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Rubrica a cura di Fabio Mangolini e Francesco Monini

Secondo appuntamento con la prosa di Sergio Kraisky raccontata da Fabio Mangolini. Una storia, una vita senza pretese, ai tempi del contagio. Buon ascolto e buona lettura.
(I Curatori)

Lo Cunto de li Cunti – Sergio Kraisky, Senza pretese, letto da Fabio Mangolini

SENZA PRETESE

Aveva da poco compiuto quarant’anni, era divorziata, senza figli. Le scuole erano chiuse già da metà marzo e non avrebbero riaperto prima di settembre. Insegnare matematica via skype a dei ragazzini spernacchianti di dodici, tredici anni era un’ impresa senza speranza, perciò si limitava a preparare i compiti, scrivere qualche riga di spiegazione e poi a correggerli on line.
Viveva da sola in due stanze a Montesacro, la mamma vedova e diabetica sopravviveva a due isolati di distanza. Ma ora, a due anni dal divorzio, la mancanza di uomini si faceva sentire con insistenza, esacerbava la solitudine alla quale con tanta fatica si era appena orgogliosamente abituata. E tutte quelle piccole attività che scandivano il passaggio dalla mattina alla sera, le poche amiche, i colleghi di lavoro, quegli impegni che occupavano il tempo di un’esistenza accettabile, tutto era stato abolito. Vivere confinata in un tempo dilatato dentro quelle due stanze per colpa di un subdolo stupido virus, libera solo di andare a fare la spesa con guanti e mascherina fatta in casa, stava diventando insopportabile. Restavano solo le videotelefonate, i messaggi più o meno divertenti via whatsapp, qualche equazione di primo e secondo grado e una grande varietà di ricordi, molti dei quali molesti.
Poi accadde qualcosa che le rese la vita impossibile. Un virus elettronico si era sovrapposto al virus biologico, o forse un malware, il modem da resettare o qualche altra diavoleria che lei non capiva, e aveva messo fuori uso il suo computer. Il cellulare non era in grado di sostituire il lavoro che svolgeva computer e il negozio del suo tecnico di fiducia si trovava troppo lontano. Sarebbe dovuta salire sulla sua Ford Fiesta e girare per un po’ di chilometri col rischio di essere fermata da qualche pattuglia.
Questo tecnico di fiducia, un uomo grasso, sorridente, dallo sguardo ottuso ma sincero, amava i computer e le torte quasi quanto amava la mamma. Anche lui più o meno quarantenne, mai sposato, si era lasciato andare più di una volta a confidenze non richieste.
“Bisogna stare attenti al diabete” le aveva detto una volta mentre raccoglieva e assaporava da un piattino le briciole di un tiramisù. Aveva l’abitudine di portarsi in bottega le torte della mamma e offrirne un po’ ai clienti. E il diabete era uno dei suoi argomenti preferiti. Quell’uomo e quella donna avevano in comune la mamma diabetica e, almeno all’apparenza, null’altro. Però, chissà perché, a volte finivano con lo scambiarsi opinioni molto personali.
Poi un giorno le aveva detto: “Non capisco perché suo marito l’ha abbandonata. Eppure lei non è brutta.” E lei aveva capito che nella sua ottusa sincerità quell’uomo le aveva fatto un complimento. Ma mentre lo guardava pensava che invece lui sì che era brutto: il viso grassoccio, infantile e lo sguardo stupido, quasi del tutto calvo, le spalle robuste ma cadenti, la camminata goffa. Ma peggio di tutto era l’evidente povertà di spirito, quel suo mondo interiore che ruotava intorno ai computer, alle torte e alla mamma. Poi il nulla.
Lei insegnava matematica alle scuole medie, era una donna non solo istruita ma perfino colta, amava la letteratura, la musica, la storia dell’arte, era interessata alla politica. Eppure di quell’uomo si fidava. Lui avrebbe risolto tutti i suoi problemi con il computer e soprattutto – ci poteva scommettere qualsiasi cosa – non l’avrebbe mai imbrogliata.
Ora si poneva un problema. Sapeva che da quando era scoppiata l’epidemia lui non andava più nel suo negozietto. Da metà marzo aveva abbassato la saracinesca e non la avrebbe più riaperta finché non fosse arrivata un’autorizzazione ufficiale del governo. La mamma gli aveva imposto di non correre rischi. Però aveva comunicato ai suoi clienti che se si fosse presentato un caso urgente era disposto a fare il suo lavoro a domicilio. E il caso di lei era certamente un caso urgente. Aveva il suo numero di telefono e sarebbe bastato chiamarlo. Ma come poteva fidarsi? Certo, di lui, della sua capacità professionale e della sua onestà si fidava ciecamente. Ma come poteva fidarsi di un virus così subdolo che magari si era insinuato dentro quel corpo grasso e sgraziato? Come poteva far entrare quell’uomo potenzialmente contagioso a casa sua?
I dubbi durarono poco. Aveva bisogno di un computer funzionante ma ancora più aveva bisogno di un uomo, purché affidabile. Il rischio del contagio era inferiore al rischio di impazzire in quella solitudine di cui era impossibile prevedere la fine. Le bastava un uomo senza pretese, così come lei era una donna senza pretese, una che si accontentava di sentirsi dire: “Eppure lei non è brutta”.
Arrivò il giorno dopo, alle quattro del pomeriggio. Lei aveva cucinato al forno una crostata di ciliegie e si era vestita e truccata senza esagerare. Lui non si accorse di nulla, candido e beota come sempre, non sapeva cogliere le civetterie, le sfumature, gli sguardi ammiccanti. ‘Meglio così – pensò lei – Meno fatica’.
Il caffè fu preparato, versato nelle tazzine e bevuto, la crostata divorata a rate. Poi lui da uomo semplice si lasciò portare in camera da letto, lei cercò di spogliarlo nel modo più disinvolto possibile, lui si lavò, fece quello che doveva fare e poco dopo si dedicò a resettare il rooter.
E da quel momento fu chiaro che quell’uomo sarebbe rimasto a lungo nella sua vita, almeno finché il governo avesse continuato a imporre tutte quelle restrizioni alla popolazione. Lei, in concorrenza con la mamma, gli avrebbe preparato torte e crostate e avrebbe potuto raccontare, magari con sua sorpresa e con le lacrime agli occhi, che adesso aveva un uomo che viveva con lei, anche se spesso andava a dormire dalla mamma. Lo avrebbe raccontato alle amiche, alle colleghe, il computer avrebbe funzionato alla perfezione per la didattica on line e forse quegli sguardi di compatimento sarebbero cessati. Tanto del suo nuovo uomo avrebbe solo parlato, non lo avrebbe mai fatto conoscere a nessuno a esclusione della mamma.
Loro due avrebbero fatto la massima attenzione a non lasciarsi contagiare dal virus e avrebbero organizzato pranzi e cene con torte e crostate insieme alle due mamme diabetiche, che presto sarebbero diventate amiche, e tutto questo per molto tempo ancora. Tutto il tempo necessario a una felicità senza tante pretese in un’epoca di costrizioni.

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Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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Sergio Kraisky


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Francesco Monini
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