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Lavandaie nude, spigolatrici sexy, cimiteri delle statue e nuova era delle rovine.

Noi occidentali sembriamo avere una fissazione particolare con le statue, poiché cerchiamo di pietrificare il discorso storico, issarlo in alto e insistere su di esso come un’affermazione permanente di fatti, culture, verità e tradizioni che non possono mai più essere toccate, messe in discussione, rifuse o rimosse.

Questa ossessione per le statue confonde l’adulazione con la storia, la storia con il patrimonio e il patrimonio con la memoria. Tenta di staccare il passato dal presente, il presente dalla moralità e la moralità dalle responsabilità del passato.

In breve, tenta di fissare la nostra comprensione di ciò che è accaduto nella pietra, al di là dell’interpretazione, dell’indagine o della critica.

Ma la storia non è solo epigrafia da scolpire nella pietra o nel marmo. È una disciplina viva, soggetta a scavo, evoluzione e maturazione.
Mentre il nostro senso di chi siamo cambia con il tempo, le statue no. Rimangono in piedi, indifferenti al gioco degli eventi, impermeabili alle maree del pensiero che potrebbero travolgerle e ai venti di cambiamento che turbinano intorno a loro, o almeno lo fanno finché non decidiamo di eliminarle, di sostituirle o di innalzarne di nuove.

Uno dei più grandi equivoci di fondo quando si tratta di rimuovere le statue è l’argomento che rimuovere una statua è cancellare la storia. Le statue non sono la storia: sono la rappresentazione selettiva di alcuni personaggi storici. Sono state istituite per celebrare e tramandare l’operato e il contributo storico di una persona, ma non sono esse stesse storia.

I moti di iconoclastia che, ovunque sulla Terra, stanno colpendo le statue rappresentano una battaglia sulla memoria che mira a spazzolare il passato contropelo, ripensandolo dal punto di vista del governato, del sottomesso, dello sfruttato e del vinto, non sempre e solo attraverso gli occhi del vincitore.

Non vogliono cancellare il passato, si battono per leggerlo anche con lo sguardo degli altri, attraverso la visione degli esclusi, o anche solo per controbilanciare lo sproposito di una narrazione in gran parte maschile e maschilista.

Dopo il caso della “Spigolatrice di Sapri”, una polemica scaturita dall’inaugurazione di un’opera pubblica dello scultore Emanuele Stifano avvenuta nella cittadina campana alla presenza dell’ex premier Giuseppe Conte nel settembre 2021 – avvolta da una leggerissima veste che ne risalta le forme e che avrebbe in tal modo confermato la tendenza sessista del corpo femminile– il censimento dell’Associazione di professionisti dei beni culturali Mi Riconosci ha contato in appena centoquarantotto il numero complessivo di statue e monumenti “al femminile” presenti in Italia.
Nonostante qualche giorno prima, nella centralissima piazzetta omonima, fosse stata inaugurata l’unica statua femminile milanese dedicata alla nobildonna, patriota, giornalista e scrittrice Cristina Trivulzio di Belgioioso, il caso della cosiddetta ‘sexy spigolatrice’ ha immediatamente riportato alla memoria la storia e le caratteristiche  di un’altra statua controversa, quella de La Lavandaia di Via della Grada, realizzata da Saura Sermenghi nell’ambito delle manifestazioni di Bologna Città Europea della Cultura 2000.
In tale contesto, l’Associazione Donne d’Arte (ADDA) ponendosi come obiettivo la realizzazione di quattro interventi artistici presentati con il nome: “Opera-zione Poli-metra: La città è donna” il cui presupposto era la realizzazione di “opere d’arte come mediazione fra l’aggressività e l’incontro” mai avrebbe pensato di ottenere il risultato contrario.

Nel corso dei secoli la Via della Grada, prima che il corso del canale di Reno che entrava nel centro di Bologna venisse tombato, ha visto stiparsi mulini, opifici, osterie, lavanderie, bagni pubblici e qui si è sempre assistito ad un affollamento di tutti coloro che avevano a che fare, per necessità o per piacere, con l’acqua: operai, artigiani, barcaioli, facchini, nuotatori e lavandaie.

L’autrice ha più volte sottolineato che realizzare questa scultura le ha permesso di misurarsi con un tema affascinante come quello dell’acqua attraverso l’immagine di una lavandaia che, china nella sua nudità, lava i panni e si lava dentro ad una bacinella, senza tuttavia essere in grado di prevedere la provocazione insita nella raffigurazione di tale atto né tantomeno le polemiche apparse negli articoli di giornale, le reazioni inneggianti alla censura, la raccolta di firme per chiederne la rimozione.

Sia la descrizione che la portata di quest’opera è magistralmente colta nel Mistero Buffo di Dario Fo e Franca Rame: “….Ora, si sa benissimo in quale posizione si mettano le lavandaie…Oddio, lo sanno le persone che le hanno viste, le lavandaie. Oggi ci sono le lavatrici, così una delle cose più belle della natura non si vede più. Alludo a quelle rotondità oscillanti in moto che le lavandaie offrivano ai passanti. Ecco perché il giullare, carogna, dice: “quando ti vidi nella posizione del lavare…quando avevi addosso il saio, di te m’innamorai”. S’innamorò, come dice Brecht, “di quello che il padreterno creò con grazia maestosa, …” (Mistero buffo, Dario Fo a cura di Franca Rame, Einaudi Stile Libero, Torino, 1997).

Ben lungi dall’essere un fenomeno nazionale, anche nel resto del mondo le sculture di donne che vengono riconosciute per aver contribuito a forgiare la storia moderna si contano sulle dita di una mano, ed è in questo senso che le proteste mosse dai movimenti internazionali Black Lives Matter e i conseguenti abbattimenti devono essere considerati mobilitazioni antimaschiliste, oltre che antirazziste.

Walter Benjamin sosteneva il concetto che la storia del progresso è valutata e vista da una prospettiva distorta, in quanto definita dalla narrazione fatta dai vincitori e che, di conseguenza, Quando lo facciamo, cambiamo la nostra intera visione della storia dal nostro punto di vista. In tal modo, ci stiamo impegnando in uno strano tipo di viaggio nel tempo, in cui il tempo stesso si ferma, il passato balza in avanti nel presente e viene redento.
Valutato sotto quest’ottica, eliminare i simboli di un monumento allo scopo di ridefinirli o di riappropriarsene, può essere considerata una delle massime forme di libertà raggiungibili dal diritto alla trascrizione della memoria pubblica e sociale.

Gruppi spontanei, organizzazioni di base, musei, artisti, ricercatori e autorità hanno portato avanti il dibattito in modi creativi e con toni spesso polemici. Commissioni in città e paesi di tutto il mondo stanno cercando di riequilibrare le narrazioni selettive che vengono raccontate sul passato e a farsi strada è una domanda: cosa fare con le statue abbattute o da rimuovere? Vanno ricollocate in altro luogo o nascoste? Dovrebbero essere esposte nei musei -e se sì, come?
E da cosa dovrebbero essere sostituite?
Dovremmo lasciare vuoti i piedistalli, creare spazi per installazioni mutevoli e performance dal vivo o commissionare nuove statue di figure che tutti possano celebrare?

Statue_Of_Edward_Colston in Bristol (wikipedia)

A dare una risposta a queste domande è stato Banksy nel giugno 2020, subito dopo l’abbattimento e il lancio nelle acque del porto di Bristol della statua in bronzo alta cinque metri e mezzo del mercante e commerciante di schiavi Edward Colston che si trovava in Colston Avenue dal 1895: “Cosa ci facciamo con un piedistallo vuoto nel centro di Bristol?” si è chiesto lo street artist sul proprio profilo Instagram per poi lanciare la sua idea per riciclare la statua in una nuova installazione commemorativa:
«Ecco un’idea che si rivolge sia a chi sente la mancanza della statua di Colston sia a chi non la sente. Tiriamola fuori dall’acqua, rimettiamola sul piedistallo, leghiamole una corda al collo che facciamo tirare dalla replica in bronzo a grandezza naturale dei manifestanti che l’hanno tirata giù quel giorno. Così saranno tutti contenti».

Indubbiamente Banksy ha colto nel segno, perché se l’erezione di una statua è un fatto storico, non lo è da meno la sua rimozione. E rimuoverla può aumentare la conoscenza della storia: molte più persone, e in particolare coloro che pretendono che si insegni di più sul colonialismo e sulla schiavitù nelle scuole, potrebbero meglio imparare a conoscere Edward Colston in seguito all’abbattimento della sua statua che non a causa del suo innalzamento.

The statue was erected on a plinth once occupied by a statue of slave trader Edward Colston. (Credit: Marc Quinn studio)

Forse è a conferma e a garanzia di tutto ciò che con il consenso unanime è stata trovata una soluzione definitiva e collocata una nuova statua in cima al piedistallo vacante di Bristol: è una copia a grandezza naturale, un calco 3D realizzato dall’artista Marc Quinn che riproduce e imita la figura, il volto e il gesto di una giovane donna. La statua è stata chiamata A Surge of Power e ritrae Jen Reid, prima cittadina e manifestante inglese nera a salire sul basamento vuoto subito dopo l’abbattimento di Colston alzando il pugno in segno di vittoria contro la coscienza antirazzista e antimaschilista della nostra civiltà europea.

Quanto ai piedistalli e ai basamenti vuoti, che invitano ogni spettatore a immaginare ciò che non c’è più o che potrebbe essere collocato lì, sì è iniziato a parlare dell’avvento di una “Nuova Era delle Rovine”, portatrice di un’estetica postmoderna nella quale le differenti declinazioni di immagine, ritratto, icona evidenzierebbero l’immenso fossato che separa l’uomo dalla vicenda dell’umanità, la società dalla civiltà, la forma dal contenuto, giacché l’apparenza, in virtù di una comunicazione che la tecnologia attuale rende istantanea, si diffonde senza alcun tramite, senza il filtro d’una personale preparazione o capacità di interpretazione, mentre la sostanza ha tempi lunghi, richiede riflessione, analisi, confronto e dialogo: requisiti oggi relegati nelle terre bruciate delle perdite di tempo dei tempi perduti.

Un’altra significativa risposta è giunta dal Muzeon Art Park o Fallen Monument Park di Mosca (Parco dei Monumenti Caduti o Cimitero delle Statue), un museo gratuito a cielo aperto sorto nel 1992, dove sono state portate molte statue abbattute dalla furia distruttiva della caduta dell’URSS.

This statue of Soviet leader Josef Stalin is missing its nose. (Lucian Kim/NPR)

Le recensioni dei membri di Tripadvisor descrivono una passeggiata che può iniziare nelle vicinanze dell’ingresso principale di Gorky Park per proseguire lungo la Moscova tra sculture e installazioni moderne e celeberrime statue fatte sparire subito dopo la caduta del vecchio regime sovietico che qui hanno trovato una seconda vita. Oltre alla statua di Stalin che si trovava esposta nel padiglione sovietico dell’Esposizione Universale del 1939 a New York, il pezzo forte è la statua di Felix Dzerszinsky, fondatore della temuta polizia segreta dell’Unione Sovietica, che per più di trent’anni ha soggiornato davanti al quartier generale del KGB in piazza Lubjanka a Mosca.

Sculptures of Vladimir Lenin, founder of the Soviet Union, at the Muzeon in Moscow. (Mladen Antonov/AFP via Getty Images)

La caduta del regime comunista ha comportato una vera e propria ecatombe di statue di tutti i personaggi simbolo dell’ex Unione Sovietica e a detenere il record assoluto di cancellazioni è il fondatore Vladimir Lenin con oltre cinquemila statue e busti rimossi in patria e nelle capitali dell’Est Europeo.

Stessa sorte, ritualizzata dal regista Sergei Eisenstein, che fece cominciare Ottobre -il suo film capolavoro sull’avvento della Rivoluzione Russa – con le immagini della folla che fa cadere una grande statua dello zar Alessandro III, è toccata alla memoria su pietra di Josif Stalin, (distrutta anche nel 1956 dagli insorti di Bucarest), di Leonid Breznev, Karl Marx, Georgy Zhukov, Anatoly Lunacharsky, Rosa Luxemburg, Semyon Budyonny, Kliment Voroshilov, Friedrich Engels, Georgy Zhukov, Aleksandr Zasyadko, Vasily Kikvidze, Nadezhda Krupskaya, Anatoly Lunacharsky, Sergo Ordzhonikidze, Mikhail Frunze, Vasily Chapaev .

Dopo che nell’aprile 2015 il governo ha approvato le leggi che vietano i simboli sovietici, in Ucraina sono state abbattute tutte le vestigia una dopo l’altra, e oggi rimane in piedi solo una statua radioattiva di Lenin a Chernobyl. Buttare giù Lenin è diventata una pratica così abituale da meritare un nome, Leninopad e i nazionalisti ucraini si sono talmente appassionati a questo genere di pratiche da dimenticare che quel Lenin che hanno abbattuto ovunque non poteva essere il responsabile del genocidio del loro popolo, dal momento che era morto almeno un decennio prima. Nell’Ucraina Occidentale, dove i manifestanti sono stati più attivi che nelle proteste di Kiev, Lenin non aveva neppure governato: dopo la dissoluzione dell’Impero russo e la breve parentesi della guerra sovietico-polacca fino al 1921, l’Ucraina occidentale, finì nella compagine della Polonia, della Romania e di altre nazioni del cosiddetto “cordone sanitario” antisovietico, creato dai paesi della Triplice Intesa nell’Europa orientale dopo la rivoluzione russa del 1917.

Nel 2017 il fotografo Niels Ackermann e il giornalista Sébastien Gobert, autori del libro Looking for Lenin, sono andati alla ricerca dei resti di quelle opere distrutte. La più famosa l’hanno ritrovata a Odessa: Lenin è diventato Dart Fener, il cattivo della saga cinematografica hollywoodiana Star Wars.

A Kalyny, villaggio ucraino di cinquemila abitanti al confine con la Romania, una strada intitolata a Lenin è stata ribattezzata John Lennon. L’iniziativa, ha spiegato il governatore regionale Gennadi Moskal, è rientrata nell’ambito della campagna del governo filo-europeo di Kiev per rimuovere ogni traccia del passato comunista.

Moskal ha detto di aver preso la decisione a sua discrezione, senza consultare i cittadini, in onore del co-fondatore dei Beatles e senza far caso a quanto disse lo stesso Lennon quando era ancora in vita e cioè che Imagine, la sua canzone più famosa diventata inno dei pacifisti di tutto il mondo, era da considerare, per i contenuti del testo, più “il manifesto del partito comunista” che non un inno alla pace. Questa decisione, supportata dall’addio a Ded Moroz, il Babbo Natale russo-sovietico, dalla proibizione della vendita dello “champagne russo” e dal divieto di proiezione di film russi prodotti dopo il 2014, ha riportato alla memoria, come conferma di questa regola storica della cancellazione ad uso demagogico, quando nel 2003 le truppe statunitensi, con la complicità di molte emittenti televisive, inscenarono la caduta di una statua di Saddam Hussein nel centro di Baghdad, nel tentativo di mascherare la loro invasione militare in acclamata rivolta popolare di liberazione.

In Italia, il lancio di vernice rosa e la scritta ‘stupratore razzista’ sul monumento a Indro Montanelli, realizzato in bronzo dorato dallo scultore Vito Tongiani e posto nei giardini pubblici di Milano intitolati a Montanelli stesso, è stato condannato all’unanimità come atto «barbaro» da quasi tutti i giornali e i media. Il padre spirituale di due generazioni di giornalismo italiano dopo aver ostinatamente negato che l’esercito fascista avesse condotto bombardamenti con gas nervini durante la guerra etiopica, dopo essere stato ferito negli anni Settanta da terroristi di sinistra, è stato canonizzato come un eroico difensore della democrazia, della libertà e dell’antiberlusconismo. Dopo l’attacco alla sua statua, il coro sostenuto da coloro che lo riconoscono come maestro è che l’anacronismo, cioè la pretesa di giudicare fatti del passato col metro della mentalità contemporanea, sia un errore madornale.

Ma sostenere a oltranza che le azioni compiute all’epoca possano risultare comprensibili e giustificabili solo alla luce del contesto storico di quei tempi è la base dell’ideologia revisionista di destra e tuttavia, questo atto «barbaro» e anacronistico è servito a rivelare a molti italiani quali fossero i valori di Montanelli: negli anni Trenta, quando era un giovane giornalista, celebrava l’Impero fascista; inviato in Etiopia comprò una ragazza eritrea di dodici anni per soddisfare i suoi bisogni sessuali e domestici.
Per molti commentatori, questi erano i «costumi del tempo» o le «usanze locali» e quindi qualsiasi accusa di sostegno al colonialismo, al razzismo e al sessismo è ingiusta e ingiustificata.

«Qui sta l’ipocrisia di fondo perché se all’epoca un italiano avesse stuprato una bambina di 12 anni in Italia, in carcere ci sarebbe andato eccome, ma con la scusa dell’usanza locale si chiudeva un occhio», chiarisce Emanuele Ertola, autore di “In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero” (Laterza).

Visibile on line su Youtube [Qui] si trova l’estratto della celebre intervista a Montanelli riguardo il suo matrimonio con la bambina eritrea di 12 anni ai tempi dell’avventura coloniale fascista in Etiopia, raccolta  dal programma “L’ora della verità” RAI 1969, e dove, oltre alle sue esternazioni, anche l’insieme delle argomentazioni che gli vengono direttamente sottoposte dall’attivista femminista Elvira Banotti, consentono un libero giudizio personale anche sul proseguo dei fatti legati alla ben nota vicenda di cronaca.

Poco tempo dopo che il movimento dei “Sentinelli di Milano” ne avesse chiesto la rimozione al Sindaco Sala e immediatamente dopo l’imbrattamento e conseguente pulizia/ripristino della scultura contestata, ha preso il via la campagna Decolonize the City, avviata con l’obiettivo di aprire un dibattito pubblico sul colonialismo, sul suprematismo, sul razzismo e sulla violenza, promossa da gruppi di immigrati e da militanti dei centri sociali milanesi.
Una prima azione, documentata attraverso una diretta Facebook, ha visto gli attivisti del Centro Sociale Cantiere posizionare nello stesso luogo, accanto a quella di Montanelli, una nuova statua in ferro, creata dall’artista senegalese Mor Talla Seck, raffigurante l’ex presidente del Burkina Faso Thomas Sankara.
Per il collettivo, è un “simbolo che parla della realtà dello sfruttamento coloniale e neocoloniale europeo in Africa, ma anche della resistenza e della liberazione del Burkina Faso e dell’intero continente. Questa statua è un atto di condivisione di sapere, un modo per affermare che non esiste un’unica memoria, un’unica storia e un’unica verità”.

Primo risultato: immediata rimozione/sequestro dell’opera, così giustificata dall’assessore regionale all’Immigrazione e alla Sicurezza, Riccardo De Corato, “questa statua celebra un leader africano che nulla ha a che fare con la nostra storia”, screditando l’operazione come “atto folle e fuori da qualsiasi regola”.

Secondo risultato: contro-risposta da parte degli organizzatori con una nuova inaugurazione pubblica e vernissage della Statua che Non C’è.

Terzo risultato: dopo poco più di un anno la statua di bronzo raffigurante Indro Montanelli intento a scrivere, è divenuta oggetto di una ulteriore incursione artistica della street artist Cristina Donati Meyer, la quale, ponendo sulle braccia del giornalista il fantoccio di una bambina al posto dell’iconica macchina da scrivere, denunciava quel matrimonio con una dodicenne eritrea del quale lo stesso Montanelli aveva parlato in tv, trasformandola di fatto in una nuova e sovversiva installazione artistica.

La riproduzione di quella installazione, intitolata “Il vecchio e la Bambina” con in braccio lo stesso fantoccio apparso nel parco, è esposta in forma permanente dal settembre 2021 nella quarta sala della sezione dedicata alla decolonizzazione, presso il MUDEC (Museo Pubblico delle Culture ) di Milano, nell’ambito dell’esposizione “Milano globale: il mondo visto da qui”.

Alcuni sostengono che le statue non influiscano direttamente sulla vita delle persone; rappresentano solo qualcosa di simbolico e che liberarsi delle statue non ha un guadagno concreto per gli individui. Questo sarebbe probabilmente vero se le statue fossero autonome, se non venissero accoppiate con le storie che invocano cancellandone altre o per raggiungere determinati obiettivi ideologici.

Invece le statue – nella presenza fisica e nelle storie che occupano –  rivendicano spazi e tempi, servono come capsule del tempo, ossessionate dal passato, e portano alla luce degli spettatori nel presente una visione riduttiva, parziale e di parte.

Tutti hanno notato che le statue non sono una registrazione neutrale della storia. Sono spesso celebrazioni di personaggi le cui opinioni e azioni erano oltraggiose e crudeli anche per gli standard morali del loro tempo. Ma oltre a ciò, quando molte statue furono erette c’era già una notevole opposizione alle gesta che avevano reso questi uomini (e sono quasi tutti uomini) ricchi, famosi e dominanti.

A chi strilla che “il passato non si cancella”… bisogna ribattere che un nome, un monumento o una statua, se stanno in strada non sono il passato, bensì il presente. E se ci restano, sono pure il futuro.

Per leggere tutti gli altri articoli di Franco Ferioli clicca [Qui]

Cover: La lavandaia di Sara Sermenghi.

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Franco Ferioli

Ai lettori di Ferraraitalia va subito detto che mi chiamo, mi chiamano e rispondo in vari modi selezionabili o interscambiabili a piacimento o per necessità: Franco Ferioli Mirandola. In virtù ad una vecchia pratica anagrafica in uso negli anni Sessanta, ho altri due nomi in più e in forza ad una usanza della mia terra ho in più anche un nomignolo e un soprannome. Ma tranquilli: anche in questi casi sono sempre io con qualche io in più: Enk Frenki Franco Paolo Duilio Ferioli Mirandola. Ecco fatto, mi sono presentato. Ciao a tutti, questo sono io, quindi quanti io ci sono in me? tanti quanti i mondi dell’autore che trova spazio in questo spazio? Se nelle ultime tre righe dovessi descrivere come mi sento a essere quello che sono quando vivo, viaggio, scrivo o leggo…direi così, sempre senza smettere di esagerare: “Io sono questo eterno assente da sé stesso che procede sempre accanto al suo proprio cammino…e che reclama il diritto all’orgogliosa esaltazione di sé stesso”.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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