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Il mondo del lavoro torna al cinema da protagonista, con le sue distorsioni e i suoi problemi. La politica, il disprezzo del diritto ad un ambiente sano e l’ILVA di Taranto, con le sue crisi mai risolte, sono al centro di “Palazzina Laf”, opera prima di Michele Riondino.

“Palazzina Laf” trionfa ai David di Donatello, con tre premi prestigiosi: migliore attore protagonista a Michele Riondino, miglior attore non protagonista a Elio Germano – a dieci anni dalla Palma d’Oro – e miglior canzone originale a Diodato per “La mia terra”.

Un progetto, cui Riondino ha lavorato per sette anni, che narra di fatti tragici, incredibilmente veri, accaduti, tratto dal libro “Fumo sulla città” del giornalista e scrittore Alessandro Leogrande. Quando la realtà va al di là di ogni immaginazione.

Il mondo reale della Palazzina Laf (Laminatoio a freddo) dell’ILVA di Taranto, racconta di mobbing collettivo, di lavoratori scomodi qualificati “confinati” a non fare nulla, lasciati lì a giocare a carte, a fumare, a guardare il soffitto, a mettere i piedi sopra i tavoli, a innaffiare piantine smunte, a pregare e quasi ad impazzire, per il solo fatto di essere sgraditi.

Palazzina Laf, foto BIM Distribution

A loro non viene chiesto di produrre, di lavorare, ma di stare semplicemente lì a non fare, a non disturbare, un’inazione che diventa vera e propria forma di violenza e di ricatto.

Se dal reparto confino (all’epoca chiamato “lager”) si vuole uscire, o si accetta una mansione per la quale non si è professionalmente preparati o si va dritti alla cassa integrazione, anticamera del licenziamento. Gli esuberi si possono gestire solo così.

“Il problema nasce con il ricatto occupazionale”, ha detto il regista in un’intervista, “il ricatto sotto il quale noi tarantini siamo costretti a vivere dal 1995, da quando è entrato nella partita il privato: Emilio Riva. Tutti i fatti narrati nel film sono frutto di interviste fatte a ex lavoratori ILVA ed ex confinati. E i passaggi finali sono presi dalle carte processuali che hanno determinato la condanna degli imputati e il risarcimento delle vittime”.

Il caso esplose, infatti, nel 1997, quando, dopo un’ispezione dell’ispettorato del Lavoro, si scoprì che, nella palazzina Laf, i Riva confinavano impiegati, capisquadra, tecnici specializzati e magazzinieri, che non accettavano il declassamento attraverso la cosiddetta “novazione” del contratto. Chi non aderiva veniva pagato per non far nulla.

Nel novembre del 1998, l’allora procuratore Franco Sebastio, insieme con i carabinieri, “liberò” i 79 lavoratori caduti in quella trappola, privati di ogni diritto. La storia finì in un processo per tentata violenza privata a carico di titolari, dirigenti e quadri dello stabilimento. L’8 marzo del 2006 la sesta sezione penale della Cassazione confermò la condanna di undici persone, tra i quali il presidente del Consiglio di amministrazione dell’ILVA, Emilio Riva, e il direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso: al primo furono inflitti un anno e sei mesi di reclusione, all’altro un anno e otto mesi.

Michele Riondino, Vanessa Scalera, foto BIM Distribution

Di Taranto si vedono il quartiere Tamburi, e in particolare, la Parrocchia Gesù Divino Lavoratore, con il mosaico che raffigura Cristo che dal ponte girevole, sullo sfondo di navi e ciminiere, benedice operai, pescatori, massaie, professionisti. L’ingresso dell’acciaieria, la cokeria e la stessa Palazzina Laf sono stati, invece, ricreati nello stabilimento siderurgico ex Lucchini di Piombino, in Toscana.

In questi luoghi spettrali, grigi, polverosi e fumosi, dopo l’ennesima morte sul lavoro, nel 1997, si aggira l’operaio Caterino Lamanna (Michele Riondino), cane sciolto, uomo di fatica che cerca spazio. Il dirigente Giancarlo Basile (Elio Germano) lo promuove a caposquadra e gli dà qualche beneficio in più, solo per “farsi un giro e raccontargli quanto succede in fabbrica”. Caterino è sgraziato e curvo, un poveraccio orgoglioso in cerca di gloria, di qualcosa in più, di qualche briciola. Andare in quella Palazzina, invece che faticare agli altoforni, gli pare il vero privilegio, per pochi eletti.

Michele Riondino, foto Maurizio Greco

Non sa, non si rende conto, non vede alcuna spada di Damocle, non nota stranezze, non coglie inganni, non protesta, non capisce, tossisce e ignora il perché.

“ILVA is a killer”, si legge sui muri. Di uomini, della loro salute, dell’ambiente che li circonda. Ma anche della loro dignità.

Ma per Caterino non conta. Un critico lo ha definito “un Giuda inconsapevole che è a suo modo anche un povero Cristo”. Illuminante.

Un film intenso che ci fa riflettere sui diritti dei lavoratori ma anche su come alcune fantomatiche ristrutturazioni siano sempre lì, in agguato, in attesa. Ma in attesa di cosa?

Palazzina Laf, di Michele Riondino, con Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario, Michele Sinisi, Fulvio Pepe, Marina Limosani, Eva Cela, Anna Ferruzzo e Paolo Pierobon, Italia, 2023, 99 mn.

 

Foto in evidenza Maurizio Greco

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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