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La Russia di Dibba e le scimmiette bianche


Antonio Indelli, giovanissimo e talentuoso storico, inizia oggi la sua collaborazione a
periscopio. Devo dire che, quando ci incontriamo, de visu o da remoto, 8 volte su 10 non ci troviamo d’accordo. Anche per questo tengo particolarmente ad avere la sua voce nel coro polifonico di questo quotidiano. Siamo d’accordo, ad esempio, sulla condanna a Putin e al suo regime, mentre litighiamo sulla Nato e le sue scelte espansionistiche (che lui difende e io trovo sbagliate e pericolose), sull’invio di armi all’Ucraina (lui favorevole, io contrario) e in generale sul giudizio sulla genesi e gli sviluppi della guerra in Donbass.  Nel caso presente, nel mirino di Indelli c’è il tour ‘giornalistico’ (si fa per dire) in Russia di Alessandro Di Battista, il quale Dibba (così il suo popolo ama chiamarlo) esce letteralmente sbriciolato dalla documentata analisi e dall’ironia di Indelli. Ho controllato, su Facebook Dibba ha superato 1,5 milioni di followers; spesso sposa cause nobilissime, ma la sua ignoranza unita a un tot di mala fede (complice Travaglio e il suo il Fatto quotidiano) gli fanno dire una montagna di castronerie. Giusto quindi ‘castigarlo’. Anche se ad Antonio, tanto per litigare, contesterò che “sparare su Dibba é come sparare sulla Croce Rossa”. Buona lettura.
Effe Emme

I noti dispacci dalla Russia di Alessandro Di Battista c’entrano con le trappole per turisti cinesi?
Per capire ciò che intendo è necessario introdurre il concetto di “white monkey” (scimmietta bianca). Si tratta di una pratica di marketing diffusa in Cina da decenni, che prevede l’ingaggio di un ‘bianco’ a fini pubblicitari.
Una sua declinazione comune consiste nell’invitare un influencer occidentale (la ‘white monkey’, preferibilmente un blogger di viaggi) per un tour indimenticabile in una particolare località, secondo una tabella di marcia serratissima che prevede attività ricreative (balletti, sport bizzarri, visite a lunapark…), gastronomiche e culturali (tra cui la partecipazione a conversazioni e cene con i locali, meglio se con minoranze dai costumi pittoreschi, tutti ovviamente istruiti a dovere). L’influencer di turno paga poco o nulla (anzi, spesso è pagato a sua volta): tutto ciò che deve fare è rispettare la tabella di marcia, fare quello che gli è detto e sprizzare da tutti i social felicità e stupore di fronte alle meraviglie locali.

Il gioco è il seguente: da una parte, attirare il ricco turismo occidentale e promuovere all’estero la propria immagine, dall’altra attirare il turismo interno, che considera di particolare prestigio ciò che è gradito ai ‘bianchi’” (i ‘neri’ invece sono spesso sgraditi in Cina).

La formula ha avuto un successo tale da attirare l’attenzione del governo cinese, che prontamente ha deciso di farla sua. In particolare nello Xinjiang, pittoresca patria degli Uyghuri. Ivi si è recato sotto la ferrea sorveglianza degli agenti in borghese un profluvio di influencer occidentali che, visitando sempre gli stessi luoghi turistici secondo le medesime tappe e con annessa la stessa cena presso la medesima ridente famigliola locale, dimostravano al loro seguito adorante come i ristoranti fossero sempre aperti, le persone felici e il governo cinese non vi stesse assolutamente attuando un genocidio.
Ovviamente, le prove schiaccianti che testimoniavano e testimoniano ben altro (raccolte in buona parte da eroici attivisti cinesi con ovvi e notevoli rischi personali) erano tacciate di essere “falsità sinofobe dell’Occidente ignorante e cattivo”.

Per quanto tale iniziativa a dir poco grottesca non sembri aver sortito gli effetti sperati sui governi occidentali, ciò non ha impedito a Bashar al-Assad di importarla in Siria, come documentato da un recente report di Al-Jazeera che vi invito a vedere.

Veniamo dunque al nostro Dibba. Il quale, come è noto, da ormai un mese gira la Russia cercando di mostrarci ‘l’altra parte’ (#laltraparte).
Concretamente, posta su instagram, su tiktok, twitter e  facebook, su youtube ci comunica le sue impressioni (il suo ‘diario’) e risponde ai commenti (con occasionale uscita sulla politica italiana), mentre invia i suoi reportage al Fatto Quotidiano e raccoglie materiale per i documentari che saranno pubblicato su TVLoft, di proprietà del Fatto medesimo.

il risultato è quello che ci aspetteremmo da Di Battista, improvvisatissimo reporter allo sbaraglio: banalità per turisti e luoghi comuni sulla politica russa, che dimostrano gravissime lacune nell’ambito (si veda il commento a un suo video da parte di Marta Ottaviani, che invece la Russia la conosce sul serio).
Si badi, ciò non significa che non sappia nulla di Russia, ma che l’immagine che l’appassionato Di Battista ne ha è mitica, fortemente parziale e superficiale. Dibba non sarà putiniano, ma è sicuramente estremamente filorusso. È per l’allontanamento e la condanna dall’America (e perché no, l’Europa) e la comprensione e la vicinanza alla Russia. Sostiene che Putin strangoli l’opposizione, ma che sia ciò che la stragrande maggioranza dei russi vuole (sulla base del fatto che “pochissimi gli dicono il contrario”; non spiega poi come mai allora strangoli l’opposizione), poiché ha risollevato, riequilibrato e reso forte il paese dopo il caos dell’era Eltsin (vecchio cavallo di battaglia del regime, non serviva andare in Russia per sentire queste cose; ovviamente Dibba non mette minimamente in discussione tale narrazione, né a dire il vero la grandissima parte della narrazione del regime russo, presunto colpo di Stato in Ucraina compreso).

Tralasciamo la validità dei giudizi sulle “sanzioni che non funzionano” (smentito dagli stessi organi ufficiali del Cremlino) e sullo “sfondamento in Donbass” (arenatosi di lì a breve). Non stupisce che ripeta senza riportare un solo dato “quel che sente in giro”, senza dire cosa dicano gli organi di propaganda russi o  come e perché tali opinioni si siano formate, o dare adeguato conto del contesto al di là di basilari notazioni storiche (perlopiù manualistiche).
Gli intervistati, di nessuno dei quali è riportato il cognome, non sono verificabili, e non paiono pressoché mai contraddire il quadro già pensato e più volte espresso da Dibba, che trascrive di solito poche frasi isolate per intervista. Gli elementi da cui trae le conclusioni non possono che essere impressionistici. Così le sanzioni non funzionano perché le burrate autarchiche vanno a gonfie vele mentre la Russia commercia coi fantomatici BRICS , e dove invece funzionano alimentano il patriottismo (non riporta ovviamente la fonte, né come fosse la situazione prima della guerra, né cosa ne pensino gli oppositori a Putin più in vista e seguiti). Degli ucraini si insiste sulla percezione che li vede come nazisti che bombardano e hanno compiuto atrocità che sono alla base della guerra perché i profughi che gli han lasciato intervistare glielo han detto.

Non fa mai una domanda scomoda. Nulla sulla corruzione dilagante o sul processo a Navalny. Nulla sulla chiusura dei giornali. Nulla sui campi di filtrazione, eredità della guerra Cecena, attraverso i quali passano gli Ucraini che vengono deportati in massa in Siberia. Nulla sui bombardamenti dei civili e la distruzione delle città. Nulla sulle perdite e sui coscritti, mandati a morire in condizioni disumane malgrado il governo russo affermasse di non averne mandati affatto. Nulla sulla Wagner, palese eppure illegale, o sui crimini di guerra. Chiede (e a quanto pare, talvolta ripete) ai suoi interlocutori solo le cose che già sosteneva e si sostengono diffusamente in Italia, e che dunque non si capisce perché sia dovuto andare in Russia per riscoprirle, tanto più dato che già l’agenzia TASS (di fatto fonte quantomeno secondaria del Nostro) dice più o meno le stesse cose.

Le fonti riportate esplicitamente con coerente cherry picking, del resto, sono perlopiù giornali della stampa generalista (con ovvio plauso al Fatto Quotidiano e a Travaglio, il ché dovrebbe farci riflettere), Barbero, e almeno in un caso il Papa, di chiara risonanza presso il pubblico italiano.

Più interessanti sono le informazioni accidentali. Un esempio è quando si reca in gita in un campo profughi presso Belgorod, ove è seguito da vicino dal responsabile del campo “che sembra un militare più che un operatore sociale”, il quale tenta insistentemente di fargli il lavaggio del cervello sulla giustizia della ben nota ”Operazione Speciale” contro il nazismo ucraino. Si tratta di un raro caso di dissenso da parte del Nostro, che tuttavia è incapace di riconoscere le palesi falsità espresse dal suo interlocutore sulla mancata presenza di militari a Belgorod (centro logistico importantissimo per le offensive su Kharkiv e nel Donbass) o di commentare l’identificazione dei nazisti con gli europei.

La scimmietta bianca Dibba ci racconta dalla Russia cose che sono già diffuse in lungo e in largo nei media italiani, impegnato a dare conferma alle proprie opinioni, piuttosto che a riportare qualcosa di nuovo. Sorgono allora diverse domande. Chi organizza il viaggio di Alessandro Di Battista? Chi gli fa da guida e da interprete? Chi è di preciso la gente che incontra e lo ospita? Chi è che viaggia con lui e che talvolta compare nelle foto? Chi gestisce e inoltra i contatti?

Nonostante tutto ciò che condivide sui social, del viaggio di Dibba sappiamo in realtà assai meno di quanto vorremmo.
Nulla di grave per un privato cittadino, ma Di Battista è un personaggio pubblico che esercita influenza nella politica italiana, tanto più in questo momento e ancor più con l’enorme visibilità che questi “dispacci” gli danno.

In conclusione, è Alessandro Di Battista la white monkey più amata d’Italia?
Ciascuno lo giudichi in cuor suo. Se anche lo fosse, credo che sarebbe una white monkey straordinariamente sincera e “innocente”. Dibba riporta palate di propaganda russa perché ci crede, non perché ne tragga un diretto vantaggio (indirettamente sì, vista la recente visibilità), e voglio credere che si sforzi di essere distaccato, ma le sue simpatie e convinzioni glielo rendano manifestamente impossibile.
Non desidero infierire oltre su un uomo che probabilmente non si rende conto di quello che fa davvero, in fin dei conti è una vittima della disinformazione anche lui, e va detto che comunque risulta simpatico per il suo temperamento sornione, ironico e travolgente (cosa che però lo rende potenzialmente assai pericoloso).
Di certo Di Battista non riceve supporto e sovraesposizione dai russi, ma dal Fatto Quotidiano, il cui direttore ha deciso promuovere i post di Dibbaloqui in ogni modo possibile dando ad essi la dignità di “notizia”, nel tentativo forse di eterodirigere qualcosa della fumosa e rissosa ex entità politica che sostiene e difende a spada tratta (e di far due soldi dopo i minimi storici toccati dal suo giornale). Così Marco Travaglio procede con testardaggine su una via discendente segnata da traduzioni dall’inglese volutamente sbagliate, telefonate inventate, distorsioni e opposizioni per partito preso e promozione di propagandisti impresentabili. È solo naturale che in molti già l’abbiano abbandonato, esattamente come accaduto al suo coccolato protegé, il professor avvocato Giuseppe Conte.

DIARIO IN PUBBLICO
Nome, cognome, soprannome

 

Nella diuturna fatica di scoprire pregi e difetti del popolo attraverso la stancante ma istruttiva visione dei programmi televisivi più conosciuti e frequentati ho scoperto che l’intervistato o l’intervistatore, per esibire la frequentazione e l’amicizia con qualche personaggio pubblico, sfoderano il nome di battesimo del suddetto. Il gioco sta nel proporre anche ai miei 5 lettori il nome di battesimo a cui dovranno aggiungere il cognome. Chi batte ogni primato è senza dubbio

Vittorio

E di ruota:

Matteo 1

Matteo 2

C’è chi invece mantiene la dizione del solo cognome, come la Meloni, in quanto, anche se ha scritto un libro per ribadire che si chiama Giorgia, non può adottarlo come segno di intimità televisivo-politica, perché quel nome è già occupato da una cantante pop.

Comunque la dizione nome+cognome ancora resiste con buoni risultati presso i politici, a cominciare dal capo dello stato, che correttamente viene indicato in quella dizione: Sergio Mattarella, come pure Dario Franceschini chiamato talvolta Dario dal suo concittadino Vittorio o Enrico Letta per il fatto che nella storia un solo personaggio ha diritto di essere chiamato solamente Enrico. Vale a dire Berlinguer.

Più complesso il caso dell’unicità del cognome che, secondo la prassi accademica, diviene oggetto di stima e/o di lavoro, indicando col cognome l’opera. Naturalmente la riflessione si svolge nell’ambito a me congeniale, ma è particolarmente diffusa nel ramo scientifico, economico, medico. Allora senza dubbio è normale chiamare Caretti, Binni, Spini, Preti, Nencioni, Varese….usati spesso con l’articolo per indicarne l’opera: il Sapegno, il Longhi, la Barocchi, la Gregori. Se figli o parenti prossimi, seguono la stessa strada, ecco allora la necessità di distinguerli attraverso la dizione nome+cognome: Valdo Spini, Stefano Caretti, Lanfranco Binni, Ranieri Varese, Federico Varese, Marina Varese, Federica Varese.

Ma l’ansia di intimità condivisa nella pronuncia del solo nome di battesimo diventa un vero e proprio esercizio di conquista, che Alessandro di Battista – questa settimana doppiato da un Crozza sublime – esercita nella presentazione ansiolitica della sua ultima fatica (si fa per dire) letteraria Contro. A un severo Bersani che dialoga con lui non risparmia un sospiroso ‘Pier Luigi’, che viene accolto da un improvviso colorito (rabbia? emozione?) più acceso dell’interpellato.

Non ho mai preteso o voluto un riscontro di compartecipazione nel nome di battesimo tra lo stuolo davvero notevole delle persone in qualche modo famose che ho incontrato nella mia non breve vita. Solo a tre ho osato pretendere l’uso del nome senza il cognome: Cesarito, Elsa, Giorgio. Il primo, che ho conosciuto attraverso la frequentazione diuturna dal 1956, lo interpello con quello che per gli amici era un affettuoso appellativo. Si tratta naturalmente di Cesare Pavese. Ma qui si va oltre una conoscenza immemoriale, in quanto quel cognome viene usato anche nelle ricordanze tecniche se, come qualcuno sa, la mia mail comincia con ‘gianpavese’. L’altra, a cui si è affidata la parte più intima della mia vita, è la Morante, che da sempre per me era e rimane solo Elsa; infine Giorgio non può che essere Bassani, amico in ogni senso e di cui ancor oggi divido con Portia Prebys la curatela del Centro ferrarese a lui dedicato. C’è poi la frequentazione, ancora una volta accademica, che fa sì che ‘l’Ariani’ sia il carissimo amico Marco, studioso di fama mondiale, oppure nel gioco delle parti la scherzosa polemica fiorentino-ferrarese tra le due Dolfi, Anna e Laura, che in altri tempi insegnavano alla mia nipote Alessandra in vacanza in Versilia che, per essere nel giusto, mai doveva pronunciare alla ferrarese ‘le Dólfi’ ma ‘le Dòlfi’, scatenando utili ed esilaranti polemiche.

A proposito dei soprannomi la cautela è d’obbligo, diventando di solito il soprannome un giudizio critico. Così, se ad un pronipote particolarmente dotato di interessi culturali viene dato quello di ‘Sapientino’, questo diviene sigla di riconoscimento nella comunità familiare.
Altro valore ha l’uso di soprannomi, che determinano un rifiuto dell’attività svolta da chi ne viene investito. Uno per tutti: ‘Naomo’, che dall’ambito ferrarese si dirama anche a livello nazionale. Oppure la dizione tipica del linguaggio regionale o provinciale. Si pensi al nome ‘Alan’ pronunciato con la palatale, come è d’uso dalle nostre parti.

Concludo questo diario spiegando le ragioni ben più profonde che mi hanno indotto a questo esercizio e che si riferiscono al conflitto israelo-palestinese. Nomi di popoli, nomi di guerre. Nomi che dietro si trascinano la Storia e che ci turbano, ci includono, ci frustano in quanto dietro ogni nome si cela la realtà: una realtà mai univoca.

 Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Le dimissioni di Luigino e i pugnali di gomma della nostra Repubblica

Luigino ci è rimasto male.  Per spiegare le sue dimissioni da Capo Politico ci ha messo tre quarti d’ora. Non per annunciare il suo passo indietro, quello lo conoscevamo già tutti, ma per lamentarsi, sfogarsi, lanciare velati avvertimenti ai colleghi e ai falsi amici (Dibba in testa) che gli hanno assestato una o più pugnalate alle spalle.

Prima di Luigino, Matteo Renzi è incappato nello stesso, spiacevole inconveniente. Una brutta storia, che Matteo non riesce proprio a mandar giù. Beh, è comprensibile, pugnalate e tradimenti non piacciono a nessuno. Così, da due anni a questa parte, tutte le volte che un giornale lo intervista, o quando riesce a tornare in televisione, anche se si parla di Libia o di Alitalia o di new economy, lui la ritira fuori. Ai sicari non promette vendetta, non sta bene e non conviene, ma fa capire a tutti che si vendicherà eccome. Un politico è un lupo per gli altri politici, la sua idea è quella lì. Uguale a quella del dimissionario Luigino.

C’è però qualcosa che non funziona nella narrazione (parola idiota ma adesso si dice così) di Luigino e Matteo. E cioè: se uno che credevi un amico e sodale, uno del tuo campo, uno che vedi e con cui parli tutti i giorni, trama contro di te, se col favore dell’ombra sta affilando il suo pugnale, perché non te ne sei accorto?  Perché non l’hai smascherato, allontanato, denunciato? Perché non l’hai fatto fuori, prima che lui facesse fuori te? E c’è un’altra cosa che proprio non quadra. Se ti hanno pugnalato alle spalle, perché non sei morto?

Cesare Augusto – era un politico dell’Ultima Repubblica – dai 17 congiurati si prese 17 pugnalate in pieno Senato. Non sappiamo se tra loro ci fosse la presidente Casellati, ma c’era sicuramente Bruto, il figlioccio di Cesare. E’ improbabile che, con diciassette coltellate in corpo, il dittatore romano avesse ancora il fiato per pronunciare la celebre profezia all’indirizzo di Bruto. Quel che è certo è che Cesare stramazzò al suolo e tirò le cuoia.

E’ facile notare due plateali differenze tra il regicidio di Cesare e gli accoltellamenti di Renzi e Di Maio. Punto primo, Cesare è stato affrontato di petto, a viso aperto, in pieno Senato della Repubblica, mentre i due leaderini della nostra repubblica sarebbero stati assaliti da dietro. Seconda differenza, decisiva: il grande Cesare è perito nell’attentato delle Idi di marzo, mentre Luigino e Matteo non sono solo sopravvissuti, ma non hanno riportato nemmeno un graffio.

Caio Giulio Cesare è affidato ai libri di storia, di Maio e Renzi continuano a popolare quello che Berlusconi (un pugnale che funzioni con lui non l’hanno ancora inventato) ha definito genialmente il ‘teatrino della politica’. Generalmente fondano un nuovo partito con nuovi amici.

E Bruto? Il povero Bruto, che oltre ad essere “Un uomo d’onore”, era un sincero democratico e difensore della Repubblica, fu puntualmente sconfitto nella battaglia di Filippi e non gli rimase altro che suicidarsi. Invece i presunti congiurati di oggi – gli occulti e maldestri pugnalatori dentro il Pd e nei 5 Stelle – se la passano piuttosto bene. Gli capita anche di incontrare le loro presunte vittime alla buvette del Parlamento, fare uno spuntino e scambiare due chiacchiere.

Referendum, l’affondo di Dibba:
“Se vince il sì, al Senato solo lecchini o delinquenti”

di Lorenzo Bissi

È giunto anche a Ferrara il ‘treNo’, che sta percorrendo tutta Italia carico di grillini, ma il loro rappresentate dov’è?
Beppe Grillo non ha mostrato il suo volto a Ferrara in piazza Trento Trieste ieri pomeriggio alle 5, ma i suoi portavoce sì.
Il tour #IoDicoNo del Movimento Cinque Stelle è arrivato anche nella nostra piazza come una delle tappe incluse fra le 47 prestabilite (una per ogni articolo della Costituzione modificato dalla “schiforma”).

Nonostante il freddo e l’umidità, i cittadini hanno riempito il Listone e gli esponenti e parlamentari pentastellati hanno espresso a gran voce le loro motivazioni per il ‘no’ alla riforma proposta da Renzi, e magari per convincere gli indecisi passanti della loro opinione.
Paola Taverna, Alessandro di Battista, Roberto Fico, Riccardo Nuti, Vittorio Ferraresi, Matteo Dall’Osso, Roberta Lombardi e molti altri, provenienti da tutte le parti d’Italia, accomunati dalla voglia di spiegare i motivi per cui esprimersi contrari alla riforma costituzionale parlando direttamente alle persone, sono saliti sul palco e hanno trasmesso un messaggio di rabbia contro l’establishment, di voglia di cambiamento, e più volte hanno ribadito che non ci deve essere alcuna differenza fra loro sul palco e tutti gli altri al di fuori di esso. “Al Senato ci andranno i leccac**o, cioè i fedelissimi alle direttive del partito, o i delinquenti, per avere l’immunità parlamentare e rimanere impuniti”: queste le pungenti parole di Di Battista al microfono. E continua fino a esaurire il fiato: “di più di girare le piazze noi non possiamo fare, ora tocca a voi votare no il 4 dicembre”.
C’è chi dal palco afferma con fervore che “Il 4 dicembre è Repubblica contro Monarchia”. E i pareri contro la riforma, e più ampiamente il Governo Renzi sicuramente non scarseggiano: la propaganda sulla riforma non ha niente a che fare con il testo in sé, ormai “siamo arrivati alla ‘Repubblica dei bonus’ dove, per tenere buoni i cittadini, si elargiscono 500€ qua, 500€ là”.

Foto di Chiara Argelli [clicca sulle immagini per ingrandirle]

Eppure, forse può stupire, ma fra il pubblico c’è anche chi non è così convinto dal Movimento Cinque Stelle. Per esempio Mario, di diciotto anni, che voterà per la prima volta a dicembre, era già convinto di votare ‘no’: è d’accordo con i pentastellati sul nuovo Senato, ma trova che alle volte “abbiano una retorica da piazza, spiccia, che non approfondisce la materia del diritto”.
Anche Laura ed Ester sono in piazza già convinte del loro ‘no’, ma vogliono rafforzare le loro posizioni e trovare nuovi argomenti. La prima appoggia il Movimento, la seconda dice di amare la “sua Costituzione”, e di non trovare motivo di cambiarla.
Infine, fra il pubblico c’è anche chi è indeciso, come Francesco, che è venuto ad ascoltare il comizio per avere un’informazione più diretta: “trovo che i Cinque Stelle possano sembrare un po’ troppo sempliciotti e un po’ troppo contrari alle posizioni politiche a cui siamo abituati, però secondo me possono fare bene. Sinceramente avevo più fiducia in loro tempo fa. Sono l’unica alternativa nuova che ci rimane”, sottolinea.

Di certo il movimento di Grillo non ha convinto tutti, e tutti coloro che voteranno ‘no’ non sono stati per forza convinti da loro, ma la censura della parola ‘sì’ durante il comizio, e le dichiarazioni fatte – “Il no vincerà” – mostrano la speranza che anima i pentastellati, che anche questa volta non si sono tirati indietro e hanno preso una forte posizione sul futuro del nostro Paese.

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