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Paolo Ravenna e la Ferrara di fine Novecento

Nel gennaio del 2018 la città di Ferrara, su proposta della sezione cittadina di Italia Nostra, proposta subito fatta propria con convinzione anche dalla famiglia, ha dedicato alla memoria permanente di Paolo Ravenna un luogo particolarmente significativo, perché posto lungo la strada più bella e più nota della città, (un piccolo slargo lungo corso Ercole I d’Este), un luogo centrale ma anche un luogo discreto, come discreto era il modo di porsi e di operare di Paolo.
Nel breve discorso che ebbi l’onore di pronunciare in quella occasione, come suo successore alla presidenza della sezione di Italia Nostra di Ferrara e come amico di Paolo, affermai, in modo convinto, che “Paolo Ravenna è l’uomo del Novecento che più ha influito sulle trasformazioni positive dell’assetto di questa città”, sia sotto l’aspetto fisico che sotto l’aspetto culturale.
Ecco, oggi vorrei cercare di motivare in modo più compiuto, seppur brevemente, quella affermazione.

Lo strumento urbanistico che finora ha maggiormente contribuito alla qualità urbana di questa città è la variante al piano regolatore generale presentata, dopo lunga elaborazione, nel 1975 ed approvata nel 1977. Credo che nei contenuti di quello strumento urbanistico sia chiara l’influenza del pensiero e delle tematiche portate avanti dall’impegno di Paolo e della sezione cittadina di Italia Nostra in quegli anni e fin dal suo nascere nel 1955: la politica di conservazione attiva, fisica e sociale, del centro storico e la definizione delle funzioni compatibili con la compagine storica come punto di partenza per la riqualificazione ed il riequilibrio delle funzioni della città intera, il rispetto del territorio agricolo, la necessità di verde pubblico e la ricerca dell’equilibrio tra spazi costruiti e spazi da mantenere inedificati.

Non a caso consulenti autorevoli di quel processo di pianificazione, Leonardo Benevolo prima, Pier Luigi Cervellati poi, sono stati direttamente impegnati nell’Associazione a livello nazionale. In particolare alcune indicazioni contenute in quel piano: conservazione della cinta muraria, protezione del verde ancora rimasto intorno ad essa, protezione del territorio agricolo a nord della città fino al Po posero le basi per la successiva realizzazione delle principali intuizioni di Paolo per la qualità urbana di Ferrara: il recupero delle Mura ed il Parco Urbano.
Da tempo era iniziata da parte della sezione di Ferrara, ma soprattutto da parte di Paolo, la campagna di rilevamento fotografico dello stato delle mura della città e la campagna di sensibilizzazione per il recupero della cerchia muraria.

Arrivò il momento in cui fu chiaro a tutti, amministratori compresi, che questo enorme monumento lungo 9 chilometri doveva essere salvato e conservato, ma si trattava di dare un senso a questo recupero (oltre a quello storico e testimoniale), un senso che andasse al di là della semplice (e molto onerosa) conservazione.
E il senso fu trovato da Paolo, dopo anni di confronti, ricerche e approfondimenti, nella funzione urbanistica del sistema mura, terrapieno, vallo: un parco attrezzato, un anello di verde pubblico che risolvesse in modo armonico il rapporto (altrove quasi ovunque conflittuale) tra centro storico e periferia.
Poi, unito ad esso, a nord del centro storico fino al Po, il Parco Urbano, per rendere davvero moderna questa città, con dotazione di verde pubblico al livello delle migliori realtà europee. Con intuizione geniale Paolo definì tutto questo, nel Simposyum europeo sul recupero attivo delle città storiche, tenuto a Ferrara nel 1978, l’Addizione Verde: il contributo contemporaneo al miglioramento della qualità urbana non sta più nelle espansioni costruite ma nella ricerca dell’equilibrio tra spazi edificati e spazi liberi. Paolo, con la sezione ferrarese di Italia Nostra, fece conoscere all’Italia e al mondo l’esistenza delle mura di Ferrara e l’importanza, per la cultura urbanistica in generale, del loro recupero, creando le condizioni perché tutto questo potesse essere realizzato.

Convinse l’Amministrazione anzitutto a progettare il recupero delle mura, sulla base delle linee guida elaborate da una commissione d’esperti di livello internazionale, contribuendo così a creare le condizioni, assieme ovviamente ad una serie di sinergie politiche, per accedere senza problemi ai finanziamenti quando se ne presentò l’occasione. E quello che pareva un sogno poté diventare realtà.

Oggi il progetto Fe.Ris è un attacco alla Città Verde ideata da Paolo Ravenna. Ma nessuna conquista è per sempre.

Dalla realizzazione del progetto di restauro delle Mura ad oggi, molte volte l’Associazione è intervenuta per richiamare le amministrazioni ai doveri di manutenzione e per evitare usi impropri di questo straordinario sistema ambientale. Lo stesso dicasi per il parco urbano, mai compiutamente realizzato e che ha visto nel tempo diminuire sia la superficie protetta, sia i livelli di tutela e moltiplicarsi gli usi impropri fino, oggi, alla programmazione di mega concerti in zone protette dal piano paesaggistico regionale come “aree di particolare interesse paesaggistico-ambientale”.

In questo periodo poi, in particolare, è in atto, col progetto Fe.Ris., un attacco senza precedenti al residuo verde di rispetto delle mura, rigorosamente protetto dal 1975 in poi da tutti gli strumenti urbanistici che si sono succeduti e da quelli tuttora vigenti e rispetto ai quali si cerca oggi di agire in deroga.
Si vorrebbe costruire un nuovo ipermercato in terreno ancora agricolo a cento metri dalle mura (in una parte di città dove già abbondano strutture commerciali simili, quindi non per necessità) e un grande parcheggio pubblico in zona vincolata a verde, anch’essa a pochi passi dalle mura, finalmente di recente liberata dalla funzione impropria di deposito di materiali edili. Si tratta di un episodio di estrema gravità per l’equilibrio urbanistico di questa città, contro il quale Italia Nostra, ritenendolo illegittimo, ha deciso di ricorrere al Tribunale Amministrativo Regionale, a difesa dell’interesse collettivo.
(Speriamo, come successe nella battaglia contro l’ampliamento di palazzo dei Diamanti, di poter contare, tra gli altri, sull’appoggio dell’allora onorevole Vittorio Sgarbi, oggi sottosegretario alla Cultura, presente a questo nostro incontro. La sintonia sulla precedente battaglia, vinta anche per l’intervento decisivo presso il ministero dei beni culturali del deputato ferrarese, nacque proprio da un incontro come questo, in cui si ricordava l’impegno civile di Giorgio Bassani).

Altro motivo di preoccupazione e di impegno per l’Associazione nel prossimo periodo è la comparsa del nuovo sistema di illuminazione delle mura, da una prima impressione a dir poco imbarazzante, e certamente enormemente più invasivo dell’impianto precedente.

Ferrara fu tra le prime città italiane ad affrontare il problema della salvaguardia attiva, fisica e sociale, del centro storico e lo fece con un importante convegno tenuto nel 1958, quindi con largo anticipo rispetto alle migliori esperienze di salvaguardia maturate poi a partire dalla fine degli anni Sessanta. La faticosa raccolta dei contenuti di quel convegno, che rischiavano di andare perduti e di essere dimenticati, e la loro pubblicazione nel 1978, fu il principale contributo ideato e voluto da Paolo al dibattito sulla politica di recupero del nostro centro storico conseguente all’entrata in vigore del piano particolareggiato varato l’anno precedente.
Altro suo importante contributo fu la partecipazione attiva alla straordinaria campagna fotografica sugli edifici e le strade del nostro centro storico commissionata a Paolo Monti e parzialmente esposta nella grande mostra del 1975 “Vitalità del centro storico” a Casa Romei. Quel censimento fotografico, documento di grandissima importanza per la conoscenza della città storica, per la cui acquisizione Paolo si battè per decenni, tuttora è pervenuto purtroppo solo in parte alla fototeca del comune.

Attualizzare le problematiche ancora aperte per la conservazione attiva del nostro centro storico richiederebbe ben altro tempo a disposizione.

Mi limito a ricordare i recenti interventi dell’Associazione contro una politica di efficientamento energetico incapace di fare distinzioni tra il tessuto edilizio storico e quello contemporaneo, con conseguenze negative potenzialmente devastanti facilmente immaginabili e già riscontrabili passeggiando in città.

Preoccupa poi, e sarà per noi motivo di impegno, la quasi totale assenza di indicazioni sul futuro della politica di conservazione attiva del centro storico, e dell’edilizia storica in particolare, nelle linee guida del nuovo Piano Urbanistico Generale, rese note di recente.

Torniamo a Paolo. Nella politica attiva di recupero delle nostre compagini storiche un ruolo particolarmente importante è rappresentato dalla presenza delle strutture universitarie. L’università di Ferrara, storicamente diffusa nella città, procedette all’inizio degli anni 70 all’acquisto di una serie importante di edifici monumentali, allora privi di funzione, e si poneva il problema del loro corretto recupero. A quel dibattito partecipò attivamente la sezione di Italia Nostra con un corso residenziale diretto da Paolo Ravenna nel dicembre 1973, dal titolo “Università e Centro Storico”.
Nel corso si parlò di importanti esperienze in atto in Italia e all’estero. Da quel corso, la pubblicazione dei cui atti fu curata da Paolo nel 1975, emersero preziose indicazioni sulle corrette modalità di utilizzo del patrimonio acquisito, sugli errori da evitare, sulla necessità di integrazione delle strutture universitarie (sia didattiche che amministrative che residenziali) con le altre strutture culturali, amministrative, residenziali presenti nella città, in tutte le sue parti.

Gli aspetti positivi della presenza diffusa delle strutture universitarie nel centro storico della città hanno avuto una brusca cesura col terremoto del 2012 che ha lasciato una ferita lacerante nella chiusura del rettorato e degli altri importanti edifici collocati lungo la via Savonarola, cuore della città universitaria.
Difficilmente comprensibile è la scelta dell’università di affrontare il recupero di quelle strutture, tra loro molto diverse, con un unico progetto ed un unico appalto, apparentemente senza idee chiare sull’obbiettivo da raggiungere col recupero di quel comparto e senza coinvolgere la città in un confronto su necessità, funzioni, aspettative. Non a caso i lavori di quell’appalto, di dimensioni enormi, ancora non sono partiti.

Forse, anche in questo, avremmo dovuto seguire l’esempio di Paolo: anziché tentare a più riprese con l’Università un dialogo rimasto sempre privo di risposte avremmo dovuto farci promotori di iniziative per portare stimoli, idee e proposte sulle scelte da attuare per il bene della città, che non avrebbe potuto permettersi il coma troppo prolungato di una strada centrale importante e carica di qualità.

Un altro aspetto importante di Ferrara rielaborato (se non riscoperto) e portato all’attenzione internazionale da Paolo è la presenza di luoghi legati al mondo e alla cultura ebraica. Paolo aveva ben chiara l’importanza della presenza ebraica per la storia del nostro paese e della nostra città in particolare. Il suo impegno costante per la conoscenza e la diffusione della cultura ebraica come membro della Comunità Ebraica della città, ma con impostazione culturale rigorosamente laica, ha dato frutti straordinari:

Paolo si adoperò per il reperimento di fondi, in buona parte pubblici, per il restauro della sinagoga di via Mazzini, con opere eseguite in più riprese dal 1988 al 2000 che portarono tra l’altro all’allestimento del primo nucleo museale. La sinagoga è innanzitutto edificio per il culto, ma è divenuto anche museo di sé stessa e della cultura ebraica nella città. Per l’elaborazione del progetto museologico, presentato nel 1996, fu chiamata Alessandra Mottola Molfino, che svolse il suo incarico in piena sintonia e collaborazione con Paolo, nominato coordinatore del progetto. Per spiegare cosa Paolo intendesse per Museo Ebraico uso le sue parole, pronunciate nel maggio del ‘96 in un convegno a Bologna su “Musei Ebraici in Europa, orientamenti e prospettive”:

“Anche il termine “museo”, come sappiamo, non è forse il più appropriato, è certo il più semplice e immediato per identificare una istituzione come quella che, per esempio, Ferrara intendeva e intende proporre in una dimensione originale e dinamica. Non troveremo, infatti, in questo museo da noi pensato, una ripetitiva raccolta, pur necessaria, di oggetti rituali, documenti, ecc. fatalmente destinata a trasformarsi in freddo deposito. Ma … il museo intende proporsi come testimonianza diretta e soprattutto autentica della vita che si è svolta per secoli negli stessi luoghi e negli stessi ambienti in cui si è sviluppata, recuperandone con rigore e autenticità i significati storici e restituendo al visitatore le emozioni che una vicenda così complessa e travagliata ha lasciato impresse nelle pietre. Di qui la volontà di collegare quel passato con l’attualità per proiettarla, con opportune iniziative, verso il futuro. Il museo, insomma, deve preservare i valori di cui ancor oggi siamo gelosi custodi e aprirà all’esterno un mondo sconosciuto ai più ma per nulla misterioso o segreto. Al contrario illustrerà una cultura “diversa” che ha sempre dialogato e intende sempre più dialogare con la società esterna di cui fa parte, in reciprocità di rispetto e di intenti. Un contributo fondamentale nella lotta contro tutti i pregiudizi e la intolleranza più che mai necessario in un mondo avviato ai problemi della multietnicità.”

Paolo si dedicò con puntiglio, per anni, alla ricerca della genesi e dello sviluppo dell’edificio della sinagoga, fino ad arrivare, a fine vita (la pubblicazione è postuma) a dare forma compiuta a quegli studi ed intuizioni con il volume “La sinagoga dei Sabbioni – Il tempio di rito italiano di Ferrara da ser Mele ai Finzi Contini”.

Di Paolo fu dunque l’idea del museo diffuso della cultura ebraica, attraverso la conoscenza e valorizzazione dei numerosi luoghi significativi dell’ebraismo nella città:

– anzitutto il cimitero ebraico di via delle Vigne, descritto nel bellissimo libro “L’orto degli Ebrei” del 1998. L’orto degli ebrei è un luogo magico, divenuto meta imprescindibile per chi visita e vuole conoscere Ferrara. Anche nel reperimento dei fondi pubblici per il restauro e la valorizzazione paesaggistica del cimitero Paolo ebbe un ruolo determinante. I lavori furono eseguiti tra il 2003 e il 2007 e diedero nuova dignità a quel luogo meraviglioso che era rimasto troppo a lungo privo di opere di manutenzione.
Purtroppo oggi ancora la mancanza di manutenzione ha vanificato parte di quei lavori: il muro di cinta è di nuovo coperto da vegetazione infestante ed è scomparso il percorso paesaggistico che dalla tomba di Bassani riportava al viale principale, nel verde, evitando il percorso a ritroso.
Va ricordato che fu Paolo a proporre, dopo attente riflessioni paesaggistiche e prospettiche, il luogo di sepoltura di Giorgio Bassani posto in fondo al percorso principale di visita del cimitero (non il cippo, per il quale Paolo aveva idee e proposte totalmente diverse da ciò che fu poi deciso e scelto dai familiari e realizzato).

– solo la passione, l’intelligenza e la cultura di Paolo potevano poi fare in modo che la colonna che regge il monumento di Borso d’Este accanto al volto del Cavallo nella piazza principale della città potesse diventare uno dei luoghi simbolo delle travagliate vicende della presenza ebraica. Capì l’importanza di una busta di fotografie ritrovata nell’archivio della comunità, diede a quelle immagini un luogo e una storia, ricostruì lo sciagurato intervento eseguito negli anni ‘60, che rischiò di cancellare per sempre la possibilità di conoscere la presenza delle lapidi, provenienti da sepolture ebraiche, che costituivano il fusto della colonna e ricostruì l’intera vicenda di quel monumento per restituirla alla città con nuovi significati, anche in questo caso con un libro-documento prezioso.


– nel giorno della memoria sempre rigorose ed efficaci le idee di Paolo, che raccomandava “poche cose ma significative”. Ricordo ad esempio che a lui è dovuta la lapide che in stazione ricorda il passaggio, drammatico, del treno merci che trasportava gli ebrei di Roma verso i campi di sterminio. Un biglietto lanciato da quel treno salvò molte vite nella comunità ebraica di Ferrara


– infine la conoscenza e la cura del ghetto, cuore pulsante del museo diffuso della cultura ebraica: Paolo aveva proposto di porre un segno forte e visibile al posto delle cinque porte del ghetto, e aveva chiesto ad un artista di sua fiducia di pensarlo: Arno Hammacher. Quel progetto non fu realizzato, uno dei pochi sogni di Paolo non realizzati (Paolo produceva idee, poi coinvolgeva artisti o specialisti che stimava per studiarne la realizzazione, oltre ad Hammacher mi vengono in mente Paolo Monti, grande fotografo già citato, Francesco Corni, poi Dani Karavan, col quale aveva sognato di realizzare un’opera a scala urbana in onore di Giorgio Bassani, a Ferrara, nella sua città. Altro grande sogno finora, purtroppo, non realizzato.)

Tutto quanto ho ricordato dell’impegno di Paolo per la conoscenza della cultura ebraica ha contribuito in modo non secondario alla scelta di Ferrara come sede del Museo Nazionale della Cultura Ebraica e della Shoah istituito, è bene ricordarlo, grazie ad una iniziativa legislativa congiunta di Dario Franceschini e di Vittorio Sgarbi.

La Cassa di Risparmio prima e la Fondazione Cassa di Risparmio poi sono state per decenni uno dei principali motori di finanziamento delle attività culturali della città. Paolo fu nominato socio a vita della Cassa nel 1956. Credeva nelle funzioni statutarie della Cassa a servizio della Comunità locale.
Fu protagonista e parte attiva fin dal 1961 nell’acquisto da parte della Cassa di 47 quadri della Collezione Massari Ricasoli. Poi, negli anni successivi, decisivo il suo intervento per altri importanti depositi e acquisizioni, fino al lungo iter di acquisto (1988-1994) della Collezione Sacrati Strozzi. Il fine ultimo era sempre quello di garantire la fruizione pubblica delle opere, cosa avvenuta con il deposito permanente di buona parte del patrimonio della Cassa presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti. Decisivo anche il suo apporto nella definizione di lasciti e nella creazione di fondazioni finalizzate alla conservazione e accrescimento del patrimonio artistico della città, sempre destinato alla fruizione pubblica.

Paolo credeva nella funzione essenziale dell’associazionismo culturale, del quale è sempre stato componente attiva. A lui si deve l’ingresso per statuto di rappresentanti dell’associazionismo culturale della città nell’organismo di indirizzo della Fondazione Cassa di Risparmio e la presenza, in seguito, anche nel Consiglio di Amministrazione, di cui egli stesso fu componente per quasi un decennio. Decisiva la sua presenza nell’orientamento delle scelte di finanziamento di iniziative culturali tra le quali una in particolare non è possibile non ricordare: l’enorme mole di materiale di ricerca archivistica raccolta dal maestro Adriano Franceschini rischiava di rimanere in buona parte sconosciuta, anche per il carattere schivo e defilato del grande ricercatore. Fu Paolo a convincere Franceschini ad organizzare la quantità immensa dei suoi appunti per essere pubblicati a cura e spese della Fondazione. Da questo paziente lavoro di stimolo e convincimento nacquero così due opere fondamentali per la conoscenza della storia di Ferrara come “Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale: testimonianze archivistiche” e “Presenza ebraica a Ferrara. Testimonianze archivistiche fino al 1492”, opere oggi imprescindibili per ogni ricercatore che si occupi di quel periodo.

Infine Casa Minerbi, della cui conoscenza e valorizzazione Paolo si è sempre occupato: se Casa Minerbi è oggi interamente di proprietà pubblica il merito è dell’attenzione costante di Paolo per tutto ciò che riguardava il patrimonio culturale della città. Fu di stimolo all’amministrazione comunale nel 1995 per l’acquisto di buona parte dell’edificio (assessore alla cultura Dario Franceschini). Ma soprattutto riuscì in extremis, ormai prossimi alla scadenza dei termini, a convincere chi avrebbe dovuto e potuto farlo ad esercitare il diritto di prelazione dello stato sulla parte restante dell’edificio ormai destinata ad essere ceduta sul mercato a privati.

Ecco: per tutto questo credo si possa affermare che Paolo Ravenna è il personaggio che nel corso del Novecento, soprattutto del secondo Novecento, ha più influito sulle trasformazioni positive dell’assetto fisico e culturale di questa città. Paolo ha operato a Ferrara e per Ferrara. Ma la sua visione andava sempre al di là della realtà locale. Le sue relazioni, i suoi contatti, quelli che riuscivano a rendere realizzabili le sue intuizioni, erano costantemente a livello nazionale e spesso internazionale. Solo lui avrebbe potuto portare la mostra sulle Mura in tutto il mondo e far conoscere al Paese e al mondo l’importanza per tutti del recupero delle nostre Mura. Le imprese di Paolo sono state realizzate a Ferrara, ma non hanno carattere locale. Indicano sempre questioni di metodo valide per tutti e ovunque. Esattamente, non a caso, come le opere di Bassani: sono ambientate a Ferrara ma parlano al mondo.

Qui si ferma la rapida carrellata di indicazioni e riflessioni di un amico, che ha avuto la fortuna di affiancare Paolo, per circa un trentennio, nella passione comune per l’impegno civile. Ma il pensiero e l’opera di Paolo Ravenna, per il bene di tutti, meritano di essere approfonditi e conosciuti scientificamente, perché sono già storia. Paolo ben conosceva il valore dei documenti e il suo archivio sarà fonte adeguata e ricca per chi vorrà ricostruire in modo organico e scientifico il contributo di una figura non secondaria della cultura del Novecento Italiano.

Relazione conclusiva dell’incontro “Paolo Ravenna e il suo tempo”  in occasione del decennale della sua scomparsa.
Biblioteca Ariostea – 15 novembre 2022

Nota di redazione:
E’ con particolare piacere che pubblico su Periscopio questo ricco intervento dell’amico Andrea Malacarne sulla figura di Paolo Ravenna, sulla sua straordinaria capacità di intuire e proporre il nuovo e di difendere il bello, sulle tante battaglie civili di cui è stato ispiratore e protagonista. La sua grande lezione è ancora viva in tanti di noi, ma come Andrea Malacarne ci ricorda (in blu nel testo), siamo oggi in presenza di scelte dell’amministrazione pubblica cittadina che rischiano di portare indietro Ferrara invece di aprirla al futuro. (Francesco Monini)

In copertina: Ferrara, lo Slargo Paolo Ravenna lungo Corso Ercole I d’Este (foto Marco Ravenna, 2018)

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Andrea Malacarne

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Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
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PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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