9 Maggio 2017

Alla fiera della vanità con la fast fashion: 52 stagioni all’anno e uno sfruttamento intensivo della manodopera

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 7 minuti

È la prima industria al mondo per impiego di manodopera, con una persona su sei che lavora nella filiera produttiva, e la seconda per inquinamento, preceduta solamente da quella petrolifera.
Di che settore stiamo parlando? Dell’industria della moda.
Quando parliamo di moda, pensiamo alle passerelle milanesi, ai fashion blogger e alla geniale creatività degli stilisti, ma oltre tutto ciò c’è l’industria che produce gli abiti che indossiamo tutti i giorni: jeans, magliette, felpe e maglioni. Solo guardando all’economia italiana, l’industria del tessile-moda è un comparto produttivo di enorme importanza: 52,4 miliardi di produzione nel 2015, 402.700 occupati e un saldo della bilancia commerciale di più di 8,5 miliardi, con un surplus secondo soltanto a quello della meccanica.

Tutti abbiamo sentito parlare – in maniera non troppo lusinghiera – del sistema dei fast-food: chi ha mai sentito parlare – nel bene e nel male – della ‘fast-fashion’? Chi si ricorda della tragedia di Rana Plaza, in Bangladesh, dove nel 2013 un edificio si è accartocciato su se stesso inghiottendo più di mille lavoratrici, forse il più grave disastro nella storia dell’industria tessile?
Ebbene, la ‘fast-fashion’ è la rivoluzione che ha portato nei negozi delle grandi catene di abbigliamento 52 stagioni l’anno al posto delle tradizionali autunno/inverno e primavera/estate, con nuovi modelli di capi di abbigliamento praticamente ogni settimana, e che ha prodotto una deflazione progressiva del prezzo di ciò che indossiamo, soprattutto grazie all’esternalizzazione della produzione verso paesi a basso costo di manodopera (basti pensare che fino agli anni Sessanta l’America produceva il 95% dei suoi vestiti, oggi ne produce solo il 3%). Ecco che, come per magia, attualmente compriamo più di 80 miliardi di capi di abbigliamento all’anno: +400% rispetto a 20 anni fa.
Il vero costo di questa rivoluzione al ribasso ce lo rivela il film documentario ‘The true cost’ del giovane regista americano Andrew Morgan (prodotto da Livia Firth, sì, proprio la moglie di quel Colin, da sempre impegnata in questo ambito). ‘The true cost’ racconta il mondo produttivo dietro le grandi catene del fast fashion, rivelando i costi umani, sociali e ambientali che possono celarsi dietro un abito, dalle operaie senza diritti del Bangladesh e della Cambogia, ai coltivatori di cotone del Punjab e del Texas, strozzati dai nuovi padroni delle sementi e costretti a violentare la terra con pesticidi e fertilizzanti. ‘The true cost’ dà anche voce a chi in quegli stessi luoghi a questo sistema si oppone, impedendoci di nasconderci dietro alla scusa che ‘è l’unico sistema possibile’ e aprendoci gli occhi sul consumismo eccessivo e indotto, che ci spinge a comprare a poco prezzo cose di cui non abbiamo davvero bisogno e che quindi butteremo a cuor leggero aumentando inquinamento e povertà, mentre ciò di cui necessitiamo davvero – casa, istruzione, servizio sanitario – quello sì diventa un lusso.

La locandina del documentario

Inutile dire quanto poco ‘The true cost’ abbia circuitato nelle sale, il 12 maggio arriva a Ferrara portato dalla cooperativa di commercio equo e solidale ferrarese AltraQualità nell’ambito della campagna ‘permanente’ Abiti Puliti: il film sarà proiettato alle 20.30 nello spazio teatrale di Ferrara Off, in via Alfonso I d’Este.
“Lo abbiamo visto per la prima volta nel 2015 alla Settimana mondiale del commercio equo e solidale di Milano: era la seconda volta che veniva proiettato i Europa, prima era stato solo al festival di Cannes, e la sua prima italiana”, mi spiega David Cambioli di AltraQualità. “Abbiamo voluto portarlo a Ferrara – continua David – perché ritrae in maniera precisa, persino cruda, come funziona il sistema della moda, su quali presupposti si basa oggigiorno: lo sfruttamento dell’ambiente e degli esseri umani. Come AltraQualità siamo soci della campagna Abiti Puliti, che possiede i diritti per alcune proiezioni italiane e ci ha concesso di farne una qui”. L’intento “non è colpevolizzare le persone, ma renderle consapevoli. Il film mostra come ambiente ed esseri umani in tutto il pianeta siano legati da un filo, in questo caso di cotone. È una questione di scelta: come consumatori non siamo colpevoli, ma responsabili”. “Sappiamo che in Italia è molto difficile comprare moda etica rispetto ad altri paesi europei, ma se chi acquista comincia a lanciare piccoli messaggi, a chiedere semplicemente dove e come sono fatti i vestiti, qualcosa pian piano si smuoverà: magari tanti piccoli produttori che hanno lanciato o vogliono lanciare linee di abiti ‘puliti’ diventeranno più forti. È una questione di mentalità: vogliamo far capire che le produzioni sostenibili non sono ‘sogni da anime belle’, sono un modo diverso di fare impresa e creare lavoro”. Quando gli faccio la classica obiezione sul costo a volte, anzi spesso, ‘di nicchia’ dei prodotti fair trade, intuisco subito che è un argomento al quale David è ormai abituato a rispondere. “Per certi aspetti è vero, ma la realtà è che manca un’economia di scala e soprattutto, il costo così basso, troppo basso, di quella maglietta qualcuno lo paga in ogni caso: la manodopera e i produttori sfruttati e avvelenati, l’ambiente inquinato dalle sostanze chimiche e dai rifiuti che aumentano, il consumatore stesso, che indossa cose prodotte con agenti chimici che spesso si dimostrano dannosi per la salute”.

Venerdì a presentare ‘The true cost’ a Ferrara, con David ci sarà Deborah Lucchetti, presidente di Fair, cooperativa sociale nata per promuovere economie solidali, attivista e coordinatrice della campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, coalizione internazionale che da trent’anni promuove i diritti del lavoro nell’industria tessile globale. “Clean Clothes è una rete che si snoda in 17 paesi europei e coinvolge più di 200 soggetti in tutto il mondo, una rete fatta di sindacati, ong, singoli attivisti, in molti casi donne”, mi dice Deborah, “l’obiettivo è la promozione e la tutela di tutti i lavoratori del settore dell’abbigliamento e delle calzature attraverso attività di advocacy e di lobby presso istituzioni nazionali e internazionali”.
Le chiedo quale sia la situazione nel nostro paese: esiste un made in Italy dall’approccio equo e sostenibile? “C’era un tempo nel quale molte delle fasi della produzione e del confezionamento venivano fatte in Italia, oggi la situazione è cambiata e molte produzioni sono state spostate all’estero a terzisti e a fornitori esteri, ma ci sono ancora tanti laboratori e terzisti che producono per grandi marchi. Produrre in Italia però non è sempre sinonimo di qualità sociale e rispetto delle regole, può accadere anche qui e non soltanto all’estero che ci sia convivenza fra sistemi di economia legale che rispettano regole e contratti e sistemi di economia illegale, con manodopera in nero e violazione di diritti dei lavoratori. Il problema è che il sistema comprime i costi al ribasso verso la parte bassa della filiera produttiva, verso terzisti e fornitori, quindi qui si creano situazioni di irregolarità che possono riguardare terzisti stranieri ma anche italiani, oppure ci sono casi di laboratori che chiudono perché i prezzi bassissimi imposti dalle griffes li costringono a violare le norme sul lavoro o a chiudere”.
Anche per lei c’è molto da fare dal punto di vista della crescita della consapevolezza: “l’attrazione che esercita la moda facile è molto forte e sicuramente la crisi che ha colpito il ceto medio in Italia, ma non solo, non favorisce questa crescita, anzi favorisce il consumo di merce a basso costo e qualitativamente scadente, e d’altra parte non siamo salvi nemmeno con il lusso: il lusso produce spesso esattamente negli stessi modi della fast-fashion”. Ma perché si sa ancora così poco di cosa c’è dietro lo sfavillante mondo della moda, o meglio perché se ne parla meno rispetto, per esempio, alla filiera produttiva che finisce sulle nostre tavole? “Nell’agro-alimentare si insiste da molto più tempo sui meccanismi distorti e non più sostenibili, dal punto di vista ambientale ed etico; mentre per quanto riguarda la moda, non la si considera ancora una vera e propria industria, potente, avida, con impatto pesante in termini umani e ambientali: si pensa ancora alle passerelle e alle modelle. È ancora poco visibile il suo impatto socio-economico, soprattutto perché si vende molto bene sul piano pubblicitario: la comunicazione è un fattore chiave. La moda lavora in maniera più silenziosa, ma più efficace sulle nostre identità. È come se ci fosse un cedimento emotivo perché siamo avvinti da questo bombardamento pubblicitario che va a toccare temi come l’affermazione di sé, a come ci si presenta e cosa dice di noi quello che indossiamo”.

Se ciò che indossiamo davvero comunica qualcosa di ciò che siamo o che vogliamo essere, se come si afferma nel film gli abiti sono la pelle che possiamo sceglierci, forse è ora di riflettere sull’immagine che vogliamo dare, è ora di rallentare e pensare a una slow-fashion accanto allo slow-food. Se come ‘consumatori’ siamo parte del problema, possiamo diventare parte della soluzione, scegliendo di non essere più solo consumatori, ma clienti consapevoli in grado di fare scelte responsabili.

Per maggiori info sulla serata del 12 maggio [clicca qui]
Per maggiori info sulla campagna Abiti Puliti [clicca qui]

Guarda il trailer ufficiale di ‘The true cost’



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