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Origine, principio, archè, mito, bereshit, big bang: diverse parole, diverse tradizioni e culture, diversi rami del sapere, ma un solo grande tema, l’enigma del ‘cominciamento’ dell’universo e della nostra storia. Di questo si è parlato venerdì mattina al Meis ne ‘Le origini della vita; incontro fra scienza e culture religiose’, uno degli appuntamenti della tre giorni ‘Ad alta voce’. Ospiti del festival e di Simonetta Della Seta, direttore del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, uno scienziato, un teologo e una psicologa e studiosa di cabbalà: Vito Mancuso, Alessandro Treves e Daniela Abravanel. Un dialogo o meglio “un viaggio”, come lo ha definito Simonetta Della Seta, fra scienza e spiritualità, l’una “la sponda” dell’altra, come ha detto ancora il direttore del Meis, che hanno “fortemente bisogno di essere alleati” per tentare di afferrare brandelli di risposte a domande immense. La domanda sull’origine della vita, che porta con sé quella su chi siamo e sul nostro ruolo nell’universo.

“Il nostro tempo ha bisogno di momenti di comunione tra diverse prospettive – ha esordito Mancuso – ci pone l’urgenza di condivisione tra diverse discipline per rifondare una sapienza comune. Il pensiero umano ha elaborato da sempre diverse cosmogonie per tentare di venire a capo, di porsi in lotta o accanto al grande enigma/mistero dell’origine della vita. Capire come mai da un universo, per come noi lo conosciamo oggi, vuoto e informe, sia potuta scaturire questa cosa così complessa e assolutamente imprevedibile che è la vita”. Il teologo – difficile a credersi, se non fossimo di fronte al professor Mancuso – si apre al confronto con tutte le tradizioni, dal Buddismo al De rerum natura, perché tutti siamo convocati, e con tutto il nostro essere, non solo con la conoscenza razionale, di fronte “allo stupore dell’esserci”, “tutti siamo sfidati dal grande fenomeno dell’origine della vita, che è più grande di noi”. Ecco perché, di nuovo stranamente per un teologo, ma forse non per il professor Mancuso, alla parola miracolo o enigma preferisce “mistero”, parola che in greco “significa il chiudere di occhi e di bocca”: quindi non possiamo “capire o carpire”, ma “farci comprendere” dalla vita “che è sempre più grande di noi”.
E ancora, per spiegare la differenza fra l’inizio e il principio di questo – forse – nostro mondo, il teologo Mancuso non potrebbe usare una spiegazione più laica: l’inizio dello Stato italiano è una data, il 1861, il principio è la Costituzione. “Il principio costitutivo è all’inizio, nel durante e anche alla fine”. Infine, nel museo dell’ebraismo italiano e della Shoah, la citazione di Hannah Arendt: “Non è irrilevante notare come la parte immortale e divina nell’uomo non esista se non viene attualizzata e focalizzata su ciò che è divino fuori di noi. In altre parole – chiosa Mancuso – l’oggetto dei nostri pensieri conferisce immortalità al pensare stesso”.
Dunque l’uomo nella natura, non sopra o fuori di essa, il celebrare la vita con stupore infantile, l’essere degni della vita nel suo senso più ampio di bios, questo forse è l’unico modo “per essere all’altezza di questo fenomeno straordinario che è l’esserci”.

E proprio del compito dell’uomo nella “creazione ancora da farsi” ha parlato Daniela Abrabanel. Per la tradizione cabbalistica “l’anima dell’uomo è parte di Dio” e Dio si perfeziona “attraverso l’uomo” che a sua volta ha il compito di perfezionare la creazione “imperfetta” e “incompleta”, prendendosene cura. Un tema quanto mai attuale, basta ascoltare un Midrash che sembra scritto oggi e non secoli e secoli fa: “Guarda la mia opera, l’ho creata per te, ricordati, non corromperla e non rendere desolato il mio mondo perché se lo corrompi non ci sarà più nessuno che potrà aggiustarlo”. Sembra che l’uomo non sia all’altezza di questa enorme responsabilità. Eppure la tradizione cabbalistica è incentrata sul concetto di ‘tikkun’, la riparazione, l’elevazione delle scintille divine che sono nel mondo materiale. Secondo la tradizione cabbalistica questo non è il primo mondo creato da Dio, “oggi siamo probabilmente sull’orlo di una nuova distruzione e la libera scelta dell’uomo può fermarla”: questo è il tikkun al giorno d’oggi, “il rispetto di quelle leggi che Dio ha messo nella Natura perché il mondo possa sopravvivere e l’essere umano possa sopravvivere sano all’interno del mondo”. Secondo un detto ebraico, “ogni uomo è un mondo” e come “esseri divini” abbiamo la “responsabilità” di portare avanti “la nostra piccolissima parte di creazione”.

Alessandro Treves, fisico, che insegna alla Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste, è tornato invece al “bisogno di riconoscersi in un principio primo”. Ci sono al momento diverse idee sull’origine dell’Rna, che sarebbe venuto ancora prima del Dna in quanto capace sia di riprodursi sia di favorire la propria autoriproduzione: il ‘brodo primordiale’ è la più antica, poi ci sono le correnti calde degli oceani e, infine, l’ipotesi che le prime molecole provengano dallo spazio. “Gli scienziati che le sostengono sentono il bisogno di pensare che uno solo di questi sia il vero principio e di falsificare le altre: la possibilità, perfettamente plausibile dal punto di vista razionale, che l’Rna possa essere scaturito in vari modi e che ci siano vari principi è lasciata da parte a priori”.

Di molto altro si è parlato venerdì mattina, persino di Darwin e di Einstein, ma ritornando al tema delle ‘parole che trasformano’, l’incontro di venerdì mattina si può riassumere con le parole ‘umiltà’, ‘dialogo’ e ‘confronto’. Dialogo e confronto fra scienza e sapienza, complementari e necessarie per tentare di comprendere da dove veniamo, dove andiamo, ma soprattutto come vogliamo farlo. Umiltà perché, come ha affermato Treves, noi “non siamo un punto di arrivo, siamo in cammino lungo un percorso, uno dei tanti intrapresi dalle diverse specie sulla terra”. E infine ‘libertà’ che ci qualifica e contraddistingue, “quella quantità di energia libera e indeterminata – dice Mancuso – che esiste dentro di noi e che ci dà la possibilità di essere consapevoli, creativi e responsabili”.
A soli due giorni dall’attacco alla sinagoga di Pittsburgh, mentre il maltempo fa danni in un paese che non si prende cura del patrimonio paesaggistico, per lasciare da parte le – infinitamente più risibili e povere – polemiche scoppiate per una maglia di una squadra di calcio fatta indossare a qualcuno che non si ritiene degno (mentre nessuno si è preoccupato del monumento che gli sta alle spalle), l’amara considerazione è che nessuno sia in ascolto e queste parole, forse le parole in generale, non siano più in grado di trasformare nulla e nessuno, perché in troppo pochi riescono e/o vogliono esserne degni.

Guarda il video integrale di Le origini della vita; incontro fra scienza e culture religiose

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Redazione di Periscopio


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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