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DOPOELEZIONI
La cometa del 26 gennaio ha portato molti doni,
ecco perché Ferrara è rimasta a bocca asciutta.

Molti, moltissimi, i commenti del Dopoelezioni. Si sapeva che mai prima d’ora una elezione parziale, anche se in un territorio importante come l’Emilia Romagna (senza nulla togliere alla Punta dello Stivale), avrebbe significato qualcosa di tanto decisivo per tutto il Paese. Così è stato.

Tutto il quadro politico nazionale è stato investito dal sisma emiliano e ne ha registrato le conseguenze. La pesante battuta d’arresto per una parabola salviniana che sembrava puntare diritto in cielo, la definitiva liquefazione del Movimento Pentastellato, qualche pastiglia ricostituente per un Partito Democratico in perenne ristrutturazione, infine, un probabile scampolo di vita per il traballante Governo Conte. E’ indubbio, le elezioni emiliane hanno portato in dono queste quattro cose: dolcetti per gli uni, carbone per altri.

Eppure, a guardar bene, queste 4 cose non sono le più importanti, E’ successo qualcosa di molto e di più. Mentre infatti i quattro effetti ricordati segnano un contingente (e forse effimero) cambiamento degli equilibri politici, un riposizionamento delle strategie dei partiti e dei vari leader, una grande cosa è successa sotto i nostri occhi, un fatto nuovo destinato a segnare profondamente la società italiana. Dopo svariati anni in cui il vento di destra ha soffiato, con una tale violenza che sembrava non trovare nessun ostacolo di fronte a sé, da un paio di mesi si è levato un vento uguale e contrario. Non proprio uguale: il vento populista, sovranista, egoista, assomigliava (e assomiglia) a una tempesta, a una rabbiosa bufera, mentre Il vento messo in moto, forse inconsapevolmente, dalle prime quattro sardine bolognesi, sembra piuttosto una brezza leggera, gentile e nonviolenta, pacifica e pacifista, accogliente e pluralista.

Bene ha fatto il Segretario del Partito Democratico, nella stessa notte di domenica, a ringraziare in primis Le Sardine e il grande risveglio che hanno saputo suscitare. Lo stesso ha fatto il neoeletto Stefano Bonaccini, anche se con meno enfasi e forse minor simpatia. Ringraziamenti assolutamente doverosi perché, ed è bene scolpirselo in testa, Bonaccini non avrebbe vinto, non ce l’avrebbe fatta senza quella brezza leggera, senza quel grande movimento che ha riempito le piazze e acceso un nuovo protagonismo.

In Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha lasciato indietro Lucia Borgonzoni di quasi 8 punti. Una vittoria netta, indiscutibile, superiore ad ogni previsione. Matteo Salvini ce l’ha messa tutta, ha battuto la regione palmo a palmo, dalla Riviera Romagnola a Bibbiano, lanciando pubblici avvertimenti e suonando privati campanelli,  ma la sua candidata è naufragata nelle urne. L’Emilia Romagna (scusate, non posso nascondere un filo di orgoglio) si è dimostrata ancora una volta un baluardo della democrazia e dei valori costituzionali. L’avanzata populista della Nuova Destra si è trovata davanti un argine invalicabile e ha dovuto arretrare. Questo è il primo, fondamentale successo, che in molti oggi celebriamo. A cui ne aggiungerei un secondo: l’exploit di Elly Schlein, la più votata in assoluto in regione, con oltre 22.000 preferenze, e nonostante fosse la capolista non di uno squadrone di partito ma di una piccola lista di sinistra collegata. Elly Schlein entrerà in Consiglio Regionale e ci porterà un po’ di quella brezza leggera. L’unico rammarico è che, se tutto il Centrosinistra avesse scelto di puntare su di lei, se oggi potessimo festeggiare in lei la prima Governatrice donna, non saremo a festeggiare solo lo stop alla Destra, ma l’inizio di un nuovo corso, l’apertura cioè a quel cambiamento radicale di cui la Sinistra ha un disperato bisogno.

Dentro questa grande festa, non tutti possono gioire. Se Bologna, Modena, Reggio Emilia si sono ‘slegate’, votando in massa contro il populismo e ricacciando indietro la Lega e i suoi alleati, la nostra Ferrara è rimasta saldamente in mano al Centrodestra. Lo stesso Centrodestra che nel maggio scorso aveva vinto a mani basse le elezioni comunali.

Sul triste destino di Ferrara –  e sulla sua figura vergognosa, come denuncia Giovanni Fioravanti su questo giornale [qui] – ho ascoltato molti lamenti, e anche qualche tentativo di spiegazione. Perché la Lega di Salvini e i suoi uomini (Alan Fabbri e Naomo Lodi in testa) sono riusciti a conquistare stabilmente il favore della maggioranza dei ferraresi? Un caro amico vede in questa resa alla Destra radici antiche. In poche parole, dietro la Ferrara democratica e antifascista, dietro la Ferrara governata per Settant’anni dal Pci e dai suoi nuovi avatar, dietro – ma nemmeno tanto – c’è ancora la Ferrara culla del fascismo. La Ferrara che nel giro di due o tre anni si trasformò da inespugnabile roccaforte socialista in città fascistissima. La tesi di questo amico, pessimista o semplicistica la si voglia giudicare, suona come una sentenza, una condanna della storia. Ferrara diventerebbe la peggiore incarnazione della nostra tara nazionale, il trasformismo, essendo passata con imbarazzante disinvoltura dal socialismo turatiano, al fascismo di Italo Balbo, al comunismo di Togliatti, per giungere oggi al leghismo proto-squadrista di Naomo. Un viaggio lungo un secolo: dalla Destra… alla Destra.

Il discorso è assai scomodo, e meritevole di approfondimenti. Lo dico a chi nella nostra città coltiva la passione per la storia. Personalmente però non mi sento di aderire a questa lettura; ne uscirebbero dei ferraresi ‘geneticamente tarati’, impermeabili al libero arbitrio e alla responsabilità individuale.No, non siamo così. Non siamo peggiori degli altri italiani.

Le ragioni del ‘ritardo politico’ di Ferrara e dei suoi abitanti, mi sembrano avere radici più recenti. Stanno in buona misura nel ritardo – nella miopia, nel conservatorismo, nella pigrizia – della sua classe politica, e segnatamente nella classe dirigente del Partito Comunista ferrarese e dei partiti che l’hanno via via incarnato dopo la svolta della Bolognina. Con rare eccezioni, i leader locali della Sinistra e i candidati selezionati per tutte le elezioni per sedersi negli scranni del Consiglio Comunale, Provinciale o Regionale, fino ai ‘posti sicuri’ in Parlamento, non hanno mai rappresentato e dato voce alla necessità del cambiamento. Brave persone, oneste, ma sempre polli allevati alla disciplina del partito e del sindacato. Chi proponeva nuove idee, chi chiedeva nuove regole, ma razzolava fuori dal pollaio, è stato sistematicamente accantonato.

Da qui – o almeno, anche da qui – la mediocrità della Sinistra Politica ferrarese, la sua autoreferenzialità, la sua incapacità a rapportarsi e valorizzare la ricchezza della società civile, e corre dirlo, anche la sua superbia. E dove lo mettiamo il Buongoverno? Certo, ma il mondo va veloce e alla fine il Buongoverno non basta (vale anche per Stefano Bonaccini che non ha vinto per il suo Buongoverno). Anche alle ultime elezioni a Sindaco il Pd ferrarese si è presentato all’insegna della continuità, riproponendo il vecchio: sia nei programmi sia nei candidati. E per queste elezioni regionali, a Ferrara la musica non è affatto cambiata. Con tutto il rispetto, chi può sostenere che la candidata di punta Marcella Zappaterra, già assessore a Portomaggiore, già Presidente Provinciale e ora eletta in Consiglio Regionale, rappresenti in qualche modo il nuovo che avanza?

Ora il pollaio è vuoto. Il Partito Democratico di Ferrara è ridotto ai minimi termini. C’era un segretario che aveva aperto un dialogo aperto e coraggioso con la società civile; è stato prima sconfessato, quindi sostuito. La sinistra a sinistra del Pd si diletta in un inutile e suicida tiro al bersaglio. A Ferrara la situazione è tutt’altro che eccellente. La Destra rimane forte, nonostante le scivolate del Sindaco e del Vicesindaco. Per riconquistarla fra quattro anni non serviranno le baruffe in Consiglio Comunale, né saranno sufficienti le pubbliche denunce o i sacrosanti flash mob. Bisognerà ripartire insieme. Da capo. Dal basso. Da domattina..

 

Caso Bibbiano, parla Elena Buccoliero: “Ho sempre agito nell’esclusivo interesse degli assistiti. Contro di me un vile attacco politico”

Giudice onorario per conto del Tribunale per i minorenni, con il compito di interfacciarsi con operatori sociali e avvocati. E’ questo l’incarico che Elena Buccoliero ha svolto per anni, su mandato del presidente Giuseppe Spadaro, per fare fronte alle carenze di organico di quella struttura. Un ruolo svolto dall’operatrice ferrarese con passione e riconosciuta competenza: doti che le sono valse negli anni unanimi apprezzamenti. In parallelo poi, dal 2014, Buccoliero è direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reati. Ora, però, il suo operato è stato messo in discussione, a seguito di attacchi scaturiti a livello politico: i suoi detrattori chiedono infatti la revoca dei suoi mandati. Il motivo? Contestazioni relative a rapporti che il giudice Buccoliero ha avuto con gli operatori coinvolti nella controversa vicenda di Bibbiano.
Michele Facci, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione, sollecita le sue dimissioni sostenendo che “a seguito dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni’ è emerso come Buccoliero, pur non rientrando tra le persone indagate, abbia avuto un ruolo di ampio collegamento con diverse persone coinvolte”. Lei si difende respingendo fermamente le accuse: “Non ho commesso illeciti né come giudice né come direttrice della Fondazione – ha dichiarato al Carlino Ferrara –. Lo conferma il fatto che non sono tra gli indagati. Ho avuto rapporti con alcuni soggetti coinvolti nell’inchiesta, ma non ho commesso reati. Sono a posto con la coscienza e non ho motivo di lasciare la Fondazione”.
Per chi conosce Elena Buccoliero, professionista competente, affidabile e scrupolosa, nonché donna generosamente impegnata nel sociale, l’accusa appare incredibile. Così l’abbiamo interpellata per saperne di più e conoscere anche la sua versione dei fatti.

Come hai recepito le accuse che ti sono state rivolte?
“Malissimo, con grande sofferenza interiore. Ho sempre agito nell’esclusivo interesse delle persone di cui mi occupavo”

Ma è vero che hai avuto contatti diretti con gli operatori sociali della Val d’Enza e sei stata relatrice ai convegni di Bibbiano?
Tutto vero, ma non si tratta solo della Val d’Enza. Nel 2018 sono stata relatrice in 29 incontri, di cui uno solamente in Val d’Enza. Gli altri appuntamenti in prevalenza erano in Emilia Romagna, ma anche in Lombardia, in Veneto, a San Marino, in Toscana, a Roma… E il mio numero di cellulare è nelle mani praticamente di tutti i servizi sociali della regione, essendo stata fino a pochi giorni fa uno dei giudici onorari di riferimento del Tribunale per i minorenni di Bologna.

Perché fino a pochi giorni fa?
Il mio incarico scade a dicembre e il 2 agosto ho scritto al presidente Spadaro chiedendogli di sostituirmi per evitare di avviare impegni che non avrei potuto portare a termine. Resto comunque a disposizione del tribunale fino alla scadenza formale del mandato, per i passaggi di consegne con i colleghi. Formalmente non sono ancora fuori dal ruolo.

Hai detto che come giudice onorario sei stata “un riferimento”. Che significa?
Il Tribunale per i minorenni di Bologna è uno dei più sottodimensionati d’Italia per numero di magistrati (appena sei più il presidente) rispetto ai minorenni residenti, anche il personale di cancelleria è ridotto e per anni gli utenti trovavano grandi difficoltà a relazionarsi con i giudici. Il presidente Spadaro, quando è arrivato a fine 2013, ha deciso che ogni magistrato potesse individuare nel suo gruppo di lavoro un giudice onorario come interfaccia per operatori e avvocati. Una sorta di front office per risolvere le questioni più minute e inoltrare al giudice quelle sostanziali. Io sono una degli onorari coinvolti, per questo i miei recapiti (come quelli dei colleghi) praticamente li hanno tutti coloro che operano in quest’ambito e ci interpellano spesso.

Mi fai un esempio di quello che chiedono?
Tante sono piccolezze. Capire se il magistrato ha ricevuto l’istanza, chiedere un posticipo per spedire la relazione, rinviare un’udienza… Sulle piccole cose il giudice onorario risolve facilmente il problema relazionandosi col magistrato o con la cancelleria; tutte le altre, sia di procedura sia di merito, ritornano comunque al giudice relatore. Ma per i cancellieri, e anche per i togati, è un piccolo aiuto.

Su che toni si sviluppano i rapporti tra onorari e operatori dei servizi?
Di cordiale e formale collaborazione, nella stragrande maggioranza dei casi. In 12 anni di servizio posso contarne pochissimi – mi bastano le dita di una mano, anzi mi avanzano – nei quali si è instaurata una confidenza maggiore, ed è facilissimo risalire alle ragioni.

Cioè?
Avevamo seguito insieme bambini o ragazzi con una storia particolarmente drammatica. Sono sempre difficili, le vicende che trattiamo, ma a volte lo sono di più. Per la Val d’Enza ricordo perfettamente una ragazzina costretta dalla madre a prostituirsi. Una storia bruttissima, alcuni clienti hanno patteggiato, diverse sentenze di condanna… Aiutarla insieme ha favorito una condivisione maggiore rispetto alla prassi comune. Ma posso citare anche una vicenda di altro territorio, quella di due gemellini orfani a seguito di femminicidio, nel riminese. Anche nel loro caso mi sono relazionata molto bene con la responsabile del servizio che oggi per me costituisce un solido riferimento.

Come sono assegnati i fascicoli ai giudici del Tribunale dei minorenni?
Tutti i ricorsi vengono attribuiti in ordine casuale ai magistrati togati, che ne diventano relatori.

Quindi non c’è uno specifico giudice dedicato alla Val d’Enza?
Nemmeno alla provincia di Reggio Emilia, se è per questo. I procedimenti della Val d’Enza sono suddivisi tra i sei magistrati togati, che li trattano con il supporto dei 36 giudici onorari. E ogni decisione viene presa in una camera di consiglio di cui fanno parte quattro giudici, due togati e due onorari.

Risulta che tu abbia apprezzato le relazioni degli operatori della Val d’Enza.
È vero, credo di averlo detto e pensato varie volte.

Perché?
Quelle che ho letto erano ben strutturate e integrate tra aspetti sociali, sanitari e psicologici. A volte leggiamo relazioni dove, arrivati alla fine, non sapremmo dire come sta il bambino, oppure se dopo tanti litigi si trova con la mamma o con il papà, mentre altre – in Val d’Enza e non solo – si distinguono per la completezza. Tra colleghi capita di commentare quelle che ci colpiscono, perché fatte particolarmente bene o particolarmente male. È normale.

Quindi le relazioni della Val d’Enza erano vere o false?
Come faccio a dirlo? Nelle sedute terapeutiche io non c’ero, nei colloqui sociali nemmeno. Le relazioni erano ben scritte, e i giudici minorili – che mettono in preventivo una certa quota di fraintendimenti o conflitti tra genitori e operatori, e hanno l’onere di valutarli – devono assumere che le relazioni dei servizi possano semmai essere parziali ma non in malafede. Sarebbe come se un pubblico ministero dubitasse dei rapporti della polizia giudiziaria. Per questo il tribunale ha sempre l’onere di non fermarsi alle relazioni dei servizi.

Cos’altro fa?
Prima di tutto le udienze. Convoca i genitori, i minori se hanno almeno 11-12 anni, e secondo i casi anche i nonni, gli zii, gli affidatari… Li ascolterà un giudice togato o onorario: 42 paia di orecchie. Gli avvocati possono presentare integrazioni o richieste, e i servizi attingono informazioni anche dalla scuola, dai pediatri, dai contesti di vita dei bambini.

Però si critica il fatto che le udienze le svolgano tutte gli onorari…
Molte, non tutte. Comunque i giudici onorari fanno quello che gli viene chiesto dai togati, né più né meno. E in un tribunale stracarico come quello di Bologna ricevono sicuramente più incarichi che in una sede piccola. Presumo che i colleghi di Bolzano siano meno in affanno…

È stata adombrata la possibilità che tu abbia sostenuto i Servizi della Val d’Enza per influenzare le decisioni del Tribunale.
L’idea è suggestiva, ma cade subito. I fascicoli sono distribuiti tra sei magistrati e io lavoro con uno soltanto, che tra l’altro fa istruttoria in parte personalmente e in parte avvalendosi di sei giudici onorari a rotazione. Io sono una dei sei. Non so quali minori siano al centro dell’indagine, perché giustamente i nomi non sono stati diffusi, ma è statisticamente impossibile che i loro fascicoli siano tutti affidati allo stesso togato, e impossibile pure che li tratti un solo onorario. Capisci che, se anche avessi voluto esercitare un’influenza – e non volevo – avrei avuto ben poche possibilità di riuscirci.

Sei anche direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati. Il Tribunale per i Minorenni ne è a conoscenza?
Certo, dal principio. La Fondazione dà supporto a tutti coloro che, in Emilia Romagna, sono vittime di un reato gravissimo. Interviene anche quando il reato accade fuori regione, se a subirlo è un cittadino emiliano-romagnolo. Prima di accettare l’incarico, nel 2014, mi sono consultata con il presidente Spadaro, il quale mi ha rassicurata sulla compatibilità e ha poi pure partecipato ad alcune iniziative pubbliche, come relatore nel 2016 e come semplice spettatore nel 2018. Da parte mia ho sempre tenuto informati tutti i magistrati minorili, togati e onorari, sull’operato della Fondazione, anche perché possano – se e quando lo ritengono opportuno – segnalarla agli avvocati, o agli operatori.

Spiegati meglio.
La Fondazione interviene sui reati più gravi che, quando coinvolgono donne e bambini, difficilmente arrivano sulle pagine dei giornali. La richiesta di intervento spetterebbe ai sindaci ma, specie nei Comuni più piccoli, non tutti ne sono a conoscenza. Va da sé, quindi, che ci siano persone con necessità di aiuto per le quali non viene fatta richiesta. Per questo la Fondazione cerca di informare chi è certamente a stretto contatto con le vittime di reato: gli avvocati, le forze dell’ordine, i servizi sociali e, appunto, l’autorità giudiziaria.

Che cosa succede se in Fondazione arrivano richieste per minori di cui ti occupi per il tribunale?
La probabilità è davvero bassissima, considera che in un anno il Tribunale dei minori di Bologna apre più di duemila procedimenti e le istanze alla Fondazione a favore di bambini, in un anno, non arrivano a dieci.
Nei fatti è capitato raramente (per la Val d’Enza credo solo quella volta nel 2014) e sempre quando il tribunale aveva già preso le sue decisioni. In quelle pochissime occasioni l’ho fatto presente ai garanti. In ogni caso sono loro a decidere gli aiuti, non io.

Risulta che negli ultimi anni le richieste per i bambini arrivassero alla Fondazione in buona parte dalla Val d’Enza? Non è parso strano?
In realtà no. Sappiamo, per esperienza, che quando un Comune ‘scopre’ la Fondazione poi ne tiene conto. Ad esempio da alcune zone della Romagna per anni non sono arrivavate istanze, poi hanno capito l’opportunità e hanno cominciato a utilizzarla. O, in anni passati, il Comune di Bologna in collaborazione con la Casa delle Donne ci ha sottoposto moltissime richieste, e non è che le donne maltrattate fossero solo lì. Semplicemente, il Comune di Bologna aveva individuato nella Fondazione una risorsa su cui poteva contare.
Sono convinta che se tutti i casi di grave maltrattamento su donne e bambini ci venissero indirizzati, saremmo subissati. Solo le denunce per violenza di genere, in regione, sono centinaia ogni anno, e sebbene non tutte siano gravissime, ne restano escluse sicuramente più di quella quindicina che arrivano ai Garanti. Discorso analogo vale per i maltrattamenti sui bambini.

Quante istanze ha presentato la Val d’Enza negli ultimi anni?
Dal 2017 sono state otto, di cui sei nel 2017 e due nel 2018, nessuna nel primo semestre 2019 – e, come ti dicevo – nessuna faceva riferimento a un procedimento che io avessi trattato al tribunale per i minorenni. Su otto ne sono state accolte sette. Di queste, una aveva come vittima una persona adulta. Le altre sei riguardavano bambini presunte vittime di maltrattamenti fisici o sessuali. Ma per tre di queste sei richieste di contributo c’era già stata una condanna penale di primo grado a carico del maltrattante, nelle altre il procedimento penale era in corso.

Già, perché la condanna non è un requisito per la Fondazione.
Non potrebbe esserlo. La Fondazione nasce per aiutare le vittime nell’immediatezza dei fatti. Per avere una sentenza passata in giudicato ci vogliono anni ma le vittime hanno bisogno subito.

Come fate ad essere sicuri che il fatto sia accaduto?
La prima garanzia di serietà è la firma del Sindaco, requisito imprescindibile stabilito dallo Statuto della Fondazione. Poi, per certi reati, è tutto molto chiaro. Quando una persona viene uccisa non serve il nome dell’assassino per sapere che i familiari hanno bisogno di aiuto.

Già. E negli abusi sui minori?
È come per il maltrattamento sulle donne. La Fondazione interviene purché il fatto sia grave e ci sia una denuncia, un referto, un rinvio a giudizio, dei provvedimenti cautelari in sede giudiziaria… Insomma, degli indicatori che sostengono ragionevolmente la sussistenza del fatto.

È possibile che i contributi della Fondazione siano arrivati al Centro studi Hansel e Gretel, già nel pieno dell’indagine?
È possibile, ma non per scelta nostra. La Fondazione assegna una somma con uno scopo (cure sanitarie, assistenza, psicoterapia, trasloco in una città lontana dal maltrattante, ecc.) ma non indica mai da quale medico o psicologo privato andare, dove acquistare i mobili per la nuova casa o a chi chiedere assistenza. Se i fondi sono serviti per l’Hansel e Gretel, lo hanno deciso altri.

Chi lo decide?
Per le vittime adulte, loro stesse. Per i bambini, i tutori.

E a te, quindi, è mai capitato di indirizzare assistiti e conseguenzialmente fondi alla controversa struttura di Bibbiano?
No, in nessuna veste.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una vita da crescere non ammette strumentalizzazioni

Pare che nell’umida e afosa canicola estiva ferrarese la crescita dei piccoli sia divenuta una questione di sesso. È possibile che il caldo produca involuzioni mentali, alle quali, del resto, siamo ormai abituati in tutte le stagioni. L’omosessualità, al di là di ogni evidenza scientifica, per il consigliere comunale Soffritti, del gruppo Fdi, sarebbe controproducente per l’affido dei minori.
Personalmente sono stato cresciuto da una mamma e da una nonna, mi pare in una evidente condizione di omosessualità, per il fatto che la guerra si è presa mio padre. Non mi sembra di essere riuscito più storto del legno di cui scrive Kant.
Forse il consigliere Soffritti, come il più illustre Rousseau autore dell’Émile, pensa che “La prima educazione è quella che conta ed è innegabile che appartenga alle donne. Se l’Autore della natura avesse voluto che appartenesse agli uomini, avrebbe dato a loro il latte per nutrire i bambini.” Salvo poi concludere che il bambino cresciuto in mano alle donne diviene vittima dei loro e dei suoi capricci ed elogiare Catone che educò personalmente suo figlio sin dalla nascita, per non dire di Augusto, padrone del mondo, che aveva sempre accanto a sé, per istruirli personalmente, i nipoti.
In tempi in cui padri e madri naturali si liberano in diversi modi dei loro figli gettandoli dal balcone o nei cassonetti, direi che il terreno della genitorialità è troppo scivoloso per rischiare di avventurarsi improvvidamente, solo semmai perché si ricevono ordini da Roma.
Quale migliore metafora educativa di quella di un figlio frutto di un attempato ragazzo padre, di mestiere falegname, che, immerso nelle più incredibili esperienze della vita, da burattino di legno si trasforma in un vero e proprio uomo? Forse il consigliere Soffritti, Pinocchio non l’ha letto e, se l’ha letto, non l’ha capito, perché Pinocchio lo si legge sempre da piccoli, anziché da grandi, quando sarebbe più utile.
Per dire che a distanza di secoli, da Rousseau a Collodi, ancora nessuno ha in tasca la ricetta della perfetta educazione. Per lo meno qui da noi, secondo i nostri modelli. Perché esistono anche i mondi capovolti, i mondi di-versi. Nel senso che non tutti gli universi sono uni-versi.
Il signor Soffritti, ad esempio, se fosse nato Inuit, popolo eschimese, anziché europeo, e in famiglia l’avessero ritenuto la reincarnazione di un’ava, sarebbe stato cresciuto ed educato come femmina anziché come maschio. Forse l’avrebbe aiutato ad apprendere che più del sesso occorre diffidare della cultura di appartenenza.
C’è un bel libro istruttivo da consigliare a quanti di fronte all’arcobaleno vedono solo rosso o nero: “Sesso e temperamento” dell’antropologa statunitense Margaret Mead, una che con suo marito George Bateson frequentava Palo Alto.
Le sue ricerche, condotte tra le popolazioni primitive della Nuova Guinea, la portarono ad affermare che i ruoli sessuali differiscono fra le diverse società e sono più influenzati da aspetti culturali che non da quelli biologici.
Fortunatamente la scienza ci è venuta incontro liberandoci dalle soggezioni di genere e di sesso. La lezione freudiana sui conflitti, triangoli e complessi dovrebbe avere avvertito tutti, eccetto alcuni come il consigliere Soffritti, della necessità di liberare la crescita delle nostre bambine e dei nostri bambini da questioni di genere e di sesso, e se non bastassero ci si può sempre fare una cultura su attaccamento e abbandono leggendo qualcosa di Melanie Klein e di Bowlby.
Ciò che non è più ammesso, sebbene i tempi non giochino a favore, occuparsi di crescita ed educazione con ignoranza. Parlare per sentito dire e fare uso di stereotipi, soprattutto se si rivestono delle responsabilità pubbliche, non ci si può permettere di strumentalizzare questioni come una vita da crescere.
Il tema non è se in famiglia c’è mamma e papà o il genitore uno e il genitore due, o se le figure adulte di riferimento sono ancora altre, ce l’ha spiegato un grande psicanalista austriaco, Bruno Bettelheim nelle pagine del suo “Un genitore quasi perfetto”.
Indici di una buona educazione sono innanzitutto il sentimento di soddisfacimento del modo in cui si è stati allevati, la capacità di fare fronte in modo ragionevolmente adeguato alle vicissitudini della vita grazie al senso di sicurezza in se stessi. Chi ha avuto una giusta educazione ha una vita interiore ricca e gratificante: è soddisfatto di sé, qualunque cosa accada.
Cosa siano una bambina e un bambino, oltre ad essere l’inizio di una donna e di un uomo, ancora non ci è chiaro. Certo sono un’officina laboriosa il cui mistero ancora non abbiamo penetrato. Per favore, fermiamoci di fronte a loro con il necessario rispetto.

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