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DIALOGHI
Diario di un soldato: l’Afghanistan visto da un italiano/1

(Pubblicato il 29 marzo 2016)

La prima volta che l’ho visto è stato nel 2005. Gianni era in divisa blu con tanto di berretto, gradi e stellette. Se ne stava nel giardino dietro la villetta appena costruita a fianco a casa mia a parlottare con un tizio tutto accaldato che ascoltava in silenzio e si asciugava con un fazzoletto la fronte imperlata di sudore. Il tizio era sicuramente un giardiniere perché aveva appena parcheggiato una carriola carica di torba. Li osservavo dal mio terrazzo, erano a pochi passi da me, ci dividevano solo un muretto e una siepe. La scena me la ricordo bene perché mi è rimasta impressa la divisa da ufficiale, un genere d’abbigliamento che non si vede tutti i giorni.

“Dev’essere un pilota d’aereo” ho detto quella volta a mia moglie, “Un comandante” ha suggerito lei. C’eravamo andati vicini, anche se entrambi pensavamo a un pilota di linea.
Dopo qualche tempo ci siamo presentati, io, lui e le nostre rispettive mogli, e abbiamo scoperto che in effetti è un ufficiale dell’Aeronautica Militare e che lavora alla base di Poggio Renatico (quella del radar per intenderci): ha fatto il pilota d’elicottero e, diventato colonnello, è passato a incarichi più sedentari. Si sono trasferiti accanto a noi da poco e stanno finendo di sistemare casa e giardino.
Gianni è di Roma, dopo tre anni trascorsi a Tampa in Florida è tornato in Italia per stabilirsi proprio a Ferrara, città in cui vive ormai da una decina d’anni assieme a sua moglie Terese, una simpatica ragazza svedese (ovviamente alta, bionda e con gli occhi azzurri) che parla un italiano perfetto più altre quattro lingue. Decisamente una coppia interessante direi!

Nel frattempo siamo diventati buoni vicini, spesso ci si vede al parco a far correre e giocare i nostri cani e qualche domenica mattina ci si incontra in una pasticceria poco distante a fare due chiacchiere davanti a un cappuccino e una pasta. Gianni non dice molto del suo lavoro e io, del resto, non gli ho mai chiesto nulla al riguardo.
Poi, un anno fa, mi accorgo della sua assenza: ci metto un paio di mesi a rendermene conto, ma nei soliti posti dove regolarmente ci incontravamo, al parco, al supermercato, o più semplicemente affacciandoci dai nostri giardini, di Gianni nemmeno l’ombra. Fin da subito mi faccio prendere dal dubbio: che gli sia successo qualcosa? Che faccio se vedo Terese, glielo chiedo?
Ci pensa Cristina, mia moglie, a togliermi dall’imbarazzo: un giorno la incontra e si fa raccontare tutta la storia. Così veniamo a sapere che a gennaio 2015 Gianni è partito per l’Afghanistan e che dovrà starci per un bel po’. Intendiamoci, la notizia non ci ha rassicurato granché: tuttora in Afghanistan, nonostante i giornali non ne parlino, la situazione non è proprio tranquilla. Ogni tanto qualcuno spara, qualcun altro fa esplodere una bomba. In quel territorio, anche se la guerra aperta è ufficialmente cessata, rimane sempre l’ombra costante di una ripresa degli scontri armati. Una parte del paese, quella più impervia delle montagne del nord, è ancora saldamente controllata dai talebani, che, come sappiamo, sono maestri nella guerriglia e non hanno mai dato segnali di resa al nuovo corso democratico imposto dalla comunità internazionale.
Tuttavia Terese, con il pragmatismo tipico dei nordici, minimizza dicendo che quella di Gianni non è una missione di guerra. “È stato mandato là per gestire i lavori di ricostruzione. Adesso i militari internazionali sono solo un supporto logistico, non sono chiamati a combattere…” sostiene. Poi, quasi con pudore, aggiunge: “Certo non posso dire di essere tranquilla, ogni giorno controllo le notizie. Non è facile saperlo laggiù, ma lo devo accettare… è il suo lavoro!”
Poi finalmente, circa un paio di mesi fa, Gianni ha concluso il suo mandato ed è tornato a casa, si spera definitivamente. Al suo rientro, ci siamo rivisti quasi subito e io non ho potuto fare a meno di chiedergli se voleva raccontarmi qualcosa della sua esperienza. Lui ha accettato volentieri.
Così, dopo essermi preparato una lista di domande da sottoporgli, mi sono recato un pomeriggio a casa sua armato di taccuino e registratore ad ascoltare questa sua avventura in terra straniera durata circa un anno.

Com’è iniziato tutto? Voglio dire: come hai ricevuto l’incarico?
Circa un anno e mezzo fa, a luglio del 2014, ricevo una telefonata da un collega di Roma. Mi chiede se ho problemi ad andare laggiù a ricoprire l’incarico di coordinatore dello Stato Maggiore per uno dei Comandi Nato. Il luogo è Kabul e dovrei iniziare dal primo gennaio del 2015. Ovviamente la domanda presuppone che se non ho impedimenti pratici seri la risposta sia affermativa, del resto sono un militare, ho le stellette, per cui non ci sono dubbi che il mio dovere sia quello di accettare. Così rispondo ʻok, fammi sapere di che si trattaʼ. Dopo qualche tempo, una volta decisa la mia candidatura, ricevo istruzioni per l’addestramento alla missione, che nel mio caso è iniziato a settembre di quell’anno.

Base Aeronautica di Poggio Renatico
Base Aeronautica di Poggio Renatico

Di che genere di addestramento si è trattato?
Beh, a parte la solita preparazione di base a cui ogni militare di carriera viene sottoposto, nel caso specifico sono stato chiamato a fare una serie di corsi d’addestramento per l’uso di tutti quei mezzi e quelle apparecchiature che avrei trovato laggiù. Voglio dire, mi è stato insegnato per esempio come operare all’interno di un veicolo corazzato, a guidare i nostri quattro per quattro fuoristrada, poi un ulteriore ripasso sull’uso delle armi corte e lunghe. Un’attenzione particolare alle istruzioni per l’autoprotezione e il corretto utilizzo dell’equipaggiamento tattico.
Questo per quanto riguarda l’addestramento prettamente militare. C’è poi tutto l’aspetto dell’apprendimento culturale che riguarda il luogo delle operazioni, cioè i costumi, l’economia, la religione, eccetera. Il tutto è durato circa tre settimane, che frazionate nel tempo, mi ha fatto arrivare a finire la preparazione per dicembre.

Sbaglio o hai fatto un addestramento simile a quello di un soldato semplice?
In effetti è vero. Tutti quelli che vengono scelti per la missione devono conseguire lo stesso tipo di addestramento, in modo che ogni uomo, dagli ufficiali alla truppa, sia pronto ad affrontare ogni tipo di situazione, dalla routine quotidiana agli imprevisti, fino alle emergenze. È anche vero che in missioni del genere partono solo professionisti già provvisti di una solida esperienza, e si tratta di ufficiali e sottufficiali.

Immagino che, come colonnello con un incarico di alto profilo, il tuo addestramento non si limitasse a questo.
Dunque, le mie istruzioni operative riguardavano principalmente il comando e la gestione del personale, in termini militari il mio ruolo era quello di ʻchief of staffʼ. Comunque questo tipo di missioni, all’estero intendo, seguono delle procedure di apprendimento standard e poi una specializzazione ad hoc a seconda della destinazione e dei ruoli che si devono ricoprire. Faccio degli esempi: durante la preparazione ci sono sessioni specifiche dedicate ai vari teatri di pertinenza, cioè il Libano, l’Iraq o, come appunto nel mio caso, l’Afghanistan, e tutto questo sia in ambito Onu che Nato.

E questi corsi dove si fanno?
Il mio era un corso in ambito Nato ed era diviso in due parti. La parte italiana l’ho fatta qui a Poggio Renatico e su a Villa Franca, dove c’è uno stormo specializzato in operazioni ʻfuori areaʼ, fuori dai confini nazionali per intenderci. E queste sono state le tre settimane di addestramento standard di cui ti ho accennato prima. Poi c’è stata la parte internazionale di una decina di giorni che ho fatto presso il Comando Supremo Nato a Mons vicino a Bruxelles e presso il comando Operativo di Brunssum in Olanda. Lì ho ricevuto le istruzioni operative specifiche per la missione, cioè obiettivi, organizzazione, tempi, eccetera. Infine, a dicembre, sono stato mandato a Kabul una settimana per un primo ambientamento, sono tornato in Italia a trascorrere le feste di Natale. Poi, il 17 gennaio, era un sabato mattina, sono partito per la missione.

Quartier Generale Nato di Mons
Quartier Generale Nato di Mons

Raccontami un po’ del viaggio e dell’arrivo. Che impatto hai avuto?
Sono partito con un volo militare da Roma, ero con dei miei colleghi che mi hanno scortato dalla base di Poggio Renatico fino a Pratica di Mare dove mi sono imbarcato su un Boeing 767 militare. Oltre ai normali bagagli, avevo con me l’equipaggiamento tattico personale che in questi casi è obbligatorio portare: armi, munizioni, elmetto, mimetica, maschera anti-NBC, eccetera… quindi parecchia roba sensibile. E sono stato scortato proprio per ragioni di sicurezza. Da Roma poi abbiamo fatto scalo ad Abu Dhabi, che è praticamente il nostro centro internazionale di smistamento dei voli nei teatri operativi. Lì ci attendeva un C-130 che ci ha portato dritti fino a Kabul. Diciamo che in tutto ci sono voluti un giorno e mezzo: sono partito la mattina presto del 17 e ho messo piede in Afghanistan nel tardo pomeriggio del 18.

Da qui è iniziata la tua missione…
Esatto. Prima mi avevi chiesto che impatto ho avuto laggiù. Per la verità l’impatto vero l’ho avuto già a dicembre, quando sono andato là per la prima volta. Arrivi in un luogo distante qualche migliaio di chilometri, ma ti rendi conto che la distanza è molta di più: è come un vero e proprio salto spazio temporale! Dall’Europa all’Afghanistan, metti piede in un mondo radicalmente diverso, la sensazione è di straniamento… sì, lo chiamerei proprio così.

Un Boeing dell’Aeronautica Militare
Un Boeing dell’Aeronautica Militare

Spiegati meglio.
Voglio dire che durante il viaggio ci pensi: pensi a quello che troverai, alle prime cose che dovrai fare, ti organizzi mentalmente. Nel frattempo parli coi tuoi colleghi, ti prepari, avviene una vera e propria trasformazione: alla partenza sei con la tua divisa blu normalissima; all’arrivo a Kabul invece sei già in mimetica con anfibi, armi, giubbotto antiproiettile, elmetto e zaino in spalla. Cominci a sottoporti a tutta una serie di misure precauzionali e ti rendi anche conto che dovrai farlo, vestirti in questo modo, ogni giorno e per i tutti i mesi che dovrai stare lì! Entri in un mondo che fino al giorno prima hai visto solo in tv o nei giornali, e per motivi tutt’altro che piacevoli, drammatici direi. Spesso poi, noi in Occidente percepiamo le cose viste nei telegiornali, soprattutto quelle più lontane dalla nostra realtà di tutti i giorni, quasi come fossero dei film. Come se i morti e le bombe fossero irreali, non ci appartenessero. Quando poi ti trovi in quei posti, ne respiri l’aria, t’immergi in quel clima, cominci a sentire e vedere fisicamente quel mondo, senza necessariamente che debba capitarti chissà che, ti accorgi di colpo quanto sia tremendamente reale.”

Quindi giravi con giubbotto antiproiettile e armi tutto il giorno?
Guarda, io sono sbarcato all’aeroporto di Kabul che è sia militare che civile. L’aeroporto poi è collegato alla grande base militare in cui sono stanziati i comandi americani e Nato. Io dovevo lavorare e vivere all’interno di quella realtà. Si tratta di un impianto protetto da una serie di barriere – muri in cemento armato e reticolati – che di fatto isolano la base dall’esterno in maniera pressoché totale. La questione sta nel fatto che, anche all’interno della base, si rimane potenziali bersagli da attacchi esterni e non solo.

L’Aeroporto Internazionale di Kabul
L’Aeroporto Internazionale di Kabul

Cosa vuoi dire con ʻesterni e non soloʼ?
Intendo dire che, per esempio, sono stati frequenti gli attacchi dall’esterno a colpi di lanciarazzi e kalashnikov, in pratica alcuni combattenti talebani si sono spinti in missioni suicide nei pressi della base, a volte facendosi esplodere e a volte con vere e proprie azioni di guerriglia armata. Con attacchi del genere le barriere perimetrali sono senz’altro fondamentali, ma specie nel caso di utilizzo di razzi non garantiscono la piena sicurezza: per noi che alloggiavamo nel perimetro della base, quando si era sotto attacco, l’unica cosa da fare era ripararsi nei bunker. Però, in passato, è capitato pure che qualche soldato afghano abbia sparato a soldati americani proprio dentro la base stessa, questo fenomeno in gergo militare si chiama ʻgreen on blueʼ.”

Cavolo, addirittura!
Può capitare. Green e blue sono i colori in codice delle forze alleate, green per i soldati afghani e blue per quelli delle forze internazionali, poi c’è il red per i nemici. Si lavora a stretto contatto con i militari afghani e purtroppo sono successi episodi di attacchi suicidi commessi da alcuni di loro. I motivi possono essere vari: è capitato che qualcuno sia stato costretto perché la famiglia era stata minacciata o addirittura rapita, oppure che fosse stato pagato. La miseria è diffusa anche tra i militari, e la promessa di sistemare economicamente la propria famiglia può indurli a gesti estremi. Ma c’è anche l’eventualità assai probabile che qualcuno agisca mosso da motivi ideologici e religiosi.

Ma poi com’è finita col soldato afghano?
Non alludevo a un caso isolato, purtroppo di episodi ce ne sono stati parecchi: il ʻgreen on blueʼ è diventata una vera e propria minaccia da non sottovalutare. È successo proprio di recente che, nella base afghana in prossimità del mio comando, un militare afghano abbia aperto improvvisamente il fuoco contro tre contractor americani che stavano lavorando in un hangar, ne ha uccisi due, ferendo gravemente il terzo, prima di essere ucciso a sua volta da una guardia americana. Ma ricordo anche che tempo fa un soldato afghano ha sparato contro un gruppo di soldati americani facendo una vera strage e riuscendo poi a fuggire: fu nel 2012 mi pare, entrò con un M16 in un edificio dove era in corso un briefing, uccise nove militari americani e si allontanò facendo perdere le sue tracce. Di solito continuano a sparare finché non vengono uccisi o catturati, ma quella volta l’attentatore se la cavò. Adesso te ne ho raccontati due, ma ti assicuro che ce ne sono stati molti di più.

Parlami un po’ di questa base, dove si trova esattamente?
Come puoi immaginare, la base è abbastanza grande e, come dicevo, è collegata all’aeroporto. Rispetto alla città di Kabul si trova a nord, circa quattro, cinque chilometri, non di più. Adiacente alla nostra base internazionale c’è poi un’area presieduta dalle forze dell’esercito afghano. Tutto il complesso è considerato un target da proteggere e, in effetti, è ben difeso. I problemi nascono quando ci si deve spostare all’esterno, anche trasferimenti di personale di pochi chilometri comportano l’uso delle massime precauzioni possibili: scorte armate, mezzi blindati, percorsi monitorati. Spesso ci si sposta in elicottero. Per esempio, per trasferirsi dalla base alla ʻgreen zoneʼ nel centro della città.

Cos’è la ‘green zone’?
La ʻgreen zoneʼ è in pratica la zona più protetta della città, una sorta di cittadella in cui sono concentrati gli edifici governativi, le ambasciate, i centri di comando internazionali. Tra la nostra base e la ʻgreen zoneʼ avviene un traffico giornaliero di personale civile e militare che, appunto, rappresenta un rischio costante sia come bersaglio diretto che indiretto. Diretto se l’oggetto di un eventuale attacco è il convoglio stesso, indiretto nel caso che il convoglio sia coinvolto in un attentato commesso ai danni della popolazione.

Strada affollata nel centro di Kabul
Strada affollata nel centro di Kabul

E succede spesso?
È successo e succede. La cosa triste è che a Kabul quella degli attentati è diventata una realtà che rasenta la normalità.

Te l’ho chiesto perché ultimamente non si parla molto di Afghanistan. Le notizie di tv e giornali sono monopolizzate da ciò che sta avvenendo in Siria, in Libia e nel Mediterraneo. La percezione di uno spettatore come posso essere io è che se dai media non arriva nulla è perché non accade nulla, ma immagino che non sia affatto così.
Non saprei. Immagino che ciò che è avvenuto e sta avvenendo vicino ai nostri confini desti molta preoccupazione nell’opinione pubblica e che per questo i media cerchino di informare soprattutto su ciò che accade in quei territori. Io ti posso dire che ricevo quotidianamente la rassegna stampa con i bollettini del Ministero della Difesa: certamente ciò che adesso sta avvenendo sull’altra sponda del Mediterraneo tiene banco, ma ti assicuro che in Afghanistan e a Kabul gli attentati con morti e feriti, soprattutto tra la popolazione civile, sono tuttora all’ordine del giorno.

Eppure ho letto che si stanno costruendo scuole, ospedali…
Certamente. La presenza del personale internazionale riguarda proprio queste cose: la ricostruzione del paese, con gli ospedali, le scuole, le infrastrutture. Si lavora a stretto contatto con gli afghani. C’è molto personale civile oltre a quello militare: ci sono ingegneri, medici, aziende private – i cosiddetti contractors, che non sono soltanto quelli che svolgono servizi di polizia o vigilanza privata, ma possono riguardare anche lavori di progettazione, supporto e consulenza in svariati settori al di fuori del contesto militare – e ovviamente le stesse imprese afghane. Sono tutti impegnati a ricostruire un paese la cui organizzazione sociale era stata quasi completamente azzerata prima da una guerra civile trentennale e poi dall’occupazione dei talebani. A Kabul ci sono parecchi cantieri aperti, purtroppo si lavora sotto la costante minaccia di ritorsioni da parte di cellule talebane, che in una città come quella possono nascondersi facilmente. La presenza militare serve proprio per questo: per scongiurare l’intensificarsi di azioni terroristiche. Lo fa, ma non può evitarle del tutto.

Ma cosa potrebbe succedere se, per esempio, domani la presenza militare internazionale dovesse cessare?
Non si può dire con certezza cosa succederebbe, credo comunque niente di buono. Probabilmente un ritorno alla guerra civile. Una parte del paese è ancora nelle mani dei talebani, quella più impervia, la cosiddetta zona tribale. I talebani non sono stati sconfitti, si sono soltanto ritirati, e questo grazie all’azione della forza militare internazionale. Il governo del presidente eletto e l’esercito nazionale afghano stanno tuttora cercando di contrastare le sacche di resistenza talebane sparse nel paese, ma senza grossi risultati finora. La nostra presenza, oltre a fare da deterrente contro un’eventuale ripresa dell’offensiva talebana, serve essenzialmente per supervisionare la ricostruzione, cioè per dare assistenza e consulenza tecnica ai vari progetti in corso. Aggiungo inoltre che un ruolo importante per noi è anche quello di istruire e addestrare l’esercito afghano, riorganizzarlo, dargli la giusta preparazione secondo i moderni criteri internazionali, per esempio: spiegare le regole d’ingaggio sia nelle operazioni militari che in quelle di polizia; elencare le procedure e i regolamenti internazionali; soprattutto, insegnare il rispetto per i diritti umani dei prigionieri. In sostanza, pure all’interno di una legislazione che rimane quella propria dello stato afghano, si cerca di dare una professionalità tecnica, ma anche etica a un esercito regolare che si è rifondato relativamente da pochi anni. Quindi, ripeto, molta attenzione alla Convenzione di Ginevra, al regolamento internazionale in materia di diritti civili e umani, eccetera.

Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno
Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno

Però c’è qualcosa che non ho ancora capito: finora mi hai parlato di Nato. Ma l’intervento in Afghanistan non rientrava sotto l’egida dell’Onu?
Dunque, cerco di semplificare la cosa: c’è stato un mandato Onu fino al 2014, che aveva previsto l’impegno della Nato con la missione ʻIsafʼ. In sostanza si  trattava di quello che è stato l’intervento militare a sostegno del governo afghano nella guerra ai talebani, quindi direttamente impegnato nei combattimenti. Dopodiché, il presidente afghano ha espressamente chiesto alla coalizione internazionale un prolungamento degli aiuti. La Nato ha aderito alle richieste di Kabul approvando la missione chiamata ʻSostegno Risolutoʼ, tradotta in italiano, che poi è quella che ha riguardato il sottoscritto. Questa nuova missione, che è appunto iniziata nel 2015, è gestita dalla Nato e prevede unicamente gli interventi che ti ho appena spiegato. Teoricamente non contempla azioni di combattimento se non in caso di pericolo imminente nei confronti della coalizione stessa, che è formata per metà da americani e per metà da europei!

CONTINUA

[leggi la seconda parte dell’intervista]

Diario di un soldato: la vita quotidiana in una base dell’Afghanistan/2

SEGUE. Ecco la seconda parte della testimonianza di Gianni, ufficiale dell’Areonautica tornato di recente da una missione in Afghanistan.

Tornando alla quotidianità… Quindi, tutte le volte che dovevi spostarti fuori dalla base, lo facevi in elicottero?
Diciamo che personalmente non uscivo dalla base Nato tutti i giorni. Comunque sì, le volte che l’ho fatto ho usato l’elicottero! Poi, quando mi trasferivo per ragioni di servizio da Kabul a Kandahar o Herat, lo facevo ovviamente in aereo. Però, per farti capire meglio la situazione, ti posso dire che, per esempio, quando ci si doveva spostare all’interno della stessa base militare afghana a tagliarsi i capelli o allo spaccio, lo si doveva fare armati, col giubbotto antiproiettile e sempre a bordo di mezzi blindati. Questo nell’eventualità che qualche soldato afghano potesse spararci contro, appunto per i motivi che ti ho detto prima.

Ma, a parte le precauzioni continue, hai qualche ricordo di momenti di particolare stress, di una situazione di forte pericolo che hai corso?
Beh, minacce dirette alla mia persona non ne ho mai subite, in questo senso sono stato fortunato! Se invece parliamo di situazioni di pericolo direi di sì. Capitò proprio appena un paio di giorni dopo il mio arrivo a Kabul: erano poco più delle cinque del mattino e il container nel quale dormivo venne scosso dallo spostamento d’aria causato dall’esplosione di un camion imbottito d’esplosivo e fatto saltare vicino alla recinzione esterna della base. Fortunatamente quella volta, a parte i danni alle infrastrutture, vi furono solo feriti lievi, ma all’interno della base scattarono le sirene dell’allarme e fummo tutti costretti a vestirci in pochi secondi e a correre nei bunker dove rimanemmo un’ora ad attendere il cessato pericolo. Considero quell’episodio come il mio ʻbenvenuto nella nuova dimensioneʼ. Qualche tempo dopo ci fu un attacco alla base in piena regola: un attentatore suicida si fece esplodere davanti al cancello d’ingresso, aprendo la strada ad un commando di talebani che iniziarono a sparare e a lanciare ordigni all’interno della base. Anche un secondo attentatore, pochi secondi dopo, si fece saltare in aria per aprire un altro varco tra le nostre difese. Il conflitto a fuoco durò una mezz’ora circa e si concluse con la morte di tutti gli attentatori e di un soldato americano di guardia all’ingresso. Anche quella volta dovetti riparare nel bunker con gli altri e ricordo che sentii distintamente gli spari e le esplosioni.

 Gianni in posa con due militari delle forze speciali Usa

Gianni in posa con due militari delle forze speciali Usa

Ma che scopo hanno questi attacchi?
Non hanno nessuno scopo tattico militare. L’unico intento è creare scompiglio, mantenere un clima di tensione costante, demoralizzare il nemico e soprattutto la gente, minarne la fiducia. In qualche modo far traballare la credibilità della coalizione, portando la gente a identificare la minaccia continua degli attentati con la presenza delle forze internazionali sul proprio territorio. Considera che la stragrande maggioranza delle vittime di questi attentati sono civili. A confronto gli attacchi alle basi e ai convogli militari sono numericamente assai più bassi. Le autobomba e i kamikaze si fanno saltare in aria nelle strade affollate, ai mercati, tra le vie più trafficate della città, cioè laddove la gente è più indifesa.

Fortuna che voi nella base avevate i bunker…
Certamente. Mi chiedevi com’è fatta la base. Considera che io ero il terzo in comando e il mio ufficio era un metro e mezzo per tre all’interno di un vecchio hangar. In sostanza la base era un complesso di hangar riadattati a magazzini e uffici, di fianco ai quali c’erano dei container che poi erano i nostri alloggi. Il bunker che ti ho detto era in realtà un tunnel in cemento armato collocato al centro della base e protetto tutt’intorno da una sorta di terrapieno. Avevamo la mensa, la palestra, spazi di ritrovo: tutti ambienti rigorosamente spartani e quasi tutti ricavati da strutture prefabbricate.

Dimmi dell’esterno… com’era l’ambiente oltre le mura della base?
Approssimativamente la nostra base avrà avuto una superficie non superiore a quattro o cinque ettari, era un quadrato di circa duecento metri per lato o poco più, ed eravamo protetti da muri di cemento alti quattro metri. Tutt’intorno c’era la zona militare presidiata dall’esercito afghano. Quando uscivo dal mio alloggio avevo di fronte il muro, oltre il quale potevo scorgere solo le cime delle montagne in lontananza, sono montagne alte anche quattromila metri. Kabul si trova su un altopiano a milleottocento metri circondato appunto da catene montuose. Il clima poi è secco e d’inverno fa molto freddo, ma è un freddo asciutto e non dà fastidio come qua. Personalmente non avevo la possibilità di uscire e visitare i dintorni al di fuori dell’area militare – tra l’altro non era affatto consigliabile per noi – però posso dire cosa si intravvedeva quando ci si alzava in volo a bordo dell’elicottero. Come ti ho detto, rispetto alla città ci trovavamo a nord, oltre l’aeroporto. il paesaggio è esattamente come nelle foto: spoglio e arido, le colline e le montagne tutt’attorno sono pressoché prive di vegetazione e le case alla periferia di Kabul sembrano sparse a casaccio, tutte uguali, grigie, coi tetti a terrazza. Per riassumere un po’, potrei dirti che ricordo principalmente tre cose: il cemento degli edifici, il metallo dei veicoli e la polvere che ricopriva tutto il resto all’esterno della base.

E la gente?
Devo dire che non ho avuto contatti diretti con la gente del posto. Peraltro i soli afghani con cui ho potuto parlare sono gli ufficiali che ho incontrato in qualche riunione e in un paio di cene. Il mio lavoro era gestire il personale americano della base e i miei rapporti quotidiani erano essenzialmente con gli americani e qualche europeo.

Parlami dei tuoi colleghi stranieri allora! Che differenze hai notato tra voi italiani e loro?
Devo premettere una cosa: nel mio comando ero l’unico italiano presente.Però posso comunque darti le mie impressioni per ciò che ho potuto osservare dei colleghi americani e di quei pochi europei che operavano all’interno della base. Professionalmente parlando, grosse differenze non ne ho viste; più in generale posso dire che gli americani prendono le cose in modo molto più diretto e sbrigativo di noi, e quando dico noi alludo a noi europei. Gli americani sono abituati a prendere decisioni in tempi rapidi e senza troppi preamboli, forse perché le loro regole sono semplici, precise e comprensibili a tutti. Mettici pure il fatto che questa missione la sentono molto a livello emotivo, e questo fin da subito, fin dall’undici settembre. Si avverte un senso di patriottismo in tutto ciò che fanno, se parli con loro di certo non si nascondono: si considerano tuttora in guerra e stanno lì per difendere la libertà del loro paese. Hanno poi il sostegno totale delle loro famiglie: ricevono continuamente messaggi, regali, cibo, qualsiasi cosa. La differenza tra loro e noi europei può essere che noi prendiamo la cosa forse con maggiore pragmatismo, privilegiamo l’aspetto professionale e il senso del dovere verso le istituzioni internazionali a quello puramente patriottico: direi che in qualche modo siamo più riflessivi, ecco. Professionalmente e caratterialmente mi sentivo più affine al mio collega rumeno o a quello danese, probabilmente perché eravamo tra i pochi non americani della base; in questi casi la tendenza è sempre quella di trovare un punto in comune con gli altri, per noi era quello di essere europei!

Morfologia dell’Afghanistan
Morfologia dell’Afghanistan

Però qualche militare afghano hai detto di averlo incontrato…
“Sì, erano ufficiali. Se vuoi sapere che impressione m’hanno fatto quelli con cui ho parlato, ti posso dire che mi sono sembrate persone molto gentili e misurate. Sono consapevoli dell’importanza della nostra presenza nel loro paese. Quello che so è che dove il governo afghano, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, è presente non solo come istituzione, ma anche come servizi, cioè con gli ospedali, le scuole, le università, le infrastrutture, le strade, l’acqua, la luce, in sostanza tutte quelle cose che stiamo cercando di far ripartire e di far funzionare, la gente ci guarda con favore. Credo che gli afghani si rendano perfettamente conto dello sforzo economico che la comunità internazionale – soprattutto l’America – ha messo in campo per aiutarli. Ma, come sai, l’Afghanistan è un territorio difficile, ci sono zone del paese quasi impossibili da raggiungere: catene montuose dove non esistono strade, vallate chiuse e inaccessibili in cui si può accedere solo a cavallo di muli. C’è una vasta fetta del territorio afghano, lontana dalle città, che è ed è sempre stata isolata dal resto del mondo: un territorio popolato da comunità tribali che non hanno nessuna percezione dei cambiamenti sociali, e tantomeno dei servizi e delle innovazioni che avvengono nelle città. Di ciò che succede al di fuori dei loro confini sanno poco e niente. In una tale situazione puoi ben capire che le genti di quelle montagne e di quelle vallate sono terreno fertile per i talebani. E lassù c’è un dedalo di nascondigli naturali in cui è impossibile stanarli e tantomeno combatterli.

Le montagne a nord di Kabul
Le montagne a nord di Kabul

Mi pare di capire che avevi buoni rapporti un po’ con tutti…
Direi proprio di sì. Ognuno porta con sé le sue diversità, che poi, se ci pensiamo bene, sommate a quelle altrui, sono un’occasione di arricchimento reciproco. Anche perché alla fine quello che prevale è il rapporto umano che si instaura tra gli individui, tra le persone. Le differenze di nazionalità, di abitudini, di cultura dopo un po’ passano in secondo piano. Si lavora fianco a fianco tutti i giorni, si perseguono obiettivi comuni, ma soprattutto si trascorre tanto tempo con gli altri, si chiacchiera, si gioca e si scherza, si cucina e si mangia tutti assieme. Con alcuni colleghi si è creata una buona amicizia, anche se probabilmente sarà molto difficile rivedersi. Credo poi che un’esperienza come questa, in cui ti trovi a condividere sensazioni forti, momenti spesso drammatici, contribuisca a legare le persone ancor di più.

Un elicottero MI-17 impiegato per il trasporto truppe e materiali
Un elicottero MI-17 impiegato per il trasporto truppe e materiali

Al di là dei momenti di pericolo che hai vissuto, hai qualche altro aneddoto particolare che puoi raccontare?
Ricordo che eravamo a bordo di un C-130 diretto a Kandahar, stavamo andando a incontrare il personale dello stormo americano stanziato in quella base. Ebbene, devo fare una premessa: circa quattro anni fa, proprio in un caso di ʻgreen on blueʼ, un generale americano fu ucciso da un soldato afghano che sparò all’impazzata durante una cerimonia. Da quella volta tutti i generali americani girano con la scorta personale. Insomma, cerco di fartela breve: all’andata eravamo io, alcuni miei colleghi americani del comando di Kabul, personale afghano e, appunto, un generale con la sua scorta. Appena atterriamo a Kandahar ci viene comunicato che dobbiamo imbarcare d’urgenza una dozzina di soldati afghani, alcuni feriti e altri morti in combattimento. In altre parole il nostro volo, che era un normalissimo volo di routine, quasi una gita se vogliamo, viene trasformato di colpo in un volo operativo di trasporto di feriti. E così, da visitatori rilassati, ci troviamo nel giro di pochi minuti a dover piantonare l’aereo armati e agli ordini del generale, a protezione dei feriti e delle sacche con dentro le salme che dobbiamo poi scortare nel viaggio di ritorno a Kabul! Questo solo per dire che laggiù, in ogni momento, devi fare i conti con la realtà, e puoi passare in un attimo dalla spensieratezza al dramma. E anche quest’aspetto della vita che a un europeo apparirebbe senz’altro come qualcosa di schizofrenico, laggiù, dopo un po’, diventa normale routine.

Da ultimo Gianni ti chiedo una riflessione sulla tua esperienza e magari un’opinione sulla situazione attuale in Afghanistan.
Spesso gli americani in una semplice frase riescono a riassumere concetti abbastanza complessi; noi di solito, per esprimere gli stessi pensieri, ci serviamo di pagine e pagine. In sostanza dicono: noi soldati serviamo la patria, ma sono le nostre famiglie che si sacrificano per essa! Personalmente posso dire che decido di partire in missione, di stare lontano da casa tanto tempo con tutte le incognite del caso, sto lì cercando di fare al meglio il mio lavoro. Ma chi paga di più per questa situazione è senz’altro la mia famiglia, nel mio caso Terese. È lei a dover subire maggiormente la mia assenza, che si fa carico di tutto quello che c’è da fare dentro la casa, poi c’è chi ha i figli, chi ha genitori anziani magari malati. Io sto lì, ripeto, lontano migliaia di chilometri, concentrato sul mio lavoro, con la mente lucida e senza distrazioni, ma tutto ciò lo posso fare soltanto se da casa non mi viene fatto sentire il peso di questa mia assenza! Questa cosa è stata un test assai impegnativo per tutti e due: la missione, seppure su diversi fronti, c’è stata da parte di entrambi. E aggiungerei, anche se magari rischio di dire qualcosa di banale, che una volta tornato in Italia sei portato a rivalutare tutto quello che ti circonda con occhio più benevolo, in modo più morbido. Perché è inevitabile fare dei confronti, e alla fine ti rendi conto di quanto sei fortunato a vivere in un quotidiano dove il concetto di sopravvivenza è ormai diventato qualcosa di astratto, di superato. Ebbene, in tante parti del mondo non è così, ma non sta a me spiegarne i perché e tantomeno giudicare! Da militare il mio compito è quello di svolgere un incarico assegnato, che in questo caso specifico riguarda il ʻricostruireʼ, aiutare un paese a risollevarsi e a ripartire. Siamo là per questo motivo, non per combattere, certo siamo preparati a fare anche quello se necessario. Per concludere posso aggiungere che ho visto di persona come in quel paese, pure tra mille difficoltà e contraddizioni, si stanno facendo dei passi nella direzione giusta. Immagino una strada ancora molto lunga da percorrere, probabilmente ci vorranno anni. I pericoli sono ancora tanti, ma il processo di collaborazione e di reciproca fiducia che si è avviato mi fa ben sperare.

S’è fatto tardi e non ho altre domande, così mi congedo da Gianni e Terese con la promessa di risentirci nei giorni successivi.

Qualcuno ha detto che non sono i soldati a iniziare le guerre, ma gli uomini. Casomai i soldati servono a farle finire. Personalmente ho sempre creduto che i bravi soldati detestino le guerre, esattamente come i bravi pompieri detestano gli incendi. Ho ragione di credere che Gianni sia veramente un bravo soldato, soprattutto per il fatto che a guardarlo vestito in abiti civili non abbia affatto l’aria di essere un soldato, ma tutt’altro.
È pur vero che gli incendi non si spengono a parole, occorre qualcuno che abbia il coraggio di indossare maschera, guanti e stivali per andare a domarli. Il fuoco, così come la guerra, può bruciare e uccidere, ma per fortuna non c’è solo il fuoco: ci sono anche paesi da ricostruire o gattini da salvare… Soldati e pompieri esistono anche per questo.

Vivere e morire a Kabul, la discriminazione vista con gli occhi degli afgani

Ispirato ad una storia vera, “Osama” è il primo film prodotto in Afghanistan dopo la caduta del regime talebano del 2002, interamente girato a Kabul, con attori non professionisti e pochissimi mezzi. Un film duro, spietato, tragico, crudo e rigorosamente preciso nel documentare uno dei momenti storici più difficili e violenti del paese. Il regista Siddiq Barmak si ispira alla storia vera di una bambina che era stata barbaramente giustiziata dal regime talebano per essersi travestita da maschio e aver frequentato le scuole da cui le donne erano estromesse. Se la notizia fece più scalpore sulle nostre televisioni e giornali che in quel Paese abituato a storie di ordinaria violenza e di terrore, il cineasta afgano ne era rimasto profondamente turbato e aveva deciso di rielaborare la vicenda per farne un film, coraggioso e tremendo. Era il 2003, le manifestazioni in piazza delle donne venivano disperse con violenti getti d’acqua, repressioni feroci che soffocavano il grido di “dateci lavoro, non vogliamo fare politica, abbiamo fame”. Cartelli, mare di veli azzurri, centinaia di donne che marciavano lungo strade fangose e sterrate. Povertà, dolore e rassegnazione obbligavano a dover rinnegare la propria identità. Si arrivava a maledire il giorno della propria nascita, se si aveva la terribile (e temibile) sventura di venire al mondo in un mondo di uomini, dominato solo da uomini, in un mondo fatto di devastazione, ferite, dolore e grigiore. Donne cui era vietato uscire se un uomo non le accompagnava. Figuriamoci lavorare (non che oggi la situazione sia profondamente cambiata).

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La locandina

Maria (Marina Golbahari), la protagonista senza sorriso e senza amore, ha dodici anni e vive, con la madre (Zubaida Sahar) e la nonna, nella più totale miseria ed emarginazione, dopo essere sopravvissute alle dure repressioni di piazza del regime talebano. Il padre e lo zio, uniche presenze maschili in grado di assicurare la sussistenza, sono morti in guerra e così è costretta a fingersi un maschio per poter lavorare e mantenere la famiglia. Maria diventa Osama. Spaurita e sofferente, viene condotta insieme a molti suoi coetanei, nella scuola talebana, la Madrasa, per imparare il Corano e la guerra. Oltre alla sua fragile voce, sarà proprio la palese manifestazione della sua natura biologica a offrire a tutti l’inoppugnabile prova della sua vera identità e a condurla al patibolo. Continuerà a sbagliare, non riuscirà a nascondere la sua femminilità e ad adattarsi a regole, gesti, modi e pensieri da maschio. Nonostante i tentativi di aiuto di un ragazzino, amico più grande.

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Maria, la protagonista costretta a celare la sua identità

Rispetto alla bambina che ha ispirato Barmak, a Maria verrà risparmiata la vita, ma non la libertà. Una terribile condanna, infatti, la priverà brutalmente della sua infanzia e la escluderà per sempre dal mondo. Il vecchio Mullah la “salverà” barbaramente, chiudendola in casa per farne la più giovane delle mogli. Una trappola che sarà per sempre, un orrore; epilogo terrificante, che non necessita di parole. I volti dei protagonisti sono segnati dalle rughe profonde della paura, dalle lacrime della disperazione, dalla polvere di un Paese perso, dal grigio della mancanza di libertà, dal nero di una voce che non può parlare, dalla miseria creata da un regime e da una guerra che non perdonano. Intensa la recitazione degli attori che hanno ancora vivi i ricordi delle devastazioni umane e materiali patite; tra tutti, indimenticabile la protagonista, i cui occhi vitrei, persi e malinconici bastano da soli a raccontare la sofferenza delle donne oppresse, quella di un intero popolo. Una sofferenza che attraversa lo schermo, occhi senza gioco, gioventù e spensieratezza, simili a quelli di un cerbiatto ferito, che quasi rimproverano lo spettatore per restarsene lì immobile a non fare nulla. Quello sguardo scuote stanchezza, noia e indifferenza, paure, problemi, ambizioni e incertezze di ogni giorno che diventano nulla, se confrontate a quel grido di dolore. Ci si sveglia, si rimane scossi, si pensa, si riflette, non si è più come quando si è entrati in sala. Per non dimenticare, per non essere più tanto distratti, per poter riparare a quegli errori, magari, un giorno, non ripetendone di uguali.

Osama“, di Siddiq Barmak, con Marina Golbahari, Arif Herati, Zubaida Sahar, Gol Rahman Ghorbandi, Mohamad Haref Harati, Mohamad Nader Khadjeh, Khwaja Nader, Hamida Refah, Afghanistan/ Giappone/Irlanda, 2003, 82 mn

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