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18 luglio 1914
nasce Gino Bartali, il ciclista che salvò 800 ebrei dall’olocausto

Oggi, a cent’anni di differenza, il ciclista professionista viene ancora ricordato da tutti per le sue numerose imprese. L’intramontabile, chiamato così per la sua capacità di tornare in pista a metà anni ’40, durante gli anni della sua carriera vinse tre Giri d’Italia (1936, 1937, 1946) e due Tour de France (1938, 1948), oltre a numerose altre competizioni.  Gino viene anche ricordato per la staffetta partigiana, l’aiuto che diede agli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
Il ciclista dalla fortissima fede religiosa, dopo la guerra non si staccò mai dalla propria tessera dell’Azione Cattolica, aiutò centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Allo scoppio della guerra Gino era già un ciclista professionista, e questo gli permise di avere molta più libertà di spostamento dovendo continuare ad allenarsi. Dal 1943, in seguito all’occupazione tedesca dell’Italia, Bartali che era già un corriere della resistenza, giocò un ruolo fondamentale nel soccorso degli ebrei.

Gino Bartali nacque in provincia di Firenze, a Ponte a Ema, questo stesso giorno, il 18 luglio 1914. A nove anni fu mandato garzone nel negozio di biciclette dell’ex corridore Oscar Casamonti, e qui per la prima volta Bartali scoprì il suo amore per la bicicletta. Nel giro di due anni si costruì da solo la prima bicicletta. Nonostante la bici rudimentale e la poca forza nelle gambe ancora da bambino, Bartali sfrecciava tra le vie toscane sognando un giorno di poter competere con i più grandi.
Vinse la sua prima corsa il 19 luglio 1930, gareggiando con la bici da lui costruita alla corsa locale Rovezzano-Rosano. Purtroppo venne squalificato perchè aveva superato di un giorno il limite massimo di età. Ciò nonostante quella vittoria, quella primissima vittoria, segnò Bartali a vita, regalandoci il campione che oggi tutti conosciamo.
Da allora il Ginettaccio corse numerose competizioni come ciclista dilettante, fino a quando, nel 1934, vinse la sua quinta Coppa di Bologna, e decise di passare al professionismo. Solo due anni dopo, nel ’36, vinse il suo primo giro d’Italia, dimostrandosi per la prima volta uno dei migliori ciclisti presenti in Italia. Per quattro anni il dominio del toscano fu indiscusso, vinceva tutte le competizioni presenti. Tra una vittoria e l’altra non rinunciò mai a una vita fatta di mangiate e bevute, era conosciuto nell’ambiente come uno dei pochi atleti che non seguiva una dieta ferrea e fatta di privazioni.
Nel 1940 incontrò per la volta quello che sarebbe diventato il suo più grande rivale: Fausto Coppi. Si conobbero come amici e compagni di squadra, fu infatti Bartali ad insistere per avere Coppi come gregario, ma subito tra i due nacque una rivalità in sella alla bici. La loro rivalità ebbe però vita breve, perchè con l’entrata in guerra dell’Italia, i campionati e i giri vennero sospesi.

Durante la guerra Bartali indossò la divisa della GNR, la guardia nazionale repubblicana, una forza armata con compiti di polizia interna e militare. In realtà durante quegli anni Gino fu un perno fondamentale dell‘organizzazione clandestina DELASEMDurante i suoi allenamenti Bartali nascondeva foto e documenti nel cannone della sua bicicletta, portandoli ad Assisi dove venivano stampati documenti falsi che lo stesso Bartali portava agli ebrei nascosti. Nel 2006, quando gli fu conferita la medaglia d’oro al merito civile si stimò che con la sua staffetta salvò la vita a quasi 800 ebrei.
Per questo suo impegno durante la guerra, tenuto nascosto quasi a tutti per molti anni, ebbe numerose riconoscenze. Al ciclista non interessavano i titoli o le riconoscenze, lo si evince anche dalle parole che pronunciò durante una delle numerose cerimonie:
«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca.».

Finita la guerra Bartali tornò a gareggiare nonostante in molti, giudicandolo troppo vecchio e fuori forma, si scagliarono contro la sua scelta. Nel ’46 vinse il Giro d’Italia, e a seguirlo di soli 47′ il suo ex compagno di squadra, Coppi.
Nasce in questa occasione una delle rivalità più storiche del ciclismo: Bartali vs. Coppi, il primo cattolico e simbolo della democrazia cristiana, il secondo iscritto al Partito Comunista. La rivalità tra due amici che era di più di semplice competizione sportiva, era un simbolo della polarizzazione della società, della spaccatura tra le due grandi correnti. É comprovato che lo stesso De Gasperi, fondatore della DC, chiamò l’amico e conoscente per incitarlo a vincere e a compiere un’impresa epica così da rasserenare gli animi.

Bartali morì per un attacco di cuore nel primo pomeriggio del 5 maggio 2000, all’età di 85 anni, nella sua casa di piazza cardinal Dalla Costa a Firenze. Fu sepolto però nel suo paese natale, Ponte a Ema, dove tutto il suo viaggio cominciò. Ginettaccio insegnò a tanti il rispetto e l’amore. Il suo insegnamento ancora oggi non è stato dimenticato, i suoi valori cristiani divennero giustizia sociale. Piccoli gesti, come il famoso passaggio della borraccia al rivale Coppi, sono il simbolo di un uomo che credeva nel rispetto e nella dignità e aveva fatto di questi i suoi valori guida.

“Io sono un povero stradino ignorante, con scarsa educazione, però rispetto tutte le opinioni e intendo essere rispettato”’. 

 

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Filippo Mellara

Abito a San Lazzaro (BO) e sono uno studente universitario di scienze della comunicazione. Impegnato socialmente nel cercare di creare un futuro migliore, più equo e giusto per tutti. Viaggiatore nel mondo fisico e spirituale, ritengo che la ricerca del sé sia anche la ricerca del NOI. Cresciuto tra Stato e Rivoluzione e Bertolt Brecht.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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