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Diario in pubblico. Dante e la scuola

Da dantista che negli anni passati ha insegnato il verbo del poeta all’Università di Firenze, dove detenevo la titolarità dell’insegnamento, resto senza parole a leggere ciò che è accaduto presso una scuola di Treviso, dove la docente di lettere, accogliendo una richiesta della famiglia di due studenti mussulmani, li ha esentati dallo studio del poeta sostituendolo con Boccaccio.

La follia della richiesta e del permesso si lega con la miserabilità di una visione così pericolosa da richiedere un commento che in tempi normali avrebbe dovuto essere niente altro che un manifesto contro la indocta ignorantia che flagella gli stessi dispensatori di cultura, ma che nel caso odierno si rivela un pericoloso strumento della deriva politico-culturale a cui stiamo approdando.

Si parta dunque da una premessa non scontata. Che significa insegnare i classici e come va inteso questo insegnamento? Nella storia del secolo breve molto si è discusso sulla necessità di far entrare lo studio dei classici come modo di capire la Storia e porre il discente nella possibilità di comprenderne l’evoluzione e il conseguente magistero. A dispetto della renitenza tipicamente giovanile (ma non solo) a porvisi a confronto. Eppure, il risultato fu soddisfacente.

Per quello che riguarda la mia esperienza, indimenticabili furono gli anni in cui Roberto Benigni ed io collaborammo nel proporre lo studio del Poeta. Roberto attirava folle entusiaste in piazza Santa Croce, poi la palla passava a me, che esaminavo, usando lo strumento della filologia e della storia della letteratura. Veniva poi affittato un teatro per contenere gli studenti che dovevano passare gli esami, i quali erano di diversissime nazioni, di estrazioni cosmopolite, di culture eterogenee.

Nel caso di Treviso colpisce la totale mancanza di prospettiva professionale della docente che riflette ciò che da sempre è stato il più grave handicap dell’insegnamento quello che ho chiamato ignoranza storica. E qui si apre uno dei problemi più spinosi, a cui ho dedicato molta parte del mio percorso culturale, cioè la pericolosità dei metodi dell’Accademia applicati direttamente al contesto storico-politico.

Mi spiego. Io deus ex machina, cioè professore di ruolo, scelgo i miei collaboratori non solo in base alle loro capacità, ma come riflesso della mia visione culturale e a chi trasgredisce l’ordine “peste gli colga”!

Nel caso della scuola di Treviso, sembra quasi che lo smarrimento attestato dalla insegnante sia legato a quella deficienza di visione che Michele Serra nella sua Amaca del 26 maggio così individua: “La cultura serve a contestualizzare la storia e l’arte, collocando ogni evento e ogni opera nella sua epoca”. Una posizione condivisa anche dall’intervento di Vittorio Sgarbi nella puntata del 27 maggio di Quarta Repubblica condotta da Nicola Porro.

Qui si dovrebbe aprire un a riflessione molto più coinvolgente e necessaria e che riguarda lo stato mai così basso raggiunto dalla scuola pubblica, che sopravvive miseramente tra mancanza di fondi, che dovrebbero consentire un migliore funzionamento di tutti i suoi organi. Altro che fuga in altri luoghi che garantiscono una occupazione migliore!

La vergogna che la politica di tutti gli schieramenti non sa o non vuole (e questo è più grave) sanare.

Alla fine del mio impegno culturale è una colpa che sebbene incolpevole mi grava sulle spalle.

Cover: Domenico di Michelino, Dante con in mano la Divina Commedia, 1465 – su licenza Wikimedia Commons

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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