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È dimostrato che la cultura non la fanno le mostre e neppure gli eventi da mercato. La cultura la fanno gli investimenti sulle persone, a partire dalla ricerca e dall’università fino all’istruzione. Una visione nuova però dell’istruzione, non all’altezza dei tempi che viviamo, ma all’altezza del futuro che i nostri giovani sono chiamati a vivere. E’ da troppo tempo che nessuno si interessa a formare gli italiani, così i nostri giovani che vogliono essere formati se ne vanno all’estero. E qui è rimasto un paese di ignoranti, un paese di analfabeti, così analfabeti che si credono colti. Se le persone sono ignoranti, a dominare è l’ignoranza. E non serve la sbornia di avere i numeri in questo campionato di inconsistenza culturale.
Ci siamo battuti per anni da queste pagine per una città della conoscenza, inascoltati e tacciati d’essere visionari, ora ci accorgiamo che non solo nel paese, ma anche nella nostra città le viscere vincono sul pensiero.
La nostra cultura non ha gli strumenti per affrontare un mondo senza il lavoro come l’abbiamo conosciuto e un mondo che cambia la sua geografia antropologica.
La paura paralizza e mettere insieme gli egoismi spaventati fa numero, ma non aiuta ad affrontare le sfide, le ombre che si temono, la massa d’urto può rivelarsi estremamente fragile.

Dopo il voto del quattro marzo niente è più come prima, e già era così, ma occorreva che i numeri ci rappresentassero la massa del fenomeno.
L’infantilismo politico e culturale è il nostro peggiore nemico: non riconoscere la realtà concreta dei problemi, della complessità, pensare che le cose non stiano come sono, come fanno i bambini capricciosi, che problemi e complessità siano invenzioni degli adulti, che tutto può essere lasciato fuori dalla porta. Le subculture che pensano che la politica non sia l’agorà d’Atene, ma il palco del tribuno in felpa verde o della Casaleggio e associati, che basta presumere d’avere ragione per governare.
Nel nostro paese solo diciotto giovani su cento arrivano alla laurea, una delle quote più basse di tutto l’Occidente. Il ventisei per cento dei nostri giovani, contro il quindici per cento della media europea, non studia non lavora, non frequenta corsi di formazione. La Sicilia occupa i primi posti tra le duecento regioni europee con il quarantuno per cento di neet. Forse questo può spiegare il passaggio di massa del voto dalla destra al Movimento cinque stelle.
Spiega il ritardo formativo delle nostre generazioni, la confusione delle idee, tra giovani e adulti che l’Europa considera analfabeti al settanta per cento.
È vero, 2300 miliardi di debito pubblico sulla schiena degli italiani sfiancherebbero qualunque atleta o gladiatore della politica. E allora dove crede di andare il paese dietro a Salvini e Di Maio?
Dividiamoci la povertà o si salvi chi può? Non ci sono realisticamente altre strade. Se non rimboccarsi le maniche e lavorare e studiare, studiare e lavorare, a testa bassa fino a quando non si può tornare a rivedere la luce del sole, quello vero dell’avvenire, perché per adesso di avvenire non ce n’è per nessuno.

Questa avrebbe dovuto essere la cultura di un grande partito democratico, un grande partito del lavoro in grado di tenere insieme sinistra e forze progressiste, anziché litigare su orizzonti di ritorni impossibili.
Il sistema produttivo del nostro paese è composto per il novantaquattro per cento da imprese con meno di quindici dipendenti, con il settantotto per cento che impiega meno di cinque dipendenti. Cosa è centrale per un sistema simile se non la cultura che è formazione continua, ricerca e innovazione, ciò che continua a mancare a padroni e lavoratori, per insipienza, per assenza di coraggio, per ottusità e speculazioni del sistema bancario. E non c’è nessun salario di cittadinanza che gliela può dare.
Ora tutto questo si paga in una confusione che promette solo il caos. Ma non c’è ordine senza caos e la questione culturale, dell’apprendimento permanente, dell’istruzione, di una scuola capace di servire il paese sul piano della formazione come del lavoro, è l’unica questione vitale, se le forze democratiche vogliono tornare a essere loro a guidare il futuro del Paese.
È in gioco la cultura, la diffusione delle conoscenze contro la pigrizia mentale a cui in tutti i modi ci hanno indotto. Intanto mettere insieme quanti sono impegnati a combattere le diseguaglianze e l’ingiustizia sociale che crescono in maniera esponenziale con il crescere di questa economia di carta e di carte magnetiche.
Usare la conoscenza per perseguire la prosperità economica, la tutela dell’ambiente, la salute, la felicità e la sicurezza dei cittadini. La domanda da porsi è a quanto ammonta l’investimento in conoscenza, in capitale umano a partire dalle nostre città, che devono essere le protagoniste nel raggiungere e avanzare in questi obiettivi per i loro cittadini. È dal governo dei nostri municipi che deve partire la capacità di dare risposte a quanti ogni giorno di più si ritrovano defraudati dei loro diritti alla vita, al lavoro, alla salute, all’istruzione, del diritto al benessere e alla felicità, che non sono utopie, ma più semplicemente ciò che rende la vita umana accettabile.
Alle forze democratiche e di sinistra è mancata questa cultura della felicità, capace di costruire visioni, prospettive, utopie anche. Capace di far sognare: l’unica medicina che ancora resta all’uomo per non cedere all’astio e al risentimento. Richiede tempo, per questo occorre cominciare da ora.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

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Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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