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Una passeggiata per Cracovia, a ripercorrere difficili momenti della vita, l’idea molto speciale di due giovani registi polacchi Mateusz Kudla e Anna Kokoszka – Romer. Quella di restituire, con ironia, una memoria molto dolorosa, scegliendo, in tale avventura, due grandi artisti, il grande fotografo Ryszard Horowitz e il regista-attore-produttore Roman Polanski, tornati in Polonia per condividere i ricordi più personali della loro infanzia e giovinezza.

È Hometown – La strada dei ricordi, un prezioso e toccante dono, nell’ennesima Giornata della Memoria: dopo la proiezione alla Festa del Cinema di Roma, lo scorso 20 ottobre, il docufilm è appena uscito in sala, il 25 gennaio.

Sei anni di differenza, il primo nato a Cracovia nel 1939, il secondo a Parigi nel 1933, a Cracovia hanno frequentato lo stesso liceo artistico. Camminando per le strade dell’ex capitale polacca, la coppia Horowitz-Polanski ripercorre il passato e ricordano i momenti dolorosi della loro esistenza, durante l’Olocausto, quando si incontrarono nel ghetto ebraico costruito dai nazisti.

I due registi, che firmano anche la sceneggiatura e il montaggio del film, li seguono, invisibili e silenziosi, con discrezione e rispetto, fin dal loro incontro in aeroporto. Con essi rivedono la piazza principale della città, una sala cinematografica di quartiere, gli appartamenti in cui hanno abitato, il cimitero dove sono sepolti i cari, la scuola ebraica, la sinagoga, il muro della memoria, il ghetto. Luoghi che parlano da soli.

Raccontano una storia di sopravvivenza: come Horowitz, deportato piccolissimo ad Auschwitz, divenne uno dei bambini più giovani salvati dall’imprenditore Oskar Schindler (motivo per cui lo si intravvede in una rapidissima apparizione in Schindler’s List di Steven Spielberg) e come Polanski si nascose in un piccolo villaggio, dopo essere fuggito dal ghetto, nella casa di una povera famiglia contadina.

E pur molto diversi, la loro passione li ha tenuti insieme. Hanno saltato la scuola per andare al cinema, sviluppato le loro prime fotografie e si sono innamorati dell’arte. Nella triste realtà della Polonia comunista, contro il volere dei governi, hanno studiato i grandi artisti, scoperto la bellezza del jazz e iniziato a pensare di lasciare il paese.

Da quando Polanski ha lasciato Cracovia per girare film e Horowitz è fuggito a New York per perseguire la sua carriera nel campo della fotografia, non hanno mai avuto la possibilità di rivedersi in Polonia. Ora, dopo molti anni, tornano a vedere tutti i luoghi che li hanno resi quelli che sono oggi. E tornano non come artisti di fama mondiale, ma come persone con una lunga esperienza vissuta, i cui successi affondano radici nella consapevolezza della guerra e del totalitarismo, del trauma e dell’alienazione.

Due anime che parlano di argomenti che toccano ogni essere umano, come il passaggio del tempo, la memoria, la ricerca del senso e il tentativo di definire la propria identità.

Mi sembra tutto un sogno. Come avrei potuto pensare, da ragazzino del ghetto, che un giorno sarei stato accolto nella mia città con un tale applauso?”, ha detto Roman Polanski, pensando a lui e al suo amico d’infanzia che non solo sono sopravvissuti, ma hanno anche trovato il loro posto nel mondo, raggiunto incredibili successi e riconoscimenti a livello mondiale che, si direbbe, i ragazzi del ghetto di Cracovia non avrebbero mai potuto sognare.

Grande merito ai giovani registi, quello di aver gestito due geni, ognuno nel suo settore, fotografia o cinema. Li hanno resi spiritosi, grandi storyteller, e hanno rubato delle emozioni così private e antiche da creare un piccolo capolavoro. Muovendosi fra fantasmi e paure.

Dice, infine, Horowitz: “Le persone non imparano dalla storia. Non traggono alcuna lezione. La mancanza di rispetto per le religioni diverse, per le origini diverse o il colore della pelle è una cosa molto crudele, che dimostra che la storia si ripete. Tutto si ripete, dopo qualche decennio, la guerra o qualche disordine. Le persone sono sempre crudeli“. Amara verità.

Hometown – La strada dei ricordi, di Mateusz Kudla, Anna Kokoszka-Romer, con Roman Polanski, Ryszard Horowitz, Bronislawa Horowitz Karakulska, Stanislaw Buchala, Polonia, 2021, 75 minuti

Mateusz Kudła, classe 1991, è regista e produttore di film premiati, inclusi i famosi documentari Polanski, Horowitz. Città natale e Photo Film People. Per 11 anni ha lavorato per la televisione indipendente polacca TVN creando i suoi rapporti originali per TVN24 e per le notizie di prima pagina del più grande notiziario polacco Fakty.

Anna Kokoszka-Romer, classe 1988, è autrice di articoli sulla stampa e su internet. Ha lavorato in una stazione televisiva, oggi associata all’edizione principale del programma informativo e ha una laurea in Giornalismo, Comunicazione social e Culturale presso la Jagiellonian University. Nella tesi Il mito in bianco e nero dell’icona della cultura pop si è concentrata sulla presentazione dell’immagine di Roman Polanski nei media. È stata premiata con “The Audience Award” al Krakow Film Festival.

Immagini Robert Sluszniak, cortesia ufficio stampa Eliseo Entertainment

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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