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Saperi, futuro e destino umano

 

L’8 luglio Edgar Morin [Qui], uno dei più grandi intellettuali contemporanei, raggiungerà il traguardo del secolo. Troppo complesso per essere preso sul serio, lui iniziatore del pensiero complesso, della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi a cui siamo ancora abbarbicati, semmai rivendicata come merito del passato da una scuola incapace di preparare al pensiero della complessità.

La conoscenza è avventura e la scuola è parte del territorio in cui vivere questa avventura, in cui apprendere a conoscere e a ri-conoscere la conoscenza. La palestra in cui esercitarsi fin da piccoli alla metacognizione, a interrogarsi, a nutrire la curiosità, a inseguire lo stupore.

Il compito dell’istruzione non può ridursi all’angustia di formare cittadini da integrare nella società presente, né in ipotetiche società future, le categorie pedagogiche degli Stati-Nazione, come le pedagogie progressive del Novecento, hanno fatto il loro tempo.

Morin ci rappresenta il nostro pianeta come una nave spaziale, che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto e dove nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica impongono alla umanità una comunità di destino, non c’è possibile futuro che valga la pena costruire se non riscoprendo la centralità di ogni donna e di ogni uomo, la centralità dell’intelligenza, la centralità del pensare oggi per il futuro.

In gioco non è l’integrazione culturale nella propria comunità, in gioco per tutti, da ogni lato della Terra, è la vivibilità del futuro. L’asfittico obiettivo dei sistemi scolastici nazionali è soppiantato dal ben più impegnativo e difficile compito di attrezzare le giovani generazioni a vivere un futuro vivibile. L’Agenda 2030 dell’Onu è lì a ricordarcelo in ogni istante.

In questo orizzonte sa di anacronistico brandire la difesa dell’ora di lezione, della cattedra e delle discipline, come un Don Chisciotte che insegue i suoi fantasmi, come il soldato giapponese che non si arrende, perché non crede che la guerra sia finita. Il tempo è scaduto da tempo e la conseguenza è non aver provveduto a farsi la cultura necessaria al ritorno alla realtà.

Da Introduzione al pensiero complesso  a La testa ben fatta, dal Manifesto per cambiare l’educazione, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro, ormai sono più di trent’anni  che Morin ci invita a riflettere sullo stato attuale dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. A richiamare soprattutto quanti hanno in mano le sorti delle future generazioni, come gli insegnanti, a prendere consapevolezza che la posta in gioco sono i nuovi problemi prodotti dalla convivenza umana, da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le malattie di tutte le società umane.

Una riforma dell’insegnamento è indispensabile per poter affrontare queste sfide, a partire dalla riflessione sullo stato dei saperi frantumati in singole discipline, quando la complessità per essere indagata richiede la capacità di collegare e praticare ambiti di sapere tra loro apparentemente distanti, ma il cui dialogo, mai intuito prima, ora si manifesta prezioso per la risoluzione dei problemi, per rendere prevedibile ciò che i paradigmi precedenti ritenevano imprevedibile.

Umanesimo e scienza, che ancora non siamo in grado di far comunicare, di contaminare nei curricula dei nostri percorsi scolastici, come se i tempi di Vico non fossero mai tramontati, come se il crocianesimo continuasse ad essere radicato nel DNA dei nostri studi. Occorrevano le vicende di questa pandemia inattesa a svelare l’impreparazione della scienza a comunicare e la nostra incapacità a misurarci con le certezze ‘incerte’ proprie della scienza.

La riforma dell’insegnamento è il nodo che ancora non abbiamo sciolto. Un nodo che richiede di non cessare di interrogarsi, perché la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive, l’avvento della pandemia ha certo aiutato a sgombrare le menti da ogni dubbio.

Eppure quando si innalzano peana a celebrare l’afflato erotico che abbatte le distanze tra cattedra e banco, tra docente e discente, l’impressione è di vivere in un paese in cui intellettuali e sistema formativo sono fermi al passato, non siano in grado di comprendere il presente e, tanto meno, di leggere il dopo.

Morin ci propone di porre alla base della riforma della scuola, del mestiere della scuola che è l’istruzione, il pensiero complesso, une tête bien faite. Qualcosa di più difficile, di complesso, appunto.

Insegnare a vivere. Dovevamo attrezzarci per far apprendere ai nostri studenti come si vive, ma non qui ed ora, bensì nel luogo che ancora non c’è. Una sfida da capogiro, di fronte alla quale ci siamo ritirati, trastullandoci con i banchi a rotelle e con la Dad che non è scuola. Ripiegati sui noi stessi, rispecchiati nelle certezze del passato, ci è scomparsa la cognizione del futuro, che chi ha creature da crescere non dovrebbe permettersi di perdere, ma questo è quello che è accaduto. Il dopo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro vita futura come uscirà attrezzata dalle nostre scuole? Piena dell’ira d’Achille, degli atri muscosi e dei fori cadenti, ma vuota dell’imprevedibile, del novus che è sempre stato il modo del ‘moderno’.

Da sempre la missione dell’educazione è insegnare a vivere, ma è un conto farlo per vite già confezionate, altro per vite ancora da confezionare.
Morin ci suggerisce di porci una domanda che non ha spazio nei nostri programmi d’insegnamento e che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa essere umano?
Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri, ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano.

E qui entra in gioco il sistema di conoscenze e dei saperi di cui le nostre scuole sono depositarie. Altro che centralità della lezione, quella lezione rischia di divenire tossica, perché a fronte della realtà che le nostre ragazze e i nostri ragazzi si troveranno a vivere, il sistema delle conoscenze che le nostre scuole trasmettono è ancora troppo debole. E se debole non aiuterà certo i nostri giovani a cogliere le carenze dei loro pensieri, i buchi neri della loro mente, che rischiano di rendere invisibile la complessità del reale.

Il pericolo è che dalle nostre scuole escano giovani costretti ad affrontare il futuro a mani nude.

Da questa pandemia abbiamo appreso che non è solo la nostra ignoranza ad aver ostacolato la comprensione di quanto è accaduto, ma soprattutto l’inadeguatezza delle conoscenze di cui disponiamo. I buchi neri nella nostra mente confermano che il nostro sistema di saperi e di pensiero non è in grado di rispondere alle sfide della complessità.

Allora non abbiamo bisogno di docenti e di intellettuali che sottoscrivono manifesti, ma di intellettuali e professionisti della cultura, in grado di promuovere una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di formare insegnanti e studenti a pensare la complessità.

Siamo in ritardo e il tempo non attende, il futuro imprevedibile è in gestazione oggi.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Etica e sapere: le chiavi della cittadinanza

Mentre la scuola sui banchi a rotelle corre verso il collasso, a settembre tornerà in cattedra l’insegnamento dell’educazione civica dai tre ai diciott’anni. Educazione civica è un binomio che non mi piace. Non mi piace “educazione”, non mi piace “civica”. Innanzitutto perché si chiamava così già nel 1958, quando fu introdotta nell’insegnamento a partire dalle medie, lasciando fuori l’avviamento professionale e la scuola elementare, che ancora aveva la religione cattolica come “fondamento e coronamento dell’istruzione”.

Sessantadue anni dopo si presume che paese, scuola e mondo siano profondamente cambiati e con loro le categorie e i paradigmi con cui guardarsi intorno. Ci si poteva almeno preoccupare di segnare la differenza. In compenso la distanza l’ha marcata, nel frattempo, la sociologia, facendo della dimensione “materiale” della cittadinanza l’oggetto dei suoi studi.

Educazione poi richiama ‘conformismo’, ‘forgiare’ e ‘plasmare’ secondo un modello che deve rendere tutti uguali, con finalità che sono state predefinite altrove, lontano dai progetti di vita delle persone. Una dimensione da ‘educazione nazionale’, di cui la storia del secolo che ci siamo lasciati alle spalle si è già incaricata di denunciare tutti i possibili effetti deleteri.

Civica: civis, il cittadino. Il ‘civis romanus’ distingueva il cittadino romano da chi cittadino non era. La nostra Costituzione, al contrario, non compie questa discriminazione, tutela la cittadinanza anche di chi cittadino non è, perché straniero.

Cittadinanza possiede una valenza più ampia di cittadino, perché esprime l’azione dell’individuo nel contesto della comunità politica, segna la linea di demarcazione tra il cittadino passivo e il cittadino attivo. Si può essere cittadini modello, rispettosi delle leggi, delle norme e dei regolamenti e non praticare la cittadinanza, perché impedita, quella che oggi rivendichiamo come cittadinanza attiva.

Un’idea di educazione civica, dunque, troppo parente del ‘law and order’. Il sospetto è che a ispirare la legge sia stata questa preoccupazione inconfessata di fronte all’incapacità di ricomporre un tessuto sociale che si va sempre più lacerando. E poi perché tornare a irrigidire il tutto nel nozionismo e nella valutazione, come una sorta di secondo voto in condotta. Tutto era già scritto prima in Cittadinanza e Costituzione delle Indicazioni Nazionali. Una pratica alla cittadinanza da crescere e vivere con coerenza, a partire dalla organizzazione della vita scolastica e dalle relazioni al suo interno, fino alla trasversalità disciplinare e ai rapporti con il territorio e con il mondo. Non un’educazione, ma un apprendimento permanente, un modo d’ essere, di vivere da esercitare ogni giorno a scuola come in famiglia e nella società.

Non era l’educazione civica che doveva entrare a scuola, semmai era la scuola che doveva incontrare l’educazione civica fuori, nella società, nelle relazioni con il territorio, nella coerenza delle condotte, nella gerarchia dei valori, nell’organizzazione e nel modo di funzionare delle istituzioni, nel loro rapportarsi con i cittadini, a partire dai giovani. Un apprendimento diffuso nel tessuto della società e dei luoghi dell’abitare. Perché se questo manca non c’è educazione civica che possa funzionare. Mentre il cittadino è quello che rispetta le leggi, che sta alle regole, la cittadinanza è molto di più, perché la cittadinanza è anche assunzione di responsabilità.

Nella legge e nelle linee guida ministeriali per l’insegnamento dell’educazione civica non compaiono né l’etica né  il ‘bene comune’. Si parla dei “beni comuni”, ma si tace del “bene comune”, della responsabilità che ognuno porta nei confronti di sé e degli altri, il labile confine tra l’osservanza della legge e l’etica delle condotte. L’etica, terreno delicato soprattutto per il rapporto tra giovani e adulti, per la coerenza dei comportamenti di questi ultimi, la loro testimonianza, la pratica dei precetti che si intendono inculcare con l’educazione. Etica e bene comune avrebbero dovuto occupare il centro della formazione ‘civile’ dei nostri giovani. Civile in quanto educazione alla convivenza.
Ma non è così.

Forse si è trattato di un ‘lapsus freudiano’, perché avrebbero messo in imbarazzo la credibilità degli adulti e del paese. L’etica della cosa pubblica violata dalle forze dell’ordine alla magistratura, dalle istituzioni alla politica, dalla corruzione all’evasione fiscale, dove non pagare le tasse od esportare i soldi nei paradisi fiscali è da furbi. Per non parlare dei mali endemici, dai segreti di stato, alle stragi di cui ancora non si conoscono i mandanti, fino alla ‘ndrangheta, mafia e camorra e la loro connivenza con gli apparati deviati dello stato.

L’etica per Aristotele è una scienza eminentemente pratica, dove il sapere deve essere finalizzato all’agire. Il ‘sapere’. Ecco ciò che rende debole questa idea di educazione civica. Perché a fare la differenza con la società del 1958 è proprio il sapere. Quelli erano ancora gli anni della alfabetizzazione, la scuola di massa neppure era all’orizzonte.
Oggi l’educazione permanente ha superato, almeno in teoria, la scuola di massa, siamo entrati nell’epoca della “società della conoscenza”, quella che l’Europa ha proclamato vent’anni fa con il Memorandum di Lisbona, ma che legge e linee guida ministeriali ignorano.
Società della conoscenza, perché nel ventunesimo secolo il sapere è divenuto la questione centrale di ogni cittadinanza. Possedere il sapere in continua evoluzione, per essere in grado di orientarsi nella complessità che cambia rapidamente la geografia dei pensieri e del mondo, possederlo oggi è la chiave di tutte le democrazie e dell’esercizio dei diritti della persona.

Non è sufficiente ricordarsi di fare oggetto di studio l’Agenda 2030 dell’Onu, semmai citando la questione della sostenibilità ambientale per poi tacere della sostenibilità sociale, dalla parità di genere, alla lotta all’omofobia e alla transfobia, fino al fenomeno epocale delle immigrazioni. Apprendere ad essere cittadini significa innanzitutto essere culturalmente attrezzati per districarsi tra complessità e molteplicità sempre più crescenti, per governare le contraddizioni, per penetrare oltre la superficie delle cose, per essere capaci di orientare il processo di costruzione del proprio sapere.

Se la nostra scuola non sa fare questo prima di ogni altra cosa, nessuna Costituzione, per quanto robusta, come nessuna Agenda 2030 potranno colmare il vuoto di formazione, di autonomia e di libertà delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, né potranno garantire un futuro sostenibile per l’ambiente, la società e l’economia.

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