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C’era una volta Riccardo Nielsen… Una breve storia del “Frescobaldi” di Ferrara

di Giordano Tunioli

C’era una volta…” è l’inizio di ogni fiaba; talvolta di un’avventura. “C’era una volta…”(1) Gaetano Zocca, al quale fu conferito nel lontano 1821 l’incarico di precettore del primo “alunnato” gratuito di violino; egli fu seguito da Brizio Petrucci, con la ratifica, nel 1828, della nomina di “maestro concertatore e primo violino” al Teatro Comunale, svolgendo nel contempo la funzione di maestro di cappella della Cattedrale. Nel 1846, “tre professori […], un primo violino, un capobanda, un maestro di canto e pianoforte” espletarono le rispettive funzioni per l’orchestra del Teatro, per i fiati della banda cittadina e per i coristi dello stesso Teatro, con l’obbligo di sottostare alle specifiche norme della neo istituita “Scuola di Magistratura Comunale”.
Così ebbe inizio la storia dell’istituto musicale della città di Ferrara, nel lontano 1870. Dopo il 1872 si alternarono vari direttori e intorno agli anni Ottanta del secolo a dirigere la scuola di musica fu Fortunato Maggi, compositore e didatta lucchese allievo e poi cognato di Michele Puccini (il padre del famoso Giacomo). La denominazione di “Istituto Musicale Frescobaldi” avvenne nel 1894.
Nel 1910 assumerà la direzione dell’Istituto Gilfredo Cattolica, che per oltre un quarantennio contribuirà alla crescita del Liceo musicale, con l’inserimento di nuovi corsi e lo spostamento, nel 1937, della sede nei locali del già ospedale Sant’Anna. Queste, brevemente, sono le premesse alla conversione del Liceo Musicale in Conservatorio Statale che avverrà tra il 1970 e il 1975 per opera di Riccardo Nielsen. E’ proprio a questa importante figura dell’ambiente culturale della nostra città che dobbiamo riconoscere l’opera di valorizzazione, di ampliamento ed elevamento del “Frescobaldi”.
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Riccardo Nielsen nasce a Bologna il 3 marzo del 1908; la sua origine è danese, da parte del padre Giorgio, italiana da parte della madre Rosa Scarani. L’ambiente familiare in cui cresce è di illustri medici, ma Riccardo Nielsen volge ben presto il proprio interesse alla musica: studia violino presso l’allora Liceo Comunale Giovanni Battista Martini di Bologna, e composizione a Milano con Carlo Gatti. Frequenta poi i corsi di perfezionamento tenuti a Roma da Alfredo Casella, del quale troviamo una evidente influenza soprattutto nelle opere giovanili.

In Riccardo Nielsen era stupefacente la simbiosi fra la natura umana e la musica, l’innata musicalità sorretta da un dono eccezionale: l’orecchio assoluto. Mi permisi di magnificare al Maestro questa dote provvidenziale ed egli mi fece notare quanto fosse difficile convivere con essa. Mi disse che l’orecchio assoluto può costituire, in molti casi, un limite, può togliere la possibilità di mediare un’intonazione non perfetta; poteva rivelarsi spesso un enorme fastidio.
Questa fu, probabilmente, una delle ragioni che lo indussero a non dedicarsi alla direzione d’orchestra profondendo totalmente le proprie energie nella composizione, certamente a lui più congeniale, dedicando tuttavia molta parte del suo tempo allo studio e al recupero di opere del passato. Attento e appassionato studioso del repertorio rinascimentale e di tutto il Seicento, ne diffuse lo spirito attraverso riletture, trascrizioni e rivisitazioni talvolta forse non rigorose dal punto di vista filologico, ma sempre animate dall’entusiasmo e sorrette da una profonda cultura. I tratti fondamentali ed emergenti del suo carattere s’identificavano con l’atto stesso del comporre, attività che lo accompagnò fin dai tempi in cui studiava violino e lo seguì nel corso della sua brillante carriera.

La produzione di Nielsen si può, a grandi linee, suddividere in due periodi: il primo tonale, con evidenti tendenze neoclassiche influenzate da Casella e soprattutto da Stravinskij; il secondo dodecafonico, nel quale l’ampliamento del concetto seriale sfocerà in un tentativo, come egli stesso mi confessò, della triadicità quale componente consonantica nell’ambito della dodecafonia.(2)
Evidenti influenze dello Stravinskij neoclassico appaiono fin da una superficiale lettura del ‘Concerto in Re’ per violino e piccola orchestra, nel quale la forma, l’uso della tonalità e la scrittura contrappuntistica si pongono all’ascoltatore come elementi acquisiti dalla tradizione più radicata del concerto. Questo lavoro giovanile è tuttavia già in possesso di pregnante espressività, eccellente prodotto di una lucida concezione stilistica. Il Concerto fu composto presumibilmente nel 1932, venne pubblicato nel 1934 dalle Edizioni Ricordi e premiato al secondo Concorso dell’Accademia Filarmonica Romana. Gli valse il premio l’appropriata ed elegante scrittura violinistica dalla quale si desume l’interesse e la profonda conoscenza che egli nutriva per questo strumento. Al violino e all’orchestra d’archi Riccardo Nielsen destinerà molte delle sue composizioni più significative.
La ‘Sinfonia concertante’ per pianoforte e orchestra (1931) è la prima opera di considerevole consistenza, seguita dalle ‘Due Sinfonie’ (1933 – 1935), dal ‘Capriccio’ per pianoforte e piccola orchestra (1933), dal sopracitato Concerto per violino e piccola orchestra, da un Divertimento per sei strumenti (1934), da un Adagio e Allegro per violoncello e undici strumenti (1935), dal Trio per oboe, fagotto e pianoforte e da un Concerto (entrambi del 1936). Questi e altri lavori minori e inediti rappresentano la produzione del periodo d’anteguerra, durante il quale il giovane compositore bolognese è alla costante ricerca di una propria identità, pur manifestando in quasi tutti i lavori ora elencati, personalità, temperamento e ampio dominio della struttura materica. Abbandonerà il clima neoclassico a partire circa dal 1942, con l’assunzione di procedimenti dodecafonico-seriali che, pur prendendo le distanze da un certo rigore accademico, gli consentiranno una maggiore e più spontanea espressività.

La prima partitura d’ampio respiro ispirata a principi seriali che ritengo possegga un peculiare interesse concernente la svolta stilistica di Nielsen è ‘Musica per archi’. Ancora una volta è l’orchestra d’archi a costituire il banco di prova a lui più congeniale. Composta tra il 1942 e il 1944, ‘Musica per archi’ venne pubblicata dall’editore Bongiovanni di Bologna nel 1948, senza ottenere un immediato successo di pubblico e con una timida, diffidente accoglienza da parte degli esecutori; ciò è indubbiamente da ascrivere ad una complessa scrittura con, a tratti, notevoli difficoltà tecniche ed interpretative.
Dall’esigenza di potenziamento ed esaltazione della tensione espressiva, nascono le ‘Fasce sonore 6+5’, la cui densità spaziale si proietta in una condensazione verticale fino a raggiungere una simultaneità di undici suoni (6+5), dilatandosi nel tempo grazie alla tensione dell’intervallo preso nel suo valore melodico. Dal coagulo, nell’ordito polifonico, di molteplici processi lineari sfocianti dall’unica matrice della serie dodecafonica, viene a determinarsi non solo la struttura formale, ma anche la scelta dell’organico strumentale: una sola famiglia, quella degli archi. La voluta rinuncia a una più variegata materia timbrica è il risultato di una consapevole decisione e di un oneroso percorso estetico che, attraverso la monocromia degli archi, tende ad un parossistico e ultimo sforzo per poi raggiungere l’acme ed il momento catartico.
Nielsen costruisce con ferrea logica e comprovata lucidità creativa una composizione nella trasparenza cristallina di armonie trascoloranti e in quelle voluttuose emozioni che gli strumenti ad arco sono in grado di restituirgli.

Il lavoro di maggiore impegno che doveva porre in luce le peculiarità del compositore è l’opera ‘L’incubo’, con la quale si può ben dire che Riccardo Nielsen affermi la propria personalità nel palesare la tendenza a una liricità pregnante, in una dimensione onirica e drammatica di evidente sapore espressionistico. La sua genesi si colloca nell’arco di tempo che intercorre tra il 2 ottobre e il 10 novembre 1944, un tempo quindi assai breve se si considera l’impegno creativo richiesto dallo spessore dell’opera, tenuto conto soprattutto dell’ardua scrittura.
Tratto da una novella di Petrus Borel, su libretto di Elsa Pradella, ‘L’incubo’ è un monodramma che si articola, sostanzialmente, in due parti: ‘Pantomima’ e ‘Visione’. LaPantomima’ inizia con un tempo lento (Sarabanda) in cui si enuncia la serie dodecafonica in un contesto contrappuntistico ricco di imitazioni canoniche, per poi assumere, sotto forma di bicordi e triadi, una dimensione verticale sempre più complessa, in un progressivo ispessimento armonico che raggiunge combinazioni accordali di sette e più suoni emessi simultaneamente. Queste introducono, per mezzo di una frase ritmica affidata alle percussioni, un Madrigale a quattro voci (S.C.T.B.) sulle parole: “Piangiamo e con noi pianga ogni cor ch’è gentile, muore la donna bella e giovinezza e amore vanno con lei”. Il madrigale a cappella, che si serve della serie dodecafonica originale precedentemente esposta e conserva una vaga ispirazione rinascimentale, chiude mirabilmente la Pantomima. Nell’economia della composizione questa parte è più breve e sembra svolgere la funzione di ampia sezione introduttiva, una prolusione alle tensioni psicologiche ed alle emozioni del dramma, che si sviluppa su una Toccata (Molto mosso) affidata all’orchestra prima dell’entrata del tema della donna, esposto dal violino solo, a cui si sovrappone il canto parlato (Sprechgesang) dell’uomo (“…il tuo lieve respiro”).(3)
Se in questa opera è irrefutabile l’influsso schonberghiano, soprattutto il riferimento al monodramma ‘Erwartung’ op. 17, nella ‘Sonatina in Signo Magni Arnoldi’ è palese il riverente omaggio che Nielsen intende rivolgere al padre della dodecafonia, parafrasando il titolo della ‘Sonatina in Signo Sebastiani Magni’ di Ferruccio Busoni. Composta nel 1949, venne pubblicata nel 1954 contemporaneamente alla ‘Sonatina perbrevis ad usum Petri e Karoly Mariae’, anch’essa per pianoforte. Entrambe le composizioni non rinunciano alle esigenze di relativa semplicità strutturale e sintattica che avevano manifestato i suoi primi lavori; è tuttavia rilevante la plasticità ritmica e la limpidezza discorsiva che sorge, ancora una volta, dalla assimilazione della lezione schönberghiana: nella ‘Sonatina in Signo Magni Arnoldi’ Riccardo Nielsen fa derivare il tema del primo movimento (Scorrevole) da una “parafrasi dodecafonica”, come egli stesso la definisce sugli appunti manoscritti, dell’opera 11 n. 1, ovvero il breve pezzo che apre il ‘Klavierstück’ di Schonberg, prima composizione atonale ma non ancora seriale.

Nielsen costruisce sempre con accuratezza solide strutture musicali che coinvolgono l’ascoltatore. Ne sono una riprova le ‘Varianti per orchestra’ composte nel 1965, delle quali riporto testualmente la prefazione autografa che compare sul frontespizio della partitura:

“Le ‘Varianti’, composte su invito di Casa Ricordi, si avvalgono di elementi musicali tratti da appunti per una cantata per soli coro e orchestra, cantata che è tuttora in fase di gestazione. Esse nascono pertanto dalla stessa temperie creativa anche se giungono a risultati musico-strutturali che nulla più hanno in comune con la cantata poiché vivono di una loro vita autonoma che nell’atto musicale trovano la loro giustificazione e ragione d’essere. Si compongono di un Motto enunciante l’idea musicale al suo stato primigenio (Urgestalt) seguito da dieci varianti, le quali rappresentano dieci aspetti od illuminazioni diverse del Motto senza seguire un ordine evolutivo di sviluppo. Possono perciò essere eseguite anche in una successione differente da quella proposta dall’autore.
L’orchestra usata è quella normale con l’aggiunta di arpa, pianoforte, celeste, silofono e vibrafono. La percussione è rappresentata dai soli timpani (a pedale).
Nell’ordine proposto dall’autore la prima variante ha le caratteristiche di un corale (affidato ai corni); la seconda è un’articolazione ritmico-contrappuntistica dell’idea primigenia nei suoi quattro aspetti di moto retto, contrario, retrogrado e contrario del retrogrado affidata agli ottoni: la terza è un alternarsi di accordi timbricamente variati e silenzi in uno spazio temporale; la quarta è una profilazione melodica dell’idea prima, che nella quinta si trasforma in ritmico-motorica a principio canonico; la sesta è un gioco timbrico con predominio dell’arpa, della celeste e del pianoforte; nella settima un rapido movimento ritmico in biscrome affidato agli archi viene contrastato e interrotto da interiezioni del pianoforte e del silofono; l’ottava inizia in un clima di tensione drammatica per poi placarsi e distendersi in una rarefazione del suono; nella nona la suddivisione in dodici parti del quartetto d’archi crea uno spessore sonoro la cui densità assume valore d’espressione: infine la decima si ricollega all’ottava per il suo carattere melodico-drammatico”.
(1966, Riccardo Nielsen)

Il Maestro giunse a Ferrara nei primi anni Cinquanta, dopo aver conseguito uno tra i massimi successi riconosciuti ai compositori italiani con ‘La via di Colombo’ (testo di Alessandro Piovesan da Massimo Bontempelli, opera radiofonica in un atto per soli, coro e orchestra, vincitrice del Premio Italia 1953 indetto dalla RAI).
Tra le composizioni per pianoforte ricordiamo ‘Cromonomie’ edito dalla Casa Ricordi negli anni Sessanta, composizione di grande difficoltà tecnica esecutiva ed interpretativa. La scrittura polifonica seriale è spesso distribuita su tre o quattro pentagrammi (come nelle ‘Las Seis Cuerdas’ per chitarra di Alvaro Company) per meglio rappresentare anche graficamente le interrelazioni che concorrono all’interno dell’ordito polifonico alla costruzione del brano.

In chiusura non si può non accennare all’intensa attività di revisore/trascrittore, che Nielsen iniziò fin dai tempi del conservatorio di Bologna col musicologo Francesco Vatielli. La sensibilità e l’amore per la musica antica indusse il Maestro Nielsen a collaborare con il noto musicologo ferrarese Adriano Cavicchi alla revisione ed alla pubblicazione dei ‘Madrigali a una, due e tre voci per cantare e suonare’ di Luzzasco Luzzaschi, composti tra il tardo Cinquecento e i primi anni del Seicento.(4) Sempre in collaborazione con Adriano Cavicchi, Nielsen curò l’edizione delle ‘Canzoni alla napolitana a cinque voci’ di Lodovico Agostini;(5) di Girolamo Frescobaldi, per il Centro di studi frescobaldiani del Comune di Ferrara e le edizioni Bongiovanni di Bologna, Nielsen pose in partitura le ‘Musiche strumentali dalle canzoni da sonare 1608 e 1634’. Trascrisse e curò le edizioni di numerose opere di Francesco Cavalli, Giovanni Gabrieli, Giovanni Croce e molti altri compositori del passato, sempre testimonianza del profondo interesse ch’egli nutriva per la musica antica.
E’ dunque innegabile l’impulso di cultura e dedizione che il Maestro diede al nostro Istituto fino a trasformarlo, come già affermato, da Liceo musicale pareggiato in Conservatorio. L’inserimento di sempre nuove cattedre con insegnanti sempre più qualificati ha contribuito alla crescita del “Frescobaldi” che oggi conta numerosi ed importanti corsi aperti anche al mondo di domani.
C’era una volta…” è solo l’inizio di una fiaba che continua (e continuerà) grazie al contributo di molti altri musicisti, insegnanti e direttori, per molti anni ancora, “[…] per l’unico fine di formare allievi di suono e di canto”. (G.Frescobaldi).

Note:
(1) – Le notizie storiche qui riportate furono pubblicate in un libro di Carlo Righini, a sua volta ripreso da Piero Gargiulo in Musica nel tempo, articolo che testimonia il processo di formazione e di crescita del nostro Istituto.
(2) – La dodecafonia è un processo compositivo basato su una serie di dodici suoni che vanno a sostituire la tonalità. La tecnica dodecafonica (o seriale) è da attribuirsi ad Arnold Schönberg agli inizi del Novecento.
(3) – L’impianto formale di L’incubo con l’impiego di forme tradizionali ricorda quello del Wozzeck di A.Berg.
(4) – Opera pubblicata sotto gli auspici del Centro Studi sul Rinascimento Ferrarese, nel 1965, dalla casa editrice Bärenreiter – Kassel.
(5)Idem. Data di pubblicazione: 1963.

Food design, l’arte nel piatto

Piccoli quadri e bocconi che fanno bene alla vista, oltre che al palato. Opere d’arte. Creativi di tutto il mondo e di tutte le tavole unitevi! Per dare colori a pasti a volte silenziosi, per rallegrare occhi e papille gustative, per sorridere un po’ di più di fronte a un piatto. Per piacere, per divertire, per invitare, per cambiare, per creare, per invogliare (i bambini saranno, sicuramente, d’accordo), per giocare. Per perdersi un po’. Non parliamo dei cuochi, che abbondano su tutti i canali televisivi nostrani, più o meno bravi, più o meno urlanti, più o meno star, ma dei “food designer” o dei “progettisti del cibo”. Preparare bei piatti e pietanze per ogni occasione può essere una vera arte.

food-designfood-designNei mesi che precedono l’Expo 2015, se ne parla sempre di più, tanto che partono corsi e master sul tema. Basti pensare a quello organizzato dall’Italian Genius Academy di Roma [vedi], durante il quale si approfondiranno tutti gli ambiti del food design: ad esempio, il ‘design con il food’, ovvero come presentare meglio il cibo dal punto di vista estetico attraverso la sperimentazione e la combinazione di forme, colori sapori e odori, ‘il design per il food’, che studia il packaging e gli utensili per la preparazione e il consumo o il ‘design dei luoghi del food’, dedicato alla progettazione di spazi per produzione, vendita e consumo di cibo. O al primo master universitario in Food design, tutto in inglese, della Scuola politecnica di design e Iulm (www.masterfoodesign.com), due istituzioni milanesi storicamente dedicate alla formazione nei settori design e progetto. Si combinano, in maniera abile e intelligente, due settori nei quali l’Italia eccelle, il cibo e il design. Nuovi sapori, magari, ma anche, e soprattutto, nuovi modi di preparare il cibo, di renderlo disponibile.

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Lenti a contatto di caffè di Carlo Cracco
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La basilica di San Basilio di Mosca

Così, incrociamo le simpatiche e originali “lenti a contatto” di caffè di Carlo Cracco o il caviale di melone di Ferran Adrià e ci avviciniamo al mondo dell’arte, sia perché le opere proposte spesso ricordano monumenti sia perché, talora, si tratta di oggetti che si vedono solamente in mostre e esposizioni d’arte contemporanea. Per rifarci gli occhi, ecco, allora, un colorato San Basilio moscovita (che potrebbe anche essere la Cattedrale di San Pietroburgo), fatto di dolci promesse e croccanti canditi o allegri piatti spensierati che ricordano l’amato e simpatico Arcimboldo o l’eclettica Frida Kahlo, dove verdure e fantasia si mescolano allegramente. Ci piacciono anche un vivace Magritte o un memorabile Leonardo, avvolti da una cascata di fresche verdure sminuzzate e sapientemente decorate.

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Arcimboldo
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Frida Khalo
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Magritte
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La Monnalisa di leonardo

Arriviamo poi a un simpatico gufo che saluta dalla sua scena variopinta e fiorita, fino ai dolcetti dai mille colori e sapori che portano aria di festa. Possiamo poi capire che ore sono e fissare un orario preciso per pranzare con gli amici..

 

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E arrivare alle uova di Pasqua che sembrano statuine trasparenti artigianali o a un simpatico serpente di fragole che scivola via silenzioso e curioso.

food-designLa fantasia ci porta a mangiare buono e sano ma anche bello. Una disciplina che rende i cibi attraenti, soprattutto quelli freschi e salutari. Perché è bello essere creativi con i colori, i sapori e i profumi della terra. Perché’ e fantastico plasmare, con genio, una semplice fragola che, in un attimo, sprigiona tutta l’energia del suo intenso colore rosso. Rosso come l’amore, rosso come la passione, rossa come l’energia della vita. Sprigionate fantasia e tanta energia vitale, allora! Mordete la vita, divertitevi, decorate le vostre giornate, disegnatele, saltellate con un buon piatto accanto, non esitate.
E buon appetito colorato, cari amici, oltre che buon divertimento, tanto.

Per saperne di più Dario Mangano, “Che cos’è il food design”, Carocci, 2014, 139 p.

Giorgio Cattani, dai Diamanti a Brera. “L’arte: curiosità e bellezza”

“Curiosità, fascino, bellezza” ecco l’essenza dell’arte secondo Giorgio Cattani. Artista, insegna all’Accademia di Brera e da molti anni vive a Milano ma con Ferrara, città in cui è nato nel 1948, mantiene frequentazione e solidi legami. La persona giusta, per esperienza e sensibilità, per sciogliere l’interrogativo sulla ragioni del successo di un artista: per dire se i presupposti stiano in un talento innato o siano il frutto di coincidenze e fortunati eventi. Per primo gli domando come è nata la sua passione e perché ha scelto di intraprendere una strada spesso tutta in salita.
“Ero un ragazzo in cerca di qualcosa di indefinito. Dentro di me sentivo vibrare corde, intriganti e curiose, ma l’ambiente esterno cercava di mettere a tacere questi miei fremiti. Ho seguito il fluire degli anni ’70, nel solco dei movimenti studenteschi e sono entrato in contatto con l’ambiente della scrittura. Certe immagini hanno iniziato a farmi sognare e ho incominciato ad appuntarmi parole, disegni e sensazioni”. Una passione innata quindi, un’amore per “qualcosa” inizialmente non ben definito, un trasporto verso tutto ciò che emoziona, incuriosisce, affascina. “Ho un rapporto magico con il gusto, con l’estetica, e ho sempre convissuto con note lievi, più che con le urla. Amo il bello, che non ho mai coniugato con il ricco. Per me la bellezza è contemplazione”.
Cattani è un’artista che ha scelto di votarsi alla “magia di un vivere inventato”, creando opere da osservare, studiare, rimirare, capire o interpretare. Spesso però, oggi come in passato, a chi sceglie la strada delle arti – pittura, poesia, scultura, danza, canto, teatro… – viene consigliato di imparare un “mestiere vero” e di dedicarsi alle proprie passioni solamente per passatempo. “Iniziare non è stato facile, non avevo l’appoggio della mia famiglia, i miei genitori avrebbero voluto vedermi proiettato nel mondo della ragioneria o dell’economia; ho dovuto combattere per poter seguire il mio istinto ma non serbo alcun rancore. Ho trovato moltissime porte chiuse, ma faceva parte del rischio connesso a una scelta di vita controcorrente; ci ho creduto e oggi vivo d’arte”.

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“Lungi da me”, opera di Giorgio Cattani

La determinazione è fondamentale per raggiungere i propri obiettivi, ma anche la frequentazione degli ambienti giusti e l’incontro di persone di spessore contribuiscono alla realizzazione dei propri sogni. “Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara, con il direttore Franco Farina, è stato per me fondamentale in quegli anni ’70. Era uno dei luoghi più accreditati, non solo in Italia, per quel che riguarda le arti figurative. E’ stato lì che ho iniziato a coltivare un gusto staccato dalle mode e dalla vetrina; volevo andare oltre le convenzioni e oltre la parola”.
Se il ‘maestro’ Farina è stato molto importante per introdurre Cattani nell’ambiente artistico, l’incontro con Bonito Oliva gli ha dischiuso gli orizzonti internazionali: “L’incontro con Achille è stato fondamentale, mi ha catapultato nel mondo. Il decennio di collaborazione con lui è stato dinamico e fruttuoso, sfociato nella Biennale di Venezia nel 1993, nella mia prima esposizione a New York e in un lungo percorso legato alla terra siciliana”.
Oltre a Franco Farina e Achille Bonito Oliva, anche prestigiosi galleristi hanno condizionato positivamente la vita e la carriera di Cattani, ma il più potente slancio gliel’ha dato “la scommessa nei confronti della vita”. Un’artista dalle mille sfaccettature, aperto alle sfide con se stesso e con il mondo che lo circonda, che per realizzare le sue opere prende ispirazione dalla vita di tutti i giorni; un’artista a tratti provocatorio, che con le sue performance va contro i pregiudizi. Racconta di quando, diplomato al Dosso Dossi di Ferrara, calcolò la distanza tra la porta d’ingresso dell’istituto e l’ufficio di Collocamento di fronte, poi stampò un numero di diplomi uguale al numero di metri che separano i due edifici. Li incollò all’asfalto, uno dopo l’altro, come a voler descrivere un sentiero. Quando la polizia lo fermò lui rispose “quello che vedete verrà raccolto ed esposto in una galleria”.

“Un altro mio intervento che fece scalpore ci fu il giorno in cui il critico d’arte Giulio Carlo Argan teneva una conferenza alla Sala Polivalente. Passai di lì, tornai a casa, presi lo “strumento” su cui si appoggiano gli abiti quando ci si sveste e ritornai in quella sala. Mi spogliai e sulla mia biancheria scrissi “l’arte non la si racconta, la si fa”, poi mi rivestii e me ne andai. Feci questo perché la nostra è una realtà che vive di preconcetti”.
Stupita, ma soprattutto incuriosita, gli ho allora domandato che rapporto ha con la sua città natale e cosa pensa della società in cui viviamo. Mi ha raccontato che viaggia molto e che tende a definirsi “viandante”, ma che in questa nostra “città di attraversatori” torna sempre molto volentieri. “Ferrara è un ambiente molto compresso; manca completamente un’attenzione verso la cultura in generale da parte dell’Amministrazione comunale. La nostra è una realtà lasciata al deterioramento: sia quello naturale, sia quello frutto di un vandalismo che nasce dall’ignoranza”.

La conversazione scivola su un argomento più sereno, quello accademico, che rende l’artista fiero del suo lavoro. “Mi è stato chiesto di insegnare, non sono stato io inizialmente a desiderarlo. Quando mi venne proposto, Bonito Oliva mi consigliò di provare; presentai il mio curriculum e arrivai primo in una graduatoria interna. Insegnai a Sassari, poi partecipai ad un concorso nazionale, lo vinsi e andai a Brera, dove oggi ho una cattedra. Il lavoro accademico è per me una delle esperienze più costruttive; non l’ho cercato, è arrivato in maniera inaspettata e grazie ad esso sono riuscito ad appagare il desiderio dei miei genitori. E’ un mestiere che amo, che mi permette di continuare ad imparare ogni giorno, ma che vivo sempre come performance”.

Uomo poliedrico, che crea ed insegna, ci rivela quali sono le opere di cui più è orgoglioso. “Nel 1988, a Documenta 8, quella che io considero la più grande manifestazione d’arte del pianeta, è stato scelto un mio video girato in vhs dal titolo “Metropolitan Trace”; è un’opera che per me ha un grande valore affettivo e che mi ha reso appagato di vivere in una comunità visionaria. Anche i lavori presentati alla Biennale di Venezia sono per me fonte di grandi soddisfazioni”.

Giorgio Cattani, “animale cittadino” come egli stesso si definisce, 35 anni fa iniziò a mostrare al mondo le sue opere, esponendo per la prima volta nel 1980 alla Graphigro di Parigi. Per il 2015 ha già due tappe importanti segnate sul calendario: la prima si terrà a maggio presso la “Five Gallery” di Lugano, una mostra che avrà come terreno di proposta lo scrittore e poeta Hermann Hesse; la seconda avrà luogo presso “Villa Filiani” di Pineto e riporterà molti riferimenti a D’Annunzio.
Attraverso il racconto della sua vita e della sua carriera ho capito che Giorgio Cattani non è persona che viaggia molto, ma un vero e proprio viaggiatore, o meglio un viandante per usare le sue parole. “Sono stato tra Burkina Faso e Mali e devo dire che mi rispecchio molto nella cultura animista: credo che gli oggetti emanino energia e che alcuni portino positività, altri negatività. Io sono un magma grezzo, non ho mai seguito il “senso unico”; ho sempre cercato di cogliere le energie che sentivo intorno a me”.

Ho voluto concludere il nostro incontro tornando a parlare della sua arte, tanto in senso materiale quanto ideologico. “Credo che ogni epoca viva di proprie dimensioni. Quella in cui stiamo vivendo è caratterizzata da attraversamento di confini, intrecci, rotture di dogane.” Questo si rispecchia nelle tecniche adoperate dall’artista nella realizzazione delle sue opere. Mi ha raccontato di aver amato particolarmente il pittore Robert Rauschenberg, vicino alla pop art americana, che nei suoi dipinti sovrapponeva tra loro diversi materiali. “Ho un rapporto primario con la materia e non ho una tecnica precisa che prediligo in particolar modo. Ricerco il rapporto cromatico e questo posso trovarlo in un pezzo di giornale che vedo per strada, quanto in una pubblicità che mi colpisce su una rivista”.

Cattani è un artista versatile che ama sperimentare nuove forme d’arte. Mi spiega, contrariamente a quanto pensavo, che la pittura non è mai stata vera e propria protagonista del suo mondo; per lui ciò che conta è la performance, che cerca di realizzare e trasmettere anche attraverso le installazioni video. Infine ho voluto chiedere a quest’uomo curioso e affascinato dal mondo, se collocherebbe se stesso all’interno di una specifica corrente artistica, del presente o del passato. E con queste parole prende congedo: “Credo che nella storia rimarrà il mio lavoro nell’ambito della videoarte, della pittura propositiva e dell’avanguardia, ma spetta ai critici assegnarmi una collocazione. Io sono un animatore solitario, credo che l’arte sia la grande amante del tempo e l’unica corrente a cui sento di appartenere è quella del vivere”.

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