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La  Dittatura Sanitaria indigna e fa orrore a curati di campagna (don Tarcisio Colombo, Casorate Primo, Pavia) e a ex insegnanti di filosofia (Massimo Cacciari).

Ma i dittatori e i golpisti veri ci lasciano indifferenti, anzi ci piacciono proprio.

Un ex Presidente del Consiglio (Giuseppe Conte) stravedeva per Trump, era lusingato dalle sue grottesche moine.

Un ex Presidente del Consiglio (Matteo Renzi) va a genuflettersi alla Corte di Bin Salmān in Arabia e indica il Principe come artefice di un Nuovo Rinascimento (con le donne schiave e tutto il resto).

Ma oggi succede qualcosa di più grave e incredibile.

Chi comincia a essere anziano ricorda forse non l’invasione sovietica dell’Ungheria (1953), ma di sicuro quella della Cecoslovacchia di Dubček (1968), e poi le stesse lunghe file di carri armati nel cuore delle città a Pechino nel 1989 contro gli studenti.

E se non ricordate questi fatti sconvolgenti e queste immagini che hanno rigato per sempre gli occhi di tutti noi e di milioni di persone, è bene che li andiate a studiare e rivedere. Cosa avete google a fare? Solo per cercare la pizzeria da asporto più vicina?

Ricordo come fosse oggi i giornali, le prime pagine, i telegiornali, i toni, la gente cosiddetta comune che così comune non era, con lo sgomento nel cuore.

Oggi queste stesse file di carri armati russi per le stesse ragioni invadono il Kazakistan e cosa succede?
Le fotografie praticamente non si vedono, le notizie fanno capolino a stento dalle pagine online dei grandi giornali, nei tg sono la settima, ottava notizia – non dico quali vengono prima, Covid a parte – e con tono pacato, senza uno straccio di condanna, emozione.
Un tg piuttosto seguito ha osato dire letteralmente che il Kazakistan è molto lontano, possiamo considerarlo vicino solo per gli scambi commerciali con l’Italia.

La globalizzazione polverizzata in un colpo. Un virus ci mette un giorno a infettare dalla Cina l’Occidente e l’Africa, mandiamo sonde come palloncini alle origini del tempo, i multimiliardari vanno in vacanza nello Spazio come prendessero un taxi da casa alla stazione, e per noi il Kazakistan è troppo, troppo lontano. Esotico.
Che ci importa di quei carri armati? Che ci importa di un dittatore che ordina in mondovisione di sparare per uccidere i manifestanti in strada?

I conduttori leggono queste notizie con lo stesso tono, la stessa passione, la stessa sintassi di quando leggono l’elenco degli ospiti del talk che seguirà alle 20.30. Le veline delle dittature, quelle vere, che spudoratamente definiscono i movimenti di protesta “terrorismo”, “gruppi di terroristi teleguidati da Paesi stranieri”, quelle veline sono lette ai tg come asettici lanci dell’Ansa. Come “notizie”.
Senza un commento, una domanda, una perplessità, una spruzzatina di dubbio. Senza nemmeno citare la fonte!

Mi seve un giornalista, uno bravo, ma bravo davvero (o un sociologo, o uno psichiatra?), mi serve urgentemente, che mi spieghi come siamo finiti così. Cosa ci sta succedendo. Anzi mi dica esattamente in quale parte di questo universo sono finito, o se per caso non sia stato catapultato in uno di quegli universi paralleli che la fisica quantistica ora ipotizza concretamente e magari presto vedrà.

Sì, vorrei che qualcuno mi dicesse dove sono adesso, perché mi sento davvero confuso davanti alle file di carri armati raccontate con molto meno pàthos delle file per i tamponi alle farmacie.

D’altra parte, sempre di file si tratta, che problema c’è? E poi quelle farmacie sono vicine, troppo vicine, vicinissime. Non come quel Kazakistan così lontano. Che poi magari chissà dove sta.

Questo articolo è già uscito ieri, 9 gennaio 2021, in  http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it/

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Piergiorgio Paterlini

Nato a Castelnovo di Sotto, in provincia di Reggio Emilia, nel 1954, è autore di libri, programmi televisivi e testi teatrali. Assieme a Michele Serra e Andrea Aloi, è tra i fondatori del giornale satirico «Cuore». Scrive per «Repubblica» e per l’edizione online de «l’Espresso», dove tiene il blog d’autore «Le Nuvole». Tra i suoi libri: Ragazzi che amano ragazzi (Feltrinelli, 1991, 15 edizioni), Matrimoni gay, (Einaudi Tascabili Saggi, 2005), l’autobiografia a quattro mani con Gianni Vattimo Non Essere Dio (2006, nuova edizione aggiornata Ponte alle Grazie, 2015), Fisica quantistica della vita quotidiana. 101 microromanzi (Einaudi, 2013), I brutti anatroccoli (Einaudi, 2014) e Lasciate in pace Marcello (Einaudi, 2015). Matrimoni (Einaudi, 2014), Bambinate (Einaudi, 2017). Ha sceneggiato il film Niente paura, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2010.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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