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Zaki, Regeni, profughi libici:
ma quali Draghi, siamo straccivendoli.

 

Il ministro degli Esteri Di Maio, con la sobrietà che gli è propria, si intesta il merito del ritiro del contingente militare Nato (compreso quello italiano) dall’Afghanistan.
Lo stesso ministro degli Esteri, assieme al Governo di cui fa parte, non riesce a far uscire dal carcere egiziano non un contingente, ma un singolo studente trapiantato a Bologna, Patrick Zaki, detenuto da un anno e due mesi a forza di detenzioni preventive, per un’accusa priva di qualunque fondamento.
Mario Draghi, alla domanda su come il Governo si atteggi di fronte alla richiesta di concedere la cittadinanza onoraria a Zaki, se la cava pilatesco dicendo che è una “iniziativa parlamentare”.

Mario Draghi è lo stesso che, la settimana scorsa, in visita al nuovo premier libico, ha lodato il contributo della Libia nei “salvataggi in mare”. Cito cosa ha scritto Paolo Pezzati di Oxfam (una delle più famose Ong) a proposito di questi ‘salvataggi’: “6.700 persone sono morte in mare e almeno 55.000 sono state intercettate e riportate in Libia dalla cosiddetta Guardia Costiera, di cui quasi 12.000 nel 2020 e la cifra record di oltre 5.900 da inizio 2021. Uomini, donne e bambini finiti in quei centri di detenzione (e non di “accoglienza”, come li chiama l’ex ministro Marco Minniti) dove abusi e torture da anni sono sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale”.

Mario Draghi, infine, è lo stesso che, ripetutamente richiesto di dire la sua sullo sgarbo che il premier turco Erdogan ha fatto a Ursula Von Der Leyen, facendola prima stare in piedi, poi seduta in posizione defilata e a debita distanza dai due statisti uomini (tra cui il presidente del Consiglio Europeo Michel), si è lasciato sfuggire che Erdogan è un dittatore, ma che bisogna trattarci perchè “ne abbiamo bisogno”.

Nessuno è così idealista, o stupido, da pensare che Mario Draghi debba proclamare ai quattro venti che in Libia e in Egitto i diritti umani sono calpestati dalle istituzioni al potere così, solo per il gusto di farsi dire “bravo” per un filotto di dichiarazioni politicamente corrette, dopo quella sulla Turchia.
Si sa che la diplomazia agisce, non parla. Infatti non si pretenderebbe che parlasse come se fosse il portavoce di Amnesty International: Amnesty può utilizzare solo l’arma della denuncia e della pressione mediatica per perseguire i propri obiettivi, uno stato sovrano invece (sedicente ottava potenza industriale del mondo) dovrebbe avere altri mezzi per persuadere i “dittatori con cui bisogna trattare”  che, appunto, è il caso di trattare non solo su quante armi gli vendiamo, ai dittatori, ma anche su come devono rispettare i diritti di libera opinione senza incarcerare o ammazzare i presunti “oppositori”, che spesso sono ricercatori e studenti formatisi alle nostre università, come Giulio Regeni e Patrick Zaki.

“Bisogna trovare l’equilibrio giusto”, afferma Draghi. Quale sarebbe l’equilibrio giusto da raggiungere nel caso di Zaki, nel caso Regeni, nel caso Libia? Vendere all’Egitto un’altra nave da guerra, la Fremm, frutto della coproduzione Fincantieri e Leonardo, ex Finmeccanica? (a proposito, sapete cosa fa adesso Marco Minniti, ex ministro degli Interni dei decreti sicurezza che lo hanno fatto lodare da Salvini e Meloni? Il responsabile della fondazione che fa capo a Leonardo). Quale sarebbe l’equilibrio giusto con la Libia? in nome della ripresa di grandi contratti di politica energetica, per la costruzione di grandi infrastrutture, chiamare le torture “salvataggi”? Far intercettare, come ha fatto la procura di Trapani, i giornalisti che facevano inchieste sul traffico di esseri umani in Libia (e non solo, si badi, i colloqui con indagati, ma anche tra i giornalisti e i loro avvocati)?

Per trovare soluzioni a problemi enormi bisogna spesso sporcarsi le mani, ne convengo. Sono tutti bravi a dividere la realtà in bianco e nero dalle pagine di un articolo, ne convengo. Però una domanda me la faccio: a cosa serve la politica? Se la politica non opera delle scelte che possano modificare uno stato di cose in senso nemmeno umanitario, ma umano, e si occupa solo (solo) di mettere le mani sulle grandi commesse, sacrificando totalmente sull’altare degli affari qualunque altro diritto umano, e lasciando che la violenza e il sopruso financo verso propri cittadini regnino indisturbati, a cosa serve?
A cosa serve la diplomazia?
La diplomazia non è la capacità di convincere con educazione dei dittatori sanguinari che devono essere meno cattivi. Non è mica questo. La diplomazia è la capacità di esercitare, con discrezione e fermezza, il peso delle proprie armi economiche per ottenere il rispetto dei diritti della persona. Invece noi, la realpolitik sembriamo interpretarla solo in maniera subalterna: siccome dobbiamo fare affari con loro, allora dobbiamo evitare di rompere i coglioni. Ma anche loro devono fare affari con noi, diamine. Possibile che la nostra diplomazia non riesca ad imporre mai alcune delle proprie condizioni alla conclusione di affari che si immaginano profittevoli anche per i dittatori?

Dispiace rilevare come anche sotto il premierato di un uomo che si è guadagnato una statura internazionale, come Draghi, la politica estera del nostro paese dimostri la statura di uno straccivendolo che cerca di convincere un cliente capriccioso e stronzo a comprare i suoi stracci.

GRANDI AFFARI E GRANDI EVASORI:
ogni anno una montagna di soldi vola nei paradisi fiscali

“I ricchi devono pagare le tasse. Le leggi sono molto chiare e loro usano ogni modo possibile per sfuggire e portare il denaro nei paradisi fiscali”. Così José Angel Gurrìa, messicano. Non a un clandestino incontro di zapatisti, ma nella sua qualità di presidente dell’Ocse al summit di Davos, “il posto dove i miliardari dicono ai milionari come sta la gente comune”. È la definizione del banchiere Jamie Dimon, che di ricchi se ne intende e ne è componente autorevole.
“Dobbiamo rafforzare i controlli”, insiste il Presidente dell’Ocse. È convinto che sia essenziale dato il tema del forum di Davos, “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World” ovvero “Portatori d’interesse per un mondo coeso e sostenibile”.

Sarebbero 7.500 miliardi, di cui 1.500 appartenenti a cittadini europei, gli euro occultati nei paradisi fiscali. Ce ne sono di accoglienti nella stessa Unione Europea. In quindici anni i patrimoni così collocati si sarebbero moltiplicati di oltre venti volte. Oltre la metà della ricchezza offshore appartiene a ricchi di paesi non dell’Ocse. Tra questi è imponente la crescita dei cinesi. Occultano più di tutti gli europei messi insieme. Inoltre gli Stati Uniti detengono un quarto della ricchezza evasa – più elegante chiamarla offshore – e non aderiscono al Common Reporting Standard, non scambiano informazioni essenziali per arginare l’evasione.

Restiamo a una classifica europea, come calcolata nel 2016 nell’UE: prima è la Germania, seconda la Francia, terzo il Regno Unito, solo quarta l’Italia, che però, grazie alla Brexit, ora può considerarsi sul podio. La commissione del Parlamento Europeo, che ha studiato l’argomento, ha sottolineato che mancano volontà e impegno nel combattere evasione, elusione fiscale, criminalità finanziaria. Inoltre sette Paesi – Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi, spesso pronti a farci la morale – presentano le caratteristiche di paradiso fiscale per le persone fisiche e le multinazionali.

Se il podio per ricchezza imboscata ci è sfuggito nel 2016, sull’evasione complessiva ci siamo prontamente rifatti. Nel marzo dello scorso anno il Parlamento Europeo ha approvato una relazione sui reati finanziari, l’evasione e l’elusione fiscale. Sugli 825 miliardi di evasione fiscale stimati nell’Unione Europea, 190,9 sono attribuiti all’Italia, 125,1 e 117,9 rispettivamente a Germania e Francia. Anche calcolando l’evasione suddivisa per abitante – la ben nota statistica del pollo, se tu ne mangi uno e io niente risulta mezzo pollo a testa, se tu evadi due milioni e io niente, risulteremo evasori di un milione a testa – l’Italia è in cima alla classifica, precedendo la Danimarca dove del marcio, da Amleto in poi, deve essercene rimasto. Il Parlamento Europeo ha rivolto una serie di raccomandazioni agli Stati membri. Forse, considerato che gli evasori utilizzano tutti i servizi pubblici senza averli pagati, vilipendendoli e guadagnandoci pure con lucrose privatizzazioni, si potrebbe, intanto, smettere di dire “fare i portoghesi”.

Magari si potrebbe seriamente operare per recuperare il maltolto dagli evasori nostrani, invece di premiarli con l’ammirazione e ogni sorta di scudi fiscali, grati per ogni elemosina che possono fare. Non è facile. Più facile è inveire contro i poveri che vengono dal mare, come se i guai venissero da loro. Vero che di poveri ne abbiamo già, ma non è colpa dei nuovi arrivati. Li avevamo da prima. Temo che i nostri evasori, recidivi e impuniti, continueranno a evadere “a prescindere”, come direbbe Totò. Non hanno gli scrupoli suoi in “Un turco napoletano” quando si risolve, solo perché in pericolo di vita, a evadere dal carcere di notte. Non vuole che di lui si dica “e-vaso di notte”. Notte e giorno non fanno differenza per i professionisti dell’evasione.

Non bisogna mai perdere la speranza. Ma credo li ritroveremo l’anno prossimo a Davos, lustri e compiaciuti, talora perfino commossi. Immutati nei comportamenti. Così, leggo, hanno ascoltato in religioso silenzio Greta Thunberg annunciare “La nostra casa è in fiamme… qui a Davos amate parlare di storie di successo ma questo successo finanziario è costato un prezzo immenso”. Adottare un motto non costa nulla, soprattutto se è un acronimo suggestivo: ESG, Environmental, Social and Governance. Basta che non interferisca con gli affari.

Offline e molto online – Covid permettendo – sarà il World Economic Forum di Davos 2021. I leader governativi e aziendali globali si connetteranno con 400 città per un dialogo orientato al futuro. L’intento è coinvolgere soprattutto i giovani sul tema dell’incontro, “The Great Reset”, il grande ripristino. Klaus Schwab, fondatore e presidente del Forum, dice che un “grande ripristino” è necessario per un nuovo contratto sociale “incentrato sulla dignità umana, sulla giustizia sociale, e dove il progresso sociale non sia in ritardo rispetto allo sviluppo economico”. Ottimo intento se la dignità umana sarà riconosciuta a prescindere da redditi e patrimoni e sostenuta da misure che assicurino, come pure è possibile, a tutti un’esistenza libera e dignitosa. È il rovescio di quanto fanno attualmente i leader governativi e aziendali.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il clima delle persone

La creatività si nasconde nelle vie silenziose della Ferrara che tace. I creativi sono schivi, lavorano in silenzio, ma se hai l’occasione di incontrarli sono ricchi di parola, d’anima, di suggestioni e di energia da donarti. Quella che scopri ti sembra un’altra Ferrara, ma per te, che da anni scrivi di città della conoscenza, non certo inaspettata.
Varchi una porta davanti alla quale sei passato per anni del tutto ignaro e scopri che lì una volta c’era un forno per cuocere le coppie di pane ferrarese, con la sua rivendita accanto.
Il locale è rimasto qual era, con le sue bocche da fuoco che si aprono su una parete di maioliche bianche. Ora non ci fanno più il pane, ora lo spazio è il luogo in cui lavora un’intelligenza creativa della città, come una presenza in disparte, da non disturbare, perché possa sfornare le sue sorprese: una scultrice del legno. Sì perché a Ferrara, terra della bassa e dei filari di pioppi, si dà vita all’acero, al tiglio, al cirmolo, al rovere e al frassino, come nelle nostre dolomiti, dalla Val Gardena al Bleggio Superiore.
Pare un teatro questo atelier, dove forme e oggetti del tempo sostano solo apparentemente in silenzio come quella parte di città che li ospita, ma in realtà attendono di tornare ad essere vivi nel loro forno di una volta appena tu te ne sarai andato, non senza aver compreso il segreto della loro magia.
Noi ferraresi con la terra, intendo la malta, l’argilla, abbiamo un rapporto particolare perché ci sentiamo costituiti di quella fanghiglia che fa il fiume quando lambisce i suoi argini e poi c’è la nebbia che la bagna e le dà forma. Il racconto del Genesi, quando il dio alitò la vita nel fango, doveva essere ambientato qui da noi.
La ceramica ferrarese ha un’antica tradizione, ora da scoprire è quella reinventata nelle botteghe che ormai capita di incontrare sempre più spesso nella nostra città. Tane della creatività dove si impasta l’argilla in nuove forme e nuovi colori, come nella città si lavora il plexiglass, si fanno vetrate, si dipinge con la carta reinventando i grandi gialli e verdi dei campi di girasole di Van Gogh.
Nel silenzio Ferrara custodisce un sapere tacito che nutre i luoghi del “fare creativo”. Crediamo di essere nella società dell’informazione e della conoscenza, ma la creatività resta come in ogni epoca il fattore chiave dell’economia e della società, nel lavoro come in altre sfere della nostra vita. L’impulso creativo è quello che distingue l’umanità dalle altre specie. Di questa creatività brulica la nostra città.
L’abbiamo scoperta la scorsa settimana, il 23 e il 24 marzo, accompagnati dai bravissimi studenti del nostro Liceo Artistico, Dosso Dossi, che ci hanno guidati per gli itinerari di “Cardini” alla scoperta degli atelier di 23 artisti ferraresi, iniziativa promossa dal CNA e patrocinata dall’amministrazione comunale.
Artisti e giovani che si preparano all’arte, una cura, un’attenzione, una solidarietà tra generazioni, bella, nuova e importante. Vorremmo che non fossero occasioni, ma il fare quotidiano proprio di una città della conoscenza, di una città che apprende. Di una città che fermenta di pensieri, di idee, di creazione, di apprendimenti che passano di mano in mano, di testa in testa.
Vorremmo che fosse il clima della città, la sua linea di fondo, la sua colonna sonora, quello che Richard Florida nel suo ‘The rise of the creative class’ definisce come “people climate” contro il “business climate”, il clima delle persone anziché degli affari che invece ancora ispirano l’idea di Ferrara “città della cultura”.
Un clima capace di formare, attrarre e trattenere persone speciali, non solo creative. Perché il futuro si gioca sull’intelligenza e sul sapere, sulle competenze e sulla qualità delle persone, più che sugli affari, più sulle botteghe della creatività che sulle retrobotteghe, a partire dalle città, i nuovi hub del millennio.
Scoprire la creatività che scaturisce dal lavoro delle mani dei giovani studenti del Dosso Dossi impegnati a dare corpo e colore alle loro fantasie sui pannelli di legno che circondano il cantiere delle case dell’Acer in via Fiume, a dimostrare che la scuola può uscire dalle sue mura.
Che è possibile una scuola senza mura che liberi il potenziale di intelligenze giovani che tiene in ostaggio nelle aule tra cattedre, banchi e programmi da condurre in porto.
Che le nostre scuole brulicano di potenzialità preziose che non devono attendere il domani per esprimersi, ma che hanno il diritto già oggi di dare il loro contributo alla città che è loro come di tutti noi. Ed è compito di noi adulti fornire loro più di un’occasione.
Luci, bagliori, flash che contrastano con il grigio squallore della balbettante campagna dei candidati a governare la città, che già mostra d’essere più intelligente di loro. Più intelligente delle paure, più intelligente delle soluzioni che ciascuno presume di tenere in tasca, più intelligente delle assemblee civiche che si guardano dentro anziché apprendere a guardare fuori.
Nessuno si mostra capace di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, di accendere il futuro, di illuminare d’entusiasmo il grigiore delle nostre nebbie.
Intanto per fortuna la città, nel silenzio, continua a palpitare dentro.

L’accoglienza vista da un treno di infima classe

Domenica, dopo avere concluso una due giorni di lavoro particolarmente impegnativa me ne stavo tornando a casa in treno regionale e, approfittando della calma, stavo mettendo ordine nei vari materiali raccolti. Alla seconda fermata sale un numeroso gruppo di giovani africani un po’ rumorosi come nel loro costume, ma nel complesso compagni di viaggio come altri. Noto quelli che si posizionano vicino a me, tutti giovani, ben curati, con jeans stracciati come il faut, braga bassa, scarpe da ginnastica non dozzinali, pendagli e cappellini; tutti corredati di cuffie e smartphone.

Continuavo il mio lavoro assorto con il biglietto ben visibile nel taschino della giacca quando passa il controllore, una ragazza giovane e minuta; si ferma; io esibisco il mio documento di viaggio e lei con fare un po’ impacciato mi dice: “Mi vergogno moltissimo a chiederle il biglietto”; un po’ stupito le chiedo come mai e lei: “Il vagone è pieno di extracomunitari (beh, me ne sono accorto!) e lei è l’unico che ha il biglietto”. Resto francamente interdetto, capisco il suo imbarazzo e le chiedo cosa ci sta a fare la polizia, che su queste cose dovrebbe vigilare.
Finisco il lavoro, chiudo il computer e decido di postare la cosa su Twitter.

Tweet 1Controllore: “mi vergogno a chiederle il biglietto…” Perché? “La carrozza è piena di africani tutti senza biglietto. Lei è l’unico che paga”

Quindi, da bravo sociologo, aggancio uno dei ragazzi che mi pare sveglio e gli faccio una mini intervista, tentando prima con l’italiano e poi con l’inglese. Da dove vieni e venite? Nigeria. Da quanto siete in Italia? Un anno circa. Come mai non pagate il biglietto? Noi, no work no money, mi risponde con un gran sorriso. Proseguo per entrare nel vivo, ben intenzionato a capire come sono arrivati, dove vivono, come passano il tempo e dove trovano i soldi per vestiti, scarpe, cuffie e smartphone. La cosa sembra funzionare ma di li a poco, un agitazione crescente che si diffonde nella carrozza mi indica che non riuscirò a perseguire il mio obiettivo. Il treno infatti rallenta: uno dei giovani in mezzo al corridoio inizia a saltellare e a sbracciarsi gracchiando a mo’ di rap: “no lavoro no soldi, no lavoro no soldi, no lavoro no soldi”.

Tweet 2Tutti i viaggiatori abusivi africani sono ben vestiti e con smartphone. Ne interrogo uno: “In Italy da 1 year, from Nigeria, No work, no money”

I ragazzi trottano in varie direzioni e si fiondano frettolosamente giù dal treno ormai giunto al capolinea. Scendo e vedo il controllore che indica a due poliziotti quelli in fuga, mentre quattro di loro vengono pacatamente fermati. Esco dalla stazione e, due minuti dopo, li vedo già in piazza che sciamano a piccoli gruppi verso gli autobus in attesa, tutti euforici e contenti.

Tweet 3“Giunti a Piacenza i baldi giovanotti africani si danno a giocosa fuga. 4 fermati dalla Polfer li vedo in Piazza 2 minuti dopo”

Dal bip dell’iphone sento che ci sono messaggi in arrivo e mi accorgo che i miei tweet hanno scatenato l’inferno. Chi s’indigna, chi s’incazza, chi porta altre esperienze personali, chi non risparmia qualche battuta pesante. Purtroppo realizzo di aver postato senza collegare i tweet con un hashtag e la storia che volevo raccontare è frammentata in tre blocchi separati. Comunque ecco qualche risposta che mi arriva via Facebook:

Commento Fb 1“Sarebbe bene ascoltare la voce di questi viaggiatori abusivi africani come tu li hai definiti, sarebbe ancora meglio porgli domande dirette e capire perché non hanno lavoro e basta con la solita propaganda populista e razzista che loro tolgono il lavoro a noi”

Commento Fb 2“[…] questa non è accoglienza, ma piuttosto è semmai mancanza di organizzazione e controllo da parte delle autorità, queste persone vivono in Italia ma non appartengono al sistema quindi non seguono e non conoscono le regole, davanti ad una massa così prorompente la popolazione autoctona non può avere responsabilità”

Un altro post di commento propone un’esperienza personale diretta decisamente fastidiosa ed inquietante:

Commento Fb 3“Su certe tratte o i controllori hanno il supporto della polfer e fanno applicare il regolamento oppure fa bene il controllore a evitare. […] A me, una volta, è capitato ben di peggio. Era pieno di extracomunitari senza biglietto a cui il controllore non ha fatto nulla, è arrivato a un signore anziano davanti a me, che aveva il biglietto regolarmente, ma si era dimenticato di obliterarlo. Il controllore pretendeva che il signore pagasse 5 euro di multa per mancata obliterazione. A quel punto c’è stata una vera insurrezione popolare, delle persone in regola che si sono opposte fermamente. Con che coraggio poteva pretendere i 5 euro da un vecchietto, che comunque aveva pagato il biglietto, quando ci saranno state almeno 20 persone in quella carrozza senza biglietto?”

A qualcuno che sostiene che i poveretti scappano dalla guerra un commentatore così replica:

Commento Fb 4“Scappare dalla guerra? Ricordo che si scappava dalle guerre quando c’era un invasore straniero troppo potente che schiacciava interi popoli… vedi i profughi delle invasioni naziste! Ma quando “guerra” significa guerra civile, ricordo che si restava e si combatteva per il futuro del proprio paese! Casomai si mettevano in salvo donne e bambini facendo partire quelli… ma vedo che la stragrande maggioranza di questi “rifugiati” è composta da giovani maschi, in teoria, perfettamente in grado di combattere! C’è qualcosa che non mi torna!”

Trascuro il resto della conversazione virtuale per trarre qualche considerazione operativa dalla mia piccola e, tutto sommato, divertente avventura, che ho avuto modo di condividere con altre persone.
Vi è innanzitutto una gran differenza tra polemizzare sui social ed essere presenti in prima persona, con tutti i timori, le paure e i sentimenti che questa presenza comporta. E’ proprio questo vissuto tangibile, che può essere sperimentato, solo dagli attori protagonisti, che non viene più riconosciuto come pertinente nel mare dell’informazione digitalizzata; tuttavia è proprio questo il livello della vita quotidiana dove sempre più spesso le persone comuni esperiscono soggettivamente l’impatto straniante generato dalla presenza massiccia di persone differenti, che spesso non seguono le regole comuni e di cui non comprendono né lingua né comportamenti.
Tutto questo non sarebbe certo fonte di tensione se i migranti di altra etnia e cultura fossero micro minoranze distribuite e assolutamente desiderose di integrarsi attraverso il lavoro: chi gira l’Italia sa però che vi sono luoghi, tratte di trasporto pubblico, giardini, interi quartieri, dove sempre più spesso l’abitante autoctono si trova esso stesso in qualità di timoroso estraneo.
Situazioni dove i cittadini italiani passano con la testa bassa, covando rancore, reprimendo la rabbia, con la paura incollata addosso; vie, piazze e giardini, che le donne evitano o che attraversano con gli occhi bassi per non incontrare lo sguardo di qualche giovanotto che potrebbe fraintendere.
Osservando questi luoghi – come la carrozza ferroviaria teatro di questa descrizione – si ha la netta sensazione che l’accoglienza, l’integrazione, l’aiuto, siano solo una vuota rappresentazione retorica da esibire nei salotti della politica mediatizzata e, che poi, alla prova dei fatti, chi si trova col problema sotto casa, lo debba semplicemente subire in silenzio.
Dunque, intorno ad un comportamento piuttosto banale di un gruppo specifico – non pagare il biglietto e non subire per questo alcuna forma di sanzione – si addensa una fitta costellazione di altri comportamenti – non avere un lavoro ma possedere ed esibire i segni della società dei consumi, bighellonare negli orari in cui la gente lavora – che alimentano sospetti e pregiudizi che rischiano di ricadere anche su quei migranti operosi che attraverso il lavoro costruiscono la loro integrazione.
Ma più ancora – di fronte al racconto di questa storia banale – intristisce il sentire la rabbia, la sofferenza vera e disperata di quegli italiani che, caduti in povertà per causa della crisi, si sentono discriminati, abbandonati da uno stato corrotto, feroce nella sua protervia burocratica e, allo stesso tempo, incapace di far rispettare ai nuovi venuti, per la cui accoglienza investe miliardi di euro, le più elementari regole della vita civile.

La catena alimentare: pesci grandi e pesci piccoli

Esiste una catena alimentare tra gli esseri umani in cui il più debole è sacrificato sull’altare del benessere personale dell’elemento più forte. Se poi entra in circolo nella catena alimentare anche il tema dell’immigrazione, l’altare in cui si offriranno più sacrifici sarà quello del dio denaro. In una sequenza infinita di dare e avere, c’è chi offre un servizio a chi, per ripagarsi dei soldi spesi, ne offrirà un’altro, lucrandoci, al proprio vicino più svantaggiato. Ne sono pieni i titoli dei giornali: lavoro in nero, falsi certificati, fittizi contratti di lavoro tutti finalizzati ad ottenere l’agognato permesso di soggiorno. Si è aperta a settembre, presso il Tribunale di Ferrara, la prima udienza preliminare che vede imputate un’impiegata della Prefettura, un’avvocatessa ferrarese e tre imprenditrici cinesi accusate di aver gestito un’organizzazione che, dietro pagamento di sette mila euro da parte di connazionali cinesi, presentava domande di permesso di soggiorno prodotte sulla base di falsi contratti di lavoro e di affitto di immobili.
Ci guadagnano professionisti e operatori italiani, ma ci guadagnano anche cittadini stranieri che, a loro volta, trovano il modo di lucrare alle spalle dei propri connazionali. Il lavoro in nero è la prima e più frequente delle piaghe indotte da questo sistema: che sia la badante per il genitore anziano o il muratore che costa una miseria per il proprio cantiere, la casistica vuole che il cittadino italiano si metta in tasca diverse migliaia di euro risparmiate non regolarizzando il lavoro del proprio dipendente. Dipendente che spesso è un cittadino irregolare che non può aspirare a niente di meglio, data la propria situazione ai margini della legalità. Una illegalità che persiste proprio per l’impossibilità ad ottenere un contratto di lavoro regolare che, di fatto, regolarizzerebbe un’intera esistenza.

Come detto, ci guadagna il cittadino italiano ma, spesso, ci guadagna anche il cittadino straniero, in un sistema di truffe incentivato proprio dalla lotteria “permesso di soggiorno”, il titolo che autorizza la presenza dello straniero sul territorio dello Stato Italiano e ne documenta la regolarità. In sostanza si tratta di trovare una persona dotata di partita iva o attività commerciale, che dichiari di assumerti e ti fornisca un alloggio. Da qui nasce il fenomeno dei “referenti nazionali”: stranieri già presenti in Italia che, dietro il pagamento di laute somme di denaro, fanno da intermediari con i propri connazionali per fornire loro i requisiti di lavoro e alloggio richiesti. Da qui nasce la tragedia dei lavoratori cinesi, stipati in piccoli laboratori-dormitori, costretti a vivere per lavorare e ripagare così il proprio “permesso d’oro”. E sempre da qui nascono le liti tra condomini che vedono un via vai, nella propria palazzina, di famiglie nigeriane sempre diverse tra di loro, fatti passare per ospiti ma in concreto subaffittuari del medesimo appartamento. Lo fanno per disperazione? Lo fanno per cattiveria? Lo fanno perché, in un sistema malato che li costringe ai margini della società, non gli resta che rispolverare l’atavica legge della giungla sui più deboli (i nuovi arrivati) dei loro connazionali? Le voci di critiche si susseguono: “sono troppi, ci rubano il lavoro, rubano in casa nostra, portano le malattie”. Le malattie però non fanno paura se “quello lì”, l’immigrato, ti offre quattro mila euro in contanti per portarti all’altare. La situazione è molto più complessa e trasversale del “noi con loro” o “noi contro di loro”. Se i carnefici fossimo solo noi la situazione sarebbe paradossalmente più tranquillizzante, ma se i carnefici sono anche “tra loro”, se a sfruttare i nuovi arrivati sono gli immigrati stessi, quelli di lungo corso, la situazione diventa ben più destabilizzante.

In una disputa in cui in palio è il permesso di soggiorno o l’asilo politico, a seconda delle situazioni, si combatte senza esclusione di colpi. Persone fuggite dalla guerra e dalla povertà, in cerca di un futuro migliore per sé e i propri familiari, diventano pedine, perdenti fin dall’inizio, di un sistema che non riesce ad arginare i suoi fenomeni di criminalità. Lo status di rifugiato viene riconosciuto dalla Commissione territoriale competente, in seguito alla presentazione della domanda di protezione internazionale, nel caso in cui lo straniero possa dimostrare il fondato timore di subire nel proprio paese una persecuzione personale, ai sensi della Convenzione di Ginevra. Sacrosanto diritto. Ma la maglia di protezione, spesso, si dimostra troppo larga se, consigliati da competenti addetti ai lavori, spesso avvocati, si riesce ad incasellare un percorso di vita in uno dei requisiti richiesti per ottenerlo. Molti “omosessuali” tunisini sono entrati in Italia per poi sposarsi successivamente con proprie connazionali.

Le numerose domande sulla giustezza di tutto ciò dovrebbero orientarsi, oltre che sul valore della persona, anche sulla correttezza del sistema. Gli immigrati, identificati in un qualsiasi paese della comunità europea, hanno l’obbligo di rimanere in quel paese fino al chiarimento della propria posizione. Mesi in cui la vita è sospesa, ospiti invisibili in attesa di un giudizio finale. Una condizione di vita che abbruttirebbe qualunque essere umano che si vedesse costretto a dormire in un ostello, a bivaccare in una panchina, passando intere giornate in attesa del nulla. Qualsiasi essere umano, appunto: noi come loro.

LA RIFLESSIONE
Il mercato della paura

Nel bene e nel male ci sono forze molto potenti che spingono verso la creazione di un ambiente di vita sempre più artificiale all’interno del quale già dobbiamo, e sempre più in futuro dovremo, ripensare il nostro comportamento, le nostre modalità di interazione e l’etica in base alla quale queste potrebbero essere regolate. Una di queste forze, importante quanto sottaciuta, è l’umanissima paura: un’emozione che è diventata una merce tra le più importanti nell’arena politica e massmediatica.
Sul fomentare e cavalcare la paura si reggono certi populismi e prosperano industrie fiorenti che fanno della prevenzione e gestione del rischio la loro missione, alimentando un circuito in crescita costante che viene giustificato dalle richieste esplicite di buona parte dei cittadini. Non servono dati per rompere questo schema: per rendersene conto è sufficiente osservare e saper ascoltare le conversazioni della gente, seguire le diatribe sui social network.
La paura è una componente chiave del grande gioco dei bisogni su cui si regge la società del consumo coatto: la paura più diffusa si regge sull’ignoranza costantemente alimentata e genera odio e rancore, promuove l’isolamento sociale e la chiusura in clan, ha costante bisogno del diverso irriducibile, del nemico, del male contro cui scatenare la rabbia repressa con tutta la potenza di un apparato tecnologico percepito come neutrale. La paura più profittevole trova un mercato in crescita straordinaria i cui prodotti e servizi sembrano promettere agli occhi del cittadino medio la riconquista a buon mercato del senso di sicurezza perduto.
Che fare dunque di fronte al piccolo furto, all’effrazione, al danno gratuito, all’inciviltà che si manifesta proprio sotto casa? Come reagire all’astio e al timore generati dal bombardamento di violenze, delitti, stupri, assassinii, furti e crudeltà varie che costituiscono la dieta quotidiana proposta da giornali e telegiornali? Molti cittadini non hanno dubbi: dotarsi dei sistemi di sicurezza personale e domestica, chiedere con forza l’installazione di videocamere per il controllo sempre più stretto del territorio, auspicare infine leggi sempre più dure e mirate fatte valere da forze di polizia più veloci ed efficienti. Qualcuno, a onor del vero, chiede anche il diritto di armarsi liberamente ma, almeno per ora, si tratta di minoranza trascurabile.
Quando domina la paura si cercano soluzioni aggressive, si ignorano quelle basate sulla collaborazione, sulla socialità che contraddistingue da sempre gli esseri umani; non si crede più che un senso civico diffuso e profondo possa essere un ottimo deterrente, non si pensa che il modo migliore per tutelare gli spazi, i beni comuni, i luoghi pubblici rendendoli vivibili, sia semplicemente quello di viverli senza trasformarli in non luoghi da controllare tramite le forze di polizia e le tecnologie del controllo.
Ma l’industria della paura alimenta affari, genera profitto e lavoro, risponde perfettamente all’imperativo della crescita, è più vicina all’attuale sentire della gente: sostiene la domanda di servizi privati per quanti se li possono permettere, produce case blindate, quartieri asettici impenetrabili per i più abbienti, antifurto per i meno abbienti; mette a disposizione tecnologie interconnesse per il controllo, ‘device’ mobili che consento il tracciamento sistematico di ogni spostamento di veicoli, animali e persone, videocamere e microfoni per vedere e sentire ogni cosa. Tuttavia, questi sistemi impersonali rischiano anche di alimentare una costante deresponsabilizzazione, una perdita ulteriore della già scarsa educazione civica, un isolamento ancora maggiore delle persone, una perdita di fiducia nell’altro e nelle sue potenzialità genuinamente umane, alimentando la spirale perversa, della sfiducia, dell’insicurezza percepita e della paura.
Sono effetti per certi versi imprevisti e perversi dei nuovi e affascinanti ambienti di vita che si stanno affermando, nei quali infrastrutture digitali sempre più connesse daranno intelligenza crescente anche al sistema degli oggetti: l’internet delle cose, le smart city, la domotica, rappresentano un futuro già presente che ci spinge con forza a ripensare il nostro posto nel mondo, le nostre relazioni, il rapporto con la tecnologia e la natura, le nostre priorità. Che ci spinge forse, a fare i conti fin da ora con le nostre paure evitando che proprio su di esse venga edificata una società ‘tecnogena’ che non potrebbe garantire nulla di buono per l’uomo futuro.

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