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Non è un viaggio qualsiasi quello del video di Simone Chiesa e Anna Luciani, i due couchsurfer, che hanno scorrazzato in lungo e in largo per il Brasile usufruendo dell’ospitalità gratuita offerta dal network di raccordo tra ospiti e travellers di tutto il mondo [leggi]. Presente al festival Altroconsumo, il duo Chiesa-Luciani ha raccontato un modo di viaggiare poco turistico ma umanamente molto ricco: “Il couchsurfing, alla lettera surfare i divani, fa parte della cultura della condivisione. Stimolato dalla crisi economica, ha finito con il diventare sinonimo di apertura mentale e curiosità”, spiega Anna. “E’ diverso da un’esperienza interrail, ci si trasforma in viaggiatori, ci si misura con la quotidianità reale dei luoghi visitati”, dice Simone.

couchsurfing
I coachsurfers Anna Luciani e Simone Chiesa

I due hanno conosciuto le favelas, condiviso pavimenti e materassi con altri giovani incontrati lungo il cammino, si sono lavati con l’acqua di fonte, hanno mangiato lo stesso cibo dei padroni di casa. Insomma, hanno viaggiato davvero. E lo hanno fatto anche col cuore. “Ci sono realtà che spesso sfuggono al turista – racconta Simone – A Cuba, dove ho passato un lungo periodo, se anche vuoi preparare una cena per gli amici, fatichi a riuscirci. Vai al supermercato e gran parte di quanto serve a cucinare non riesci a trovarlo. Il cibo è per i turisti, per gli isolani le cose vanno diversamente”. Il couchsurfer va incontro al mondo così com’è, libero dalla vacanza organizzata e forte dell’ospitalità gratuita a misura di incontri, confronti e spesso amicizie. “Tutto si regge sulla fiducia reciproca – spiega Anna – i nostri ospiti non hanno mai avuto brutte esperienze. E’ un buon segno”. Qual è l’identikit di chi dà alloggio? “In realtà la cosa riguarda tutti i ceti, dal libero professionista al disoccupato. Sono tutte persone accomunate dalla curiosità, spesso non possono permettersi di spostarsi e così si mettono nelle condizioni di incontrare chi lo fa”, conclude Simone.

Il couchsurfing è una delle tante realtà di economia condivisa, sharing economy, che oggi in Italia vanta 138 piattaforme di servizi on line attive nei più differenti settori. La sharing economy alla quale “Dire, Fare, Cambiare”, il festival dell’associazione Altroconsumo ha dedicato uno dei tanti appuntamenti, è sbarcata in Italia nel 2012. E’ una realtà in divenire, rappresentativa di un cambiamento sociale cui ha fatto seguito l’insorgere di una domanda di consumo diversa, virtuosa, sostenibile, che economia tradizionale e politica faticano a intercettare e comprendere. “Eppure – sottolinea Marta Mainieri di www.collaboriamo.org – contenuti e servizi per un’economia collaborativa – una ricerca della Nielsen del 2013 ci identifica come il Paese più predisposto alla condivisione”. E’ una questione culturale, un’abitudine di vecchia data mai del tutto tramontata, solo che oggi a sostenerla nei contenuti quanto nella riscoperta di valori c’è la rete. “In Sardegna è stata creata una piattaforma, la Sardex, con cui le aziende si scambiano le eccedenze di personale”, spiega.

A fare la parte del leone tra le piattaforme esistenti sono quelle dedicate al crowdfounding (30 per cento), vengono utilizzate per finanziare progetti, un modo per tentare di aggirare la crisi da parte di ragazzi e adulti intenzionati a trovare un nuovo modo di vivere e lavorare. Ci sono poi esempi ormai affermati come BlaBla car, passaggi in auto low cost con spese e tempo condivisi. Tutto naturalmente si basa sulla fiducia, sulla certificazione on line e naturalmente sul taglio dei costi: “Un viaggio da 60 euro può essere fatto con 30 e per quanto riguarda la questione della fiducia, basta il mezzo giusto per farla emergere”, dice Andrea Saviane di BlaBla car, due anni di servizio gratuito, trecento addetti, ormai prossima a raccogliere profitti dal proprio lavoro. “La sharing economy tutto sommato esisteva già”, dice Gian Luca Ranno della community Gnammo. “Proponiamo eventi culinari e li condividiamo”, spiega. Che ne pensano i ristoratori? Il Alcuni hanno chiesto di lavorare con la piattaforma, altri la vivono come concorrenza. “La politica è in ritardo sul tema, le leggi esistenti sono nate prima della sharing economy perciò non rispondono all’attualità – conclude – Credo sia necessario costruire una legge condivisa con gli operatori del settore”. A denunciare i ritardi della politica ci pensa anche Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, ma fa di più etichettando la recente levata di scudi di otto deputati dell’intero arco costituzionale a favore degli architetti, che a loro detta, sarebbero minacciati nella parcella da un network globale a cui un privato può rivolgersi, chiedere preventivi e scegliere quello più adatto alle proprie esigenze. “Ritenendo il job act una cosa nata vecchia, spero invece in uno sharing economy act – dice – la politica non deve ostacolare con regole vecchie, o proteggere degli interessi consolidati, questo non c’entra nulla con la tutela del consumatore. Piuttosto dovrebbe favorire il moltiplicarsi delle opportunità di lavoro”.

Nelle pagine di Ferraraitalia avevamo già parlato del couchsurfing e dell’esperienza di Anna Luciani e Simone Chiesa [leggi].

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Monica Forti


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

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