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Cerco di raccapezzarmi ricostruendo con il ‘Lego’ della memoria i fatti sconcertanti, inammissibili, crudeli e gloriosi che questa Italietta petulante è riuscita a mettere assieme.
Aggiungere qualcosa al problema Ilva supera di molto le mie possibilità intellettuali, morali e ideologiche: lo strazio del sentimento (e della ragione) di fronte all’implacabile ‘fatto’ dei licenziamenti, del ritiro dei franco-indiani, di una città avvolta nel veleno: reale e metaforico. Tutto è dunque colpa dei politici? Oppure anche il ‘popolo’ ha messo del suo?
Ma quello che m’offende, che trovo privo di alcuna possibilità di riparazione, che dimostra il prevalere dell’odio su tutta la gamma dei sentimenti umani è il caso Liliana Segre e del comportamento della destra rimasta quasi tutta seduta al momento della standing ovation che ha seguito la proposta di una commissione anti-odio proposta dalla senatrice. Da qui la vergognosa necessità di offrire alla Segre la protezione di una scorta che l’accompagni e dissuada da gesti incivili chi ha fatto della politica dell’odio la propria bandiera. A questo ormai ‘sentire comune’ si lega e prende forma una pericolosissima forma di protesta quale quella messa in atto dal sindaco di Predappio che nega il contributo comunale al viaggio ad Auschwitz di due studenti.

Il ribollire della coscienza non serve se non si ha pronta una ferma condanna e una altrettanto ferma risposta. In questo dubbio mi conforta e mi sostiene lo splendido articolo di Fiorenzo Baratelli apparso su questo stesso giornale. Scrive: “Vengo da una tradizione politica che negli anni bui della dittatura fascista distingueva tra il filosofo Gentile e lo squadrista Farinacci. Perché non dovrei praticare la stessa arte della distinzione giudicando la Lega? […] La democrazia funziona così, mediante una dialettica quotidiana che condiziona tutti i protagonisti della vita pubblica e che di volta in volta determina spostamenti in direzioni diverse a seconda della capacità culturale messa in campo dai diversi attori politici. Chi si aspetta vittorie clamorose e definitive non ha capito il carattere ‘grigio’ di un sistema che vive all’insegna di mediazioni, compromessi e non aut-aut da ultima spiaggia”.
La proposta di Alan Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, di offrire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e di coinvolgere tutte le forze politiche in questo progetto è encomiabile. Ho appena assistito alla votazione della proposta che ha riscosso l’unanimità. Sulla campagna elettorale ormai iniziata da Matteo Salvini con il pranzo al Petrolchimico di più di 400 persone ovviamente il mio giudizio cambia non approvando per ragione anche di gusto personale (il solito radical chic!) che l’uomo politico Salvini con la sua candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna, Borgonzoni, tra tripudi di cappellacci, idromele, e altri prodotti della cucina a chilometro zero tenti la scalata alla presidenza della Regione con questi ‘festival’. Poi, come la stampa locale ha sottolineato la visita ai padiglioni di ‘Usi & Costumi’ dove il leader si scatena a farsi riprendere con il testa l’elmo di centurione alla foto con il sosia del guerriero maya di Apocalypto. Qui Matteo Salvini a suo agio si ritaglia un’ora di bagno di folla. Certo non è facile trovare nell’intera storia italiana dall’unità ad oggi un politico che aspira a diventare Presidente del Consiglio che folleggi come il Nostro dal Bagno Papeete ai costumi pseudo-storici. Ma questo è ciò che il popolo vuole e su questo s’impernia la futura ‘prise de pouvoir’ della, un tempo, Emilia rossa.
E la reazione di chi si considera politicamente di sinistra? Un cupo silenzio salvo il chiacchericcio dell’altro non meno imprevedibile Matteo.

Pregustavo da tempo la visione del film “La belle époque” come un evento a cui partecipare; con Fanny Ardant che adoro. Ormai più vecchio del personaggio principale che rivive la sua storia d’amore degli anni Settanta quella di Victor-Daniel Auteuil volevo provare l’emozione di quella Francia che ho cosi ben conosciuto. Che delusione! L’intellettualismo di cui i francesi sono maestri spinto alle conseguenze estreme: quasi una presa in giro. Dire banale è poco; dire sbagliato s’avvicina al vero. Ormai la douce France sta ripetendo i suoi miti con in più la convinzione d’essere nel vero. Helas! E’ ora di cambiare. Un attento lettore mi fa notare che senza il pensiero francese non potremmo capire la nostra storia contemporanea. Tutto vero e condivisibile ma qui non si tratta di pensiero francese ma di utilizzazione di schemi ormai obsoleti con la ‘nostalghia’ degli anni Settanta rivissuti alla luce dei nuovi mezzi comunicativi. Ecco perché m’arrabbio. Sarebbe come se mi mettessi a singhiozzare sul foulard che portavo al posto della cravatta, sui cineclub, sull’isola d Mann, sull’erba e sui pantaloni a zampa d’elefante. Abbiamo dato. Ora è la proiezione della cultura di massa che preoccupa come ben spiega Fiorenzo Baratelli nel suo ottimo articolo che ho citato.

E quale è la notizia più importante della settimana? Quella che racconta come il ministro Dario Franceschini ha rimesso in gioco e ha restituito quei 25 milioni negati al proseguimento della costruzione del Meis, il Museo dell’Ebraismo e della Shoah a Ferrara. E nel nome di chi? Di Liliana Segre.
Bravo ministro.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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