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Vandana Shiva, foto Wikimedia Commons

in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno 2022, Vandana Shiva, critica della globalizzazione, attivista ambientale ed ecofemminista, ha pubblicato il Manifesto sull’Economia della Cura e la Democrazia della Terra. Questo è avvenuto nell’ambito del suo tour in Italia e in Francia, dove Shiva ha lanciato il suo nuovo libro, “Vera Economia – Dall’Avidità a un Economia della Cura”, e ha partecipato a numerosi eventi, tra cui l’Eirene Fest, Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza, e a un evento congiunto della sua organizzazione Navdanya International con l’Unione Buddista Italiana e il Comune di Roma sull’agroecologia e l’agricoltura rigenerativa. Pubblichiamo di seguito l’intero manifesto.
LA REDAZIONE DI PERISCOPIO

di Vandana Shiva

La cura e il sostegno reciproco sono la ricchezza della vita, sia nella natura che nella società che interagiscono in un unico insieme, condividendo valori e diritti intrinseci.
La Terra, Gaia, Terra Madre, è un pianeta vivente la cui ricca biodiversità si è evoluta nel corso di miliardi di anni sostenendo tutta la vita. Non è né materia inerte né materia prima da sfruttare e degradare.
La cura della Terra e di tutta la vita è la nostra responsabilità etica ed ecologica.
La cura della Terra è l’economia della vita, Oikonomia.
In un periodo di collasso e disintegrazione ecologica e sociale, curare e rigenerare la Terra è la base da cui ripartire per ripristinare il futuro umano.

  1. Cura della Terra e Diritti della Terra

Dobbiamo riconoscere che siamo un’unica famiglia terrestre, esseri viventi interconnessi, in tutta la nostra diversità, che partecipano e condividono una rete della vita comune. La cura della Terra rigenera le risorse naturali, la biodiversità e l’economia che ci forniscono vita e sostentamento. La Terra e il suo ecosistema ci sostengono con l’ossigeno per respirare, l’acqua, il cibo, i vestiti, ci offrono riparo e medicine.

L’industrializzazione, basata sui combustibili fossili e sul petrolio, sta distruggendo gli ecosistemi viventi della Terra e ha contribuito in maniera decisiva al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alla diffusione di malattie, alla distruzione delle foreste e all’estinzione di piante e animali, mettendo la nostra stessa specie a rischio di estinzione.

Il rispetto delle risorse limitate della Terra è fondamentale per un’economia di cura e per un’umanità attenta.

  1. Intelligenza umana, autonomia, libertà e diritti

Gli esseri umani hanno co-creato con la Terra, con la sua biodiversità e gli uni con gli altri da tempo immemorabile. Questa è una realtà che è stata dimenticata dall’inizio dell’industrializzazione e che ora dobbiamo recuperare.

L’approccio meccanicistico e separativo cartesiano nei confronti della vita ha ridotto gli esseri umani a macchine, a esseri non pensanti e meccanici, che rispondono acriticamente a norme e stimoli imposti da altri. La tecnologia e la digitalizzazione stanno intorpidendo i nostri cervelli e la nostra intelligenza, erodendo il nostro diritto di poter scegliere. Big Data, algoritmi, intelligenza artificiale (Ai) e robotica stanno immaginando un futuro di agricoltura senza agricoltori, di manifattura senza operai, di istruzione e informazione senza insegnanti, di sanità senza medici.

Le economie della cura si basano sul recupero delle nostre menti, della nostra autonomia e del nostro potenziale creativo, per preservare le nostre libertà e i nostri diritti di lavorare al servizio della Terra, delle nostre comunità e delle generazioni future. Le economie della cura stimolano la libertà creativa, la giustizia e la coesione.

  1. Comunità rigenerante

La vita è un fenomeno comunitario sensibile e premuroso, nella società come nella natura. È relazionale, non atomistica. Le comunità sono il luogo in cui convergono e si rigenerano le economie locali di sostentamento, salute e benessere. Le relazioni intessute attraverso il rispetto e la reciprocità coltivano la creatività e il benessere. Le economie di cura creano armonia e prosperità.

  1. Recupero dei beni comuni

Le economie della cura si basano sul recupero dei beni comuni e dei beni pubblici – la cura della terra e la condivisione delle risorse comuni della terra: i beni comuni delle sementi e della biodiversità, dell’acqua e della terra, del cibo e del nutrimento; e i beni e i servizi pubblici che le società hanno sviluppato con responsabilità asserendo il diritto alla conoscenza, alla democrazia, alla salute, all’istruzione, all’energia, al trasporto e a un’abitazione.

La privatizzazione, i brevetti e l’appropriazione dei beni comuni rappresentano un sistema fallito di un processo coloniale basato sull’estrazione e sull’avidità e non trovano posto nelle economie di cura. La finanziarizzazione e la mercificazione della natura riducono la Terra e le sue risorse ad asset finanziari, oggi controllati da miliardari e dai loro fondi di gestione patrimoniale, aggravando la crisi ecologica e mettendo a rischio le comunità indigene e i piccoli agricoltori che da sempre hanno cura della biodiversità e della Terra. La Madre Terra non è in vendita.

  1. Dalla concorrenza alla cooperazione, dalle economie dell’avidità alle economie dell’assistenza, dalle economie estrattive alle economie circolari della Legge del Ritorno

La cooperazione e la sinergia sono alla base delle economie di cura. Le economie di cura rispettano i limiti della Terra e si basano sulle necessità. Come ci ha ricordato Gandhi, “la Terra ha abbastanza per le necessità di tutti, ma non per l’avidità di pochi”. La competizione e l’avidità violano i processi ecologici della natura e distruggono la capacità degli ecosistemi e delle comunità di rinnovarsi, rigenerarsi e produrre.

Le economie dell’avidità, basate sull’estrattivismo e sulla concorrenza creano scarsità, fame, malattie, insicurezza, disoccupazione e violenza. Le economie della cura si basano sull’economia circolare, sul dono, sulla reciprocità, sulla condivisione e sulla mutualità – la Legge del Ritorno.

Le economie circolari aumentano il potenziale creativo e rigenerativo della società e della natura. I sistemi di economia della cura sono circolari, locali, partecipativi e armoniosi e portano al benessere e all’abbondanza.

  1. Diversità e decentralizzazione

La globalizzazione ha portato al controllo centralizzato delle risorse della Terra e dei mercati, al degrado della qualità del cibo che mangiamo e dei vestiti che indossiamo. La qualità richiede cura. Le economie della cura implicano il decentramento e la democrazia partecipativa e comprendono la diversità culturale e biologica. La partecipazione e la localizzazione sono radicate nelle relazioni e nelle affinità.

  1. La democrazia

Le economie della cura si basano sull’uguaglianza, la giustizia e la dignità per tutti e sono il cuore di una democrazia vivente delle persone, dalle persone, per le persone. Nessuna persona o specie è sacrificabile. Le economie della cura generano cibo per tutti, salute per tutti, lavoro per tutti.

Le economie dell’avidità si basano sul controllo centralizzato, sull’uniformità, sul dominio e sulla creazione di gerarchie e sono una minaccia per la democrazia. L’avidità promuove l’uso di tecnologie che non si prendono cura della Terra ma la danneggiano insieme alla sua popolazione rendendo le persone sempre più sacrificabili.

La democrazia della Terra è la democrazia di tutta la vita in interconnessione e partecipazione.

  1. Considerazione e cura per i diritti delle generazioni future

I principi delle economie della cura si fondano sul visionario “Principio della Settima Generazione” della Confederazione Irochese, la più antica democrazia partecipativa vivente. Il principio guida di tutte le loro politiche è rappresentato dalla considerazione e dalla cura delle prossime sette generazioni. Il principio afferma: “In ogni nostra deliberazione, dobbiamo considerare l’impatto delle nostre decisioni sulle prossime sette generazioni”.

  1. Dalla guerra e dai conflitti alla pace e all’armonia

L’avidità e la concorrenza creano conflitti per l’accaparramento delle risorse e guerre che distruggono la Terra. Per evitare il collasso ecologico e l’estinzione delle specie, dobbiamo fermare la guerra contro la Terra.

Dobbiamo fare pace con la Terra, lavorando secondo le leggi ecologiche, rispettando i confini planetari e i diritti di tutte le specie e degli esseri umani come elementi di un unico insieme.

Attraverso la cura della Terra, la rigenerazione e la guarigione dei cicli interrotti e delle società danneggiate, possiamo fare pace con la Terra. Non prendere più di quanto ci serve è un atto di pace. Prendersi cura e condividere i doni della Terra è la via della pace.

Vandana Shiva
Attivista politica e ambientalista indiana; si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell’agricoltura e nell’alimentazione; si è occupata anche di questioni legate ai diritti sulla proprietà intellettuale, alla biodiversità, alla bioetica, alle implicazioni sociali, economiche e geopolitiche connesse all’uso di biotecnologie e ingegneria genetica. È tra i principali leader dellInternational Forum on Globalization,

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Redazione di Periscopio


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato 10 anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato Periscopio e naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale.  Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 

Oggi Periscopio conta oltre 320.000 lettori, ma vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

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Francesco Monini
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