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Se succede qualcosa, vi voglio bene

Si può sopravvivere al dolore della perdita di un figlio per una situazione assurda e imprevedibile? Un toccante cortometraggio prova a dare una risposta.

Il dolore devastante, quello cui non ci riesce a dare spiegazione (perché spiegazione non vi è), fatti di cronaca terribili, storie nemmeno più lontanamente immaginabili di genitori che mandano a scuola i figli senza vederli fare ritorno.

Ad affrontare questi sentimenti e le reazioni umane più disparate che possono scaturire da simili tragedie, un cortometraggio scritto e diretto da Will McCormack (già sceneggiatore di Toy Story 4) Michael Govier, premio Oscar 2021 come miglior cortometraggio d’animazione: Se succede qualcosa, vi voglio bene (If Anything Happens I Love You).

Visibile su Netflix, questi intensi 12 minuti portano sullo schermo un tema difficile da affrontare senza cadere nella retorica: le vicende di due genitori che cercano di elaborare il lutto per la morte della giovane figlia uccisa durate una sparatoria avvenuta a scuola. Un originale racconto intimo che riflette sul dramma delle stragi nelle scuole negli Stati Uniti d’America e sulla problematica del gun control.

Ispirato a un caso di cronaca, McCormack e Govier hanno scritto la sceneggiatura col supporto della Everytown for Gun Safety, un’organizzazione che si batte a favore dell’uso controllato delle armi, mentre il titolo fa riferimento a un sms d’addio inviato ai genitori da una delle vittime della sparatoria avvenuta alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, il 14 febbraio 2018. I registi hanno ascoltato le testimonianze di molti padri e madri al fine di portare sullo schermo più che una storia, tante storie vere.

Ne stavamo scrivendo quando è arrivata la notizia della Covenant School di Nashville, in Tennessee. Tre bimbi, altri innocenti, uccisi. Un caso raro, peraltro, il fatto che l’aggressore qui sia una donna. Un’ennesima strage, tuttavia, la 129° sparatoria di massa negli Stati Uniti solo dall’inizio dell’anno, ovvero oltre una al giorno da gennaio.

Nel potente corto che vi presentiamo, vediamo due genitori, distrutti dal dolore e che, proprio a causa di questo, non riescono più a trovare un punto di incontro, a comunicare. Per loro parlano le rispettive ombre. Il dolore di una madre o di un padre che sopravvivono a un figlio è muto, non ci sono o servono parole e dialoghi. Basta un tratto grafico che, a volte, sa pure un po’ di incompleto.

È un groviglio di sentimenti con emozioni espresse da due ombre litigiose che, sullo sfondo, interagiscono un po’ grossolanamente e alla rinfusa: mentre il padre è fuori casa, per un attimo la madre pensa di entrare nella camera da letto della figlia, ma si ferma a causa del dolore e della tristezza opprimenti. Scorrono le immagini: la maglietta della ragazzina, i ricordi dei viaggi fatti insieme, il pallone che aveva aperto una crepa sul muro del cortile, il primo bacio, il decimo compleanno, il giradischi che riproduce la canzone 1950, di King Princess (la sola traccia vocale, le tracce sono quasi tutte di natura strumentale, composte da Lindsay Marcus, nota per le colonne sonore di film come The Last Rites of Joe May e di spot di marchi famosi come McDonalds e Toyota).

E poi quell’essere pronta ad andare a scuola, le ombre terrorizzate che cercano di fermarla, quell’ultimo messaggio cui aggrapparsi, che si scioglie come neve al sole, mandato durante la sparatoria: “Se succede qualcosa, vi voglio bene”. Una frase semplice scritta prima di morire che è un vero inno all’amore. Una frase che non racchiude rabbia per l’ingiustizia che si sta per subire. Poco prima di volare via, il pensiero della figlia è stato pieno d’amore e gratitudine per chi le ha dato la vita, per chi avrebbe dovuto affrontare la sua perdita. E proprio per questo, con la forza che solo i più piccoli riescono ad avere, ha lasciato la più potente ragione per continuare a vivere: un affetto che neanche la morte riesce e riuscirà mai a cancellare. Il cuore è tutto qui, in questa frase.

Perché esiste un prima e un dopo. Nulla, o poco, sapendo del durante.

Una storia di ombre e nubi, di distanze e silenzi incolmabili, di un quotidiano che va avanti per inerzia, di un grigiore apatico, come voluto dalle stesse tonalità del corto, spezzato solo da qualche colore che, comunque, rimanda sempre alla figlia, come quello della sua maglietta che fa capolino all’improvviso, una storia fatta di presenze fantasmatiche che non trovano più il loro posto nel mondo. Ci sono, poi, il disorientamento e il caos che si scatenano in una famiglia dopo la perdita di una persona cara. La difficoltà a restare uniti, la tendenza ad allontanarsi.

Un’elegia del dolore intima e silenziosa, in totale assenza di dialoghi, condensata in pochi minuti che, una volta spenti i riflettori, concluse le campagne politiche e terminate le marcie di protesta, mantengono viva l’attenzione sul dolore delle famiglie che, in un giorno come tanti, hanno perso i figli nelle stragi delle scuole, luoghi della quotidianità che troppo spesso in America si trasformano in teatri di massacro.

In America, ma, ahimè, non solo. Ci sono anche varie canzoni che affrontano questo tema, come ad esempio, Quando mi vieni a prendere, di Luciano Ligabue, che fa riferimento alla tragedia di Dendermonde, vicino a Bruxelles, quando un ventenne entrò dentro un asilo uccidendo la maestra e due bambini e ferendone altri dodici con un coltello (in questo caso, nel titolo della canzone, si condensa la speranza del piccolo che spera che la madre arrivi prima, salvandolo e riportandolo a casa).

Nel nostro corto, solo alla fine, le ombre rientrano nei corpi, i genitori si abbracciano e l’ombra della figlia si trasforma in una calda luce brillante che trova spazio tra le loro ombre. È nella coppia solida, chiamata a resistere nella buona e nella cattiva sorte, che bisogna provare a ritrovare la forza di rialzarsi, insieme, tenacemente unita.

Sperare e cercare il modo di andare avanti è l’unica soluzione per resistere alla vita, cercando di sostituire l’amore col dolore. Difficile, mi permetto di dire, difficile…

Se succede qualcosa, vi voglio bene, di Will McCormack, Michael Govier, USA, 2020, 12 minuti.

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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