, considerato uno tra i più grandi danzatori del XX secolo insieme a Nizinskj e Bariysnikov. Per la sua velocità nel danzare e l’abilità nel compiere acrobazie di ogni genere era soprannominato the flying tatar, cioè “il tataro volante”.  Anch’io avrei voluto essere una tatara volante. Mi dedicavo a esercizi acrobatici con una certa assiduità e mettevo musica classica a tutto volume, costringendo gli abitanti di Via Santoni Rosa al supplizio della stessa musica riascoltata all’infinito.

Nella pozzanghera di oggi c’è quella bambina che mi è tornata alla memoria con molto vigore, sembra viva dentro l’acqua trasparente.

Il Sogno del Bol’šoj non esiste più. Solo i sogni alimentati da aspettative importanti, impegno, costanza, dedizione, fedeltà hanno qualche possibilità di realizzarsi. Tutti gli altri se ne vanno un po’ alla volta e, un bel giorno, spariscono. A dire il vero io un piccolo Bol’šoj  ce l’ho avuto.  Qui in paese c’era il teatro della parrocchia. Un teatrino piccolo che serviva per proiettare degli vecchi film la domenica pomeriggio e che, un paio di volte all’anno, accoglieva spettacoli di personaggi locali. Alla fine del mio primo anno di scuola elementare, le maestre organizzarono uno spettacolo per i genitori. A me fu assegnato il ruolo di prima ballerina. Un vero balletto classico con una parte da solista. La nonna Adelina, che da giovane aveva fatto la sarta,  mi fece un tutù bianco come la neve, riutilizzando il velo da sposa di mia madre. Io danzai magnificamente, per quel che può fare una bambina di sei anni autodidatta, ce la misi proprio tutta. I presenti applaudirono entusiasti e chiesero anche il bis, che naturalmente fu concesso. I bambini che parteciparono come protagonisti a quello spettacolo ora hanno tra i quaranta e i cinquant’anni, mentre gli spettatori dai cinquant’anni in su. Fu un successo, tanto che andammo anche in trasferta a Cominella, la nostra frazione più grande e ci invitarono per il Natale dell’anno seguente alla Casa di Riposo di Pontalba.
Alla fine dello spettacolo furono buttate sul palco una valanga di caramelle di zucchero. Dei fruttini duri come proiettili. Uno colpì un bambino sulla fronte con tale vigore che gli fece crescere il bernoccolo.

Credo che nella distanza di performance che c’è  tra una bambina che danza sul palco  del teatro dell’oratorio di Pontalba e una ballerina  del Bol’šoj di Mosca, ci stia tutto l’universo. Per fare i ballerini professionisti occorre una dedizione, una determinazione e un coraggio che la Costanza bambina non aveva. Era tutto sommato un po’ fragile. Poi quella bambina è cresciuta, ha imparato che la convinzione e la tenacia sono fondamentali, ed è riuscita a realizzare altri suoi sogni. Ma non quello.

Riguardo nella pozzanghera, la piccola Costanza sta volteggiando sulle note del Lago dei cigni di Čajkovskij. Entrambi i piedi sulle punte, fa passetti piccoli e agili, mentre le braccia sono alzate verso il cielo e si muovono leggere come le ali di una libellula. Il tutù è fatto di vere piume di cigno bianco e le sta rigido intorno alla vita, forma una corolla rovesciata intorno ai fianchi. Calzamaglia bianca, capelli legati e altre piume di cigno che incorniciano il volto.
Danza, ballando una specie di omaggio alla vita, un’interpretazione  della musica che sta ascoltando. Il cigno nasce, muore e rinasce ancora. I passi accompagnano la danza come fedeli esecutori di un copione già scritto, come il tramite tra il pensiero e ciò che il  corpo permette di fare.
Piedi che si muovono senza risparmiarsi, in maniera disciplinate ed elegante. Braccia che sembrano ali, che si librano in cielo. Un vortice di bianco, di piume, di leggerezza e d’infanzia. Un sogno d’eternità, di capacità di vincere la forza di gravità. Una magia, una favola unica. ll Lago dei Cigni è uno dei più famosi e acclamati balletti del XIX secolo musicato da Pëtr Il’ič Čajkovskij. La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro Bol’soj di Mosca il 20 febbraio 1877 con la coreografia di Julius Wenzel Reisinger.

Riprendo la mia passeggiata e lascio la bambina che danza felice. Arrivo sull’angolo della via, di fronte al negozio di Camilla e poi faccio dietro front, ritorno verso la pozzanghera, sono assalita dalla nostalgia per la Costanza ballerina. Voglio guardarla ancora un po’.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Tutti allo stadio!

di Maria Luigia Giusto

La grande ondata delle promesse elettorali è appena passata seminando speranze, illusioni e animando, talvolta con cori da estrema curva, i giorni trascorsi. Ci siamo ritrovati a tifare per uno o per l’altro candidato, chi apertamente, con bandiere e striscioni, chi in modo riservato, con la sciarpa nascosta negli intimi pensieri, come se fossimo sugli spalti di un enorme stadio chiamato Paese. Alcuni non hanno voluto far parte della tifoseria, per disinteresse o disillusione. A partita conclusa si spera che le formazioni ringrazino i tifosi e facciano manutenzione del terreno di gioco.

“Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana, dovremmo solo osservarla in tempo di elezioni”.
Mark Twain

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

PAGINE DI GIORNALISMO
Fra il ‘Candido’ e ‘Il borghese’ ecco il golpe di De Lorenzo

7. SEGUE – Che la morte di Mattei fosse stata causata da un attentato era fuori di dubbio fin dall’inizio, ma, come succede sempre in Italia, la coltre di silenzio fu stesa con molta cura dagli inquirenti. Con Pier Bellini delle Stelle, capo ufficio stampa Eni, ci sentivamo ogni giorno, ma non c’era mai nulla di nuovo, nemmeno l’arrivo del nuovo presidente Eni, Cefis, cambiò qualcosa, anzi tutto fu riportato a una allucinata normalità, cioè si mise mano alla normalizzazione dell’ente idrocarburi, via i giornali, via le idee espansionistiche in Africa e in Asia, bocciato il tentativo di porre l’Eni a fianco delle Sette sorelle: sembrò proprio che non si aspettasse altro che la scomparsa di Mattei per ricondurre l’ente a un ruolo subalterno rispetto ai concorrenti mondiali. La prima operazione condotta da Cefis fu il ritiro dell’Eni dalle attività giornalistiche e così la grande Agenzia Italia, che era arrivata a fare concorrenza all’Ansa, fu messa in liquidazione, i giornalisti furono licenziati con un’operazione spietata a cui i timidi sindacati non seppero, o non vollero, opporre la minima resistenza. Nessuno venne in aiuto dei giovani e dei meno giovani, nessuno li difese, da un giorno all’altro si ritrovarono sulla strada, ma non soli, c’erano i dipendenti di Stasera. Per il resto nemmeno una prece.
Intanto, procedeva il grande disegno di normalizzazione del Paese, che non doveva tentare voli pindarici, la politica voluta da Andreotti (non del tutto in accordo con Fanfani e Moro) disegnava una società a basso regime, la società dei borghesi piccoli piccoli, tutti a messa la domenica, la società che sognava Nilla Pizzi e il Festival di Sanremo, Miss Italia e s’intendeva di sport, gli intellettuali abbandonati in un limbo, dove pensavano tra di loro di cambiare il Paese, i giornalisti scomodi venivano sistemati con lauti guadagni, che qualcuno facesse pure strilli, il rovescio della medaglia – se è controllato – ha sempre fatto del bene al potere, dà un amaro sapore di libertà. Era cominciato un lungo periodo di mediocrità, in Italia se non sei mediocre non fai carriera (imperativo), la barzelletta che correva in quei giorni era paradigmatica, era riferita al partito comunista russo, ma si rivolgeva agli italiani: lo psicologo della grande azienda incaricato delle assunzioni chiede al candidato “ma lei ha idee sue politiche?” e il candidato ”certo, ma non le condivido!”
In mezzo alle cambiali, un mare di carta che sosteneva un boom economico fasullo, tra i palazzi di cartone costruiti ci mancava poco sui sagrati delle cattedrali, ma anche, e peggio, sui greti dei fiumi e sotto montagne in via di sgretolamento, si muoveva, insomma un paese marcio, credeva di poter diventare ricco con montagne di cartaccia, di pagherò senza valore e qualcuno là in alto accreditava questo miracolo straccione e, intanto, muoveva altre pedine per convincere la sinistra a celebrare un matrimonio (chiamiamolo morganatico, ma non so proprio quale delle due parti fosse quella nobile) con la destra sempre pronta a salire sul carro del vincitore. Ma sempre in nome di Dio, povero Dio. In quella palude marcia la Democrazia cristiana si muoveva per grazia ricevuta e tramava, avendo uno scopo fisso: il colpo di Stato, in grado di mettere definitivamente fuori corso l’odiato partito comunista, usando anche una letteratura giornalistica tutta di destra, a partire dal volgarissimo “Candido” di Guareschi, per il quale i maschi del Pci avevano tre narici e le donne comuniste tre tette, animali stupidi di una ignoranza senza speranza: quella di Guareschi è stata una delle operazioni più truculente della cultura italiana, mai prima di allora uno scrittore si era permesso di offendere così grossolanamente un’intera e consistente fetta di popolazione. Pochi anni dopo ”Candido” mi celebrò con un’intera pagina centrale del giornale, definendomi il giornalista più stupido: mi ero permesso di controbattere il tentativo di far passare una legge a favore della pena di morte. Nemmeno l’altro settimanale fascista o fascistoide, “Il borghese” cadde in una volgarità così sconcia, ma il suo direttore era Longanesi, pasta culturalmente diversa da Guareschi, cinico ma arguto e lucido, un uomo sprezzante che si sentiva superiore alla vituperevole massa degli ignoranti.
Ma c’era una situazione nell’informazione che determinava in tutta la popolazione cosciente una conoscenza del tutto parziale, ideologicamente parziale, vorrei dire volutamente parziale, in grado di escludere dalla realtà del Paese una grande fetta di cittadini: la televisione, che stava allora diventando padrona delle teste degli italiani, assumeva di giorno in giorno un’importanza determinante e dominava le notizie, sempre viste con un occhio solo, così da obbligare i quotidiani a seguire un’impostazione indottrinata di destra, perchè, se è vero che si stava dando vita al primo centro-sinistra organico, con l’avvento al governo dei socialisti, è altrettanto vero che la politica sociale seguiva un programma che lasciava fuori dal potere i lavoratori e le loro organizzazioni, primo tra tutte il Pci. Lo stesso Nenni ebbe a scrivere, ricordando quei giorni, che si discuteva tra il “tintinnar di spade”.. Aveva ragione: il generale De Lorenzo, coadiuvato dal suo ufficiale Mingarelli (che vedremo impegnato in prima persona nella strage di Peteano) e sotto l’cchio benevolo del presidente della Repubblica Antonio Segni, andava preparando un golpe che avrebbe sistemato l’organizzazione della nazione secondo un’idea, la quale poteva essere condensata in una sola entità: ordine. Ricordo quando l’allora colonnello Dalla Chiesa, che comandava la legione dei carabinieri di Milano, chiamò i giornalisti ad assistere a una parata di mezzi d’assalto, autoblindo e carriarmati. A che cosa serviva quella dimostrazione di forza se non a rendere inattaccabile il sistema poliziesco del paese?

7. CONTINUA [leggi l’ottava puntata]

leggi la prima, la seconda, la terza, la quarta , la quinta, la sesta puntata

L’INTERVENTO
Proloco, soggetto attivo e innovativo nella valorizzazione del territorio

da: Enzo Barboni

Una breve ed iniziale esperienza, una serie di contatti, sapere di essere più di uno stakeolder, un associazionismo diffuso e radicato, l’andare oltre il pregevole volontariato, essere accompagnati ed assistiti da soggetti professionali, rappresenta quel mescolamento necessario ed opportuno per stare nel gioco degli attori che intendono promuovere, valorizzare ed animare i territori di un bel Paese come l’Italia.
Un localismo moltiplicato, un borgo, un angolo ed una viuzza antica, un ondulato ciottolato, tante storie vissute, tanti dialetti e molti aneddoti, pezzi di ambiente e di geografia a milieux, una chiesa, un museo, una villa, un palazzo offrono al visitatore il volto autentico di una comunità, in una rete di presenze vive che ci hanno fatto l’unico e vero patrimonio dell’umanità.
Seimila Pro Loco, disseminate tra le pedemontane, le alpi e gli appennini, lungo le coste ed i fiumi dello stivale italiano sono una risorsa che da un po’ di tempo anche il turismo e la cultura stanno scoprendo, perché sono le sentinelle che danno certezze e sicurezze ad una geografia a volte critica nei sui naturali comportamenti.
Per continuare su questa visione e camminare lungo questi percorsi, anche una nuova legislazione nazionale e regionale sta scrivendo interessanti articolati normativi, anche alcuni bandi dei fondi strutturali europei 2014-2020 offrono più di una attenzione a questo attore Unpli-proloco. Anche le istituzioni locali danno percorribilità gestionale alle reti locali di questo originale associazionismo, sempre più organizzato, sempre più qualificato e alla ricerca di collaborazioni strutturate, oggi conta mettersi ad un tavolo e costruire progetti comuni per un rilancio programmato dei territori.
Chi pensa che questa riflessione sia solo uno spaccato sociale, il narrare pezzi di storia e di ambiente locale, una sorta di scialle dei ricordi e qualche bella sagra, dovrebbe comprendere che anche questo è un metodo ed uno schema innovativo per costruire la crescita e lo sviluppo del nostro Paese, e che le sue bellezze, uniche e irripetibili, sono da consegnare, sempre, al mondo e alle generazioni.
Turismo, cultura, territorio sono una triangolazione che muove non pochi punti di prodotto interno lordo, creano, insieme, e distribuiscono ricchezza, benessere e saperi diffusi e lo fanno con quei segni dell’anima e dei sentimenti che ci sono e profumano di tanta umanità delle nostre comunità locali.
L’Unpli dell’Emilia Romagna e l’Unpli di Ferrara si stanno organizzando per favorire questo nuovo contesto e le reti di 340 proloco regionali e 31 proloco provinciali hanno già accesi i motori e insieme stanno procedendo nel futuro, soprattutto quello più ravvicinato.

Enzo Barboni è il presidente della Proloco di Copparo e presidente di Unpli provincia di Ferrara

I sentieri irti della crescita

Ognuno di noi sa che deve percorrere duri sentieri per arrivare in vetta, e se fa anche della montagna non può che essere d’accordo.
Quando si partecipa a un master sull’Europa, sugli effetti che ha procurato la moneta unica da una decina d’anni e più, sente che il relatore utilizza la metafora della montagna, di una catena di montagne e di tante persone che, con lo zaino sulle spalle, si incamminano su per i sentieri, sapendo che, primo a poi, arriveranno in cima.
In quei corsi si diceva che il cammino poteva essere irto, con molti tornanti, alcuni rivoli d’acqua e belle cascate, un laghetto, un piccolo altopiano, un pendio ripido, tanto verde, alcune panchine, un contesto anche bello da vedere con il sole, un po’ meno con la pioggia, se poi c’è la neve il tutto si complica.
Bel discorso, anche interessante, ma non siamo al Cai, si replicava! Chi stava al gioco aggiungeva: “Ci sarà almeno una baita, uno strudel, una piccola sosta anche per ripararci”; da dietro al tavolo un sorriso e la lavagna luminosa proiettavano le Dolomiti.
Ma dopo le Dolomiti le slide illustravano un uomo, di mezza età, vestito in tricolore, con uno zaino consistente e abbastanza rumoroso al suo interno, dal quale ad un certo punto è uscito il nostro Paese con tutti i suoi problemi: la busta paga, la fattura, la catena di montaggio, una vanga, un libro, una giovane disoccupata, una bolletta, un paio di calze, una mela, un biglietto del bus e… tanto altro.
La vera difficoltà era rimettere il tutto in ordine, il vento non ci aiutava nella raccolta, dopo un po’ tutto rientrò nello zaino ma non mancarono alcuni rumori, uno sciopero, una dogana che ti controllava la commessa, il preziario contestato, una pratica edilizia ancora ferma, la pagella del figlio, il dépliant delle vacanze e altro.
Ma cosa centra tutto questo con l’Europa delle nazioni, con l’euro, con Bruxelles, con la Pac, con la fiscalità, con il debito ed il deficit?
Una parabola, una raffigurazione dinamica, non certo la montagna delle Scritture, sicuramente un approccio anche didattico e, soprattutto, indicazioni per come percorrere i sentieri, come l’Italia dovrà attrezzarsi per percorrere un cammino lieve, sereno, attento, interessato, fino ad arrivare lassù e vedere l’orizzonte sopra le nuvole. Poi, girandosi attorno, incontrare con la vista, le altre cime, la Francia, la Germania, il Portogallo, la Gran Bretagna.
E se mentre arrivi sopra, trovi che altri sono arrivati prima di te, altri stanno ancora salendo e li vedi affrontare il penultimo tornante, altri ancora riposarsi sull’altopiano sottostante, e gli ultimi a bere alla baita? Forse vuol dire che potevi fare meglio e che le turbolenze nello zaino (una certa contestazione, alcune ingiustizie, i diritti e le libertà, i privilegi e le burocrazie, il lavoro, ecc.) sono sempre ed ancora in atto.
La saletta del master, circa 26 corsisti, molti di qualità e con una buona formazione, sembrava fiduciosa e tutti avevano capito quale doveva essere la direzione di marcia.
Molto dipende da noi, si dicevano, dai nostri comportamenti, dalle nostre solidarietà, da come saremo governance dello zaino, dall’essere Paese e comunità più vasta.

Poi arrivavano le 10.30, l’ora del coffee break e, tra un sorso e l’altro, si commentava: “Questa è l’Europa che vogliamo, almeno in molti.”

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