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Il senso del limite

Ripeto ciò che dissi appena la notizia fu confermata, oltre un anno fa: il concerto di Bruce Springsteen a Ferrara avrebbe dovuto essere organizzato in un luogo diverso dal Parco Urbano intitolato a Giorgio Bassani. Ho firmato l’appello, abbiamo intervistato i protagonisti della campagna “Save the Park”, come giornale siamo stati “al loro fianco”(leggi qui solo uno dei numerosi articoli dedicati al tema su Periscopio). Non era solo una questione di decibel: quel parco in passato ha ospitato spettacoli pirotecnici che salutavano l’inizio dell’estate con fragori, scoppi e botti che non avranno fatto bene alla fauna del luogo tanto quanto gli amplificatori del Boss. Non era nemmeno una questione di organizzazione, che sembra invece avere funzionato al meglio, in una situazione resa ancora più complicata dal clima alluvionale che ha accompagnato l’evento. Era ed è, credo, una questione di senso del limite. Esiste un luogo per ogni cosa. Un luogo, per il solo fatto di essere bello e suggestivo – ma spesso, proprio per questo, delicato – non può essere adatto per ogni cosa. Questo limite fu varcato in modo eclatante la prima volta nel 1989, con i Pink Floyd su una chiatta di 90 metri per 30, di fronte a Palazzo Ducale a Venezia. La città fragile per antonomasia, invasa da circa 200.000 persone intruppate in un posto non adatto per quell’assalto.

Per restare in Italia, il limite è stato poi programmaticamente varcato da Lorenzo Cherubini con il suo Jova Beach Party, che ha voluto radunare decine di migliaia di persone su spiagge e litorali destinati, per natura, ad un utilizzo antropico decisamente meno invasivo – e non voglio utilizzare termini come “distruzione di aree marine protette”, che lascio ad associazioni con maggiori competenze delle mie per poter parlare a nome del fratino, della tartaruga e del giglio di mare.

Per ultimo, in termini cronologici e di risonanza mediatica, è toccato infine a Ferrara varcare il limite, per diventare il centro di una polemica che, naturalmente, si è fatta subito politica oltre che “ambientale”. Del resto chi patrocina questi spettacoli, com’è naturale, intende trarne un grande vantaggio d’immagine, così come chi li osteggia intende sporcare l’immagine del patrocinatore, che spesso è un sindaco.

 

La contrapposizione tra fazioni

E’ apparso subito chiaro che questa contrapposizione tra fazioni non incontrava l’interesse degli appassionati accorsi da ogni dove (e quello si può comprendere), ma nemmeno lo spirito di molti ferraresi. Il motivo è semplice: la passione per il musicista del cuore superava nettamente ogni sovrastruttura “ideologica”. Il Boss arriva nella mia piccola città, ergo io compro il biglietto e lo vado a vedere, anche se il luogo del concerto è “politicamente scorretto”, anzitutto per la mia sensibilità civile. La passione o l’idolatria sono più forti del “dover essere” coerenti con le proprie idee, civili, “progressisti”. Vale anche il contrario: un sacco di gente ama Springsteen, il cantore degli ultimi, il narratore in musica della fallacia del sogno americano (che in realtà incarna alla perfezione), ma non ha mai votato né mai voterà per un partito di sinistra.

Un po’ di questa trasversalità è attribuibile all’autorevolezza dell’artista. Già la musica di per sè è un grande aggregatore, e quando un musicista oltrepassa una determinata stargate, diventa credibile non per le cose che dice ma per il fatto di essere se stesso. La sua credibilità – o la credibilità che riesce comunque a rappresentare al pubblico – gli fa acquisire una popolarità transpolitica, che sorvola tranquillamente le barriere ideologiche (e questa è una scommessa vinta dall’attuale amministrazione). Nel caso di The Boss, oltre alla produzione discografica, sono proprio i concerti che lo hanno consacrato, al punto da far diventare luogo comune la frase “il mondo si divide in due: chi ama Springsteen e chi non l’ha mai visto dal vivo”.

Il resto della trasversalità lo fa la psicologia delle masse. Quando un artista tocca determinate corde, l’ emozione che suscita in noi si pone su un piano diverso e parallelo rispetto alle nostre idee. Le passioni e le emozioni prevalgono sulle convinzioni. Poi accade un fenomeno affascinante e sinistro:  quando l’artista diventa una star, l’identificazione collettiva acquista una potenza inquietante allorché ogni persona facente parte della collettività si sente chiamata in causa singolarmente, come se quella frase o quel giro armonico fossero dedicati proprio a lei, anzi parlassero di lei. Cosa volete che pesi un parco calpestato rispetto all’emozione di sentire il Boss che ti fa ritornare live a quel momento della tua vita in cui stavi male e quella canzone “ti ha salvato la vita”? Quella, proprio quella che sta cantando adesso davanti a te, anzi per te.

 

Ipocrisia e solidarietà

Mi tengo per ultimo il temibile effetto che la “società dello spettacolo”, della quale tutti vogliamo fare parte, sta producendo sulla nostra psiche. Intanto, per la precisione: se Ferrara fosse sott’acqua, il GP di Imola si sarebbe svolto regolarmente. Questo lo sanno tutti. Quindi lo scandalo per la conferma “immorale” dello spettacolo ferrarese appare, ai miei occhi, ammantato da uno spesso velo di ipocrisia.

Inoltre. Adesso vanno di moda queste manifestazioni collettive di solidarietà gratuita. Un attentato fa mattanza di una redazione di giornale, il giorno dopo “siamo tutti Charlie Hebdo”. Dopo la caduta delle Torri Gemelle siamo stati tutti newyorkesi, per un mese. Dopo il terremoto eravamo tutti di Amatrice. Adesso siamo tutti emiliano-romagnoli. Ognuno a casa sua, naturalmente, davanti al pc o allo smartphone – e ci mancherebbe anche che ci si muovesse in massa percorrendo strade allagate, franate o inghiottite dalla melma. Tuttavia quello che fa indignare è la mancata dichiarazione. Attenzione: non la mancata azione, ma la mancata dichiarazione di solidarietà, compresa l’omissione di Springsteen dal quale tutti si aspettavano una “parola di conforto”, una “manifestazione di vicinanza”. La solidarietà nella società dello spettacolo vale in funzione di due parametri di misura: la pubblicizzazione della stessa e la sua gratuità. Facendo una dichiarazione sul palco, Springsteen avrebbe catturato entrambi i piccioni con una fava: avrebbe confermato la sua fama di artista “vicino agli ultimi” e avrebbe potuto permettersi di non versare un euro. Personalmente gli riconoscerei la fama di cui gode se facesse una robusta donazione e non lo venisse a sapere nessuno.

 

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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