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Scuola e no-vax: l’incompatibilità professionale

Negli anni Sessanta i giovani obiettori al servizio militare finivano in carcere. Poi, circa un decennio dopo, sono venuti i medici obiettori di coscienza di fronte all’interruzione anticipata della gravidanza e nessuno li ha cacciati dagli ospedali, né messi in galera.
Ora l’obiezione dei no-vax non è di coscienza, perché apparentemente non ci sono in gioco valori morali e civili, ma obiezioni nei confronti della pervasività della scienza.

Prima Francesco, il papa, poi il presidente della repubblica hanno sostenuto che vaccinarsi è un atto d’amore. Al valore civile della tutela della salute pubblica sancita dalla Costituzione ora si aggiunge la portata etica dell’amore, amore per il prossimo oltre che per se stessi.

Ci sono luoghi particolarmente sensibili, ad alta intensità etica e civica, questi, primo tra tutti, la Scuola. La scuola è il luogo di passaggio di milioni di giovani e di adulti, in questo passaggio che ha la durata delle ore, dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni avviene qualcosa di eccezionale, che solo lì resta isolato, tra l’adulto e un gruppo di giovani, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, una sorta di bene immateriale, che non si vede, ma che respira con il respiro di quell’insieme che è la classe, il gruppo, l’aula, il laboratorio, la palestra.

Quella cosa bellissima che ogni società ad ogni lato della Terra chiama crescita, crescita delle nuove generazioni, allevamento, innalzare da terra per portare sempre più in alto.
I Care. È la cura, il prendersi cura, il camminare al tuo fianco, prenderti la mano e accompagnarti, aiutarti a superare gli ostacoli, lasciarti correre quando ti senti sicuro, sedermi al tuo fianco quando pensi di non farcela.

Non possiamo scrivere I Care sulle pareti delle nostre scuole e pensare che insegnare sia un fatto nostro, che esclude testo e contesto, l’umanità che lo nutre, la responsabilità che lo sorveglia, l’attenzione e l’interesse della società intorno.

Insegnare non ammette il conflitto, né con le generazioni degli studenti, né con le famiglie.
Quando si insegna, si entra in una classe, ci si accosta ad una cattedra non si parte per una missione, ma più semplicemente si è chiamati ad esercitare la propria professione, a professare la cultura che è sempre aperta, accogliente, rivolta a scovare il sapere, che è passione per l’altro che deve apprendere.

Ora non c’è più nulla di più incongruente, di più inconciliabile, di più inspiegabile di un insegnante no-vax. Non vaccinarsi per un insegnante significa pensare che la propria professione è distanza e giudizio, comunicazione oracolare e sentenza finale, una staticità angustiante di teste inscatolate da inscatolare nel packing della propria materia. La scuola degli imballaggi dove collocare ogni alunna e ogni alunno per poi sfornarlo confezionato secundum curricula al termine del corso studiorum.

L’I Care di don Milani [Qui] è la scuola dell’umanità, la scuola di Freinet [Qui], di Bruno Ciari [Qui], di Mario Lodi [Qui] e di tutti coloro che li hanno assunti come testimoni e che a loro si sono sempre ispirati nel proprio lavoro.

Nella nostra scuola non c’è posto per i no-vax, per i sindacati che stagnano nell’ambiguità corporativa. La scuola è delle ragazze e dei ragazzi e per tornare ad essere loro è necessario che tutti gli insegnanti e chi lavora nella scuola, dai collaboratori scolastici ai dirigenti, siano tutti vaccinati. Diversamente nessuno di questi merita di mettere piede in una scuola, in una classe, perché non sarà mai dalla parte dei giovani che devono crescere, studiare, imparare ad apprendere.

La scuola è passione e se non è appassionata non è scuola, manca pure lo spazio per esitare un solo attimo tra il vaccinarsi e il non vaccinarsi. Chi pensa di avere questo spazio ha sbagliato mestiere, quello dell’insegnante non è il suo lavoro e, se l’ha scelto per ripiego, è bene che mediti sulla sua superficialità e sulla responsabilità che porta. Il paese ha bisogno di passione per la scuola, di questo hanno bisogno tutti i bambini e le bambine, tutte le ragazze e tutti i ragazzi.

Non si vuole obbligare al vaccino? Benissimo. Nella scuola pubblica, quella solidale, quella dell’inclusione, quella dell’accoglienza, quella dove hanno piena cittadinanza fragilità e disabilità non ci può essere posto per personale che non sia vaccinato, la scuola pubblica non può che essere radicale nell’applicazione del dettato costituzionale dell’articolo 32.

Non c’è posto per tutti nella scuola pubblica, non è un ufficio di collocamento per mezzi servizi e mezzi stipendi. È ora di chiudere con la storia che a scuola entrano tutti dopo anni di graduatorie dove i punteggi si accumulano nei modi più disparati e in graduatoria si sosta per anni, fino a quando, dopo aver optato per un impiego alle Poste, ti ripescano per una supplenza.

Questo è il valore che attribuiamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi. All’inizio del secolo scorso John Dewey [Qui] ci ricordava che compito della società è quello di assicurare ciò che ciascun genitore desidera per il proprio figlio, vale a dire gli insegnanti migliori e non il primo che capita per via di un algoritmo.

La Scuola deve essere l’istituzione migliore del paese, con i professionisti più preparati, non più saputi, ma più preparati nella fatica di curare ognuno, uno per uno, di condurre per mano, con pazienza e intelligenza ogni ragazza e ogni ragazzo dal nido all’università, senza perderne uno, senza lasciare indietro nessuno, disegnando per ognuno il percorso che può fare. Con l’arte della tartaruga, con il festina lente.

È il principio di responsabilità di cui si carica chi lavora nella scuola, responsabilità innanzitutto di fronte alla crescita di ogni ragazza e di ogni ragazzo, responsabilità nei confronti della società e del suo futuro, responsabilità nei confronti delle famiglie. Chi non se la sente di portare un simile fardello sulle spalle è bene che a mettere piede in una scuola non ci pensi neppure lontanamente.

Ora non è che dopo aver introdotto nelle nostre scuole, allarmati dai comportamenti delle giovani generazioni, l’Educazione Civica come insegnamento trasversale, che interessa tutti i docenti e tutti i gradi scolastici, per formare cittadini responsabili, come proclama il sito ministeriale, l’insegnamento dell’educazione civica poi lo affidiamo agli insegnanti no-vax?

L’articolo 1, comma 1 della legge richiama il patto educativo di corresponsabilità come terreno di esercizio concreto per sviluppare “la capacità di agire da cittadini responsabili e di partecipare pienamente e consapevolmente alla vita civile, culturale, sociale della comunità.”

Di fronte agli appelli del presidente della repubblica, del papa, delle autorità sanitarie gli insegnanti, più di ogni altro, non hanno possibilità di scelta. L’obbligo a vaccinarsi è connaturato al mestiere che hanno deciso di esercitare, perché quel mestiere ha particolarità che a stare seduti in cattedra non si possono scoprire e neppure apprendere, sono quelle stesse peculiarità per cui, o l’insegnamento è in presenza, umanamente intimo e corale allo stesso tempo, o è un’altra cosa.
Per l’altra cosa non serve né l’insegnante né il vaccino.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Firma ché ti Pass!
La costrizione vaccinale per i lavoratori della scuola

 

Le riflessioni che seguono prendono spunto dalla recente introduzione del, cosiddetto, “green pass” per i lavoratori della scuola, insieme a quelli dell’università, e tentano di mettere in luce in questo dato politico alcuni aspetti che, a parere di chi scrive, dovrebbero sollevare in tutti i cittadini italiani degli interrogativi molto seri sulla direzione che sta prendendo il governo del Paese.

A scanso di equivoci e di polemiche vacue, vorrei premettere che le riflessioni in questione non sono ispirate a visioni no-vax, né a visioni pro-vax; né a idealizzazioni dei lavoratori della scuola, né tantomeno al loro disprezzo sistematico.
Non voglio, insomma, assolutamente entrare sul piano clinico, ma solo sviluppare alcune considerazioni sul piano etico e politico, mentre degli eventuali risvolti giuridici, se ve ne fossero, altri si potranno occupare con il necessario fondamento, come in parte già avviene.

Alla ripresa delle lezioni, dunque, i lavoratori della scuola dovranno esibire il green pass. Chi non ne sarà in possesso verrà sospeso dal lavoro e dal salario. Il che, teniamolo presente, per una fascia di lavoratori tradizionalmente a basso reddito può voler dire non essere in grado di far fronte alle esigenze più immediate della propria famiglia e costituisce dunque una formidabile arma di pressione.
In generale, il green pass si può ottenere in tre modi:
– essendo guariti dal covid;
– con un tampone negativo nelle ultime 48 ore;
– con un ciclo completo di “vaccinazione”.

Poiché non si può chiedere a qualcuno di contrarre volontariamente il Covid per poi, con un po’ di fortuna, rientrare nella prima categoria, né di fare tre tamponi a settimana (quelli salivari sono esplicitamente esclusi), è chiaro che per i lavoratori della scuola l’unica strada effettivamente percorribile è la “vaccinazione”.

L’obbligo del green pass equivale dunque, nel loro caso, a un tentativo di costrizione al trattamento sanitario in questione, perseguito attraverso la ‘sollecitazione’ dell’estromissione dall’ambito lavorativo e della privazione dei mezzi di sussistenza. Si tratta di un fatto ormai largamente riconosciuto, come per esempio dal microbiologo Andrea Crisanti  [Vedi qui]

Ma perché il governo non obbliga semplicemente e direttamente i lavoratori della scuola alla vaccinazione?

Si tratta di una questione complessa, sulla quale certamente il clima mediatico non aiuta a chiarirsi le idee. Alcuni punti sono stati accennati in un recente contraddittorio tra il filosofo Massimo Cacciari e il farmacologo Silvio Garattini, al quale rimandiamo chi lo avesse perso [Vedi qui] .
Fatto sta che non solo l’obbligo vaccinale non è stato imposto, ma in sede di presentazione del D.L. 111/2021 si è sentita l’esigenza di ribadirlo esplicitamente. Evidentemente – e anche su questo esiste un’amplia letteratura –  l’imposizione dell’obbligo implica un’assunzione di responsabilità che il Governo non può o non vuole esercitare.

La centralità del nodo della responsabilità in tutta la vicenda emerge chiaramente nel fatto che, in sede di somministrazione del vaccino, è inderogabilmente richiesta la firma di un modulo di consenso nel quale ci si dichiara a conoscenza di quanto esposto nei materiali informativi, rinunciando di fatto a possibili azioni futura di tutela per effetti indesiderati.

Per fare solo un esempio di ciò di cui si dichiara d’esser consapevoli, riportiamo il punto 5.3 del Documento integrale Pfizer: “Non sono stati condotti studi di genotossicità o sul potenziale cancerogeno. Si ritiene che i componenti del vaccino (lipidi e mRNA) non presentino alcun potenziale genotossico

Naturalmente, la richiesta di questa firma è, in sé, comprensibilissima: i “vaccini” sono stati realizzati in emergenza, dunque chi vuole godere dei benefici che essi hanno potuto dimostrare nei tempi ristretti della sperimentazione, deve anche accollarsi i rischi relativi a ciò che, nei medesimi tempi, non è stato possibile accertare.
Questo fatto, però, dimostra anche in modo incontrovertibile che – qualsiasi cosa si voglia far credere in proposito – non esiste allo stato delle conoscenze, una base di dati sulla quale effettuare una valutazione complessiva rischi/benefici scientificamente affidabile.
Da ciò derivano due conseguenze: l’opinione di chi teme che i rischi possano essere complessivamente maggiori dei benefici potrà magari nel tempo rivelarsi sbagliata, ma non è, allo stato delle cose, assurda o irrazionale; essa non è di per sé frutto di una prospettiva egoistica, se si tiene conto di uno scenario nel quale significativi effetti indesiderati si manifestassero in una percentuale rilevante della popolazione vaccinata.

È quanto viene sostanzialmente recepito nella Risoluzione 2361/2021 del Parlamento Europeo nella quale, ai punti 7.3.1 e 7.3.2, si afferma esplicitamente che i cittadini europei devono essere informati del fatto che la vaccinazione non è obbligatoria, che nessuno deve subire alcun tipo di pressione verso il vaccino se non è intenzionato a farlo, né essere discriminato in conseguenza di questa scelta [Qui]
L’introduzione surrettizia dell’obbligo vaccinale, dunque, non è affatto una questione di sottigliezze giuridiche, bensì di concretissime alterazioni delle sfere dei diritti individuali e collettivi. Certamente se ne discuterà molto nelle aule dei tribunali a diversi livelli ma, naturalmente, è anche qui imprevedibile con quali esiti.
Resta, spiace dirlo, un triste dato politico: imporre di fatto di ciò che non è esigibile in base al diritto è prassi che caratterizza forme di potere diverse da quello democratico e che difficilmente, una volta instaurata, non tende a replicarsi. Questo aspetto dovrebbe preoccupare tutti i cittadini indistintamente.

Purtroppo, però, le ragioni di preoccupazione civile e democratica non finiscono qui.
Appare, infatti, abbastanza scontato che chi valuta i rischi di una determinata pratica terapeutica superiori ai benefici, come coloro i quali non intendono sottoporsi attualmente alla vaccinazione, non può essere propenso a sollevare dalle relative responsabilità chi lo obbligasse a sottoporsi a quella pratica.
Questa è anche, ovviamente, la situazione dei lavoratori della scuola che avevano deciso per il momento di non vaccinarsi. Ma per poter ottenere la vaccinazione alla quale sono ora di fatto obbligati dalla logica intimidatoria del green pass – se non sei vaccinato non puoi lavorare e sarai privato dei mezzi di sussistenza – dovranno apporre quella firma liberatoria che è contraria alla loro volontà, alle loro convinzioni, alle tutele previste nel caso quelle convinzioni dovessero rivelarsi fondate.

In breve, lo Stato – da una parte come fonte, attraverso i suoi Organi, delle norme e dall’altra come datore di lavoro – dice in questa circostanza al suo dipendente: apponi questa firma con la quale rinunci a eventuali future azioni di tutela dei tuoi diritti, altrimenti ti allontanerò dal tuo posto di lavoro e dal salario.
A me pare che, in senso morale, la firma in questione debba essere considerata estorta.
Non vedo infatti, in senso etico, particolari differenze con quelle situazioni nelle quali alcuni datori di lavoro, all’atto dell’assunzione o del rinnovo di un contratto di lavoro, impongono al lavoratore la firma di una lettera di dimissioni priva di data, che il datore di lavoro stesso potrà utilizzare, ad esempio, qualora il lavoratore pretendesse di far valere in azienda i propri diritti garantiti dalla legge.
In entrambi i casi, infatti, il lavoratore appone la firma in contrasto con la propria volontà, con le proprie convinzioni e con la cura dei propri diritti all’unico scopo di ottenere o conservare il posto di lavoro e la retribuzione che il datore di lavoro minaccia di sottrargli.

Il tutto appare ovviamente ancor più eticamente paradossale se si tiene conto del fatto che proprio allo Stato spetta di vigilare affinché la sfera del lavoro – la quale resta, fino a nuovo ordine, il fondamento costituzionale della Repubblica democratica – sia protetta dall’eventuale erosione dei propri diritti sempre possibile nei concreti rapporti socioeconomici.

Tornando all’esempio di cui sopra, se un datore di lavoro chiede a un lavoratore di firmare una lettera di dimissioni, è compito dello Stato intervenire e reprimere tale condotta. Addirittura, tale comportamento è stato ricondotto, nella giurisprudenza, all’art. 629 del Codice Penale, ovvero al reato di estorsione, e questa interpretazione è stata confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza n° 18727 del 14 aprile 2016 [Qui], nella quale si legge tra l’altro: anche lo strumentale uso di mezzi leciti e di azioni astrattamente consentite può assumere un significato ricattatorio e genericamente estorsivo, quando lo scopo mediato sia quello di coartare l’altrui volontà”.

In questi tempi difficili abbiamo un gran bisogno di buoni anticorpi: anche di quelli democratici e repubblicani.

Vaccinazione. Lettera aperta a Papa Francesco.

 

Libertà e amore sono intrinsecamente legate. Un’azione di amore è per forza e sempre una libera scelta, se no non è amore. Troviamo questo  insegnamento in tutte le tradizioni spirituali ma, in quella cristiana, è un insegnamento che proviene con forza prorompente da una donna, la Madonna, che all’età di 14 (12?) anni sceglie in piena autonomia e libertà di correre il rischio di essere lapidata pur di seguire  il suo cuore, di seguire quell’amore che le ha fatto dire di si alla richiesta di Dio “vuoi avere un figlio da me?”.
Solo pensare alla forza rivoluzionaria di questa donna di 2000 anni fa, che si ribella a qualsiasi convenzione etica del suo tempo, che agisce fuori da ogni regola comunitaria del tempo e che se ne assume la responsabilità, ancora oggi mi riempie di devozione per LEI.

Maria è forse la figura più rivoluzionaria che sia mai esistita.
In una società patriarcale, in cui le donne non solo non potevano autodeterminarsi se non attraverso la figura paterna, lei, giovanissima, appena sposata, affronta il rischio di essere ripudiata e rimandata al padre  terreno) da cui avrebbe ricevuto il verdetto sulla lapidazione.
Lei sceglie di essere obbediente. A chi? Al Dio Padre?
No sceglie di essere fedele a se stessa e alla voce interiore che dopo una prima titubanza la spinge a dire si. il suo si è poi un si ripetuto tante volte nella sua vita di madre, anche quando non comprende quel figlio che lei, comunque e nonostante tutto, continua a  riconoscere come figlio di Dio anche nel momento tragico della sua morte.
Una donna, una madre, un esempio di amore per tutti uomini e donne.

Perché scrivo questo? Perché il Santo Padre ha detto alcuni giorni fa: “Vaccinarsi è un atto di amore….”
È una frase che mi ha colpito nel profondo perché io, al contrario suo, credo (potrei sbagliare certamente) che non vaccinarsi sia un atto di amore, e lo credo perché c’è una voce interiore forte che mi dice no a una antropologia che nega la forza dell’umano, che affida alla tecnoscienza, per di più in fase sperimentale, le sorti di una pandemia, che dice agli uomini che siamo vittime e che solo fuori c’è la salvezza, fuori da noi, quando noi cristiani dalla Cresima in poi, siamo invitati a testimoniare che la salvezza viene da dentro noi stessi.

Cosa dunque, dovrei, seguire?
la voce che da dentro mi invita a non seguire questa narrazione dell’umano e quindi a oppormi ai dettami etici del mio tempo, oppure la voce del Santo Padre (terreno), che  invita a un’azione da lui valutata come etica?

DOMICILIARE È MEGLIO:
è possibile una terapia anticovid più sostenibile?

 

La notizia è passata in secondo piano, ma lo scorso 8 aprile il Senato ha approvato una mozione all’unanimità (212 favorevoli, 2 astenuti, 2 contrari) che chiede al Governo di sostenere il protocollo delle cure domiciliari antiCovid. Quel protocollo che aveva sperimentato con successo (e proposto) Luigi Cavanna, primario di oncologia a Piacenza, sin dal marzo 2020 (13 mesi fa).
Nessuno può restituirci le vite, ma finalmente si prende atto che abbiamo sbagliato a seguire l’unica via “ospedale-terapie intensive”, mentre bisognava sin dall’inizio usare la medicina territoriale, andando a casa dei pazienti, curandoli subito con ecografo portatile, saturimetro e farmaci antinfiammatori, antibiotici, eparina e cortisonici (come faceva Cavanna). Oggi, solo oggi, anche il Senato ritiene queste cure appropriate ed efficaci.

Ciò dovrebbe dare un impulso a quella ricostruzione della medicina territoriale (smantellata negli ultimi 30 anni) che costa meno, evita di intasare gli ospedali ma soprattutto cura meglio “sull’uscio di casa” ed è più umana.

In una intervista di Alessandro Barbano per conto dell’Huffington Post  [Vedi qui]  il primario di Piacenza, Luigi Cavanna, pioniere delle cure precoci a domicilio, spiega come “aspettare il virus barricati dentro un ospedale non ha funzionato” ed è forse questa la principale causa dell’altissima mortalità italiana (13% in più di quella brasiliana, dove non c’è una sanità pubblica efficace ed equamente distribuita).

Avremmo dovuto curare a casa con farmaci tradizionali, come ha fatto Cavanna sin dal marzo dell’anno scorso?
Un dubbio legittimo che però non è mai stato preso seriamente in esame dal Ministero della Salute e dal relativo Comitato Tecnico Scientifico (CTS) che hanno preferito tenere in considerazione solo la strada della grande ricerca scientifica mondiale. Una posizione difficilmente criticabile sul piano socio-politico e che dava certo maggiori sicurezze nell’inevitabile confronto internazionale e con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
In sostanza le linee guida di Ministero e CTS si sono basate su studi completi di fase 3 pubblicati su riviste scientifiche (il livello più accurato di validità riconosciuta) e hanno tralasciato per scelta strategica quelle esperienze cliniche pratiche che, pur di nicchia, erano promettenti. Oltre a Cavanna, dal marzo dello scorso anno  si erano mobilitati centinaia di medici (assieme a un gruppo Facebook di oltre 300mila iscritti) con uno schema terapeutico apprezzato in molti paesi esteri, veicolato anche da IppocrateOrg (che operava a Mauritius e poi in Madagascar e ora in 30 paesi nel mondo) con uno schema terapeutico che veniva sempre più apprezzato in molti paesi esteri (India,…) e che solo oggi è finalmente al vaglio del Ministero della Salute e che contestava le linee guida ufficiali “tachipirina e vigile attesa”. Pare infatti che sia soprattutto l’attesa che favorisce la replicazione del virus (come ha scoperto l’Istituto Negri) e che l’efficacia delle cure dipende dalla loro precocità (nei primi 7 giorni). Che vuol dire: ai primi sintomi si deve curare anche senza aspettare il tampone.

Come mai invece il CTS ha seguito un’altra via? Le ragioni sono legate al fatto che il meccanismo di validazione scientifica procede attraverso passi universalmente accettati (studi di fase 3 e pubblicazione su riviste scientifiche) ma che recentemente sono stati oggetto di critica in quanto non più al passo con i tempi. La peer review (validazione tra par)i è considerata lo strumento fondamentale per garantire la qualità dell’informazione scientifica.
Eppure, da oltre 25 anni viene messa in discussione non soltanto la capacità di questo strumento di filtrare in modo efficace la produzione scientifica, ma anche l’etica di un percorso che può ritardare la condivisione di risultati importanti, penalizzare la veraa spillo, nnovazione o i ricercatori realmente capaci di pensare fuori dagli schemi. Uno strumento in crisi, dunque, ma di cui non si riesce a fare a meno e di cui gli esperti dei comitati scientifici hanno dovuto/voluto tenere conto.
È possibile immaginare dei correttivi? È possibile pensare che singole scoperte possano avvenire al di fuori di questo sistema? Sono molte le associazioni scientifiche che da tempo si interrogano sui modi per ripensare la revisione critica di valutazione e non dover sempre accogliere (con gravi ritardi) le esperienze di successo in cui singoli (o minoranze) hanno avuto il coraggio (e la competenza) di ‘derogare’ dalle regole facendolo però a proprio rischio e pericolo (anche di carriera) pur di innovare a vantaggio del bene comune.

Gioco forza, i Comitati Tecnico Scientifici nazionali e internazionali hanno finito, con declinazioni differenti, per tenere conto della strada maestra conosciuta e teoricamente inconfutabile che, tuttavia, ha finito con lo schiacciare e non riconoscere altre esperienze mediche, apparentemente eterodosse, che avevano avuto esiti positivi con poca spesa e che potevano determinare vantaggi e maggiore sostenibilità (e magari poco valutati nel processo di peer review).

Sul piano dei grandi numeri della pandemia e dei metodi terapeutici dei Paesi più ricchi, tecnologicamente avanzati e con un accesso al farmaco governato dalle grandi industrie farmaceutiche, questa posizione ufficiale (per quanto più ‘comoda’) si scontra però con la spesa sanitaria  e un accesso alla terapia intensiva minore: un problema di costi per i Paesi più ricchi e un problema di accesso per i Paesi più poveri. Un rilievo non piccolo se ci si pone la domanda: sarà possibile vaccinare tutte le persone del pianeta con un mezzo terapeutico costoso come il vaccino? Sarà possibile avere tanti letti di terapia intensiva (con tutto il know out che richiedono) quanti potrebbero essere i potenziali pazienti?

È chiaro che il sistema tampone ‘più ospedalizzazione, più terapia intensiva’ non è sostenibile a livello mondiale (ma neppure da noi) e la medicina deve trovare un sistema per rendere le cure sostenibili in tutto il mondo altrimenti il virus non sarà mai debellato a causa della sua mutabilità (si noti che nei paesi tecnologicamente avanzati già si parla già di tre-quattro cicli di vaccinazione e si rischia di continuare con cicli annuali ad libitum così come accade con l’influenza). Su questa strada il sistema sanitario anti covid rischia di implodere anche a causa di una risposta terapeutica elefantiaca.
È necessario quindi trovare altre vie di guarigione meno costose, meno tecnologicamente avanzate e più umanamente e socialmente compatibili. Ed è per questo che il protocollo “Cavanna” delle cure domiciliari potrebbe essere una grande svolta che giunge dopo le conferme della sua validità (da parte anche dell’Istituto Mario Negri e di altri studi nel mondo) basata su vecchi farmaci e su trattamenti a casa rispetto all’ospedalizzazione forzata. In futuro bisognerà quindi fare più attenzione a cure ‘eterodosse’ sul campo che si rivelano efficaci, (anche se minoritarie sul piano scientifico) e non sbrigativamente avversarle (com’è stato fatto per oltre un anno).

Se il Covid-19 fosse stato combattuto primariamente a casa e non in ospedale avremmo avuto risultati terapeutici migliori?
La legittimità della domanda nasce anche dagli oggettivi esiti di mortalità italiani avendo raggiunto il record mondiale (dopo il Belgio). Quando la pandemia è arrivata, eravamo certo disarmati (ora sappiamo anche senza piano pandemico) e cinesi e OMS ci hanno sviato con indicazioni generiche e spesso contraddittorie se non sbagliate.
In questa luce devono essere considerate le dichiarazioni del dott. Luigi Cavanna, riportate nell’articolo di Barbano prima citato, a proposito di un farmaco antico e poco costoso che ha dato risultati incoraggianti in applicazioni su piccola scala: “l’idrossiclorochina, che oggi si fa fatica anche a nominare, ma che era nelle linee guida della società italiana di malattie infettive tropicali, e alcuni antivirali già impiegati contro l’Aids, associati ad antibiotici (andavano bene, NdR). Timidamente cominciavano a somministrare l’eparina, ma solo per i pazienti allettati. Così abbiamo curato 330 persone a casa, ricoverandone meno di 20, due sole gravi e nessun morto. Poi sull’idrossiclorochina è caduta la scomunica di The Lancet a giugno e Oms e Aifa si sono adeguate”.

Barbano chiede come mai non è stato considerato chi, lavorando sul campo, aveva successo- E Cavanna risponde: “…considero gli interessi dell’industria decisivi per il futuro della ricerca…però so che la messa in commercio di un farmaco passa per uno studio randomizzato di fase tre e non esiste uno studio simile che non sia sponsorizzato dall’industria. E l’industria non ha un grande interesse a investire su una vecchia molecola antimalarica. Non a caso non esistono riscontri attendibili sull’uso precoce dell’idrossiclorochina. Aggiungo ai miei dubbi quelli del professor Antonio Cassone, ex direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, uno che sa come vanno le cose: lui fa notare che le riviste più autorevoli non hanno pubblicano un solo report a favore dell’idrossiclorochina, ma lavori di basso livello (poi rivelatisi falsi che The Lancet ha cancellato, Ndr) che la demolivano. Questo per dire che la ricerca è sovrana, l’industria è utile, ma talvolta non sempre l’una e l’altra promuovono l’interesse generale”.
Poi Barbano chiede lumi sul plasma, prima elevato a terapia risolutiva, poi scartato senza un chiaro perché. Sentiamo la risposta di Cavanna: “Gli studi spontanei, opera di medici di buona volontà, non saranno mai così potenti da superare tutti i paletti richiesti per imporre una terapia. E nessuna industria che produca farmaci è interessata a investire sul plasma…attorno al tavolo (del Ministero e del CTS, Ndr) mancava chi cura i malati. La cosiddetta real world evidence, che in un’emergenza inedita e straordinaria vale più di uno studio randomizzato”.

Siamo di fronte ad un tema di una rilevanza che va ben oltre il lavoro dei sanitari e le strategie più appropriate per curare e ridurre la mortalità (in Italia “qualcosa è andato storto”), e che riguarda tutti i lavori di oggi che sono sempre più ‘proceduralizzati’ dai manuali della qualità (domani dall’Intelligenza Artificiale).  Esso mostra come nei casi in cui è necessario innovare o perché si è di fronte ad un problema ignoto (come nel caso del virus Covid-19) o perché semplicemente si vuole innovare/cambiare per migliorare, applicare le procedure previste dai manuali di qualità se, da un lato, garantisce contro eventuali reclami dei pazienti/clienti, d’altro lato rischia di “fare bene cose inutili” (nel caso delle terapie intensive anche dannosi).

Un problema che incontriamo tutti i giorni come lavoratori e/o clienti, che coinvolge tutti i processi di lavoro di società (le nostre) che dobbiamo ricostruire nel post-Covid, evitando proprio di creare con procedure sempre più formali (domani gestite da un algoritmo) più problemi di quelli che risolvono e facendo si che la “fatica del lavoro” si trasformi davvero in servizio al cliente, diventi umana e favorisca la ‘buona vita’ e non diventi una procedura anonima di cosiddetta qualità (di fatto contro il cliente e l’autonomia del lavoratore).

Le ricerche ‘sul campo’ (e le buone pratiche) dovrebbero essere considerate con maggiore attenzione proprio alla luce della loro sostenibilità e forse, se fossero state sin dall’inizio combinate con l’altro approccio (ospedalizzazione-vaccinazione), avrebbero costituito il vero baluardo alla mortalità da covid.
In ogni caso, esse potrebbero costituire, specie nelle aree del pianeta più povere e meno tecnologicamente avanzate, perché non esistono ospedali nè avanzate tecnologie, perché costano poco, la risposta più efficace (come già hanno dimostrato Mauritius, Madagascar, ecc.). E ciò potrebbe permettere anche ai vari sistemi sanitari di far fronte al dilagare di altre patologie oggi quasi dimenticate a causa dell’esplosione pandemica. Ma anche da noi…meglio tardi che mai.

DIARIO IN PUBBLICO
Il semi-vaccinato: notizie dal fronte

 

E finalmente, nonché orgogliosamente, mi presento alla Fiera per ricevere l’agognata prima dose di vaccino anti-Covid. L’organizzazione è perfetta, aiutata anche dal rispetto che i giovani medici, infermieri, assistenti sanitari, laureandi professano nei confronti dei ‘fragili’ vecchietti. L’infermiere che mi pungerà mi accoglie con un sonoro: “Buonasera, Gian Antonio!” e alla risata che accompagna la mia sorpresa ad essere chiamato così rispondo che il pomposo doppio nome da decenni è sostituito dal più pratico Gianni. Mi sento dentro un po’ troppo radical chic nel distinguere tra il nome affibbiatomi dalla levatrice Carolina – mamma consenziente – e il nom de plume più pratico e meno ‘artistico’.

Nella sala di attesa, dopo la vaccinazione, corrono veloci le ultime notizie, tra cui quella della presenza del celebre presidente di Ferrara Arte, venuto ad ispezionare la zona dove verrà collocata l’enorme installazione di Gaetano Pesce della poltrona-donna trafitta dalle frecce, regalata dall’artista alla nostra città; ma invano si tenterà di estorcermi qualsiasi giudizio sulla Maestà sofferente. Si ha diritto anche alla privacy del giudizio.

A casa, sentendomi in forma, senza quei piccoli disturbi che di solito accompagnano, si dice, la somministrazione del vaccino, mi sistemo in poltrona, pronto a sfidare la riprovazione dei miei amici culturalmente più schizzinosi e quindi a vedere ed ascoltare il Festival di Sanremo e da quel momento…. mi si prospetta una visione del mondo che mai avrei saputo immaginare. Una specie di gigante che, mi dicono, sia un grande giocatore di calcio pronuncia detti da terzo millennio con un sorriso malvagio e immediatamente si sviluppa una discussione se il numero delle sue scarpe sia il 46 o non invece il 47! Rattristato dalla mia docta ignorantia tendo l’orecchio al canto di personaggi che raccontano al nulla la loro esperienza di vita. Uno poi agita una treccia lunga metri con una vaga rassomiglianza con la mia adorata Mina.

Poi ecco arriva LEI. Meravigliosa. Una apparizione avvolta in sete e lustrini dove tutto è tondo: viso, corpo, vestiti e ricami. È la splendida Orietta Berti, che porta con somma grazia le cappe sante ricamate dovunque, quasi fosse appena tornata dal cammino di Compostela o dal Mont Saint-Michel. Canta una canzone dedicata all’amore della sua vita, il mitico Osvaldo, e immagino la lacrimuccia che spunta sulle ciglia della casalinga di Voghera, come avrebbe commentato il sublime Arbasino. Poi, tra le spiritosaggini del nasuto Amadeus e del suo compare di lazzi Fiorello, si apre un commento apparentemente serio tenuto dalle signore dell’informazione: Giovanna Botteri e Barbara Palombelli. Una serie di banalità tutte condivisibili. E in un momento privilegiato eccola, la grande, immensa Ornella Vanoni. Il volto è una maschera orrenda dove s’aprono due occhi che trafiggono; la bocca una pompa di reflusso, che nulla ha di umano. E un apparente modesto vestito nero fa intravvedere, velato, un maestoso seno di ottantenne che raggiunge agevolmente l’ombelico. Ma appena intona il suo canto ecco che la magia ritorna e quella voce racconta e ci dice che non sono solo canzonette.

Oggi, festa della donna, vado al mercato in compagnia di Lapo, un delizioso peloso che sempre più mi rende difficile e quasi insopportabile l’assenza di un’altra, Lilla. Ma la realtà implacabile si fa strada: alla nostra età non possiamo permettercela. Quasi disperato saccheggio lo stand dei fiori e fresie, margherite, tulipani, giacinti invadono la casa. Fra pochissimo il tempo scandirà un altro anno di vita reale e, incalzato a scegliermi un regalo, cerco invano tra libri, dischi, cachemire e scarpe qualcosa che possa contrastare l’effetto pandemico. Invano.

La crudele giornata si conclude con ciò che temevo di più. Il grande congresso pavesiano che si terrà a Parigi non può essere fatto né in presenza né in autunno, bensì ad Aprile, perciò mi si invita mestamente ad accettare le regole della ‘distanza’ e parlare in piattaforma.

Peccato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

In copertina: Ornella Vanoni, Raffaella Carrà e Orietta Berti, 1960 (Wikimedia Commons)

Lettera aperta: “provvedere il prima possibile a vaccinare tutte le persone disabili e i loro Caregiver”

da: Comitato Ferrarese Area Disabili

Senso di solitudine, isolamento, inibita mobilità, minori rapporti sociali, incertezza professionale e insicurezza rispetto al proprio futuro, sono solo alcuni tra gli effetti negativi creati dalla pandemia dovuta al Covid-19, ma sono anche purtroppo elementi che caratterizzano spesso la quotidianità di una persona disabile e dei suoi famigliari. Tale situazione potrebbe lasciar credere quindi, che le persone disabili, essendo già abituate a questi disagi, siano maggiormente in grado di comprendere ed affrontare l’attuale situazione pandemica.
In realtà, come spesso accade con gli avvenimenti negativi, tali avversità dovute al Covid-19 si sommano a quelle vissute ogni giorno dalla popolazione più fragile, soprattutto anziani e disabili.
Come Associazioni cerchiamo ogni giorno di combattere una guerra affianco e per conto delle persone con disabilità per lottare affinché venga garantita sempre più la loro autonomia e dignità. In questa guerra abbiamo vinto tante battaglie, ne abbiamo perse alcune, ma soprattutto sappiamo che ve ne sono tante altre ancora da affrontare. Per quanto riguarda, invece, l’emergenza data dal Covid-19, sappiamo che si tratta di una situazione per fortuna temporanea, una lotta quindi contro il tempo che vede come protagonista essenziale per la sua vittoria, la vaccinazione.
In questo contesto, essendo il fattore tempo, strategicamente di massima importanza, ,siamo a sollecitare l’amministrazione pubblica locale, regionale e nazionale e l’autorità sanitarie e qualsiasi organo competente in materia, affinché si provveda il prima possibile a vaccinare tutte le persone disabili e i loro Caregiver.
Questo deve avvenire, in primo luogo attraverso l’individuazione degli aventi diritto, dopodiché si rende necessario individuare le priorità tra questi, proprio in virtù del fatto che più grave è la loro situazione personale e famigliare dovuta alla disabilità, tanto più la rapidità di intervento gli sarà di sollievo. Infine, bisognerebbe agevolare tale processo di vaccinazione affinché non diventi un ulteriore problema, favorendo magari un servizio domiciliare. Il secondo appello lo rivolgiamo al nostro Governo e a chiunque ne sarà alla guida, affinché anche nel nostro Paese venga al più presto autorizzato l’uso degli anticorpi monoclonali, considerato che rappresentano uno strumento sicuramente di cura di rinomata efficacia ed in certi casi, forse, anche di prevenzione.
Gli stessi, paradossalmente, sono in gran parte prodotti in Italia e già in uso in paesi come Germania e Stati Uniti, ma non ancora approvati nel nostro Paese.
L’ultima riflessione la sottoponiamo alla coscienza di tutta l’opinione pubblica, soprattutto di coloro che sono più scettici o ancor peggio disinteressati rispetto al fatto di vaccinarsi.
A nostro avviso, pur trattandosi di una decisione personale, le implicazioni di tale scelta si ripercuotono sull’intera popolazione. Se è vero che le persone più fragili, quindi anziani e disabili, cominciano a vedere, grazie al vaccino, una luce infondo al tunnel, essi potranno realmente uscire da tale tunnel solo se almeno il 70%-80% della popolazione si sarà vaccinata.
Concludiamo ringraziando tutti coloro come medici, infermieri, operatori sanitari, autisti di ambulanze, forze dell’ordine, amministratori ed altri che ogni giorno combattono al fianco di tutti noi per salvare più vite possibili. Ci dispiace aver usato termini quasi militareschi, ma di fatto di guerra si tratta e tutti abbiamo l’obbligo morale di sentirci arruolati.

Comitato Ferrarese Area Disabili

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