8 Settembre 2017

Una vita in giostra: racconti della Ferrara che fu/1

Simona Gautieri

Tempo di lettura: 5 minuti

Alla giostra si può essere ciò che si vuole. Quando le luci si accendono e parte la musica, ecco che si diventa cowboy in groppa a un cavallo, astronauti sopra un disco volante o pompieri nel furgoncino rosso con la sirena. La magia della giostra arriva ai nostri giorni immutata, non teme il passare del tempo, regge il confronto con i giochi più tecnologici e sofisticati. Non c’è bambino che non tiri il braccio della mamma o del papà per salirci e che non rimanga ammaliato dalla sua musica e colori. Sarà che ha il fascino dei tempi passati e che, intorno ad essa, è ancora possibile fermarsi a scambiare due chiacchiere, mentre si dispensano i saluti di rito ai bambini impegnati a dare i biglietti al giostraio. Quando si parla di giostre, a Ferrara, si parla di Gianni. Non è necessario neanche aggiungere il cognome, Da Ronche, basta dire “Andiamo da Gianni” per capire che si passerà il pomeriggio alla giostra di piazzetta intitolata a suo padre Remigio Da Ronche alle spalle dell’Acquedotto. “Fare il giostraio è una passione, uno stile di vita. Solo con la passione si può fare un mestiere come questo che implica tanti sacrifici. Eppure io non mi sono mai stancato e mai mi stancherò della giostra che rimane un mondo magico anche per chi, come me, ci è nato “.

Gianni ha una storia famigliare che potrebbe diventare un appassionante romanzo storico: uno spaccato dell’Italia che fu e di ciò che è diventata, vista da chi, fin da bambino, ha seguito il padre giostraio in giro per la provincia italiana, per poi seguirne le orme. “Siamo originari di Ronche – racconta Gianni – vicino ad Agordo. Mio nonno Giovanni impagliava le sedie e le vendeva alle fiere paesane. E’ stato proprio girando per i mercati che gli è venuta l’idea di iniziare, nel 1861, il mestiere di giostraio. Inizialmente si avevano dei giochi molto semplici: i cosiddetti ‘calci in culo’, in cui ci si spingeva con i piedi, e le ‘barchette’ a trazione umana in cui ci si dondolava. Mio padre Remigio è nato a Ferrara e, a parte una breve interruzione dagli 8 ai 14 anni, rimasto orfano ha ripreso l’attività paterna girando per fiere cittadine e parrocchiali. A 17 anni è partito per la Prima Guerra Mondiale: è uno dei ragazzi del 1899 decorato con la croce di guerra e medaglia d’oro. Al suo ritorno, deciso a continuare a fare il giostraio, ha innovato l’attività dotando i giochi, prima a trazione umana, di motore a scoppio. Girava per la provincia con un noleggiatore che si serviva di carretti trainati da cavalli fino a quando, nel 1922, a un asta nel Veneto ha comprato un autocarro Fiat 18P. La cosa incredibile è che era lo stesso autocarro che guidava da militare. Un segno del destino”.

E’ una Ferrara dei ricordi quella che emerge dai racconti di Gianni: una Ferrara agricola con ampi spazi liberi da costruzioni e animata dalle fiere parrocchiali, quella di San Giorgio o di San Benedetto, che erano un appuntamento immancabile per tutti i cittadini. “All’epoca i divertimenti erano limitati – ricorda Gianni – c’era il cinema e la sala da ballo per gli adulti e la giostra per i bambini. Quando arrivavamo alle fiere era una festa: i bambini erano affascinati dal montaggio e dal funzionamento della giostra e anche per me, che all’epoca ero bambino, la giostra era un mistero affascinante. All’epoca erano tutte in legno e la piattaforma non era girevole ma erano i soggetti che con le ruote facevano girare le lambrette o i calessini montati su di essa. Lo stesso per gli ottovolanti: sono nella metà degli anni Cinquanta si è arrivati alle strutture in ferro e agli abbellimenti di plastica e vetroresina. La musica con i giradischi risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, prima c’era un organetto che si azionava con la giostra e suonava la classica melodia chiamata ‘carousel’, tipica delle giostre a cavalli che un tempo erano in ferro battuto e venivano azionati dal dondolio del bambino che ci sedeva sopra”. “Il giostraio è un modo di vivere e non un mestiere” continua a ripetere Gianni e non può essere altrimenti se si pensa alla vita di sacrifici che questo lavoro impone.

Un vita nomade, con continui cambi di scuola e di amicizie. Una vita passata a bordo di “carovane in legno di 8 metri quadri, in cui viveva una famiglia. “Ai tempi di mio padre si viaggiava su carri dove veniva issata l’attrezzatura mentre per le persone c’erano delle carovane in legno. Fino al 1949 ci fermavamo a Ferrara da fine novembre fino a fine febbraio. Il 1 maggio montavamo la giostra all’interno del Parco Massari e in primavera si riprendeva a girare per tutta la provincia di Ferrara, fino al mare. Ogni volta che la giostra si facevano dei grandi pranzi fuori dalle carovane: si era una grande famiglia e tutti gli zii e i cugini, davano una mano in questa impresa”. Il rapporto umano è il valore aggiunto di un mestiere che ti porta a conoscere non solo persone diverse ma diverse generazioni della stessa famiglia. “Conosco per nome la maggior parte dei miei clienti -dice Gianni- Sono genitori che accompagnano i loro bambini ma che, a loro volta, sono stati miei clienti da piccoli. Una volta è arrivato alla giostra un corteo nuziale. Ho riconosciuto subito gli sposi: erano due ragazzi che frequentavano la mia giostra in Porta Catena. ‘Possiamo fare una foto sui cavalli?’ mi hanno chiesto ed in fine sposi ed invitati hanno fatto un giro sulla giostra. ‘Ci siamo innamorati frequentando la tua giostra e ora ci siamo sposati sulla tua giostra’ mi hanno detto” e il viso del giostraio si apre in un sorriso.
(Foto gentilmente concesse da Gianni Da Ronche)

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