Tag: patrimonio

Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Candidiamo Ferrara a capitale italiana della cultura

Certo, corrispondere ai bisogni dei cittadini avanzando proposte precise e concrete è il miglior modo di affrontare le elezioni e vincerle. E a ogni lista che si presenta nel campo del centro sinistra dovrebbe essere affiancato un programma scritto e concreto con cui l’elettore possa misurarsi e riconoscersi. Specie in momenti come questi in cui le istanze populiste che dominano la politica italiana, anche nello stile del linguaggio e dell’informazione, parlano alle sensazioni irrazionali, alla rabbia (motivata ma cieca), alla “pancia delle persone”, come si dice, invece che intervenire sulle loro necessità.
Tuttavia, per aggregare e aumentare consensi credo che serva anche una visione, un obiettivo futuro e condiviso di trasformazione e valorizzazione della città. Non un sogno ma un ‘disegno’ certo, di medio periodo, da enunciare, discutere, condividere prima e implementare con la partecipazione di tutti dopo il voto. Per essere più espliciti: nel programma ci dev’essere quello che il Comune farà per i cittadini in caso di vittoria. Nel ‘disegno’ c’è quello che la città (singoli e associazioni e Comune) contribuiranno a realizzare per il futuro della loro comunità.

In questo senso mi permetto di fare un appello alle liste di centro sinistra (tutte) perché ancor prima di decidere il proprio posizionamento elettorale, condividano un percorso strategico di trasformazione e rinnovamento della città. So che i ferraresi, io per primo, sono cauti rispetto ai progetti di cambiamento perché tanti ne hanno sentiti e nessuno è riuscito a far superare in loro la nostalgia della Ferrara di un tempo… Ma ci sono dei temi in cui molti si riconoscono anche per aver contribuito alle migliori stagioni, spesso non coordinate, degli anni passati.
Il mio suggerimento a tutte le liste di centro sinistra è di candidare Ferrara a “Capitale nazionale della cultura”. Capitale nazionale, perché da quel che mi risulta la prossima capitale europea è disponibile per l’Italia solo nel 2033. Capitale della cultura perché lo siamo stati davvero nel passato e potremmo ben meritarci questo riconoscimento per il futuro (dopo Ravenna e Mantova). Basta ricordare la riqualificazione urbana degli anni 80, le grandi mostre dei decenni successivi, gli spettacoli teatrali d’avanguardia internazionale e i concerti e le opere di Claudio Abbado, il progetto del Meis che si sta completando. Ma non solo questo. Anche l’intensa attività di documentazione e ricerca storica e letteraria. I festival e il Palio. E gli eventi molto numerosi che la città realizza ogni anno (spesso senza coordinamento e valorizzazione).
Ci si potrebbe chiedere come mai una città Patrimonio Unesco da qualche decennio e “patrimonio culturale” del Paese da qualche secolo (da Boiardo, Ariosto, Tasso, fino a Bassani, dalla pittura ferrarese del rinascimento fino a Boldini e De Pisis, dal teatro rinascimentale fino ad Antonioni, Sani e Vancini…) nessuno abbia mai formalizzato la richiesta di diventare “Capitale italiana della cultura”. Almeno a mia conoscenza. Tanto più che abbiamo avuto sia un sottosegretario che un ministro al Mibac… ma lasciamo stare. Invece che guardare al passato è più utile pensare a un rilancio futuro di Ferrara come “patrimonio di cultura” per tutti.
Non è solo uno slogan: sarebbe auspicabile che tutte le liste di centrosinistra si unificassero su questo punto. Condividere la proposta non significa burocraticamente avanzare la candidature di Ferrara e aspettare il responso. Al contrario, significa iniziare subito a rimettere in moto le tante energie positive che ci sono in città e coordinare i progetti: tracciare orientamenti e sollecitare la partecipazione.

Per non rimpiangere il patrimonio dell’umanità

1666 non è un richiamo ad un personaggio satanico, ma è l’anno in cui il Grande Incendio sconvolse l’architettura e la topografia di Londra determinando la fine anche della grande peste. Da ieri Parigi deve rimpiangere la perdita di Notre-Dame. Mentre sto scrivendo, il personale del Museo Nazionale del Brasile di Rio de Janeiro sta passando in rassegna i resti recuperati dall’incendio avvenuto il 2 Settembre 2018. Alcuni di loro hanno rischiato la vita per salvare oggetti preziosi mentre l’inferno ancora imperversava. Il Museo, fondato nel 1818, custodiva circa 20 milioni di oggetti rappresentanti il patrimonio geologico, biologico, archeologico e storico del Brasile. La perdita per i brasiliani è incalcolabile ed irrimediabile, ma il danno è anche per l’intera umanità. L’eredità della conoscenza contenuta nelle collezioni museali apparteneva a tutti noi. Ciò che è particolarmente sconvolgente è che la distruzione era prevedibile. Il museo ha sofferto per decenni di abbandono ed il sistema antincendio era completamente obsoleto. I costi per mantenere adeguatamente il museo erano una frazione infinitesimale dell’incredibile somma spesa per le recenti Olimpiadi. Le Olimpiadi sono durate poche settimane. Il museo, più antico del riconoscimento della Repubblica Federale del Brasile (1825), avrebbe dovuto sopravvivere per i secoli a venire. Così quanto Notre-Dame e tutte le altre cattedrali e musei al mondo.
La perdita del Museo Nazionale del Brasile è appena l’ultimo di una serie di recenti ed irreparabili danni al nostro patrimonio culturale. Il Museo Nazionale dell’Iraq è stato saccheggiato e pesantemente danneggiato durante la guerra del 2003. Lo stesso è successo per il Museo Nazionale dell’Afghanistan da quando è iniziata l’invasione russa durante gli anni ’80. E poi tutti i siti archeologici distrutti in Siria.
Una simile distruzione, a scala inferiore, avvenne a Chicago. Il palazzo originale, le collezioni e la biblioteca dell’Accademia delle Scienze di Chicago, il museo più antico della città, furono distrutti dal grande incendio del 1871. L’Accademia venne ricostruita e le sue attuali collezioni naturalistiche di incalcolabile valore scientifico rappresentano molte specie di organismi oggi estinti nella regione di Chicago.
Tutti i nostri musei, piccoli o grandi, e le relative biblioteche sono depositi del patrimonio della nostra regione, della nazione e del Mondo. I nostri musei sono molto più di un’attrazione (e richiamo turistico) per una mostra sui dinosauri o su Leonardo Da Vinci. Nascoste alla vista ci sono collezioni molto più grandi che documentano la portata della consapevolezza umana del mondo naturale e culturale. Le minacce ai nostri musei non sono solo il fuoco o le inondazioni, ma anche l’erosione della base di conoscenze posseduta dai curatori, gli specialisti nei contenuti delle collezioni e del loro valore scientifico.
Molti musei stanno soffrendo difficoltà economiche. Alcuni piccoli musei stanno chiudendo, altri riducono il personale. I fondi destinati ai musei civici, nazionali ed universitari si riducono sempre più. Negli Stati Uniti, ad esempio, i fondi destinati ai musei si sono ridotti notevolmente. Nel 2000 la città di Chicago finanziava il Field Museum con 7.4 milioni di dollari che sono diventati 5.4 nel 2013, somma mai più modificata. La perdita dei curatori scientifici è poi patologica anche per il famoso Smithsonian National Museum of Natural History di Washington D.C. Ci sono responsabili delle collezioni, ma non curatori scientifici. La perdita dei curatori significa che, mentre le collezioni possono essere mantenute, non c’è nessuno addetto ad implementarle, aggiornarle o utilizzarle pienamente. Uno studio appena pubblicato  suggerisce che nelle collezioni museali paleontologiche ci sono almeno 23 volte più località fossilifere che non località presenti nella letteratura scientifica pubblicata. In altre parole, per ogni dato scientifico ricavato, per esempio, da un esemplare fossile ben studiato ed esposto in una sala del museo, ci sono altri 23 dati scientifici in attesa di essere scoperti negli oscuri magazzini dell’istituzione museale. Sospetto fortemente che lo stesso sia vero per gli insetti, le piante, gli uccelli e tutti gli altri oggetti nascosti sugli scaffali dei musei e nelle cassettiere. Lo stesso fenomeno avviene anche nei musei archeologici e d’arte. Senza un personale adeguato queste collezioni, definite black data, non saranno mai descritte scientificamente ed in caso di disastro (e.g., terremoti, inondazioni, incendi) saranno perse per sempre.
I nostri musei sono la registrazione materiale diretta delle conoscenze scientifiche, tecniche e culturali nel tempo. Sono anche la prima esposizione alle meraviglie della Scienza e dell’Arte per molti bambini e rimangono una fonte di meraviglia e bellezza per gli adulti. Per non rimpiangere la loro perdita meritano ed hanno bisogno di essere supportati e protetti per continuare ad acquisire, catalogare, conservare, ordinare ed esporre beni culturali.

L’OPINIONE
Sveglia ‘itagliani’, c’è un’immensa bellezza da salvare

(pubblicato il 28 luglio 2016)

Eppure solo qualche centinaio di chilometri separa l’Alto Adige da Roma capitale (della sporcizia). Non pretendo che, come a Vipiteno, lungo la passeggiata che porta al centro città ci siano i distributori gratuiti dei sacchetti per le deiezioni (vulgo cacca) degli amici pelosi, né che dentro ai vicoletti la pulizia sia tanto accurata che nemmeno una traccia di minzioni (vulgo pipì) post bevute di birra ci riveli la presenza dei giovani gaudenti. E naturalmente lo sconcerto riguarda non solo Ferrara ormai celebre per i vicoli maleodoranti e vomitosi e ora per l’oscena defecazione umana dentro la Cattedrale, né Firenze sporca per le ‘delizie’ culinarie consumate sui gradini delle chiese e dei monumenti che l’hanno (l’avevano) resa capitale del Rinascimento.
Mi dicono amici cari che abitano a Roma in luoghi storici, dove un tempo abitò il più grande scrittore ferrarese del Novecento, che ormai è quasi impossibile camminare per le strade invase dalla sporcizia e dal degrado. Con centri di raccolta dei rifiuti lontanissimi dal luogo in cui si abita e che a forza occorre raggiungere se non si vuole essere sommersi dalla sporcizia, ormi divenuta simbolo della città. Così Pompei chiude, Galleria Borghese è visitabile solo su prenotazione per alcune ore al giorno e, a poco a poco, il mito di Roma inventato nell’Ottocento, la patria comune da cui tutti discendiamo, compresa la Merkel, si frantuma nella stanca parlata romanesca di un popolo ormai indifferente a tutto e a tutti.
Dalle tavole dell’hotel dell’Angelo s’alza un vocio romanesco. Si elogia il cibo, la vista e la frescura e s’inneggia al ponentino che non c’è più e si riapre l’eterno elogio del tempo passato. Ma è tutta colpa della politica o della scelta di una città, dei suoi abitanti e del suo territorio? Come per quel che succede nella mia città a proposito della banca di riferimento. E’ questione di chi l’ha gestita o della connivenza di tutti noi che appena siamo sicuri d’aver raggiunto un traguardo lo dimentichiamo in nome di un prestigio che forse non abbiamo mai posseduto? Tanto è vero che celebriamo non tanto la vera grandezza della nostra storia, vale a dire il cosiddetto Medioevo, quanto in modo quasi ossessivo un Rinascimento complessivamente mediocre, se non ci fossero stati i due più grandi poeti della modernità a celebrare una dinastia complessivamente rozza e inaffidabile.
Queste note, ovviamente amplificate da una specie di ferita mai chiusa sulle magnifiche sorti e progressive che dovrebbero essere all’attenzione e al centro dell’idea di identità che sembra invece sfaldarsi in un degrado e non avere mai fine, trovano un conferma nel prezioso lavoro (che di fatto è una tra le più grandi scoperte di questo secolo) di un antichista inglese celeberrimo, appena scomparso, Martin West, che ha fatto conoscere al mondo alcuni versi tra i pochi sopravvissuti di Saffo: “il mio cuore è cresciuto pesante, le mie ginocchia non mi sostengono/ loro che una volta erano agili per la danza come quelle dei cerbiatti”. Questa potrebbe essere la metafora più evidente del declino di Roma, della sua eredità e anche della condizione umana e intellettuale di chi scrive queste note. C’è una specie di stanchezza, etica prima di ogni altra ragione, che pervade chi per una specie di dovere-diritto ha scelto di lavorare nella storia e per la storia. E ora s’accorge che il disprezzo e l’irrisione è ciò che resta di questa missione così amata e così, ora, disprezzata.
Rendere Roma, Firenze, Ferrara luoghi adatti alla spazzatura reale e metaforica non è solo colpa di chi ci governa e di ogni tipo di mafia, ma è colpa grave e ineliminabile ascrivibile al carattere degli italiani. E certo non basta che Alessandro Gassman proponga una specie di ‘fai da te’ per ripulire Roma. Se non c’è la volontà innata di salvare la bellezza che è la forma più alta di realtà. Perciò italiani, smettetela di fare gli ‘itagliani’!

Immagine: Reuters, The Economics Times

L’Istituto San Vincenzo nasconde un tesoro: potrebbe diventare un museo della città

Un laboratorio praticamente intatto con strumentazioni scientifiche dell’epoca, foto delle alunne, pagelle, abbigliamento scolastico originale e naturalmente tanto materiale didattico che risale ai primi decenni del secolo scorso. Tutto questo viene conservato da decine di anni in una parte delle scuole San Vincenzo (Palazzo Rondinelli), in Piazza Ariostea, senza che nessuno possa vederlo. Sono risorse preziose, parte del patrimonio culturale del territorio, microstoria nella storia della città: tante delle nostre nonne e mamme sono state educate lì quando erano ancora scuole femminili, e anche molti nostri ragazzi sono passati di lì.

Come ha giustamente affermato, domenica sera, il presidente del Fai Andrea Carandini a Che tempo che fa, “ci sono luoghi, musei, archivi di estremo interesse in Italia, che però sono chiusi al pubblico, e se nessuno può vedere queste cose, allora è roba morta.”.

Sarebbe bellissimo, quindi, poter aprire anche le stanze segrete dell’Istituto San Vincenzo, magari prendendo spunto  dall’esperienza estremamente positiva del Museo dei Cappuccini di Reggio Emilia che ha dedicato all’Istituto San Vincenzo de’ Paoli di Reggio Emilia la mostra “Tradizione e Innovazione”, aperta fino al 14 aprile, che ripercorre  le tappe di un progetto educativo avviato fin dal 1864. La San Vincenzo è un’istituzione fondamentale nella storia reggiana, anche perché dall’istituto sono uscite tante insegnanti, maestre e diplomate; una scuola cattolica con grande attenzione per i problemi sociali e per l’innovazione, una scuola da 150 anni in dialogo con la città.

“Tradizione e Innovazione”
Museo dei Cappuccini – Via Ferrari Bonini, 6 – Reggio Emilia

Tutti i giorni dalle 10 alle 12
Sabato e domenica dalle 15 alle 18

Organizzata in collaborazione tra la Direzione dell’Istituto e il Polo Culturale dei Cappuccini di Reggio Emilia, l’esposizione è articolata in cinque sezioni. Il risultato è una mostra “viva”, fruibile sia dagli adulti che dai bambini  perché accanto ai tanti oggetti recuperati da magazzini e archivi dell’Istituto, trovano posto i contributi di ex allievi che hanno prestato per l’occasione fotografie, pagelle, quaderni apparecchiature e manufatti risalenti anche ai primi del ‘900.  L’allestimento è il frutto di un lavoro di equipe tra Polo Culturale e Istituto, con il prezioso apporto di diversi giovani legati a vario titolo alla realtà del convento.

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LA RIFLESSIONE
La Chiesa dei ‘castelli svenduti’

di Maria Paola Forlani

L’invenzione della cultura, del suo concetto e della sua pratica pubblica, è una delle più affascinanti avventure dell’uomo. Mentre la cultura evoca altrove una generosa apertura intellettuale e il futuro, in Italia lo scontro frontale tra due partiti in perenne conflitto – quello di una religione inattuale del patrimonio e quello della svendita sul mercato dei beni culturali – tiene in ostaggio la più importante infrastruttura per la crescita civile ed economica del Paese.

Parlando di attualità, è apparsa sulle cronache dei giorni scorsi l’ipotizzata speculazione finanziaria relativa all’acquisto di un castello storico, poi rivenduto al suo pieno valore qualche tempo dopo intascando la differenza. Si prefigura così la conferma di una prassi di indifferenza morale, attorno ai beni architettonici o ambientali, con frequenti tornaconto di enti religiosi. Un affare che sarebbe stato ottenuto consumando una serie di reati che vanno dal falso alla truffa, passando per l’appropriazione indebita, la turbata libertà degli incanti e l’associazione per delinquere. Accuse che, a vario titolo, la procura di Terni muove a dieci indagati, tra i quali anche l’ex vescovo della diocesi di Narni, Terni ed Amelia, Vincenzo Paglia, oggi presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. E che vedrebbe coinvolte anche una serie di altre persone che fanno riferimento alla diocesi, come il presidente dell’istituto diocesano per il sostentamento del clero e il vicario episcopale della diocesi. E, chiamato in causa, è pure l’ex sindaco di Narni, Stefano Bigaroni.
La storia, che risale a circa quattro anni fa, riguarda il castello di San Girolamo di Narni, edificio storico venduto all’asta. Un’asta che, secondo la ricostruzione dei finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria, fu completamente illecita. Nell’avviso di chiusura delle indagini che i finanzieri, guidati dal generale Giuseppe Bottillo hanno recapitato agli indagati, sono segnalati diversi episodi che testimonierebbero l’illegittimità di quell’assegnazione. Innanzitutto perché il castello fu venduto a circa un terzo del suo valore: acquistato dalla Imi srl (società comunque vicina alla curia perché l’amministratore era l’economo della diocesi, Paolo Zampelli, e uno dei soci era il direttore dell’ufficio tecnico, Luca Galletti) a 1.760.00 euro contro una stima di oltre 5.600.000 e con denaro della curia.
Vengono riportati episodi di induzione in errore della Giunta comunale dovuti a una serie di tendenziose informazioni, atti depositati oltre i termini prescritti, false comunicazioni di ogni tipo per cercare di garantire comunque quella cessione. Tutti elementi che fanno concludere al pm che Imi srl, acquirente del castello (che non a caso ancora oggi risulta proprietà della diocesi, al centro di un crak finanziario da 25 milioni di euro), non avesse “i requisiti necessari” nemmeno per partecipare alla gara d’appalto. E non avesse nemmeno il denaro per comprare quel pregiato immobile: i soldi per l’acquisto sono arrivati nelle casse dell’Imi con bonifico fatto direttamente dalla curia.

La logica di interesse mercantilista di questo caso, al di là degli eventuali risvolti penali ipotizzati, richiama per affinità di approccio – la ricerca di un guadagno, non la tutela del valore di un bene – la scelta compiuta a Ferrara, da parte della diocesi estense, con la cancellazione di fatto di Casa Cini nel suo ruolo di istituto di cultura, trasformata in edificio per affittanze di ogni tipo (per un anno è stata affittata ai grillini, poi ai farmacisti, ai bancari, ecc.), il tutto cacciando i molti giovani che frequentavano quel luogo per lo studio e la ricerca. La società che si è apprestata a intervenire pesantemente sul ‘restauro’ ha ricercato solo occasioni di ‘lucro’, deturpando gli spazi architettonici e, non potendo acquistare l’immobile perché vincolato alla diocesi come dono del conte Vittorio Cini, ha comunque acquisito tutti i proventi degli ambienti affittati.
Casa Cini con questo ‘stupro’ architettonico ha perso la sua identità di centro culturale: biblioteca e museo come era stata in origine concepita, prima con i Gesuiti poi con don Franco Patruno e don Francesco Forini, ma soprattutto come luogo di ‘solidarietà’ e ‘accoglienza’. Casa Cini, con la dinamica e generosa gestione di don Franco, è stata un momento di grande ricerca, uno sguardo pieno di fiducia e di amore, per un progetto carico di futuro, interrotto da una violenza, priva di senso umano, pari a quella talebana, desiderosa di distruggere un patrimonio colmo di cultura.

Il patrimonio non è un’entità amministrativa, né una categoria economica, è l’eredità di generazioni che ci hanno preceduti. La distruzione di decenni di ricerca, di biblioteche, di opere d’arte a Casa Cini è stato lo sventramento di un universo carico di storia. Così, parlando di patrimonio parliamo di cittadinanza, di sovranità popolare, di uno Stato inteso come comunità. La conservazione dell’ambiente e del patrimonio culturale e la riattivazione della loro funzione civile, in senso più ontologico, è naturalmente anche una grande questione economica. Una questione che finora è stata declinata in termini di economia di rendita, di sfruttamento, di rapina. Ma che potrebbe invece diventare il cuore di una nuova economia civile, il progetto di un Paese che smetta di divorare se stesso e riprenda a investire sul proprio futuro, non a scommettere sulla propria fine. Lo dimostrano le parole di Vasari, contenute nel terzo libro delle Vite quando, salutando il mecenatismo di Lorenzo il Magnifico, afferma che “chi aiuta, e favorisce nell’alte imprese i belli, e pellegrini ingegni, da e’ quali riceve il mondo tanta bellezza, honore, comodo, e utile, merita di vivere eternamente per fama negli intelletti degl’huomini”.

È proprio dall’idea di una cultura come elemento di sviluppo, anche economico, che la tradizione statunitense ha perpetuato le idee nate nella Firenze rinascimentale. Quelle di una modernità competitiva in cui la conquistata consapevolezza dei limiti biologici che inquinano negativamente i rapporti sociali, libera i singoli, aiuta l’innovazione e permette un approccio creativo al mondo, favorendo le identità progettuali. Don Franco Patruno apriva le sue biblioteche a tutti, le porte di Casa Cini per visitare le mostre, ascoltare i concerti perché questi fossero uditi da tutti. La musica interpretata dai giovani nel cortile della casa medioevale del conte Cini si spandeva perché musici cittadini suonavano per altri cittadini, suonavano per la polis. Tutto ciò, non per rimuovere le difficoltà della vita, dell’esistenza, ma per affrontarle tutti insieme, con gioia, uniti nella musica e per assaporare i colori dell’arte e il profumo dei libri.

E’ da questo spirito di grande apertura solidale che la scena politica e la Chiesa dei ‘castelli svenduti’, delle ‘donazioni calpestate’, dovrebbe essere capace di ripartire. Perché le nostre città, i nostri musei, il nostro paesaggio non contengono solo cose belle: contengono valori e prospettive che possono liberarci, innalzarci, renderci di nuovo umani, restituirci un’idea dell’uomo e un’idea di comunità che ci permettono di costruire un futuro diverso, un futuro colmo di solidarietà, tanto caro a don Lorenzo Milani che troppo presto se n’è andato.

IL FATTO
Castello in lutto: Unesco lancia #Unite4Heritage, Ferrara si associa

Oggi il Castello Estense è listato a lutto. Chiunque, un po’ attento, vi passi davanti si chiederà perché e troverà la spiegazione nel pannello antistante. Certo, perché anche la nostra bella città sostiene la campagna Unesco contro la distruzione del patrimonio storico-artistico che si sta perpetuando in Nord-Africa e in gran parte del Medioriente. E una città che è stata inclusa nella lista dei Siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco (al centro storico di Ferrara il prestigioso riconoscimento è stato conferito nel 1995, con la denominazione “Città del Rinascimento” ed, esteso, nel 1999, al territorio del Delta del Po e alle Delizie estensi) non poteva non unirsi all’appello. Un drappo nero cingerà i più significativi monumenti del Patrimonio Unesco italiano per testimoniare lo sconcerto e lo sgomento conseguente alla sistematica e brutale distruzione di beni storico-culturali in Medio Oriente, molti dei quali inclusi nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità, ad opera delle falangi armate dell’Isis. L’associazione Beni italiani patrimonio mondiale Unesco manifesta così il suo cordoglio per le vittime civili e lo sdegno della comunità internazionale di fronte a questa incivile e insensata barbarie. Il Direttore Generale dell’Unesco Irina Bokova, ha, infatti, lanciato ieri, al Cairo, la seconda fase della campagna “#Unite4Heritage dal Museo di Arte Islamica (Mia) di Babul Khalq, danneggiato da un’autobomba nel gennaio 2014, durante l’anniversario della rivoluzione del 2011. Si vuole rinnovare l’alleanza tra società e patrimonio storico-artistico e lanciare un forte e preoccupato grido di allarme contro la distruzione della storia che sta avvenendo in Iraq, in Nord-Africa e che ora minaccia anche la stupenda Palmira, in Siria. La scelta del Museo del Cairo non è casuale, se si consideri non solo la ferita da esso subita nel 2014, ma il ruolo di culla della civiltà e della cultura che da sempre l’Egitto ricopre, nella storia.
Anche il nostro Castello Estense è solidale, allora, lui stesso simbolo della storia e dell’identità di ogni ferrarese oltre che di ogni italiano che si specchi nelle sue sale e nelle sue dolci acque. Ferrara c’è.

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L’APPUNTAMENTO
Ri-scossa: Ferrara a tre anni dal terremoto, fra ricostruzione e ripensamenti

A tre anni dal sisma che ha squassato le nostre vite, ci interroghiamo sul presente e il futuro della città. Stanno arrivando i finanziamenti per il ripristino degli edifici pubblici danneggiati e l’occasione è propizia a cittadini e amministratori per valutare le linee di intervento in funzione di ciò che Ferrara vorrà essere nei prossimi anni: spazi e luoghi, laddove è possibile, non vanno semplicemente ripristinati, ma concepiti e plasmati in coerenza con un progetto di sviluppo organico.
Con l’ausilio di esperti, lunedì 18 maggio alle 17 in biblioteca Ariostea, nell’ambito del ciclo “Chiavi di lettura: opinioni a confronto sull’attualità“, organizzato da Ferraraitalia, faremo la radiografia dello stato del patrimonio artistico e architettonico, valuteremo le oscillazioni dei flussi turistici e sentiremo il racconto di chi ancora è costretto a vivere fuori casa.

Terremoto in Nepal, Bassi: “Solidarietà alla popolazione, sconforto anche per la distruzione del patrimonio monumentale Unesco”

“Accanto all’immane tragedia che ha causato migliaia di vittime, c’è da considerare anche il dramma della distruzione del patrimonio Unesco fra le conseguenza del drammatico terremoto che ha colpito il Nepal”. Lo sottolinea Giacomo Bassi, presidente dell’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco, esprimendo solidarietà alla popolazione colpita e preoccupazione per la perdita di preziose testimonianze di inestimabile valore storico. “Dalle dichiarazioni del rappresentante Unesco in Nepal apprendiamo che, in alcune aree del Paese, il danno è immane: risulta siano crollati fra gli altri anche edifici storici della Valle di Kathmandu così come completamente distrutta appare la maggior parte dei templi della antica piazza Durbar. Significative al riguardo considero le parole del direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, la quale rassicura che l’Unesco è pronta ad aiutare il Nepal nella ricostruzione, consapevole dell’importanza che la cultura riveste in un percorso di recupero dell’identità e della fiducia nel futuro”.

IL FATTO
Turisti in cerca di città

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.” (Le città invisibili, Italo Calvino)

Come conciliare turismo urbano, attività produttive e commerciali e valorizzazione di quel patrimonio artistico culturale e ambientale che è la cifra distintiva delle città italiane ed europee? La risposta data durante le 13° Giornate europee del commercio e del turismo urbano, tenutesi nel Salone d’Onore della Pinacoteca nazionale a Palazzo dei Diamanti il 19 e 20 aprile, organizzate da Confesercenti e Vitrines d’Europe, sembra essere il dialogo e la collaborazione fra tutti questi settori, con l’obiettivo di una continua ricerca di proposte di qualità che distinguano ciascuna città e territorio per le proprie peculiarità.
Se ciò che chiedono i turisti, in particolare gli stranieri provenienti dai mercati emergenti, è sempre più un’esperienza dell’identità culturale dei luoghi che visitano, così diversificata in particolare in Italia, l’unica strategia vincente è uscire dalla concezione della città-museo o della città-vetrina, pensando alla cultura nel significato più ampio del termine: un modo di vivere che privilegia qualità, bellezza e socialità, e quindi rende migliore la qualità della vita, un sistema che parte dai luoghi fisici – edifici, vie e piazze – per arrivare a ciò che si mangia, si guarda, si ascolta, fino alla rete di relazioni sociali che ci circonda.
“Le città non possono essere imbalsamate e mummificate – ha affermato Stefano Bollettinari, presidente di Vitrines d’Europe – devono rimanere vive e vitali, attive, accessibili” e, aggiungiamo noi, il più possibili inclusive e sostenibili. E devono essere tutto ciò prima di tutto per i propri cittadini, che sono i loro primi ambasciatori nel mondo reale e in quello virtuale oggi altrettanto importante, e poi per i turisti, che “non sono altro che cittadini temporanei”, ha concluso Bollettinari.
Il turismo urbano e culturale è un’opportunità che soprattutto un Paese come l’Italia, caratterizzato da un patrimonio diffuso e puntiforme su tutto il territorio, non può permettersi di perdere. I dati parlano di un processo di desertificazione urbana in atto in Italia, con oltre 100.000 chiusure di imprese commerciali negli ultimi due anni. È perciò evidente la ricaduta economica che potrebbero rappresentare i 54 miliardi del Pil del turismo culturale, il 33% dell’intero Pil turistico nazionale. È il direttore scientifico del Centro studi turistici di Firenze Alessandro Tortelli a raccontare in cifre cosa significhi il turismo nelle città d’interesse storico e artistico: 38.000 esercizi (24% del totale in Italia), 875.000 posti letto, quasi 39 milioni di arrivi e 103 milioni di presenze, con il 61,8% di turisti stranieri. Ma non è tutto: dal 2010 al 2014 gli arrivi sono sempre in crescita, così come la domanda proveniente dall’estero, sono 11,9 i milioni di euro spesi in vacanze culturali o in città d’arte (36% della spesa complessiva) e chi viaggia per motivi culturali spende in media il 25% in più rispetto agli altri viaggiatori.
Che la cultura sia un driver di primaria importanza per lo sviluppo territoriale è ormai un fatto acquisito, o almeno così si spera. La questione è come il tema viene affrontato da istituzioni locali e attori economici: un progetto culturale, infatti, non ha in automatico ricadute sociali ed economiche importanti. Il rapporto tra dimensione culturale, sociale ed economica deve essere progettato coinvolgendo gli operatori della società civile e del mondo economico, componendo visioni, disponibilità ad agire e interessi diversificati. Questa sinergia, non facile e non scontata, potrà favorire quel capovolgimento di visione che permetterà di concepire il denaro per la cultura un investimento e non una spesa.
Ferrara, almeno per questa volta, sembra essere un passo avanti. Non solo perché il sindaco Tiziano Tagliani, presente alle Giornate di Vitrines d’Europe insieme all’assessore alla cultura e al turismo Maisto, ha parlato di un “investimento forte” che la città sta facendo “nella valorizzazione delle peculiarità cittadine” e di “un’alleanza” fra commercio e attività produttive e amministrazione locale “per una migliore qualità della vita cittadina”. Ma anche perché, come ha sottolineato Tortelli, Ferrara è uno dei sette case studies virtuosi citati dal Rapporto 2014 “Io sono cultura” elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere. Ferrara città di cultura, con un patrimonio urbano e monumentale che può vantare allo stesso tempo uno dei centri medievali più estesi e uno dei primi esempi di pianificazione moderna con l’addizione erculea rinascimentale. Ferrara città di eventi e di festival, “continuativi, diversificati, ramificati e diffusi”, come ha affermato il vicesindaco Maisto: dalla grande arte di Palazzo Diamanti al Salone del restauro, da Ferrara sotto le stelle ai Buskers, dal festival di Internazionale a quello di Altroconsumo, fino alla imminente Festa del libro ebraico. L’assessore non nega che il modello che si sogna di raggiungere è Edimburgo. Ferrara città della creatività e dei mestieri creativi, che recuperano e a volte reinterpretano antichi saperi e mestieri. Senza dimenticare l’opportunità offerta dal turismo sostenibile sul Delta del grande fiume. Il prossimo passo è Ferrara città partecipata, proprio perché è dai ferraresi che bisogna partire per recuperare il concetto antico della polis, dove i cittadini partecipavano attivamente alla vita collettiva e nella costruzione del bene comune. Anche in questo caso ci sono attività in itinere, Ferrara Mia, le Social street come via Pitteri e i Future lab sono alcuni esempi. Per una volta è il caso di dire: stiamo lavorando per noi!

L’OPINIONE
Un’ondata di devastante infamia

Laidume, [lai-dù-me], s.m.(pl.-mi), lett. Sozzura, sudiciume, fig. Infamità, ignominia. Laidume dunque è la parola colta e rara per esprimere sdegno per l’infamia dell’attacco alla Bellezza compiuto da individui non umani (se l’umanità si misura sull’intelletto e sullo spirito, una delle prerogative in via d’estinzione della specie cosiddetta “umana”). Eppure leggendo su Facebook i commenti mi sentivo inquieto e poco propenso a una condivisione generale visto che, pur nella quasi totalità della deprecazione e della condanna, un sottile distinguo sembrava predominare e verteva soprattutto sulla debolezza delle nostre forze di polizia, la condizione delle carceri italiane, il sistema punitivo ecc.

Ma come? Qui si offende in modo gravissimo il patrimonio comune della storia di una nazione, colpendo un’opera di bellezza unica eseguita quando ancora Bernini era indicato come l’espressione più alta del genio italiano ed europeo e si discetta sul modo di punibilità di questi individui che, evidentemente, sono prodotto non certo raro della condizione sociale ed economica dell’Occidente, invece di riflettere se sono le condizioni culturali che inducono ad ignorare l’intangibilità della nostra Storia e a non interrogarci sul perché si è arrivati a questa prospettiva di un mondo indifferente agli effetti della bellezza.

In un’epoca feroce quale fu quella dominata dal tiranno Napoleone, la bellezza poteva essere cantata da un poeta che era pure soldato e non alieno dalla gioia dei piaceri mondani in questi termini: “E in te beltà rivive,/l’aurea beltate ond’ebbero/ ristoro unico a’ mali/ le nate a vaneggiar menti mortali.” La bellezza, ristoro UNICO ai mali come capiva anche il compatriota di questi poveracci mentali, Rembrandt, che così trionfalmente esprimono il nostro tempo.

LAIDUME, il commercio mercenario delle passeggiatrici indagate nei loro luoghi di riunione a Ferrara: giovani, belle, e anche vecchie, sfatte con il segno del tempo che impietosamente rende incredibile come i “maschi” trovino piacere nella frequentazione se non per mescolare disperazioni, bruttezze, squallore.

LAIDUME, l’idea di riunire gli incontri tra queste disperazioni in quartieri appositamente consegnati. Come le bestie allo zoo.

LAIDUME, condividere l’idea esibita da felpe e barbette che “negri” (secondo le definizioni di certi benpensanti) e disperati che si affidano alle carrette del mare possano essere accolti nelle terre che furono di Mussolini e di Hitler.

LAIDUME, infine, che coinvolge sempre di più questo disperato tempo che stiamo vivendo e soffrendo.

L’INTERVISTA
Premio Bassani: Macke, ‘Creare una nuova Europa sugli ideali di Italia Nostra’

Il Premio è stato istituito da Italia Nostra in onore di Giorgio Bassani, presidente nazionale dell’associazione dal 1965 al 1980, nel decennale della scomparsa (2010). Di carattere nazionale e con cadenza biennale, il premio è destinato a uno scrittore-giornalista distintosi negli ultimi due anni per i propri scritti o per interventi a favore della tutela del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese.

Per entrare profondamente nella visione e nel contesto del Premio, abbiamo intervistato Carl Wilhelm Macke, unico giornalista tra i componente della giuria, di nazionalità tedesca, grande amico di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna, amante della nostra città al punto di vivere tra Monaco di Baviera e Ferrara.

Come amico ed estimatore di Bassani, come definiresti questo Premio?
Giorgio Bassani scrive racconti e romanzi fino attorno agli Settanta, poi si dedica quasi totalmente a Italia Nostra, producendo un’enorme quantità di scritti sulla tutela del patrimonio del nostro Paese. In questo senso, si può dire che questo premio è dedicato al ‘secondo’ Bassani.

Tu sei uno scrittore e un giornalista tedesco, probabilmente hai quindi un punto di vista molto particolare rispetto ai componenti italiani della giuria, cosa significa per te Italia Nostra e il Premio “Giorgio Bassani”?
A chi mi chiede perché sono diventato socio di Italia Nostra pur essendo tedesco, rispondo che l’Italia ha il 65% del patrimonio europeo in termini di beni culturali e quindi, a pensarci bene, tutti gli europei dovrebbero asserire che “l’Italia è Nostra” e farsi soci. Anzi, vorrei ribaltare il ragionamento: forse Italia Nostra è un po’ poco, sarebbe meglio chiamare l’associazione Europa Nostra e creare una nuova Europa sugli ideali di Italia Nostra.

Non è possibile replicare il modello di Italia Nostra in Germania o in altri Paesi europei?
Me l’hanno chiesto varie volte in Germania, nelle interviste o tra colleghi. Ci ho pensato molto e la risposta è no: non è possibile perché manca il contesto in cui l’associazione è nata e attualmente si scivolerebbe facilmente nel nazionalismo. Italia Nostra ha una storia antifascista: è nata nel dopoguerra, negli ambienti dell’alta borghesia romana, fiorentina e milanese, con una connotazione decisamente democratica, europeista e antifascista. Se si proponesse, ora, di fondare nel mio Paese, un circolo chiamato Germania Nostra, si rischierebbe di richiamare tutte quelle componenti neo-naziste della società. Questo perché è l’idea della nazione che è molto diversa. Quindi, di nuovo, la cosa migliore sarebbe esportare lo spirito di Italia Nostra, quella particolarissima e forte eredità che Bassani e Ravenna ci hanno lasciato, in Europa.

Si potrebbe allora aprire la giuria anche ad altri componenti stranieri…
Assolutamente sì, sarebbe una grande svolta.

Tornando al Premio, come avviene la selezione dei candidati e che tipo di lavoro c’è dietro al Premio? Quale, in due parole, il ‘back stage della premiazione’?
Tutte le sezioni di Italia nostra sono invitate a fare una proposta, indicando uno scrittore/giornalista e inviando i nominativi agli uffici centrali di Italia Nostra a Roma. Qui vengono raccolti tutti i materiali relativi alla produzione scritta dei candidati, sia on line che off line, e inviati ai componenti della giuria che hanno il compito di leggere e valutare. Purtroppo quest’anno abbiamo solo quattro candidati, nelle edizioni precedenti ne avevamo una decina. Le candidature sono segrete, noi della giuria ci ritroveremo sabato mattina al Caffè Europa per un ultimo confronto vis-à-vis e la decisione finale.

Avete già un’idea di chi sarà il vincitore?

Io personalmente ho già la mia proposta, ma staremo a vedere.

Quali criteri utilizzate per la scelta?
Personalmente, non essendo esperto né di arte né di temi quali l’ambiente e il paesaggio, esprimo un giudizio puramente letterario-giornalistico, mi concentro sulla qualità della scrittura e soprattutto sull’impegno civile che emerge dalla produzione dei candidati. Sul riconoscere l’impegno civile sono stato ‘formato’ molto bene dall’Avvocato Paolo Ravenna, grande amico di Bassani, primo presidente e fondatore della sezione di Italia Nostra a Ferrara. Paolo Ravenna era una persona di una intelligenza finissima, molto rigoroso e geniale: le sue intuizioni, le sue idee e i suoi progetti per Ferrara, basti pensare alla restituzione storica delle Mura e all’Addizione verde del Parco urbano, ricordano la lungimiranza dei duchi Estensi di epoca rinascimentale. Sia Bassani che Ravenna avevano, inoltre, una mentalità un po’ anglosassone: da loro ho imparato a distinguere tra la retorica del fare e la sobrietà dell’impegno civile, tra imperativi meramente estetici e obiettivi di grande respiro.

Per concludere, quali sono quindi gli ideali che stanno alla base dell’impegno civile di Italia Nostra?
Direi gli stessi su cui si basavano Bassani, Ravenna ma anche altri grandi intellettuali italiani, come per esempio Pier Paolo Pasolini, che tra l’altro era un grande amico di Bassani: sentirsi italiani, legati alle proprie origini ma senza cadere nel nazionalismo; essere aperti, pensare in grande, a livello europeo e simbolicamente internazionale; essere portatori di un regionalismo moderno, a tutela del territorio ma senza ambizioni secessioniste e reazionarie stile Lega Nord. In due parole, amare il proprio Paese avendo coscienza del mondo.

PRGOGRAMMA DEL PREMIO “GIORGIO BASSANI” E DEL CONVEGNO DI ITALIA NOSTRA
Sabato 15 novembre – a partire dalle ore 10.00
Convegno “Il Po e il suo delta: tutela integrata e sviluppi di un grande sistema ambientale europeo”, Castello estense (sala dell’imbarcadero 2) organizzato da Italia Nostra sezione di Ferrara.
Domenica 16 novembre – ore 10.30
Premio Nazionale Giorgio Bassani
Proclamazione del vincitore, preceduta dalla lectio magistralis di Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale sul tema “Il territorio bene comune”.

LA GIURIA
Alessandra Mottola Molfino, Presidente nazionale di Italia Nostra, Storica dell’arte e Museologa
Salvatore Settis, Consigliere nazionale di Italia Nostra, docente di Archeologia presso la Scuola Normale di Pisa, saggista
Gherardo Ortalli, docente di Medievistica presso l’Università di Venezia, componente del Comitato scientifico internazionale della Fondazione Giorgio Cini e del Comitato scientifico della Fondazione Benetton studi e ricerche
Luigi Zangheri, docente di Storia del giardino e del paesaggio e di restauro dei parchi e giardini storici presso l’Università degli studi di Firenze
Gianni Venturi, direttore dell’Istituto di Studi rinascimentali, presidente dell’Associazione amici dei musei e dei monumenti ferraresi, studioso dell’opera di Giorgio Bassani
Anna Dolfi, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Firenze, presidente del Comitato per il centenario della nascita di Giuseppe Dessì, studiosa dell’opera di Giorgio Bassani
Carl Wilhelm Macke, giornalista di Monaco di Baviera, segretario generale dell’Associazione umanitaria “Giornalisti aiutano giornalisti”, cultore dell’opera e del pensiero di Giorgio Bassani

Ranieri Varese:
“Il recupero del Panfilio,
segno di vitalità e arricchimento
del patrimonio cittadino”

di Ranieri Varese

In riferimento alla proposta di recupero del canale Panfilio, rilanciata da Ferraraitalia, ospitiamo l’autorevole intervento del prof. Ranieri Varese.

Assente da Ferrara non ho potuto partecipare al dibattito sulla sistemazione della parte terminale di viale Cavour e l’inizio di corso Giovecca proposto dall’onorevole Alessandro Bratti e ripreso da FerraraItalia [leggi]. Il tema si lega alle visite guidate da Francesco Scafuri alla riscoperta di viale Cavour, al ricordato parere di Carlo Bassi (2004) sulla riapertura del canale Panfilio, riesumazione di una proposta di modifica al piano regolatore di Ferrara che, in anni lontani, facemmo insieme io e Roberto Pazzi.
Credo che preliminare alla partecipazione sia sapere di cosa si parla. La storia del canale Panfilio e di viale Cavour è stata ricostruita analiticamente, utilizzando la documentazione archivistica, da Luciano Maragna (2008): al suo testo va fatto riferimento.
Il canale, a partire dal XVII secolo, univa Pontelagoscuro a Ferrara, consentiva l’accesso in città di merci e viaggiatori. Le molte immagini sette-ottocentesche che rimangono restituiscono una situazione integrata, con viali alberati, alzaia, ponti e, in prossimità del Castello, l’attività delle lavandaie.
In previsione del collegamento ferroviario Bologna-Ferrara l’Amministrazione Municipale deliberò la costruzione di un ampio viale di collegamento che facilitasse l’ingresso al centro cittadino. Nel 1862 iniziarono i lavori di copertura che terminarono nel 1880.
Non tutti furono d’accordo. La Gazzetta Ferrarese, giornale liberale e moderato, letto dalla maggioranza dei ferraresi scrisse: “Tutto finisce – esclamammo vedendo l’opera in distinzione commessa sul tronco superiore del cavo Panfilio nel più bel centro della nostra Città – e pensando in nostra mente non essere possibile l’idraulica odiernamente manchi di metodi e sistemi sicuri, coi quali avere potuto rendere salutevole l’aria, bello all’occhio, utilmente navigabile l’intiero corso di quel canale, per modo anche di vedere le barche e i trabaccoli da mare approdare al nostro Estense Castello, come era due secoli fa, non abbiamo non potuto non gridare quando vedemmo tanta distruzione – tutto finisce.” (6 maggio 1862)
Lo storico Gualtiero Medri (1963) raccoglie le motivazioni di tale scelta: “Il Municipio decretò la costruzione di un’ampia, decorosa strada, per accogliere degnamente in città e guidare al centro, i forestieri che arrivavano in Vapore. E la strada si ottenne, e bella, colmando il vetusto canale Panfilio”.
Lo stesso studioso, allo stesso modo, giustifica l’allargamento e la demolizione, avvenute negli anni ’50 del secolo scorso, di corso Porta Reno: “Ampia e dignitosa arteria atta ad accogliere il flusso dei mezzi e delle persone che animano la movimentatissima strada che ci unisce a Bologna… il maggior accesso meridionale a Ferrara sarà finalmente degno del centro monumentale della Città”.
Oggi sono profondamente mutati i modi per garantire l’ingresso nei centri urbani e, mi pare giustamente, si tende ad ampliare la zona pedonale e a dirottare verso l’esterno il traffico automobilistico e commerciale. Una occasione organizzata per potere meglio conoscere Ferrara, le sue strade, i suoi monumenti. Per poterla consapevolmente percorrere.
Va ricordato che la città era costruita sull’acqua, lo segnalano i toponimi e l’andamento di molte vie; il canale Panfilio era l’elemento che nella progressiva chiusura dei canali manteneva il ricordo di una antica vocazione e corrispondeva ad esigenze che non erano solo di immagine ma anche ragione di vita quotidiana.
Il ricupero del Panfilio, in modi e forme da discutere e verificare, ricostituirebbe un elemento di continuità che si è perduto, ridarebbe, non solo per i turisti ma anche per i ferraresi, un elemento in più per confermare quelle qualità che il riconoscimento Unesco ha dichiarato e che vanno continuamente confermate.
La attuale amministrazione, in una situazione difficile e complessa, ha saputo tenere sotto controllo il bilancio, ridurre il debito, mantenere, nella sostanza, i servizi. Manca quel colpo d’ala che, in passato, ha portato, ad esempio, alla realizzazione del ‘progetto mura’ o del ‘parco urbano’.
La riapertura del Panfilio potrebbe essere quel segnale che sino ad ora non si è visto: certamente costoso ma con una ricaduta di immagine e una riconsiderazione di Ferrara che, nel tempo, potrebbe rivelarsi scelta, anche economicamente, oculata e saggia.
E’ auspicabile, sarebbe un segno di vitalità e di civiltà, che il dibattito e la verifica delle opinioni si allargasse sino a produrre pubblici confronti, proposte concrete, progetti operativi.

Didascalia
1705 Pianta di Ferrara. Il tracciato del Canale Panfilio

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