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QUELL’ARIA CHE CI UCCIDE
Un bilancio sulla qualità dell’aria a Ferrara e in Emilia Romagna

 

In attesa del prossimo report di Legambiente (Ecosistema urbano 2021), che uscirà presumibilmente negli ultimi mesi dell’anno, per avere una fotografia dello stato ambientale delle nostre città, può essere utile fare alcune considerazioni generali e qualche approfondimento relativamente a come è stata la qualità dell’aria nella nostra regione da ottobre 2020 a marzo 2021.

Come premessa è necessario tenere in considerazione quanto affermato in un comunicato della Regione Emilia-Romagna dei primi giorni di gennaio di quest’anno dall’assessore all’ambiente Irene Priolo: l’intenzione di introdurre misure straordinarie per ridurre l’inquinamento atmosferico, rilevando da un lato il “pessimo stato dell’aria nonostante il lockdown” e dall’altro gli “sforamenti delle soglie superiori agli obiettivi previsti dalle norme praticamente in tutto il territorio”.

Il comunicato regionale informava anche dell’intenzione di “avviare progetti strutturali già presentati al Governo nell’ambito del piano di ricostruzione nazionale attraverso i fondi europei del Next Generation Eu” e a predisporre a tale scopo “un piano di interventi triennale, stanziando già nell’anno in corso 21 milioni di euro”, quota da incrementare ulteriormente negli anni 2022 e 2023. “Si tratta di proposte avanzate insieme a Piemonte, Lombardia e Veneto per complessivi 2 miliardi di euro nell’area dell’intero Bacino Padano”. “Anche per ottemperare – veniva affermato – a quanto previsto dalla condanna all’Italia da parte della Corte di Giustizia Europea del novembre 2020 circa la qualità dell’aria nel nostro paese per ciò che riguarda il Bacino padano”.

Il piano regionale, veniva specificato, verrà indirizzato su tre assi prioritari di intervento relativamente alle principali fonti di inquinanti dell’aria:
– la mobilità,
– le modalità di riscaldamento degli edifici,
– l’attività agricola.

Da anni l’Agenzia Ambientale Europea (EEA) (https://www.eea.europa.eu/it) denuncia quanto l’inquinamento atmosferico continui ad avere impatti significativi sulla salute della popolazione europea, in particolar modo per i cittadini delle aree urbane. “I maggiori rischi immediati per la salute sono rappresentati dall’inquinamento atmosferico e acustico, soprattutto nelle città”, afferma Catherine Ganzleben, responsabile del gruppo Inquinamento atmosferico, ambiente e salute. Secondo le stime dell’OMS, in Europa, un decesso su otto è dovuto all’inquinamento ambientale. Decessi che potrebbero essere evitati attraverso gli sforzi per migliorare la qualità dell’ambiente.
In Italia ogni anno sono oltre 60mila le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico che, oltretutto, costituiscono un danno economico (tra i 47 e i 142 miliardi di euro all’anno) stimato sulla base dei costi sanitari comprendenti le malattie, le cure, le visite, i giorni di lavoro persi, (a livello europeo sarebbero 330/940 miliardi). E, dice l’Agenzia Europea, dovrà essere il rispetto dei nuovi limiti normativi segnalati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, molto più stringenti degli attuali, a tutelare la salute delle persone. Attualmente i 3/4 della popolazione urbana è esposta, per le sole polveri sottili, a concentrazioni troppo elevate rispetto a quanto indicato dall’OMS.

Ma quali sono gli inquinanti sotto osservazione presenti nell’aria? In termini di rischio per la salute umana sono le polveri sottili (PM), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono troposferico (O3), che vanno distinti da quelli emessi nel corso dei processi di combustione di qualunque natura (origine primaria), come il monossido di carbonio, il biossido di carbonio e gli ossidi di azoto, e poi polveri e idrocarburi incombusti, oltre ad anidride solforosa nel caso in cui i combustibili contengano zolfo. Gli inquinanti primari possono subire processi di trasformazione chimico-fisica che portano alla formazione degli inquinanti secondari, nuove specie chimiche, spesso più tossiche, e di più vasto raggio d’azione dei composti originari.

Il particolato atmosferico (le polveri sottili) presenta una complessa composizione e origina da molteplici sorgenti diverse, sia di tipo antropico (attività umane) che naturali.

Le polveri sottili (PM), il cosiddetto PM10 e PM2,5 sono quelle che causano i maggiori effetti sulla salute, e, assieme a quelle ancora più fini (nanopolveri), sono infatti collegate all’insorgenza di problemi polmonari e cardiovascolari, in particolari nei soggetti asmatici, negli anziani e nei bambini.

La loro presenza è generalmente minore nell’Europa Settentrionale e maggiore nell’Europa Meridionale e Orientale, dove i fattori che favoriscono le alte concentrazioni degli inquinanti atmosferici sono i livelli elevati delle emissioni, l’alta densità urbana di molte città che impedisce la dispersione degli inquinanti prodotti localmente, la bassa piovosità, i venti deboli e l’elevato irraggiamento solare, che favoriscono la formazione e l’accumulo degli inquinanti, e anche la prossimità alle aree desertiche dell’Africa Settentrionale. I contributi antropici al PM nell’Europa Meridionale sono dominati dalle emissioni dirette delle automobili e da quelle domestiche e industriali, oltre al contributo importante dalle cosiddette polveri urbane, dovute al risollevamento di polveri del suolo, all’usura di freni, pneumatici e del manto stradale, alle opere di costruzione/demolizione e, in quantità minore, alle emissioni di polveri dovute al vento. Altri contributi importanti sono la combustione di biomasse per riscaldamento domestico (in particolare le stufe e i camini a legna), gli incendi boschivi, la combustione di rifiuti agricoli e le emissioni portuali e navali.

L’insieme dei prodotti di queste reazioni viene definito smog fotochimico.

Alla luce di queste considerazioni risulta interessante analizzare i dati degli ultimi anni relativi all’andamento dei principali inquinanti dell’aria, sia delle località della nostra che di altre regioni padane, in modo da avere un quadro della situazione il più possibile vicina alla realtà dei nostri territori per quanto riguarda la qualità dell’aria che respiriamo e della cui importanza, ricordiamolo, ci viene detto da medici ed esperti che, da decenni, lanciano allarmi sostanzialmente inascoltati.

Un contributo importante è dato dal Rapporto Mal’aria di città 2020, dossier di Legambiente pubblicato nel gennaio 2020, in cui vengono riportate le località che hanno superato almeno uno dei limiti giornalieri previsti per il PM10 e per l’Ozono nell’anno 2019 e i giorni totali di superamento. La città che guida la classifica di questo poco ambito titolo è Torino con 147 giorni di superamento dei limiti. Seguono Lodi con 135 e Pavia con 130. Ferrara con 103 giorni si colloca al 18° posto, mentre Frosinone 25ma (con 68 giorni), e Caserta 31ma (con 52 giorni) sono le prime località del centro/sud dell’elenco.

Tra le prime 25 sono 19 le città appartenenti a Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, mentre 5 sono venete.

Ferrara, nell’ultimo triennio, ha mostrato, per le polveri sottili PM10, un numero crescente di giornate complessive di superamento del limite giornaliero di 50 μg/m3: 41 giorni nel 2018, 60 nel 2019 e 73 nel 2020. I rilevamenti (dati ARPAE) sono riferiti alla centralina di C.so Isonzo (l’altra, urbana, è collocata a Villa Fulvia, mentre le tre extraurbane della provincia sono a Cento, Ostellato e Iolanda di Savoia-Gherardi).

Il dato del 2020 risulta particolarmente alto (il secondo in regione dopo Modena) anche perché nei giorni dal 27 al 30 marzo, come ha dichiarato il Responsabile Centri Tematici Qualità dell’aria di Arpae ER, tutte le città emiliano romagnole hanno risentito di valori anomali delle PM10 a causa del trasporto di masse d’aria ricche di polveri provenienti dalle zone orientali tra il Mar Nero e il Mar Caspio.
Lo sforamento dei limiti per tre/quattro giorni consecutivi è avvenuto in un’epoca dove normalmente non si assiste a tale fenomeno. Per la nostra città (ma anche per le altre della regione) la sostanza comunque non cambia, facendo registrare, al netto delle giornate “anomale”, un numero elevato di giorni fuori norma. Nel 2020 si è infatti assistito ad una percentuale delle giornate favorevoli all’accumulo di PM10 abbastanza elevato (64%), la più alta degli ultimi dodici anni di rilevazioni, assieme a quelle delle annate 2015 (68%) e 2017 (67%).
Oltre a Ferrara, anche Parma, Reggio Emilia, Modena e Rimini hanno fatto rilevare superamenti oltre ai limiti di legge in tutti e tre gli anni considerati, con Modena che raggiunge i 75 giorni nel 2020 (71 eliminando quelli anomali), mentre è Reggio Emilia nel 2018, con 56, la località che raggiunge il più alto numero di giorni di superamento. All’opposto Bologna, con 42 superamenti nel 2020 (39 togliendo i 3 anomali di marzo), è la città con i valori più bassi in regione, mentre nel 2018 con 18 e nel 2019 con 32 non raggiunge il limite di 35 giornate previste dalle norme, risultando la più “virtuosa” della regione.
A conclusione di questa carrellata di dati è doverosa una annotazione, che riguarda tutto il territorio regionale: il 2020, anno della pandemia e del lockdown, ipoteticamente avrebbe dovuto far registrare valori più bassi per l’inquinamento da polveri sottili, ma non è stato così. Trovare cause e spiegazioni a ciò non è semplice, almeno ora.

Analizzando invece i dati degli sforamenti progressivi per le polveri sottili PM10 relativamente al solo periodo 1 gennaio/31marzo 2021 si rileva un netto calo delle giornate di superamento dei limiti per tutte le province della regione.
Ferrara registra un calo di giornate passando dalle 39 del 2020 alle 27 del 2021 (erano state invece 41 nel 2019). Le cause di queste differenze, a volte anche di notevole entità, rispetto al numero rilevato di sforamenti tra diverse annate o tra diverse località relativamente allo stesso periodo di osservazioni, come già accennato, sono spesso di difficile comprensione e da attribuire principalmente alla variabilità delle condizioni atmosferiche, pioggia e vento in particolare che, se presenti, di norma portano all’abbattimento degli inquinanti nell’aria.

Ci si può legittimamente chiedere, in considerazione dei dati esposti, se le misure, annunciate nel comunicato di gennaio citato ad inizio articolo, che sono state e che verranno adottate dalle Amministrazioni – Regione, Comuni – al fine di ridurre i livelli di inquinamento dell’aria siano corrette e sufficienti.

Nel comunicato si afferma che “sarà predisposto un piano straordinario triennale per definire le nuove, ulteriori misure, accompagnate e sostenute con l’assegnazione di nuove risorse a favore di cittadini, imprese e Comuni”. Restano in vigore fino al 31 dicembre 2021 le limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti, mentre si sospende il blocco dei diesel Euro4 che sarebbe scattato l’11 gennaio, e che già da ottobre 2020 avrebbe dovuto essere attuato, ma prorogato a inizio 2021 causa il protrarsi dell’emergenza COVID-19. Il rinvio (concordato con le Regioni del Bacino Padano e approvato anche dall’allora ministro all’Ambiente Sergio Costa) è stato giustificato dal fatto che il blocco non fosse conciliabile con le limitazioni di capienza imposte al trasporto pubblico locale dall’emergenza pandemica e con la contestuale adozione di misure compensative sul piano ambientale al fine di non arretrare sul fronte della lotta all’inquinamento e per la qualità dell’aria.

In una video-conferenza tenutasi sempre ai primi di gennaio, l’assessore Priolo ha espresso la volontà, assieme ai sindaci e agli amministratori di tutti i territori, di “proporre nuovi interventi e ampliare quelli esistenti per migliorare la qualità dell’aria e tutelare così la salute dei cittadini, il bene più prezioso di una comunità, come ci ha insegnato tristemente la pandemia che stiamo affrontando da un anno. Con queste prime misure, e altre che stiamo elaborando, saremo in grado di abbassare l’inquinamento nella nostra regione”.

Rimane comunque incomprensibile cosa intenda la Regione quando annuncia da un lato un piano straordinario triennale e limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti, e, dall’altro, la decisione di sospendere il blocco della circolazione dei diesel Euro4 (misura per altro annunciata in molte città in Italia e all’estero e che, in particolare nell’area padana, avrebbe avuto certamente effetti positivi sulla qualità dell’aria). E quali sarebbero i veicoli più inquinanti la cui circolazione andrebbe limitata? Forse quei mezzi, particolarmente obsoleti e dalle emissioni pestilenziali che, almeno da ottobre a marzo, già non dovrebbero circolare? Sembra un po’ poco per migliorare una situazione che da anni risulta particolarmente grave!

In conclusione, e in estrema sintesi, può essere utile ricordare quanto viene affermato nel rapporto di Legambiente Mal’aria di città 2020 a proposito di cambiamenti climatici: l’inquinamento atmosferico e il climate change sono due facce della stessa medaglia.

NOTA: dati presentati nel seguente articolo sono stati tratti in parte dal Rapporto Mal’aria di città 2020 di Legambiente e in parte dal sito di ARPAE (Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell´Emilia-Romagna) nelle pagine relative all’inquinamento dell’aria (https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/aria/report-aria). 

In copertina: particolare della copertina del volume di Filippo De Pisis La citta dalle 100 Meraviglie, Casa d’arte Bragaglia, Roma, 1920

IL FATTO
L’inchiesta sul sisma: il ciclo delle macerie, dove è facile nascondere i ‘cadaveri’

“Fra i vari personaggi, mi è capitato di incrociare anche Bianchini e la notizia del suo arresto a dir la verità non mi ha particolarmente sorpreso”. Augusto Bianchini è l’imprenditore centese di recente finito in manette a seguito dell’inchiesta sul terremoto in Emilia del 2012. Nel tessuto regionale la sua azienda, che ha sede a San Felice sul Panaro, è davvero un pezzo forte del settore, con 15 milioni di fatturato. Un paio di settimane fa, il 28 gennaio, a seguito degli sviluppi dell’inchiesta ‘Aemilia’ che ha portato al fermo di 117 persone, è finito in carcere il patron, con l’accusa di smaltimento illecito di amianto nelle zone terremotate.
“Era un tipo chiacchierato, con frequentazioni politiche eccellenti nell’area centrista e solidi appoggi. Gli appalti li vinceva spesso. La sua azienda si occupa di strade e possiede cave”. A ricordarlo è Tito Cuoghi, un ex sindacalista che dall’inizio degli anni Novanta opera nel settore ambiente e si occupa attivamente del riciclo di macerie.

La Bianchini costruzioni era stata ampiamente citata in un articolo sull’Espresso di Giovanni Tizian già nel luglio 2013 [leggi] in cui si faceva riferimento all’iniziativa della Procura di Modena che aveva escluso l’impresa dagli appalti con un’interdittiva antimafia. Scrive il giornalista, che da anni vive sotto scorta per il suo impegno professionale contro la malavita organizzata: “Ha trasportato più di mille tonnellate di detriti nel dopo terremoto dell’Emilia. E’ protagonista del maxi appalto Expo 2015. Ora però nero su bianco ci sono rapporti sospetti, i nomi dei dipendenti vicini alla ‘ndrangheta, le accuse di smaltimenti illegali di amianto nell’area del cratere sismico”. Elementi che già un anno e mezzo fa avevano determinato il primo intervento restrittivo dei magistrati.

“Fra le macerie è facile nascondere i cadaveri – afferma con efficace metafora Cuoghi –. E i cadaveri – chiarisce -sono i rifiuti tossici e inquinanti”. E allora seguiamolo nel suo ragionamento, per scoprire questo ‘mondo delle macerie’ sconosciuto ai più ma ben noto alle cosche malavitose.

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Tito Cuoghi

“La prassi di riutilizzare gli scarti dell’edilizia e i detriti delle demolizioni, in Germania, Olanda e Francia è consolidata da tempo. In Italia è stata avviata all’inizio degli anni Novanta per impulso di un lungimirante imprenditore emiliano del settore calcestruzzi, Angelo Toschi, che si pose un problema elementare, ma sino ad allora irrisolto: perché con una mano continuare a scavare il letto dei fiumi per recuperare ghiaia (con i costi e i rischi ambientali tragicamente evidenziati dalle cronache recenti poiché – precisa Cuoghi – l’alterazione dell’alveo fluviale è motivo di squilibrio del territorio) e con l’altra creare discariche da riempire con i detriti?”. Verificata la possibilità di riutilizzare le macerie e farne una componente dell’impasto usato in edilizia, a Sassuolo brevettò un impianto di trasformazione, il primo in Italia, dando avvio al ‘progetto Rose’ (acronimo di Recupero omegeneizzato scarti edilizia), che aveva per simbolo un cumulo di detriti dai quali spuntavano i fiori. “La mia collaborazione con Toschi e il mio impegno nel settore inizia allora. Dopo tanti anni nel sindacato avevo voglia di nuova esperienze, del comparto edile in Fillea mi ero appassionato proprio di cave e così accettai la proposta e iniziai a girare l’Italia per trovare appoggi al progetto che prevedeva il reimpiego degli scarti da demolizioni edili. Nel ’97 abbiamo creato Anpar, l’Associazione dei produttori di aggregati riciclati che portò avanti l’impegno di cui ero il responsabile delle relazioni esterne. E successivamente il Quasco, centro scientifico regionale. La Toscana è stata fra le prime regioni a sviluppare un serio impegno..

Il problema iniziale era la normativa. Per legno, plastica, rifiuti urbani esistevano già i protocolli, per le macerie no. “L’impasto prodotto viene proposto in tutte le pezzature. C’è un accurato trattamento tecnologico che rende il composto simili ai residui fluviali. A un occhio profano il composto prodotto da un impianto serio si confonde con sabbia e ghiaia naturali”.
“Fin da subito trovammo una valida sponda nel ministro all’Ambiente Edo Ronchi. La legge approvata allora è ancora sostanzialmente invariata e prevede l’impiego nei sottofondi stradali e l’obbligo di utilizzo di un 30% di materiali riciclati nelle opere di costruzione. “Si potrebbe arrivare al 40%, non di più però perché esigenze di stabilità impongono una predominante componente di calcestruzzo. Ma il problema vero è il fatto che la norma è spesso disattesa…”.
Al solito, si fanno le leggi e le si aggirano. “E’ molto semplice eludere la norma, spesso ‘banalmente’ non viene richiamata nei capitolati di gara. Alcuni enti pubblici si giustificano spiegando che nei rispettivi territori non ci sono impianti di riciclaggio che forniscano adeguate garanzie di qualità. Ma in molti casi si tratta di alibi”. Dietro ci sono gli interessi dei cavatori, un mercato che reclama e funzionari compiacenti. “E’ successo di recente anche a Ferrara, ne ho discusso con l’assessore Modonesi che alla fine ha dovuto prendere atto che alcuni suoi tecnici non indicavano come condizione l’impiego della quota di materiali di riciclo”.

Il settore fa evidentemente gola a chi ha materiali inquinanti da smaltire. I rifiuti tossici vanno trattati con speciali precauzioni e il loro smaltimento ha costi significativi. E’ facile mescolare ai detriti anche pannelli di amianto (come è successo in Emilia) o altri inquinanti. Tanto poi si macina e tutto si confonde. “Facile – commenta Cuoghi – se non ci sono adeguati controlli. Il paradosso è che gli enti preposti sono tanti: Arpa, Nos, Province e Guardia di finanza. Forse troppi”. Tutti responsabili, nessun responsabile si potrebbe parafrasare. “Competenze ripartite, ciascuno un ambito e talvolta viene a mancare l’indispensabile visione d’insieme. Alla fin fine quando un compito è condiviso non è sempre chiaro chi lo debba svolgere ed è agevole a posteriori sottrarsi agli addebiti”.

Ma veniamo specificamente a quel che è capitato in regione dopo il terremoto.

“In Emilia la vicenda era nata male con l’assurda decisione di Errani che, in veste di commissario straordinario per il sisma, destinò lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti a depositi di aziende compartecipate come Hera, che non avevano alcuna specifica preparazione nel trattamento delle macerie e che si sono quindi affidate a terzi attraverso meccanismi di subappalto, che il decreto consentiva senza neppure prevedere le garanzie minime, come l’iscrizione al registro delle imprese qualificate al trattamento”. Questo passaggio di mani ha generato una catena non virtuosa in cui i ‘furbi’ si sono facilmente insinuati e le cosche hanno potuto mettere a realizzo le loro strategie. “Si sarebbero dovuti fare piani concertati per individuare aziende competenti. Così invece un buon progetto, che prevedeva il riutilizzo totale delle macerie del terremoto, si è trasformato in una mina. Anzi, in un boomerang. Perché ora, di fronte al rischio che altri inquinanti abbiano corrotto le macerie non ancora smaltite e all’impossibilità di analizzare tutto, sarà impossibile percorrere il sentiero virtuoso del riutilizzo che era stato definito: non sappiamo cosa ci sia finito in mezzo”. Quel che invece si sa per certo è che i cortili scolastici di due istituti di Mirandola e Concordia sul Secchia sono stati realizzati con materiali di recupero inquinati da amianto.

Il problema non è nuovo per questo delicato comparto. “In giro c’è molta schifezza, scarsa qualità, residui nocivi. Così è fra le macerie, come fra i terreni di riporto, per questo la movimentazione terre fa gola alla mafia. Non servono grossi investimenti e sono un facile ‘nascondiglio’. Gli emissari delle cosche avvicina i piccoli operatori del settore, li tentano, li lusingano e così ottengono la complicità di tanti”.

“Certo è anche che se si rispettano le leggi i vantaggi del recupero macerie sono molteplici. Si evita di scavare il letto dei fiumi e si riducono i danni ambientali e il consumo di territorio, si utilizzano materiali che diversamente andrebbero smaltiti, creando appositamente discariche per lo stoccaggio, si determinano risparmi economici per le aziende. Con i riciclati da macerie si integra il calcestruzzo, si realizzano sottofondi stradali, ripristini ambientali, si riempiono le cave esauste…”.

Anche quest’anno Tito Cuoghi, che fra le varie e ricche esperienze maturate ha avuto la possibilità di conoscere e collaborare anche con Don Ciotti per i progetti di Libera in Sicilia, avrà la responsabilità organizzativa di ‘Inertia’ la fiera nazionale del settore rifiuti inerti e aggregati che si tiene a Ferrara all’interno di RemTech Expo. “Sarà come sempre un’ottima occasione di confronto e verifica fra operatori, legislatori, mondo accademico e scientifico”.

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